Il Novecento è finito

Vasilij Kandinskij: Composizione – Museo del Novecento – Milano

C’è uno scontro generazionale sottotraccia. Non ancora evidente, perché la rivoluzione gentile dei ragazzi e delle ragazze è schiacciata dal rancore, dalle paure e dalla rabbia dei baby boomers e della generazione X.

La resa dei conti è solo rinviata.

Nella prima parte di un romanzo utopico che sto scrivendo si narra di due milioni di giovani che, il 26 ottobre 2030, provenendo da ogni parte d’Europa, si raccolgono a Berlino, luogo simbolo, verso la porta di Brandeburgo, risoluti a farsi sentire urlando “Il tempo è scaduto!”

Una giovane bisessuale, alta, magra, con la pelle scura, dal palco, da voce ai sentimenti dei manifestanti.

Inizia a parlare, a tracciare la rotta per quel movimento che è maturato, che ha la forza per vincere e deve trasformarla in capacità. Deve accettare di farsi politica per superare la politica pregna di interessi e mezzucci, deve imporre scelte dove impera la pratica dei rinvii.

Arriva alle conclusioni, semplici e chiare: «Il tempo della delega ai nostri padri è scaduto. Non sanno essere, perché inseguono l’avere. Ci offrono proprietà strappate allo scopo supremo, che è quello di divenire, di rinnovarsi nel ciclo del riuso e della riproduzione naturale. Non le vogliamo. Vogliamo vivere e amarci. Amare il pianeta nel quale e dal quale siamo nati. Noi sappiamo quel che vogliamo. Siamo uniti da questa certezza davanti a governi, politicanti, imprenditori, filosofi, intellettuali che si dibattono nell’incertezza e non agiscono, lasciando morire il mondo un po’ alla volta. Il tempo è scaduto!».

Fiction!

Giò Pomodoro: Sfera n. 5 – Museo del Novecento – Milano

Tuttavia, se precipitiamo dai voli della fantasia alle miserie del presente, ci accorgiamo che qualche premessa per quel futuro immaginato non manca.

L’esito elettorale italiano del 25 settembre non si spiega analizzandolo in sé, come fosse episodio puntuale.

Sul piano nazionale, esso segue altri sconvolgimenti nella distribuzione del consenso quali il voto per il Parlamento Europeo 2014 (trionfo di Renzi alla guida del PD) e le elezioni politiche 2018 che portarono l’exploit del Movimento 5 Stelle, con il connesso momentaneo protagonismo della Lega di Salvini, ben più dinamico del suo peso parlamentare.

La sostanziale stabilizzazione del PD (dopo la debacle renziana del Referendum istituzionale) poco sotto il 20% nasconde notevoli migrazioni anche nella composizione del suo elettorato, mentre tutto intorno il panorama è terremotato.

Inoltre, le tendenze devono essere colte anche nel quadro internazionale.

Il quadriennio della presidenza Trump negli USA non è passato indolore e l’approdo di Biden alla Casa Bianca non ritrova lo smalto da potenza egemone né risolve le crisi interne.

In Europa le forze collocate all’estrema destra crescono e cessano di essere irrilevanti per la formazione dei governi, come sta accadendo in Svezia, com’è già stato in Austria, come potrebbe avvenire in Spagna. Senza dimenticare l’irrigidimento di esperimenti di democrazia illiberale, da Orban alla Polonia. O il radicamento del partito di Marine Le Pen in Francia.

La pandemia e ora la guerra che insanguina un Paese europeo esasperano fratture sociali le cui radici stanno nel modello economico dominante a livello globale, fondato sul primato dell’economia di carta. La finanziarizzazione ha veicolato la moltiplicazione e l’accentuazione delle disuguaglianze, tra aree geografiche e sociali, con un manipolo di Paperoni sempre più ricchi a fronte dell’impoverimento del ceto medio, dell’allargamento della precarietà e insicurezza del lavoro (e del reddito), mentre quote crescenti di popolazione precipitano in condizione di povertà.

Lo sgretolamento della società industriale viene sostituita da quella “società liquida”[1] il cui valore preminente è il consumo. Avere e consumare divengono le condizioni per vedersi riconosciuto un ruolo sociale, apparire è il desiderio per sfuggire all’alienazione.

