Quando l’anniversario risplende

Il 2023 è stato, per noi, un anno terribile. Vorrei citarlo al passato remoto, ma è ancora troppo vicino. E l’inizio di questo bisestile ha prolungato le ombre cupe di quello che l’ha preceduto.

Non abbiamo avuto spazio e quiete per festeggiare le ricorrenze, che scorrevano via mentre noi fronteggiavamo malanni e impicci.

30 gennaio, anniversario del nostro matrimonio civile: si inizia con una camminata al freddo che segue l’alba, per raggiungere il centro medico. Ci aspetta il prelievo del sangue per controlli da tempo programmati.

Non è l’auspicio migliore per un giorno che vorremmo di festa.

Passiamo l’esame e constatiamo che l’infermiera ha mano delicata.

Rincuorati, ci godiamo una bella colazione al bar, come da tanto tempo non avevamo avuto occasione.

Il cielo è terso, il sole ne è padrone e illumina il Tirreno.

C’è bonaccia, ma le onde calme mantengono la potenza tranquilla del mare.

Respiriamo aria buona.

La passeggiata di rientro è lunga e vivace.

Siamo allegri.

Di martedì tanti locali sono chiusi e andiamo alla ricerca di un posto dove festeggiare la ricorrenza.

Anche l’ultimo ristorante cui avevamo pensato ci delude, perché il suo turno di sosta cade di martedì.

Così optiamo per la miglior posizione, sebbene perplessi sulla cucina.

Sul pontile di Lido di Camaiore si sono succedute le gestioni e in passato non ci trovammo affatto bene.

Certo, immersi nel sole, proiettati sul mare che brilla d’azzurro, il luogo incanta.

Veniamo piacevolmente sorpresi anche dai piatti, gustosi e ben cucinati, serviti con discrezione e gentilezza.

Ridiamo, mangiamo, ci scambiamo gesti d’intesa.

Siamo tornati alla nostra dimensione.

Amore o ottimismo. Ritroviamo in un attimo i momenti perduti.

L’anniversario risplende ed è tutto per noi.

Ammiriamo le placide onde, guardiamo l’orizzonte. Vediamo il futuro.

È nelle nostre mani.

Di nuovo!

La felicità d’amare riamati. Nessun progetto è impossibile.

L’algoritmo ottuso tiene in ostaggio anche gli auguri

Arrivati verso Natale e fine anno, siamo tutti spinti a un bilancio: dell’anno trascorso, delle esperienze. Fino alle aspettative per il futuro.

Il desiderio di condividere riflessioni e auguri si fa più forte, dentro un clima nel quale pare che la disponibilità all’ascolto e l’anelito di fratellanza riescano a essere prevalenti, finalmente rompendo le ombre cupe dell’egoismo, della chiusura, della rabbia, dell’odio.

Per me, è un’occasione per tradurre in versi i miei pensieri, proponendoli agli amici e facendone il mio messaggio augurale per le prossime ricorrenze.

È il periodo nel quale attribuisco alla categoria dell’amicizia l’accezione più ampia.

Ci sono i pochi amici ai quali mi sento davvero legato da comuni esperienze, emozioni, sensibilità, spazi di frequentazione.

Ci sono quelli che ho incrociato nelle successive fasi della vita e dei quali conservo il ricordo delle situazioni che ci fecero riconoscere amici.

Ci sono le amicizie virtuali, più labili e remote. Quelle nate per essersi incontrati in un gruppo tematico, in commenti, nella passione condivisa per l’arte, la letteratura, i viaggi, Torino, Viareggio e la Versilia, il mare, la difesa dell’ambiente e così via. Labili ma vere. Fili sottili ma non strappati.

Ecco che mi impegno a tentare tutti i canali per raggiungere questa vasta schiera di amici.

Esauriti i Whatsapp e la mailing list, mi resta Messenger per quelli che altrimenti non saprei come raggiungere. Senonché l’applicazione è governata da criteri – detti “di sicurezza” – del tutto inadeguati alla bisogna. Dopo un numero assai parco di messaggi, mi ritrovo bloccato.

