Cosa venire a cercare?

Gli artisti sanno essere profetici. Evocativi, ma anche espressione del loro tempo.

Era il 1988. Franco Battiato, già affermato, elitario e misticamente passionale, cantava:

“Questo secolo ormai alla fine

saturo di parassiti senza dignità

mi spinge solo ad essere migliore

con più volontà.”

Siamo nel secolo seguente a quello che lui vedeva spegnersi nella tristezza, nell’ignavia, nella miope difesa di rendite di posizione.

Siamo, nel nostro Paese, all’ennesimo corto circuito tra le emergenze e l’incapacità di praticare politiche orientate al futuro.

Assistiamo, nel mondo, a una drammatica carenza di leadership, di visione, di progettualità.

Mentre la catastrofe climatica avanza e la guerra torna a insanguinare perfino l’Europa.

Resto convinto – e l’intreccio delle crisi economiche, sociali, geopolitiche, sanitarie e, in ultima analisi, culturali – che i tumultuosi eventi che hanno cambiato la faccia del mondo impongano l’adozione di nuovi paradigmi e l’elaborazione di nuove strategie di ampio respiro.

Non sarà possibile vincere le sfide senza ritorno di un pianeta che geme e rischia il tracollo ambientale e umano applicando le ricette del Ventesimo Secolo. Gli ideali che lo hanno animato sono stati travolti dal venir meno dei loro presupposti materiali e culturali.

Per questo la guida del necessario rilancio non può essere affidata a pretesi leader seduti sulle idee del passato. Che rischiano di lasciare il campo ad altri capipopolo votati all’oscurantismo, sopprimendo le libertà e i diritti civili.

Serve all’Italia (e al mondo) una rivoluzione dei modelli di produzione, di consumo, di distribuzione. Serve l’affermazione del primato dei beni comuni, dell’investimento sul futuro, della reimpostazione del rapporto tra umanità e natura in chiave di armonia e di crescita sostenibile.

La cosiddetta agenda Draghi era ed è una linea di difesa, utile ma insufficiente.

Soltanto misurando gli obiettivi sul lungo periodo possono davvero emergere le differenze tra le proposte: non promesse elettorali in gran parte illusorie, ma misure per collocare il contenimento delle emergenze in una prospettiva di economia circolare, di solidarietà comunitaria, di valorizzazione della creatività e del talento per la liberazione del valore anche esistenziale delle innovazioni nelle quali la tecnologia sia governata dai bisogni e dai tempi dell’umanità e non dall’obiettivo della massimizzazione dei profitti.  

Non vedo partiti o movimenti che tentino risposte a questa domanda “alta” di politica.

Non trovo sedi per poterne davvero discutere.

E mi domando, nella disgregazione che ha frantumato classi sociali e tradizioni politiche collettive, lasciando spazio a richiami tribali e a nostalgie di chiusura localista e particolarista, se nascerà un fulcro di raccolta dei “senza rappresentanza”. Penso a chi vive ai margini della società (e che raramente partecipa al voto), ma soprattutto ai giovani, quelli che magari vanno all’estero per trovare sbocchi occupazionali confacenti alle loro aspirazioni.

Perché l’altra mia convinzione è che, se c’è una speranza per il futuro, essa riposi sull’assunzione di protagonismo delle generazioni che sono native digitali, per le quali i confini geografici sono labili, l’incontro tra diversità è una ricchezza e non fa paura.

I giovani, per riuscire a vivere la loro vita in una condizione di continua precarietà, hanno imparato a usare senza avere, a condividere tutto (fino, scandalosamente, agli spazzolini da denti), a cambiare casa, nazione, amici, lavoro. A rispettare la natura. A puntare alle emozioni prima che al guadagno.

Confesso: non li frequento (per ragioni anagrafiche e per condizione esistenziale), li osservo, con curiosità e ammirazione. Forse esagerando le aspettative.

C’è un protagonista che ricompare in un mio racconto e in due romanzi non ancora pubblicati che da voce alle mie ottimistiche proiezioni.