Le ideologie, con la loro oggettivazione organizzativa mirata alla conquista e controllo del potere, affogano nel nuovo mantra del consumismo.

La sovrastruttura politica viene superata dall’onda dei tempi.

Qui sta il corto circuito della crisi di rappresentanza.

Valutato questo scenario, per comprendere il successo di Fratelli d’Italia (e il fallimento di quanti volevano impedirlo) occorre il coraggio dello scandalo: cambiare prospettiva per non farsi ingannare dagli occhiali del tradizionalismo.

Nel mondo sommariamente descritto – il mondo nel quale viviamo – richiamarsi a schemi ed esperienze del passato, per quanto tragiche, eroiche o gentili, non crea consenso, forse neppure attenzione, se non in cerchie ristrette.

L’andamento elettorale (in Italia e non solo) ha definitivamente chiuso il Novecento, con le sue creature storico-ideologiche: fascismo, comunismo, ma anche liberalismo e solidarismo cristiano.

La vittoria delle destre (e, tra esse, di quella apparentemente più solida e meglio organizzata) altro non è che la somma tra un elettorato schierato su quel versante e segmenti popolari in sofferenza che si oppongono ai governi dell’emergenza e dei tecnici.

In sintesi: tra opposti conservatorismi prevale quello meno ideologico e più legato agli interessi materiali diretti (a breve).

C’è del vero nell’affermazione che l’elettorato vuol “provare” chi non ha condiviso responsabilità di governo durante le recenti emergenze, nella speranza che le risolva con ricette alternative, senza chiedersi se siano realizzabili.

Dinanzi alle incertezze quotidiane, al rischio di perdere quel che si ha o di non raggiungere quel che si era sperato, la maggioranza dei votanti cerca risposte facili e immediate. Non importa se illusorie. La rabbia e la paura prevalgono sulla ragione: si vota contro (il governo e chi l’ha sostenuto), si vota per (qualcuno che sembra forte, deciso, non compromesso con la gestione precedente), o non si vota (astenendosi).

Nella psicologia individuale divorata dal rancore è più facile cercare vendetta che mobilitarsi per il riscatto.

Le stagioni politiche sono brevi, legate al successo di un leader cui si chiede la soluzione rapida dei problemi immediati.

Come osserva Giuliano Amato, in una recente intervista, non c’è più la Politica, cioè la capacità di mobilitare speranze e voglia di fare intorno a un progetto di futuro.

Mi torna alla mente la considerazione di Alessandro Baricco, in un suo brillante articolo: il mondo è guidato (ancora) da un’intelligenza del Novecento.

Concordo.

Manca una classe dirigente del XXI Secolo.

Il Duemila ci presenta una nuova complessità, confusa dietro la banalizzazione di ogni problema. Per comprenderla non servono twist e post, battute e lazzi, ma paziente – e faticosa – riflessione.

Il rifiuto della complessità produce i risultati che vediamo: non solo quello elettorale, ma pure nella dialettica sociale e nel deterioramento del civismo.

 Questo dilagante rifiuto è la sconfitta della sinistra, che della complessità coglie solo i doveri del presente (contingente) e non i semi di innovazione possibile. La sinistra (non solo italiana) non sa spiegare la complessità del Duemila perché la interpreta con le lenti del Novecento, quindi non sa leggerne natura e dimensione. Conseguentemente, è incapace di trovare una visione del governo del cambiamento come processo sociale ed economico e non come lento movimento compresso dalle presunte compatibilità.

Per questo sconfiggere il sovranismo, fermare le derive autoritarie, non verrà dalla discussione sulla rifondazione della Sinistra.

Ecco che devo fare scandalo: la Sinistra è ormai fuori dal Tempo della Storia. Superata, perché occorre trovare nuove formule adeguate al Ventunesimo Secolo, fondate su una visione della società del domani.

Restituire un ruolo alla Politica come strumento di affermazione dell’interesse generale nel rispetto dei diritti individuali è possibile soltanto ponendo al centro dei suoi obiettivi la salvezza del pianeta, che è condizione per la salvezza dell’Umanità.