L’algoritmo che tutto sorveglia sospetta – sulla sola base della numerosità (invero minima) degli invii – che un bot si sia impadronito del mio profilo. Il blocco dura circa 24 ore, dopo di che, al rientro in funzione della chat, basta un pacchetto ancora inferiore di invii per essere nuovamente bloccato.

Così, in una rete e in social che non riesce davvero a fermare vomiti di odio e fake news, né a frenare autentici bot dagli intenti commerciali (quando va bene!) o peggiori, non potrò recapitare i miei auguri natalizi a molti dei miei contatti amicali su Facebook.

Non ci sono vie per discutere con questa tirannide digitale, per invocare ragionevolezza.

Basterebbe, come si fa per l’autenticazione a due vie, quando sia toccata la soglia di attenzione, inviare un alert e attivare una verifica sull’identità del soggetto.

Credo – ma non ne ho possibile riscontro – che le utenze business non conoscano queste limitazioni. Certamente non le hanno gli inserzionisti pubblicitari.

Ormai su FB vedo pochi amici, seguito a vedere parte dei gruppi con i quali interagisco, sono subissato di annunci promozionali, molti dei quali riecheggiano ricerche che feci nei giorni precedenti (non su FB, ma su altre piattaforme).

Non voglio qui entrare nelle polemiche sulla scomparsa della privacy. I baluardi legislativi e difesa non offrono garanzie, perché usare i canali significa comunque cedere pezzi di sé – delle proprie azioni, intenzioni, desideri – al grande fratello informatico.

Quel che mi dispiace è constatare che lo stolido guardiano ai cancelli di Messenger mi impedirà di recapitare gli auguri a persone cui vorrei destinarli.

Spero che questo articolo, nonostante tutto, per il solo fatto di andare in rete, dia maggiore visibilità ai miei auguri, che rivolgo agli amici, ma anche a tutti quelli che ne vorranno cogliere il senso.

La mia cartolina non è protetta da copyright. Chi volesse condividerla, usarla per i propri auguri, può farlo serenamente.

A.Ca.b. ritorna. A Pietrasanta

Secondo appuntamento del gruppo A.Ca.b.

Il luogo è il prestigioso Salone dell’Annunziata nel Chiostro di Sant’Agostino a Pietrasanta, nell’ambito delle iniziative promosse dalla Biblioteca comunale Giosuè Carducci.

Serata spumeggiante, con la conduzione di Chiara Bisconti, book blogger e gli autori del gruppo in buona forma.

Con disinvoltura e nel segno dell’amore per la lettura, la presentazione collettiva è corsa via leggera e densa di contenuti e spunti.

La offro nel video allegato.

La registrazione ha subito qualche intoppo tecnico: in alcune parti l’immagine assume un inquietante tono giallo e rossastro (niente di grave, si torna presto alla normalità) e c’è il salto di alcuni secondi dopo la nota introduttiva sul significato dell’acronimo che dà il nome al gruppo. Mi scuso dell’inconveniente con chi vorrà vedere lo svolgimento dell’incontro.

Perché comprare il mio libro?

L’autopromozione è un passaggio imbarazzante.

L’ultimo romanzo che hai tra le mani, con la sua concretezza, con l’immagine di copertina che sembra incrociare lo sguardo con il tuo, appena pubblicato, ti riempie di legittimo orgoglio. L’editore lo ha approvato, merita di gettarsi nella mischia del mercato.

Per te, non è una questione economica: i diritti d’autore sono infimi e soltanto vendite a 4 zeri li renderebbero fruttosi. Un livello che in Italia raggiunge appena un numero ridottissimo di libri.

Trovare lettori è un’ambizione tutta emozionale: significa entrare in rapporto con la sfera intellettiva e sentimentale di persone che ancora non conosci. Significa che l’opera della tua fantasia e del tuo ingegno è apprezzata.