Il professor Coreglio, ormai in pensione, indica nelle generazioni nate dalla metà degli anni Ottanta il serbatoio della futura classe dirigente, perché esse vivono esperienze di socializzazione e di maturazione individuale e collettiva nel pieno del secolo corrente.

Dopo aver spiegato perché le filosofie politiche del Ventesimo Secolo si sono infrante sull’incompatibilità tra consumerismo dissipatorio e limite delle risorse, sottolinea come i giovani abbiano abbandonato il mito della proprietà in favore dell’accessibilità. Il loro governo, quando finalmente arriveranno a fondarlo, si caratterizzerà intorno all’obiettivo ideale dell’armonia: tra umanità e pianeta, tra identità sessuali diverse, tra nazioni, tra sviluppo economico e benessere esistenziale, tra progresso ed equità sociale.

Pecco di eccesso di ottimismo? Esorcizzo il dramma presente sognando un’utopia?

Forse.

I versi di Battiato che citai in premessa sono parte del testo di “E ti vengo a cercare”.

Nel 1981 il maestro catanese scrisse “Povera Patria”, amara constatazione del degrado morale e materiale di questo nostro travagliato Paese.

Concludeva: “La primavera intanto tarda ad arrivare”.

Ci ha lasciato versi e musica stupendi, per goderne la bellezza, ma anche per riflettere.

Per non perdere l’orizzonte del futuro.

E oggi cosa verrei a cercare?

La primavera che ancora spero arrivi sulle ali della gioventù che saprà fare suo il mondo, salvando sé stessa, i figli che verranno e anche noi che non riusciamo a uscire dalle gabbie di vecchie ideologie e di comportamenti inconciliabili con la sopravvivenza della Terra e dell’umanità.

A Nemeton The Place si parla del vicequestore Gabuzzi

C’è un nuovo luogo per eventi e incontri a Massarosa.

Poche decine di metri sopra la via Sarzanese Nord è stata attrezzata un’area verde dedicata a ospitare momenti di convivialità artistica.

Lo si deve all’impegno di appassionate organizzatrici, che hanno messo in calendario una ricca successione di appuntamenti.

Tutto questo, sotto l’insegna “Nemeton – The Place”.

L’allestimento è grazioso e piacevole, con un grande spazio vuoto al cui fondo si colloca il palco e, intorno, sedute e tavoli.

Ho avuto la fortuna d’essere invitato a collocare la presentazione del mio ultimo romanzo, “Nero come la moda”, la sera del sabato 11 giugno.

La proposta artistica era articolata: arte culinaria, letteratura, musica.

Splendida occasione, aperta dalla cassettina veg da cultura biologica dell’Agriristorante La ficaia.

Saziato l’appetito e vellicato nel gusto, mi sono dedicato alla presentazione del romanzo, con l’aiuto dell’amico Giulio Marlia, maestro di cinema con eccellente cultura letteraria.

Avendo in sottofondo buon jazz ho illustrato, rispondendo alle domande di Giulio, il senso e i contenuti della storia che ho appena pubblicato.

Era la prima uscita pubblica e la prima volta che mi cimentavo in una piccola arena nella quale la parte letteraria era appena un intermezzo.

Ho tentato di essere in sintonia con la situazione.

Potevo far meglio, essere più disinvolto, metterci maggiore empatia.

Ma è stata la base per approfondire i temi di “Nero come la moda”.

Senza fare spoiler, penso di aver centrato l’obiettivo.

Nelle prossime uscite pubbliche lascerò spazio al dialogo, terrò meno astratti i temi.

Intanto, propongo questa prima presentazione, che spero incuriosirà chi leggerà questo articolo e lo invoglierà ad accostarsi a questa nuova, complessa indagine, del vicequestore Gabuzzi. In bilico tra dilemmi giuridici, spregiudicato uso (e abuso) dell’intelligenza artificiale, metodologie d’investigazione non ortodosse.

