Anche la mia prima silloge trova la sua prima presentazione pubblica.
Come ho risposto alle sollecitazioni di Franco Pulzone, che la introduceva, non mi sento un poeta.
I versi sono nati da emozioni del momento. Restavano lì, per me e talora per la persona cui erano dedicati. Finché decisi di raccoglierli, ordinarli, srotolare con essi la pellicola delle emozioni, i tempi dell’amore che mi attraversavano l’anima. Nacque la raccolta, vinse – con mio assoluto stupore – un importante concorso nazionale e divenne libro.
Parlarne, ripercorrere versi e pagine mi aiuta a svelare l’intelligenza del sentimento che mi spinse a cercare le parole per rendere senso e profondità di quel che provai.
Sempre subii il fascino della parola. Fare poesia – tentare, almeno, di farla – significa inseguire i fonemi che abbiano capacità di esprimere ciò che passa dentro e, insieme, diano suono al verso, nello sforzo di unire significato e bellezza.
Il dilemma semantico tra metrica e significante.
Mi sento più naturalmente un narratore.
Se e quando riesco a fare poesia continua a sembrarmi un meraviglioso travolgimento, nel quale la fantasia sfiora e illumina la realtà.
Di questo ho cercato di parlare nella presentazione a Viareggio.
Un estratto è riportato nel video cui si può accedere, sul mio canale Youtube, tramite il collegamento riportato qui sotto.
Ad Aprile vinsi al Premio Letterario Internazionale Città di Cattolica – Pegasus Literary Awards XIV Edizione nella sezione per le sillogi inedite. Oltre alla targa, il premio per il primo classificato consisteva nella pubblicazione dell’opera presso la Casa Editrice Pegasus, con oneri di edizione, diffusione e commercializzazione a carico dell’editore.
Nel contratto che firmai successivamente, la pubblicazione venne prevista entro l’anno.
Ed ecco, finalmente, il libriccino tra le mie mani.
Una nuova emozione. Le vibrazioni della mia anima stampate su carta. Disponibili con ordine nelle librerie e negli store on line.
Bella sensazione.
Cosa recita la raccolta? Riporto la descrizione della mia presentazione, che precede i versi, illustrandone genesi e ispirazione.
Spero che quest’opera possa trasmettere sentimento a chi vorrà leggerla.
C’è una soglia oltre la quale il confine tra ciò ch’è privato e la dimensione pubblica sfuma e si perde.
Nella società dell’informazione – quella in cui viviamo e che ancora resta lontana dal mutare in società della conoscenza – questa soglia è sottile e sempre più vicina. Sono i social a varcarla (con la nostra complicità più o meno volontaria o inconsapevole), ma pure la diffusione di tutti quei dispositivi e applicazioni che paiono renderci facile la vita, al prezzo di cedere parti sempre più ampie del nostro essere e sentire.
Anche le emozioni cessano di appartenere soltanto a chi le prova e alle persone con cui vengono generate e condivise.
Scrivere una poesia, per me, è sempre stato un momento racchiuso in una sfera di intimità, condiviso con chi me lo ispira o una cerchia ristretta di persone con le quali sento affinità di senso.
La decisione di iscrivere poesie a concorsi letterari fu per me quasi un gioco, un esperimento, un tentativo di comprendere se il mio stile riusciva a rendere il sentimento che avevo provato nel tessere quei versi e comunicare vibrazioni a chi nulla sapeva della loro origine. Avendo riscontri positivi, mi venne la tentazione di organizzare la mia produzione poetica. Lo feci, raccogliendo in una silloge gran parte delle poesie che, negli anni, m’erano nate nell’anima e avevo tradotto in fraseggi che volevo ritmati con grazia estetica.
In Declinazioni d’amore c’è un ordine logico e cronologico che mostra la maturazione dei miei sentimenti intorno al tema conduttore dell’amore. Quello cercato sovrapponendo l’astrattezza del concetto alla realtà delle relazioni, la maturazione nel provare a lasciarsi andare, a vivere prima che a guardarsi vivere, fino all’esplosione dell’amore passionale autentico, nell’incontro con la donna che mi ha cambiato la vita, liberando la sensibilità che era nascosta nel mio profondo, schiudendo la porta alla felicità del costruire insieme il futuro. Amore infinito, come titolo il terzo capitolo della raccolta. Infine, nella silloge si trova un’altra dimensione dell’amore: quello degli affetti familiari, delle amicizie, del rapporto con il mondo inteso come l’ambiente terracqueo e celeste.
Con grande sorpresa, ricevetti la comunicazione d’esser risultato vincitore, come primo classificato, nella categoria “Silloge inedita”, del Premio Letterario Internazionale Città di Cattolica 2022. Oltre alla targa, il concorso prevede la pubblicazione della silloge presso la casa editrice Pegasus.
Sono, ovviamente, assai soddisfatto e orgoglioso del risultato.