Quando non si è autori professionisti – nel senso che non ci si mantiene con il mestiere dello scrittore – ogni romanzo è, prima di tutto, un’espressione del proprio sentire, un’esperienza liberatoria e coinvolgente, una fuga e un ritorno alla realtà con la mente e l’animo più leggeri. Raramente ci si preoccupa del potenziale lettore e gli sforzi di affinamento stilistico, come quelli di garantire potere evocativo alla storia, coerenza alla trama, sono una sfida con sé stessi. Un’evoluzione cercata, romanzo dopo romanzo.

Poi arriva l’editing. Il tuo romanzo è stato accettato per la pubblicazione, hai firmato il relativo contratto e l’editor ti richiama a limare, tagliare, cambiare. Il grafico ti propone una copertina, sulla quale hai poco spazio di contestazione. Sempre l’editor sceglie il tiolo, spesso dopo il rimbalzo tra quello che avevi proposto e tante diverse soluzioni.

Con un’ottica rivolta al potenziale di vendita.

Nella mia personale esperienza, l’editing si è via via alleggerito (spero in ragione di una crescente qualità dei miei lavori). Al contrario, su titolo e copertina la discussione rimane fitta e intensa.

Alla fine, metto l’ok al “si stampi”.

Il libro è pronto.

Per la promozione non posso contare sull’editore, che è piccolo e non ha tante risorse da impiegare per farla.

Mi muovo come so e come posso, creando occasioni, postando sui social.

A monte, i dubbi su quali siano i punti di interesse e di attrazione che possono lanciare il mio romanzo.

E si arriva al dunque.

Quando un simpatico e arguto book-blogger lo chiede senza fronzoli.

«Perché dovrei comprare il tuo libro?»

Chiaro, essenziale, brutale, ineludibile.

Gli sono grato: non posso sfuggire al mostrarmi quale mi sento e penso di essere, a spiegare il valore che attribuisco a quel che ho scritto.

La risposta (che vale per tutti e quattro i romanzi della serie sulle indagini del vicequestore Diomede Gabuzzi), in diretta nella presentazione collettiva del gruppo A.Ca.b. al Bagno Nettuno di Viareggio, nella registrazione del video visibile al link sottostante.

Se sia efficace, se incontri la curiosità del pubblico, se sia capace di fascino, lo capirò dagli effetti e dalle reazioni.

Perché comprare il mio libro? – YouTube

A.Ca.b: si inizia con il passo giusto

Era una scommessa. Avevamo improvvisato l’organizzazione e ancora poco ci conoscevamo. La pubblicità dell’evento non contava su altro che i nostri canali social, qualche manifesto, un po’ di passaparola.

E, per di più, s’era dovuto decidere all’ultimo di anticipare la presentazione alla domenica, visti gli annunci allarmanti del meteo per il giorno successivo.

Abbiamo accettato il rischio.

La presentazione collettiva, voluta e interpretata nel segno del valore della lettura, con lo scopo principale di alimentare l’amore per i libri, il rilancio del piacere di trarne emozioni e conoscenza, s’è fatta.

L’andamento è andato altre le nostre più ottimistiche previsioni.

Argutamente stimolati dai due book blogger Chiara (Chiaramentelibri) e Matteo (Degusti_book), abbiamo illustrato le ragioni e il significato della nascita del nostro gruppo e dell’iniziativa, illustrato i nostri libri, ritagliato brevi spazi di autopromozione, giocato con il pubblico.

Senza vanità e senza inutile modestia, siamo stati bravi. Abbiamo esposto temi, proposto sentimenti e idee rispettando i tempi e con efficacia dialogica.

La presentazione è fluita dinamica e interessante, densa e accattivante, davanti a un pubblico attento e coinvolto.

Alla fine, s’è anche venduto qualche libro. Fa sempre piacere firmare dediche e nuovi lettori che manifestano interesse a quel che s’è narrato.

L’importante, il risultato che ci esalta, è il salto di qualità nell’unità di intenti e nella comune sensibilità. Tutti ne siamo usciti sottolineandolo.

Questa prima prova possiamo ben considerarla un successo.

E siamo intenzionati a costruirne altre, a portare in giro il nostro amore per i libri, perché il gusto della scrittura nasce e si alimenta della moltiplicazione delle letture. Nonché dallo scambio con il pubblico che si realizza negli incontri come quello di domenica 27.