Non esiste soluzione alle disuguaglianze, alla pratica dei diritti, al perseguimento della pace se non si inverte il processo di degrado dell’ecosistema che ci ospita.

L’ambientalismo non come rivendicazione politica, come bandiera ideologica, ma bensì pratica collettiva rivolta a un nuovo modello di creazione, distribuzione e utilizzo delle risorse.

Ha ragione Carlin Petrini: non bastano le politiche governative se non cambia la cultura materiale delle persone. I comportamenti individuali dovranno riorientarsi in logica di sostenibilità. Senza sacrificare il piacere: del cibo, del viaggiare, dell’arte, dello sport, della convivialità.

Ben al di là di una transizione, occorre una rivoluzione: costruita dal basso, con nuove pratiche di vita, di lavoro, di svago, di interazione; promossa e governata da istituzioni tornate credibili e autorevoli perché ancorate a una visione progettuale del futuro.

La leadership del Ventunesimo Secolo non potrà che nascere dalle generazioni dei nativi digitali, quelli che hanno i piedi nel nuovo tempo e per questo nella testa le domande e le risposte per risolvere le immani questioni che sono loro consegnate dalle generazioni precedenti (che, dobbiamo onestamente riconoscerlo, hanno fallito!).

Nuove leadership che ridefiniranno la filosofia della politica, oltre lo schema destra/sinistra, retaggio di un secolo breve ormai consegnato alla Storia.

Ripiegando sulle angosce immediate, ecco una sommaria agenda per le opposizioni (quelle parlamentari e quelle dei movimenti).

La destra che ha conquistato il governo non ha convenienza a rotture del quadro istituzionale, ha interesse a mostrarsi responsabile e legittimata a collocarsi nel quadro delle alleanze e delle relazioni geostrategiche atlantica ed europea, né intende rischiare di vedersi negare le quote di finanziamenti di fonte UE per il PNRR.

Non sono alle viste un nuovo fascismo né una nuova Costituzione antidemocratica.

I diritti civili andranno difesi, ma anche su questo terreno il nuovo governo si muoverà con prudenza sul terreno normativo, al di là degli eccessi verbali e delle iniziative estemporanee di qualche esponente locale.

I veri pericoli sono altri.

Sul piano sociale l’inasprimento delle campagne contro l’immigrazione, additata come causa dell’impoverimento della popolazione nazionale. Ne perderemo la vitalità dello scambio di esperienze e culture, quel clima cosmopolita che si respira a Milano, unica vera città metropolitana d’Italia.

Sul versante economico avremo: l’accentuazione dell’iniquità fiscale; l’accoglimento delle istanze delle corporazioni (balneari, taxisti, sindacati clientelari, ordini professionali, ecc.); l’indebolimento dei vincoli ambientali e sociali all’esercizio di impresa; la privatizzazione di servizi essenziali, come la sanità.

E, soprattutto, verranno il freno alla riconversione energetica con il recupero della produzione da fonti fossili, la difesa di produzioni ad elevato impatto ambientale.

In sintesi: il danno della stagione del governo di destra sarà un arretramento del Paese, sempre meno al passo con i tempi, chiuso in sé stesso, ancorato al passato nelle politiche economiche e sociali e nella cultura, sempre più in affanno, perdendo la straordinaria chance di modernizzazione e progresso offerta dai fondi europei e nazionali attivati dopo la grande crisi pandemica.  

Ma intanto, potrà germogliare, nell’onda spontanea dei nuovi comportamenti dei giovani e nel farsi movimento collettivo dei loro desideri e speranze, la traduzione del nuovo idealismo ambientalista e solidale in espressione politica.

Dall’ingenua e ancora frammentaria protesta dei Fridays for future, dall’illuministico tentativo dei Volt, dalle mille aggregazioni informali di chi non si sente rappresentato, qualcosa nascerà.

La speranza nella nascita di una nuova filosofia della politica non può che essere affidata alle nuove generazioni.

Toccherà ai giovani reclamare e conquistare il potere, nel nome del rifiuto della frenesia del consumo dissipatorio e della costruzione di un futuro nel quale lo sviluppo, nel rispetto della natura, veda la tecnologia come strumento guidato dall’umanesimo e la condivisione divenga la pratica che garantisce l’equità e l’espressione dei diritti.