Ancora non ho ben compreso se e come questo inciderà sul futuro della mia vena poetica.
La poesia, per me, è il travolgimento che dall’anima sale alla mente per cercarvi le espressioni che possano fermarlo, farne un segno miliare sulla linea dell’esperienza. Attimo irripetibile la genesi, spazio creativo pressante lo sbocco. Non particolare cura della forma.
Anche così, pare le mie poesie siano apprezzate.
Ma la forma, se la destinazione della scrittura non resta intima, si allarga a una platea di lettori ignota, merita forse maggiore attenzione.
Invero, continuo a preferire coltivare la narrativa. Inventare una storia, far evolvere i personaggi, seguirli nelle loro avventure immaginate (e continuamente avvinte alle problematiche della società in cui agiscono) è divertente, formativo, intrigante.
Nella stesura di un romanzo si ritorna sul testo, si corregge, si integra, si taglia (operazione dolorosa ma necessaria, sulla quale sempre insistono gli editor e i docenti dei corsi di scrittura). Il tempo di redazione è una variabile elastica che da agio alla revisione.
La poesia è altra cosa. A distanza di tempo (anche solo di un giorno) il sapore delle parole non restituisce appieno l’eco dell’istante che le hanno fatte nascere. Correggere, levigare, abbellire il testo rischia di snaturarla.
E così, per non perdere spontaneità e profondità, la mia rinnovata e rafforzata attenzione alla forma si esaurirà nell’impegno di completamento dei versi, torniti sol fin quando il sentimento resta vivo. Altro non aggiungerebbe bellezza e stenderebbe un velo quasi raggelante sulla sostanza dell’emozione.
Resto convinto che la forza della poesia sia l’evocazione, il non detto, che affida al lettore una personale interpretazione, mediando tra ragione e sentimento.
Questo, del resto, è il filo conduttore della poesia che inserisco al termine dell’articolo, nata dopo aver confezionato la silloge e che in essa non è contenuta.
P.S.: Per chi fosse interessato, il mio commento nell’occasione della cerimonia di premiazione la sera del 9 aprile a Cattolica è, sul mio canale Youtube, al seguente link: https://youtu.be/ILNBWUBajtc
Pietrasanta. Sera dell’anniversario della nascita di Giosuè Carducci. Nella cerimonia, tra balletti, canzoni, letture dal premio Nobel cui è dedicata, prima delle nomine ufficiali dei poeti vincitori, siamo chiamati a recitare i nostri armi amatoriali, prescelti come vincitori della sezione “fuori concorso”.
L’emozione era quella che immaginavo. Riuscii a concentrami sul senso della poesia che dovevo presentare al pubblico davanti al Duomo di Pietrasanta.
Sede prestigiosa e suggestiva, luci ammiccanti, Benedetta Biagini (sedici anni appena, ma carattere e talento spiccati) seduta sugli scalini ad accompagnare i versi con il suo ukulele.
Non si è mai del tutto soddisfatti di sé quando ci si esibisce in pubblico. Sempre è possibile far meglio. Riascoltandomi nella registrazione pareva che la voce uscisse un poco gracchiante. Forse è il riverbero dell’acustica nell’apparato di registrazione. Spero sia così.
Credo, tuttavia, d’aver trasmesso il sentimento che vibra nella mia poesia.
Conserverò con tenerezza la pergamena del premio.
Mi spingerà a esser meno ritroso nel tradurre le sensazioni in versi liberi.
L’annuncio di un Natale triste e cupo si dissolve in uno squarcio di luce a illuminar la corte. Poi due rovesci battenti di pioggia a negare il sereno. Ma il sole riprende aria nel cielo in un empito di vento che porta l’eco possente del mare, col profumo affilato e puro d’avventura e di sale. A chiamare il passo veloce fin sul ciglio della riva, sulla striscia del molo, sotto il volo dei gabbiani. Anche Lorenzo Viani, nel suo busto candido, lascia il cipiglio, accenna un sorriso nel vivido chiarore del mattino. Il sole si batte tra le nubi che tentano l’effimera vittoria, il Tirreno è un tripudio di scrosci a infrangersi sulle pietre in bagliori; il Libeccio urla un messaggio di speranza. Come a rappresentare il tormento dell’anno, a mirare il futuro oltre gli inciampi del fato, a spazzare paure, rancori e aridità, ad accendere coraggio e responsabilità per restituire fiducia di sapere, insieme, cambiare il mondo, facendolo migliore. Guizzi tra l’onde disegnano glifi imperfetti in cui indovinare il futuro tra spruzzi salmastri e ammiccanti che spingono ad afferrare la fortuna. Che, alla fine, dipende da noi. Quando alto è lo sguardo, aperta la mente, generoso e sereno il cuore. Nel mare, nel vento, nel cielo segni dell’essere nella consapevolezza di sé.