È doveroso ringraziare il Bagno Nettuno (e Simona in particolare) per averci ospitato e per aver creduto nella bontà della nostra proposta. Altrettanto un ringraziamento va alla libreria Mondadori di Viareggio, che ha curato la raccolta e vendita dei libri.

Con Matteo e Chiara ci siamo detti che non finisce qui. Abbiamo aperto un rapporto di gruppo dentro l’originalità dell’esperienza, che siamo certi di potere positivamente coltivare.

Tra noi cinque la certezza è condivisa: A.Ca.b. comincia a navigare e può tentare il mare aperto. Ci metteremo entusiasmo e fantasia, impegno e intelligenza.

Ho filmato l’intera serata.

La ripropongo nel mio canale youtube (qui sotto il link).

È lunga, ma niente affatto noiosa. Gli spunti sono molti e diversi, la passione li percorre dall’inizio alla fine.

Chi vorrà vederla potrà trovare molti motivi di interesse.

A.Ca.b, solidarietà d’autore

Promuovere un proprio libro, per autori pubblicati da piccole case editrici, non è davvero facile.

Per la verità, quando non si è noti, anche uscire presso un grande editore non garantisce nulla.

Si innesta un circuito perverso, nel quale c’è grande spazio per libri di personaggi popolari per ragioni extraletterarie (sportivi, influencer, divi delle TV e così via), mentre autori “puri” restano ai margini finché non acquistano (per bravura o per caso) una base di notorietà.

Inoltre, in un mercato asfittico come quello italiano – in Italia si legge davvero poco – proliferano gli scrittori autopubblicati o pubblicati da editori a pagamento.

Risultato: il 30% dei libri pubblicati non vende nemmeno una copia. Ovviamente nel circuito ufficiale, delle librerie e degli store on line, perché non sono considerate le copie acquistate dagli autori e rivendute (o regalate) ad amici e conoscenti.

Gli autori ai margini del mercato finiscono spesso per farsi concorrenza, ignorarsi, isolarsi nella caccia a un lettore in più, coltivando una malcelata superbia.

Insieme ad alcuni amici, anche in virtù della pubblicazione per una medesima editrice, abbiamo deciso di rovesciare questo paradigma. Di fare solidarietà e reciproco sostegno invece che competizione individualista.

Intendiamo promuovere congiuntamente i nostri romanzi. Non conta che siano diversi per genere e contenuto.

Abbiamo cercato un nome per la nostra piccola comunità. Un nome che simboleggiasse ciò che ci unisce.

Questo nome è A.Ca.b.

Achab (con l’acca) è uno dei personaggi più emblematici della storia della letteratura: il capitano cui Melville affidò la sfida inesauribile contro la balena bianca.

Noi, togliendo l’acca, ne abbiamo fatto un acronimo.

A sta per “anima”, perché nello scrivere ci caliamo senza riserve in ciò che sgorga dal profondo del nostro sentire.

Ca sta per “Carta”, il supporto che ha consentito il superamento della tradizione orale, rendendo riproducibile e largamente fruibile il testo scritto. Ancora oggi il profumo d’inchiostro e il fruscio delle pagine sfogliate dona il brivido romantico che scatena l’emozione del rapporto tra il lettore e l’autore. Un fascino che la modernità non riuscirà a cancellare.

b (rigorosamente minuscolo) sta per “bit”, la particella elementare dell’informazione, base della rivoluzione digitale. Quella che, per chi scrive, ha potenziato in misura esponenziale le modalità di lavoro: le correzioni, la collocazione degli appunti, il confronto tra versioni, l’incastro delle trame, fino all’editing finale, ne traggono formidabile aiuto.

Ecco rivelato il nostro “nome collettivo”

A – Anima

Quella che attraversa gli spazi del mondo e quelli interiori. La cifra emotiva che genera le nostre storie

Ca – Carta

Perché sulla carta si fermano pensieri, idee, narrazioni. Affinché possano essere condivise, godute, ricordate, strappate.

b – Bit

L’unità elementare dell’informazione, nell’universo digitale che ci spinge a usare la tastiera più che la penna per raggiungere gli altri.