Per farlo, dovranno dialogare con la scienza, mettere a frutto le competenze, sapendo distinguere tra obiettivi strategici, definiti dalla Politica, e gestione dei progetti a essi coerenti, rimessi al governo contingente.


[1] Nel senso inteso da Zygmunt Bauman nei suoi numerosi studi dedicati a tale tema.

Michelangelo Pistoletto: Ragazza che scappa – Museo del Novecento – Milano

Se la mia analisi è corretta, quale impegno tocca a chi, come me, non ha più l’età per partecipare alla creazione di nuovi soggetti collettivi e vive l’irrequietezza dell’insufficienza del presente?

Non credo di poter andare oltre l’analisi, in attesa che maturi la Politica per il Ventunesimo Secolo.

Posso, tuttavia, disegnare nella fantasia un futuro possibile.

Scrivo romanzi.

Accantonando, per diversa ispirazione, la mia vocazione di giallista, ne ho scritto uno quasi autobiografico, alla cui conclusione ho inserito un’appendice che riporta l’immaginario articolo di un filosofo della politica che recita, parlando della rivoluzione che i giovani potranno portare:

“Il principio di condivisione può assumere valenza generale, fino a diventare l’ideale che fonda il modello di gestione del rapporto con l’ambiente, che va preservato per vivervi bene senza distruggerlo. Altrettanto per vedere l’altro (e il diverso) come partner anziché nemico. O per stemperare la competizione (professionale, accademica, ma anche sessuale) in un esercizio di sfida leale”.

Il romanzo, per ora, non è pubblicato, ma inviato a un premio letterario di caratura nazionale.

La nuova fatica letteraria cui mi sto dedicando, che ho citato in apertura disegna mondo nel quale, poco prima della metà del secolo, il processo che auspico sia in pieno svolgimento. In questo universo parallelo il potere politico è conteso tra due opposti ambientalismi: quello mirato allo sviluppo in chiave di sostenibilità e quello orientato alla decrescita graduale come unica strada per il ripristino delle compatibilità ecologiche.

Cerco di tratteggiare, con esempi e quadri di vita, come potrebbe essere questo mondo futuro, non privo di contraddizioni e drammi, ma indirizzato sui binari della rinascita.

Un sogno?

Le invenzioni dell’intelletto hanno segnato il progresso dell’umanità.

Giorgio De Chirico: Canto d’amore – Museum of Modern Art – New York

Cosa venire a cercare?

Gli artisti sanno essere profetici. Evocativi, ma anche espressione del loro tempo.

Era il 1988. Franco Battiato, già affermato, elitario e misticamente passionale, cantava:

“Questo secolo ormai alla fine

saturo di parassiti senza dignità

mi spinge solo ad essere migliore

con più volontà.”

Siamo nel secolo seguente a quello che lui vedeva spegnersi nella tristezza, nell’ignavia, nella miope difesa di rendite di posizione.

Siamo, nel nostro Paese, all’ennesimo corto circuito tra le emergenze e l’incapacità di praticare politiche orientate al futuro.

Assistiamo, nel mondo, a una drammatica carenza di leadership, di visione, di progettualità.

Mentre la catastrofe climatica avanza e la guerra torna a insanguinare perfino l’Europa.

Resto convinto – e l’intreccio delle crisi economiche, sociali, geopolitiche, sanitarie e, in ultima analisi, culturali – che i tumultuosi eventi che hanno cambiato la faccia del mondo impongano l’adozione di nuovi paradigmi e l’elaborazione di nuove strategie di ampio respiro.

Non sarà possibile vincere le sfide senza ritorno di un pianeta che geme e rischia il tracollo ambientale e umano applicando le ricette del Ventesimo Secolo. Gli ideali che lo hanno animato sono stati travolti dal venir meno dei loro presupposti materiali e culturali.

Per questo la guida del necessario rilancio non può essere affidata a pretesi leader seduti sulle idee del passato. Che rischiano di lasciare il campo ad altri capipopolo votati all’oscurantismo, sopprimendo le libertà e i diritti civili.