Il popolo del mare: ritratto da Viareggio a Lisbona

Joẩo Reis: Riparando la rete [Museo della marineria – Lisbona]

La visita a Lisbona – troppo breve per farmi un’impressione autentica di questa città carica di fascino, storia e nostalgie – mi ha regalato una sorpresa e indotto qualche riflessione.

Al museo della marineria, ospitato in un’ala dell’imponente Monastero dos Jerónimos, dopo una sfilata di miniature di vascelli del periodo nel quale il Portogallo era tra i dominatori degli oceani, si arriva in una sezione dedicata a locali pittori del Novecento, con tele ispirate alla vita di mare.

Opere che non possono vantare una cifra stilistica eccelsa e, tuttavia, comunicano sentimenti di profonda umanità.

Provai una strana emozione, perché quegli stessi sentimenti, nati dal vissuto di chi sul mare trova le radici esistenziali ma altrettanto a esso chiede lavoro e sostentamento, li avevo trovati nella mia Viareggio, in alcuni quadri esposti alla Galleria di Arte Moderna e Contemporanea. Di Lorenzo Viani, ovviamente.

L’attenzione a quell’intreccio di salsedine, passione e durezza del lavoro accomuna, dunque, la pittura degli artisti che vogliono dipingere il popolo nella dimensione del rapporto con la loro terra, o, meglio, in questo caso: con il loro mare.

Navigatori, pescatori, portuali, calafatori: lo furono i viareggini nel primo Novecento come lo furono, su scala maggiore, i portoghesi.

Colori e toni, una certa ruvidezza del tratto, hanno ispirazione comune.

In quelle tele si riflettono i profumi, la pazienza, le solitudini condivise dei lavoratori del mare, in un’epoca diversa dall’attuale, quando navi e barche erano legni e non resine e metallo. Quando la misura del tempo batteva con intensità diverse.

Un mondo che più non è, ma che merita d’essere ricordato attraverso le genti che lo hanno animato.

L’arte, linguaggio universale, permette di cogliere legami che altrimenti non avrei immaginato.

Lorenzo Viani: Benedizione dei morti del mare [GAMC – Viareggio]
J. Ribeiro: Barca in pericolo [Museo della Marineria – Lisbona]
lorenzo Viani: Darsena d’inverno [GAMC – Viareggio]
Joẩo Reis: Riparando la rete [Museo della Marineria – Lisbona]

Lo stupore dei versi

C’è una soglia oltre la quale il confine tra ciò ch’è privato e la dimensione pubblica sfuma e si perde.

Nella società dell’informazione – quella in cui viviamo e che ancora resta lontana dal mutare in società della conoscenza – questa soglia è sottile e sempre più vicina. Sono i social a varcarla (con la nostra complicità più o meno volontaria o inconsapevole), ma pure la diffusione di tutti quei dispositivi e applicazioni che paiono renderci facile la vita, al prezzo di cedere parti sempre più ampie del nostro essere e sentire.

Anche le emozioni cessano di appartenere soltanto a chi le prova e alle persone con cui vengono generate e condivise.

Scrivere una poesia, per me, è sempre stato un momento racchiuso in una sfera di intimità, condiviso con chi me lo ispira o una cerchia ristretta di persone con le quali sento affinità di senso.

La decisione di iscrivere poesie a concorsi letterari fu per me quasi un gioco, un esperimento, un tentativo di comprendere se il mio stile riusciva a rendere il sentimento che avevo provato nel tessere quei versi e comunicare vibrazioni a chi nulla sapeva della loro origine. Avendo riscontri positivi, mi venne la tentazione di organizzare la mia produzione poetica. Lo feci, raccogliendo in una silloge gran parte delle poesie che, negli anni, m’erano nate nell’anima e avevo tradotto in fraseggi che volevo ritmati con grazia estetica.