Non siamo scrittori professionisti.

Ci siamo messi in gruppo per superare lo stucchevole narcisismo di chi scrive e pensa poi a vendere qualche copia in più facendo da sé e sgomitando con gli altri autori.

L’unione fa la forza, se il messaggio va oltre l’affermazione individuale.

Come, per noi, invitare a leggere, nel rispetto ed esaltazione delle diverse ispirazioni.

Con in comune la passione di scoprire quel che sgorga dal sentire senza filtri, offrendolo a chi vorrà leggerlo.

Debutteremo a fine agosto in una presentazione comune in un bagno di Viareggio, con la simpatica e stimolante partecipazione di due book blogger.

Un esperimento, ma soprattutto un paradigma di approccio alla nostra passione letteraria,

A cosa diamo la caccia, qual è la sfida, il nostro Moby Dick?

Il gusto della lettura.

Un libro apre la mente e scalda il cuore.

Gabuzzi indaga nei bassifondi del mercato dell’arte

Vivo un periodo difficile. Il 22 aprile mi ha colpito una paresi di Bell. Vissi già un’analoga pesante esperienza otto anni fa. Non è sindrome grave, ma è parzialmente invalidante e rende gravosi atti elementari della vita. La paralisi del lato destro del viso – conseguenza del crollo del nervo trigemino – ostacola la masticazione, il bere, il parlare. L’aspetto più doloroso e pericoloso è l’incapacità di chiudere completamente l’occhio. L’ammiccamento non riesce e la cornea si secca, si va avanti a continue gocce di collirio per tutto il giorno e occorre proteggere l’occhio durante il sonno. Gli occhiali da sole sono obbligatori all’aperto.

Le cure – dopo il cortisone, vitamina B, agopuntura e fisioterapia – avviano un recupero lento e faticoso.

Così, dopo quasi tre mesi, sto appena ora ricominciando a uscire.

Per chi ama leggere e scrivere, come me, la perdita di efficienza visiva è terribile.

Vorrei riversare in una sorta di diario letterario questo viaggio attraverso la notte – intitolerei così il racconto – ma non trovo le energie e la serenità oculare per farlo.

In questa personale temperie è arrivata la pubblicazione del romanzo che avevo ultimato già lo scorso anno.

La fase di editing mi è riuscita faticosa, ma mi restituito il gusto del fascino della storia, della costruzione della trama, dell’affinamento dello stile.

Narro della quarta indagine del vicequestore Diomede Gabuzzi dopo la nomina alla Questura fiorentina.

Anche questa volta dovrà affrontare una sfida di alto livello, contro nemici sfuggenti, astuti, ambiziosi, cinici fino alla crudeltà.

Il profiler sarà messo a dura prova, fino alla tragedia vissuta in prima persona.

Rischierà d’essere escluso dall’inchiesta, ma il forte legame con la sua squadra lo vedrà ancora protagonista decisivo per l’esito della caccia ai colpevoli.

Sullo sfondo il mercato dell’arte, i suoi vicoli misteriosi, l’indeterminatezza delle variabili, l’intreccio opaco tra passione per la bellezza e smania d’affari.

Rileggerlo mi ha dato motivazione nel continuare a coltivare il personaggio del mio vicequestore e del caleidoscopio di protagonisti che lo accompagnano o ne incrociano l’attività e la vita.

Spero offra emozioni e buoni stimoli anche a chi vorrà leggerlo.

Riflettendo verso Pasqua

Ogni anno, quando ricorrono date dall’alto valore simbolico, cerco di farne occasione per tradurre in pochi versi il senso che, volta per volta, vorrei condividere, al di là del calendario e dei riti.

Pasqua è celebrazione di Resurrezione, vuol rappresentare la possibilità di rinascita, che per i credenti è il riscatto del Figlio di Dio che con la sua ascesa offre la speranza a tutti i fedeli, mentre per chi non è cristiano può interpretare la possibilità di vincere le avversità, la speranza di pace e di un mondo più giusto ed equilibrato.