Serve all’Italia (e al mondo) una rivoluzione dei modelli di produzione, di consumo, di distribuzione. Serve l’affermazione del primato dei beni comuni, dell’investimento sul futuro, della reimpostazione del rapporto tra umanità e natura in chiave di armonia e di crescita sostenibile.

La cosiddetta agenda Draghi era ed è una linea di difesa, utile ma insufficiente.

Soltanto misurando gli obiettivi sul lungo periodo possono davvero emergere le differenze tra le proposte: non promesse elettorali in gran parte illusorie, ma misure per collocare il contenimento delle emergenze in una prospettiva di economia circolare, di solidarietà comunitaria, di valorizzazione della creatività e del talento per la liberazione del valore anche esistenziale delle innovazioni nelle quali la tecnologia sia governata dai bisogni e dai tempi dell’umanità e non dall’obiettivo della massimizzazione dei profitti.  

Non vedo partiti o movimenti che tentino risposte a questa domanda “alta” di politica.

Non trovo sedi per poterne davvero discutere.

E mi domando, nella disgregazione che ha frantumato classi sociali e tradizioni politiche collettive, lasciando spazio a richiami tribali e a nostalgie di chiusura localista e particolarista, se nascerà un fulcro di raccolta dei “senza rappresentanza”. Penso a chi vive ai margini della società (e che raramente partecipa al voto), ma soprattutto ai giovani, quelli che magari vanno all’estero per trovare sbocchi occupazionali confacenti alle loro aspirazioni.

Perché l’altra mia convinzione è che, se c’è una speranza per il futuro, essa riposi sull’assunzione di protagonismo delle generazioni che sono native digitali, per le quali i confini geografici sono labili, l’incontro tra diversità è una ricchezza e non fa paura.

I giovani, per riuscire a vivere la loro vita in una condizione di continua precarietà, hanno imparato a usare senza avere, a condividere tutto (fino, scandalosamente, agli spazzolini da denti), a cambiare casa, nazione, amici, lavoro. A rispettare la natura. A puntare alle emozioni prima che al guadagno.

Confesso: non li frequento (per ragioni anagrafiche e per condizione esistenziale), li osservo, con curiosità e ammirazione. Forse esagerando le aspettative.

C’è un protagonista che ricompare in un mio racconto e in due romanzi non ancora pubblicati che da voce alle mie ottimistiche proiezioni.

Il professor Coreglio, ormai in pensione, indica nelle generazioni nate dalla metà degli anni Ottanta il serbatoio della futura classe dirigente, perché esse vivono esperienze di socializzazione e di maturazione individuale e collettiva nel pieno del secolo corrente.

Dopo aver spiegato perché le filosofie politiche del Ventesimo Secolo si sono infrante sull’incompatibilità tra consumerismo dissipatorio e limite delle risorse, sottolinea come i giovani abbiano abbandonato il mito della proprietà in favore dell’accessibilità. Il loro governo, quando finalmente arriveranno a fondarlo, si caratterizzerà intorno all’obiettivo ideale dell’armonia: tra umanità e pianeta, tra identità sessuali diverse, tra nazioni, tra sviluppo economico e benessere esistenziale, tra progresso ed equità sociale.

Pecco di eccesso di ottimismo? Esorcizzo il dramma presente sognando un’utopia?

Forse.

I versi di Battiato che citai in premessa sono parte del testo di “E ti vengo a cercare”.

Nel 1981 il maestro catanese scrisse “Povera Patria”, amara constatazione del degrado morale e materiale di questo nostro travagliato Paese.

Concludeva: “La primavera intanto tarda ad arrivare”.

Ci ha lasciato versi e musica stupendi, per goderne la bellezza, ma anche per riflettere.

Per non perdere l’orizzonte del futuro.

E oggi cosa verrei a cercare?

La primavera che ancora spero arrivi sulle ali della gioventù che saprà fare suo il mondo, salvando sé stessa, i figli che verranno e anche noi che non riusciamo a uscire dalle gabbie di vecchie ideologie e di comportamenti inconciliabili con la sopravvivenza della Terra e dell’umanità.