In Declinazioni d’amore c’è un ordine logico e cronologico che mostra la maturazione dei miei sentimenti intorno al tema conduttore dell’amore. Quello cercato sovrapponendo l’astrattezza del concetto alla realtà delle relazioni, la maturazione nel provare a lasciarsi andare, a vivere prima che a guardarsi vivere, fino all’esplosione dell’amore passionale autentico, nell’incontro con la donna che mi ha cambiato la vita, liberando la sensibilità che era nascosta nel mio profondo, schiudendo la porta alla felicità del costruire insieme il futuro. Amore infinito, come titolo il terzo capitolo della raccolta. Infine, nella silloge si trova un’altra dimensione dell’amore: quello degli affetti familiari, delle amicizie, del rapporto con il mondo inteso come l’ambiente terracqueo e celeste.

Con grande sorpresa, ricevetti la comunicazione d’esser risultato vincitore, come primo classificato, nella categoria “Silloge inedita”, del Premio Letterario Internazionale Città di Cattolica 2022. Oltre alla targa, il concorso prevede la pubblicazione della silloge presso la casa editrice Pegasus.

Sono, ovviamente, assai soddisfatto e orgoglioso del risultato.

Ancora non ho ben compreso se e come questo inciderà sul futuro della mia vena poetica.

La poesia, per me, è il travolgimento che dall’anima sale alla mente per cercarvi le espressioni che possano fermarlo, farne un segno miliare sulla linea dell’esperienza. Attimo irripetibile la genesi, spazio creativo pressante lo sbocco. Non particolare cura della forma.

Anche così, pare le mie poesie siano apprezzate.

Ma la forma, se la destinazione della scrittura non resta intima, si allarga a una platea di lettori ignota, merita forse maggiore attenzione.

Invero, continuo a preferire coltivare la narrativa. Inventare una storia, far evolvere i personaggi, seguirli nelle loro avventure immaginate (e continuamente avvinte alle problematiche della società in cui agiscono) è divertente, formativo, intrigante.

Nella stesura di un romanzo si ritorna sul testo, si corregge, si integra, si taglia (operazione dolorosa ma necessaria, sulla quale sempre insistono gli editor e i docenti dei corsi di scrittura). Il tempo di redazione è una variabile elastica che da agio alla revisione.

La poesia è altra cosa. A distanza di tempo (anche solo di un giorno) il sapore delle parole non restituisce appieno l’eco dell’istante che le hanno fatte nascere. Correggere, levigare, abbellire il testo rischia di snaturarla.

E così, per non perdere spontaneità e profondità, la mia rinnovata e rafforzata attenzione alla forma si esaurirà nell’impegno di completamento dei versi, torniti sol fin quando il sentimento resta vivo. Altro non aggiungerebbe bellezza e stenderebbe un velo quasi raggelante sulla sostanza dell’emozione.

Resto convinto che la forza della poesia sia l’evocazione, il non detto, che affida al lettore una personale interpretazione, mediando tra ragione e sentimento.

Questo, del resto, è il filo conduttore della poesia che inserisco al termine dell’articolo, nata dopo aver confezionato la silloge e che in essa non è contenuta.

P.S.: Per chi fosse interessato, il mio commento nell’occasione della cerimonia di premiazione la sera del 9 aprile a Cattolica è, sul mio canale Youtube, al seguente link: https://youtu.be/ILNBWUBajtc

Quando l’efficienza si traduce in bellezza

(Impressioni su Milano)

A pochi passi da piazza Gae Aulenti, vicino ai grattacieli e al Bosco Verticale

Da molti anni non andavo a Milano.

Non ne avevo un ricordo positivo. E, da buon torinese, guardavo con sospetto l’atteggiamento dei milanesi, che sentivo guascone e supponente.

Poi, invece, avevo letto della riscossa della capitale economica d’Italia, degli interventi urbanistici, del recupero delle aree e dei progetti di sviluppo.

Ero incuriosito.

Finalmente la pandemia s’è allentata e ho potuto andare a verificare sul posto se e come questa città sia cambiata.