Quest’anno l’arrivo della Pasqua si colloca in un momento storico attraversato e turbato da correnti grige e perigliose.

Continua una guerra che credevamo assurda e destinata a rapida conclusione.

Le tempeste economiche generano ondate di panico e colpiscono duramente le condizioni di vita della maggioranza della popolazione a livello mondiale.

La divaricazione tra i pochi che accumulano immense fortune e chi vive del proprio lavoro, o neppure ne ha uno, si allargano e divengono baratro dal quale si sprigionano rabbia, frustrazioni, discredito delle istituzioni, sfiducia nella democrazia.

Il web implode, facendo da grancassa per le chiusure tribali di opposte frazioni e questo, insieme al degrado dei media, rende quasi impraticabile il confronto tra opinioni e concezioni diverse.

Si scambia la globalizzazione con il nemico dell’uguaglianza e si rinverdisce il mito del successo come metro per misurare il senso della vita di ciascuno.

La fine dell’effetto ascensore dello sviluppo – quello che garantiva a ogni generazione condizioni più favorevoli di quella che l’aveva preceduta – accende rimpianti su passate età felici che, se le analizzassimo con obiettività, tali non erano. Così alimentando il fascino del sovranismo che altro non è che rifiuto del progresso e logica dello struzzo.

Nel panorama appena sintetizzato, per me la Pasqua della rinascita dovrebbe prima d’ogni altra cosa indurre a riflettere, a valutare per ricominciare a discutere e cercare insieme soluzioni e politiche utili a salvare l’umanità ritrovando il valore della fratellanza e l’armonia con il pianeta che ci ospita. Valorizzando le differenze, senza paura delle nuove frontiere della scienza, fondando un nuovo umanesimo. Con la testa nel Ventunesimo secolo, aprendo spazio alle visioni dei giovani, che crescono coscienti di quanto sia folle dilapidare risorse per avere, nella ricorsa all’effimero che consuma il tempo e brucia il futuro.

Nasce da qui la mia poesia per questa Pasqua.

Con l’augurio che sia di serenità, riflessione, fratellanza.

Barbara Baraldi – Il fuoco dentro

Janis Joplin: un romanzo di furia e desideri perduti

Janis Joplin, per la mia generazione, è un mito. Una goccia incandescente di voce rock nell’universo del rifiuto di un mondo chiuso e bigotto, vecchio. Eravamo giovani. Anche chi, come me, non era un beatnik, sentiva in quella musica di ribellione il richiamo di cieli aperti e di libertà, il rifiuto del conformismo, un anelito di fratellanza e il diritto a vivere la fantasia.

In parallelo c’era il risveglio della politica, vissuta come movimento inteso a rovesciare la cultura, ad affermare la giustizia sociale, a cancellare segregazione, razzismo, guerra, sopraffazione dei forti sui deboli.

Nella parabola di Janis Joplin vedemmo, quando giunse alla fine, quanto era difficile affermare nella realtà quelle belle speranze, quelle utopie giovanili.

Come lei, Jimi Hendrix, Jim Morrison: tutti morti – forse per overdose, ma non è certo fosse così – nel giro di pochi mesi, tutti appena ventisettenni.

Nel 1970, da giovane studente, ricordo che il 19 settembre il quotidiano Lotta Continua uscì con la foto in bianco e nero a sovrastare questa didascalia: Jimy Hendrix. Suonava la chitarra come un Dio. Morto per overdose. Con lui i padroni hanno vinto.

Ecco: lo spirito con cui si saldava la voglia di rivoluzione e la musica dei giovani.

Vedendo annunciare il libro dedicato da Barbara Baraldi alla ribelle texana che lasciò presto la sua città, quasi fuggendo, fremetti nell’attesa. Il tema mi affascinava e conosco la bravura letteraria dell’autrice, eccelsa narratrice di thriller, capace di creare personaggi duri e disperati, prede dei loro fantasmi.

Ma una domanda accompagnò l’attesa: cosa aveva spinto una narratrice dell’oscuro ad accostarsi a una rockstar di un tempo diverso dal suo?