In pochi giorni l’ho percorsa nelle sue dorsali principali, ho girato il centro, raggiunto luoghi topici per misurarne spirito e realtà.

Ne ho tratto un’impressione nettamente favorevole.

Una città che funziona, che sa assumere una dimensione umana, votata all’ottimismo, capace di coltivare l’arte e la bellezza.

Diversi i fattori che determinano un’efficienza dal volto umano.

Un sistema di trasporti pubblici eccellente che consente di raggiungere ogni direttrice con rapidità e comodità, imperniato sulle linee di metropolitana che si intersecano per poter passare, senza uscire dai corridoi sotterranei, dall’una all’altra o per spostarsi sulla rete ferroviaria.

La pulizia delle strade, dei monumenti, dei palazzi. Quasi incredibile in una grande città.

Il traffico ordinato, il controllo discreto ma fermo delle forze dell’ordine nei luoghi di maggior frequenza.

La qualità dei pubblici esercizi, dove la modernità si sostanzia nella ricerca della salubrità, nella varietà e spesso originalità del cibo e delle bevande, nella snellezza e puntualità del servizio.

La dinamica delle iniziative artistiche e culturali, diffuse in tutta la città a coprire un’amplissima gamma di espressioni.

La costruzione di quartieri modernissimi con la salvaguardia di spazi a verde e di aree per passeggiare senza l’oppressione dei palazzi a incombere sopra la camminata. La nuova area intorno a piazza Gae Aulenti, in questo, è esemplare.

Ricchi di opere, ben organizzati e attivi i musei e le aree espositive.

Questo insieme di condizioni, cui si accompagna la vivacità economica – a Milano l’economia che gira si percepisce a occhio – genera comportamenti virtuosi. Le persone appaiono serene, non concitate, perfino gentili oltre ogni aspettativa.

La chiave di questo successo urbano me l’ha spiegata un ragazzo che gestisce un moderno bar affacciato sul Naviglio Grande.

In sintesi, ha sostenuto che a Milano convivono persone che arrivano da ogni parte del mondo, le esperienze si scambiano, tutti ne imparano e le differenze esaltano i talenti.

L’interculturalità come sbocco naturale e generoso della globalizzazione radicata in una disciplina urbanistica che crea la metropoli vincente, moderna e bella.

Il modernismo non viene declinato, come si rischiava anni prima, come competizione aggressiva, nel segno di tecnicismi che premiano finanza e marketing. Siamo alla fase in cui si tende a realizzare il successo senza smarrire l’umanità e i valori esistenziali.

Credo, immagino – ma un po’ m’è sembrato di vederlo nei gruppi che affollavano i viali sui navigli – che siano soprattutto i giovani a guidare questa conversione epocale. A dimostrare che sviluppo, sostenibilità e realizzazione di sé possono stare insieme, che trovare il proprio posto nel mondo non significa sgomitare e schiacciare gli altri, ma condividere conoscenza, innovazione, speranza.

Un raggio di futuro.

A farci capire che se lì è possibile, lo deve essere anche altrove.

Verso nuovi modelli di produzione, di scambio, di consumo, di vita.

LA FORZA NASCOSTA

Scienziate nella fisica e nella storia – Spettacolo teatrale

11 marzo 2022, unica data: spettacolo gratuito all’auditorium Caruso del Teatro Puccini di Torre del Lago.

Va in scena una recita drammatica, ideata da un gruppo di ricercatrici della Sezione di Torino dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e dell’Università di Torino.

Un gruppo di lavoro appassionato e coeso ha permesso di passare dalla progettazione alla realizzazione di uno spettacolo carico di contenuti, intenso e coinvolgente.

Il dramma si intitola La forza nascosta.

Sulla voce recitante di Elena Ruzza (coautrice del testo con Gabriella Bordin) e l’intervento del soprano Fé Avouglan, si snoda attraverso il racconto dell’esperienza di quattro scienziate che portarono fondamentali scoperte nella fisica, mai pienamente riconosciute per i loro meriti, talora discriminate, sempre messe in ombra dalla prevalenza supponente della superiorità maschile nel campo della ricerca scientifica.

Quattro storie che presentano scoperte nelle quattro forze della natura: gravità, elettromagnetica, debole e forte.

Si inizia con Vera Cooper Rubin, astronoma americana, cui seguono Marietta Blau, fisica nucleare austriaca, Chien-Shiung Wu, fisica nucleare cinese, Milla Baldo Ceolin, fisica delle particelle italiana: sono nomi che il pubblico non conosce, donne che affermarono la loro intelligenza e dedizione in minuziose attività di ricerca che diedero contributi essenziali allo sviluppo della conoscenza della fisica dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo. Scoperte che influiscono nella nostra vita quotidiana, essendo base di applicazioni di tecnologia avanzata. Nessuna tra esse ebbe i riconoscimenti che meritava. I loro colleghi ne utilizzarono la competenza e la puntigliosità, talora sfruttandone le idee e usurpandone il vanto. Ma esse non rinunciarono: sono parte di quell’immenso patrimonio che è la forza nascosta. Quella delle donne scienziate, che vive in parallelo alle forze nascoste della natura che governano le leggi, non ancora interamente svelate, della fisica.

Lo spettacolo è un omaggio a queste eroine discrete e straordinarie.

Sotto il profilo teatrale un allestimento povero di mezzi riesce ad avvincere gli spettatori giocando nella coreografia disegnata dallo spostamento continuo di sbarre verticali luminose, che alla fine si comporranno in una stella.

La recita di Elena Ruzza è avvolgente, punge e slancia il testo tra il melodioso racconto della vita difficile delle protagoniste e l’alto strepito dei passaggi sulle loro scoperte.

La voce della soprano è acuta, vibrante, seducente.

Il tutto accompagnato da una colonna sonora con musica che spazia dalle sinfonie del Novecento alla lirica, alternando Casta Diva a Schönberg e Ravel, interpretata al pianoforte da Diego Mingolla.

Onore al merito del collettivo che ha pensato, redatto e rappresentato questo bel dramma.

Purtroppo, si trattava di una recita unica sul territorio della Versilia, che seguiva precedenti esperienze in Piemonte e altre regioni. C’è da augurarsi che riprendano la tournée, così consentendo a chi non ha colto l’occasione dell’11 marzo di assistere a uno spettacolo che induce alla riflessione, incuriosendo sui misteri e le risposte della scienza, ma anche sulla necessità di portare una vera parità di genere nel mondo ancora in parte legato a un’ottica patriarcale della ricerca scientifica.

Perché le donne sono l’altra metà del cielo e non conosceremo mai la verità delle stelle e del cosmo (infinitamente grande), né quella dell’universo subatomico (infinitamente piccolo) senza il lavoro, l’attenzione, la perseveranza e la sensibilità delle donne.

Verso il 2022

Cercavo versi per dare senso e ottimismo alla vigilia del passaggio d’anno.

Una ricorrenza che simboleggia continuità e novità nella vita del mondo e delle persone.

Anche in questo epilogo del 2021 siamo schiacciati del perdurare della pandemia, travolti da gragnuole di parole e opinioni nelle quali certezze si sfaldano e domande si moltiplicano.

Chiediamo alla medicina di trovare finalmente la mossa vincente contro il virus, alla politica di conciliare libertà e sicurezza. Perché tutto sembra sempre troppo o troppo poco. E siamo stanchi di appelli, di divieti, di baruffe dialettiche.

Se ci fermiamo a riflettere con serenità – è difficile farlo, ma sarebbe necessario – arriviamo a comprendere che nessuno può avere risposte definitive e risolutive.

Di fronte a un nemico infido che rimane misterioso e mutevole, la difesa si sostanzia di approssimazioni successive. Tutti siamo chiamati a tenere desta l’attenzione e altrettanto a non farci risucchiare nella deriva della desolata chiusura in sé stessi.