Resto senza risposta. La nota con cui Barbara Baraldi chiude il libro parla di una scintilla e una sfida. Ma non dice perché Janis. Salvo spiegare, a posteriori, quanto sia stata conquistata dalla vita di questa diva / perdente, lacerata tra l’ebbrezza del palco e la miseria delle relazioni, sentimentali e umane.

Con lei, dice l’autrice, è nato un senso di fratellanza, scavando orrori che sono ancora con noi: il bullismo, il disprezzo per la diversità, la grettezza, l’odio che secerne calunnie.

Così Baraldi ha raccolto tutto ciò che poteva parlarle di Janis: libri, documenti, musica, registrazioni, interviste, filmati.

Ha potuto scendere negli abissi della sua vita e sulle effimere vette del rapporto emotivo con il suo pubblico.

La penna della Baraldi sa attingere all’intensità dei momenti, alla profondità della solitudine, al desiderio autodistruttivo di scavalcare la negazione della felicità.

Con la medesima maestria letteraria dei suoi migliori thriller riesce a evocare la potenza e l’originalissima melodia di una voce inimitabile, quel canto che Janis ritmava battendo forte i piedi sui palchi e lanciando occhiate ammalianti sui musicisti che la accompagnavano, stregando il pubblico quando piegava la testa e le note sgorgavano, furenti e impastate di sentimento, dalla gola vellicata e urtata dall’alcool.

Non è un biopic.

Come rivela, Barbara Baraldi dagli elementi biografici ha ricavato un personaggio. Non era importante ricostruire una verità storica, ma far vibrare i contenuti dei desideri e delle realizzazioni che rimangono. Perché non stinge la sua musica e ancora vivono le imperfette, perdute e sognate, allegorie di ciò che credeva possibile.

Una biografia avrebbe dovuto inquadrare i fatti nella cornice storica, riflettere sui travagli di una generazione che voleva trasformare il mondo e solo in parte – certo non la palingenesi che allora pareva l’obiettivo minimo – c’è arrivato, infine disgregandosi in mille diversi ricoli.

Non è l’intento né la vocazione dell’autrice.

Il romanzo (perché così credo si debba classificare) è il racconto della dimensione di un personaggio scomodo ed emblematico.

Merita leggerlo non per riscoprire Janis – che i suoi tanti ammiratori già conoscono e tengono nel cuore – ma per attraversare con lei, nella versione che ci viene offerta, la sofferenza e l’esaltazione, i momenti di trionfo e le umiliazioni, la corsa verso la fine.

Da percorrere d’un fiato, dalla prima all’ultima pagina, con la tensione ininterrotta che è la cifra dello stile di Barbara Baraldi.

Versi che crescono a silloge – Declinazioni d’amore

Anche la mia prima silloge trova la sua prima presentazione pubblica.

Come ho risposto alle sollecitazioni di Franco Pulzone, che la introduceva, non mi sento un poeta.

I versi sono nati da emozioni del momento. Restavano lì, per me e talora per la persona cui erano dedicati. Finché decisi di raccoglierli, ordinarli, srotolare con essi la pellicola delle emozioni, i tempi dell’amore che mi attraversavano l’anima. Nacque la raccolta, vinse – con mio assoluto stupore – un importante concorso nazionale e divenne libro.

Parlarne, ripercorrere versi e pagine mi aiuta a svelare l’intelligenza del sentimento che mi spinse a cercare le parole per rendere senso e profondità di quel che provai.

Sempre subii il fascino della parola. Fare poesia – tentare, almeno, di farla – significa inseguire i fonemi che abbiano capacità di esprimere ciò che passa dentro e, insieme, diano suono al verso, nello sforzo di unire significato e bellezza.

Il dilemma semantico tra metrica e significante.

Mi sento più naturalmente un narratore.

Se e quando riesco a fare poesia continua a sembrarmi un meraviglioso travolgimento, nel quale la fantasia sfiora e illumina la realtà.

Di questo ho cercato di parlare nella presentazione a Viareggio.

Un estratto è riportato nel video cui si può accedere, sul mio canale Youtube, tramite il collegamento riportato qui sotto.