La pandemia ci ha rubato un anno. Quanti, come me, hanno perso il senso del tempo vissuto, come esso contenesse un grande buco nel quale s’è consumata l’attesa e l’esistenza era sospesa tra rinvii e limitazioni?

Qual che non dobbiamo farci sottrarre è il gusto della vita, che si alimenta del rapporto con il mondo e gli altri.

Se l’effetto delle costrizioni, imposte dalle circostanze e dalle regole di tutela collettiva, fosse di renderci egoisti, di vedere chi sta fuori dalla cerchia dei nostri più stretti affetti come un pericolo, una presenza da evitare, sarebbe la sconfitta della civiltà.

Neppure le guerre – che la mia generazione e le seguenti, almeno nei Paesi dell’UE, non hanno subito, spesso ignorando la fortuna di questa salvezza – hanno cancellato spirito di comunità, solidarietà, voglia di riscatto e speranza di futuro.

Impariamo da chi è uscito dalla Resistenza con la forza di ricostruire il domani, di volere un futuro, di generare figli.

Oggi tutto può apparire grigio e duro, ma la storia ha scaricato sugli eredi della Terra lutti e privazioni ben maggiori.

Allora, forse, trovare pensieri insieme dolci e responsabili può essere d’aiuto a rasserenare gli animi. Ad avvicinare l’uscita dalla coltre di nubi che sta oscurando il giorno, a spingere avanti il vascello dell’umanità. Verso una stagione che fiorirà dalle gemme del sapere, del sentimento, sulla linea che unisce il cuore al cervello, la sensibilità all’intelligenza.

Oltre le brume e le acque limacciose intorbidate dalla tempesta.

Con questo spirito offro i miei versi di oggi.

Per domani. Per un lungo e fruttuoso domani.

Vincere al Premio Buonarroti

Il Premio Internazionale Michelangelo Buonarroti è un concorso che si articola sul complesso delle arti visive. Quattro sezioni interessano l’area della letteratura mentre le altre sono dedicate alla pittura, alla scultura, alla fotografia e digital art.

La sesta edizione raccoglie le opere candidate nel 2020 (anno sospeso dalla pandemia) e nel 2021.

I lavori sottoposti alla giuria, per le varie categorie, hanno superato quota 2000.

Avevo iscritto tre poesie alla sezione A (Poesie a tema libero) e il mio ultimo romanzo edito alla sezione D (Narrativa edita).

Per un autore poco conosciuto, che pubblica con piccole case editrici, privo di canali di promozione, la partecipazione a un concorso letterario è un test significativo. Vuol dire essere letto da giurati competenti, uscire dalla cerchia dei pochi amici che ti leggono per curiosità o per simpatia, provare a cimentarsi nel mare aperto. Non del “mercato”, ma della “letteratura”.

Per una poesia inedita (Un soffio dal cielo, dal largo) mi è stato attribuito un attestato di merito. Piccolo riconoscimento del mio impegno artistico.

La soddisfazione maggiore – e vera – viene, invece, dal Diploma d’onore con menzione d’encomio per il mio Delitti e ricette (Ed. Portoseguro FI) nella sezione narrativa edita.

Un premio di terzo rango, non tra i 4 vincitori o tra i 15 finalisti della categoria. Non devo, quindi, esagerarne il valore. Tuttavia, considerato l’alto numero di partecipanti e la qualità del concorso, essere tra i menzionati con onore è un buon incoraggiamento per la mia ancor fresca attività di scrittore. Vuol dire che le mie trame gialle e il mio stile non omologato alle leggi del ritmo e delle convenzioni possono trovare spazio e attenzione tra gli amanti della letteratura.

Che in Italia son troppo pochi.

Ma non bisogna arrendersi. Forse l’avvento dei social non riuscirà a far scomparire il valore dei libri nell’immaginario collettivo.

La duttile ispirazione nel male

(mostra Inferno alle Scuderie del Quirinale)

Andrea Besteghi: Dante in esilio (1865), Olio su tela
José Benlliure y Gil: La barca di Caronte (1896), Olio su tela

Fatti non foste a viver come bruti

ma per seguir virtute e conoscenza.

Francisco Bertos: La caduta degli angeli ribelli (1725-1735 ca.), marmo di Carrara

Sono i versi che Ulisse rivolge ai compagni nel canto XXVI dell’Inferno di Dante. Il sommo poeta, con questa esortazione, sottolinea quel che per lui è un imperativo per ciascun uomo (e donna), se non vogliono sprecare la loro vita terrena.

Senonché in letteratura, sia prosa o poesia, parlar di virtù rischia d’esser quasi stucchevole, mentre narrare del quotidiano muove spesso a noia. E allora ecco che più facile è carpire attenzione e pubblico se si favoleggia di losche faccende e ci si occupa di manigoldi e delle loro malefatte.

Altrettanto nell’arte pittorica o scultorea bisogna esser grandi maestri per rappresentare grazia e beatitudine, o semplicemente buoni artisti per metter in grafica o forme l’espressione di atti esecrabili.

Lo stesso Alighieri, nella sua Divina Commedia, coinvolge il lettore assai più nel cantico dell’Inferno che in quelli dedicati al Purgatorio e al Paradiso.

Non deve stupire, dunque, che, nel ricco calendario di manifestazioni per la ricorrenza dei settecento anni dalla morte del padre della nostra lingua, alle Scuderie del Quirinale sia stata allestita una mostra sui temi dell’Inferno dantesco, raccogliendo oltre duecento opere prestate da musei e collezioni di ogni parte del mondo.

Scelta senz’altro azzeccata, perché i curatori hanno preso spunto dalla varietà di opere ispirate al poema per allargare l’esposizione alle rappresentazioni del Male (e del peccato) nelle sue varie declinazioni: dalla guerra al male dell’anima, all’infernale sfruttamento del lavoro nel tempo. Quasi nulla, invece, descrive quel Male che oggi sfida il genere umano, la storia, le scelte della politica e dell’economia: la devastazione ambientale. Ma questo non fa che ribadire quanto sia in ritardo la consapevolezza collettiva sulla tragedia che incombe: neppure gli artisti ne stanno riuscendo ad anticipare e richiamare l’immanenza.

Tornando alla mostra, la sua capacità di colpire e inquietare la mente transita dal vigore del messaggio che tele, disegni e forme sanno esplodere contro l’indifferenza.

Franz von Stuck: Lucifero (1890-1891), Olio su tela

Si parte dall’interpretazione dei versi danteschi, con la vivida brutalità dei gironi infernali e delle pene cui sono condannati i loro ospiti: dalle legioni di Satana di sir Thomas Lawrence, all’Ugolino di Rodin, fino alla lotta dei dannati sotto gli occhi del poeta e della sua guida Virgilio di William Bouguereau, passando per altre visioni di supplizi e protagonisti.

Sir Thomas Lawrence: Satana schiera le sue legioni (1796-797), Olio su tela
Auguste Rodin: Ugolino e i suoi figli (giugno 1889), Fusione
William Bouguereau: Dante e Virglio (1850), Olio su tela

Si passa poi a varie incarnazioni del Male, dal Faust di Scheffer al Lucifero di Franz von Stuck (che è immagine nel manifesto della mostra), alle versioni delle tentazioni di Sant’Antonio, sino all’abominevole caos per i dannati di Hyeronimus Bosch.

Ary Sheffer: Faust nel suo studio (1848 ca.), Olio su tela
Jan Brueghel il Vecchio: Le tentazioni di Sant’Antonio Abate (1601-1625, Olio su tavola
Hyeronimus Bosch: La visione di Tundalo (1500 ca.), Tempera su tavola

Infine, ciò che maggiormente dovrebbe indurre a riflessione anche chi non è sensibile a temi mistici o religiosi, la rassegna dei peccati contro l’umanità (la guerra, l’oppressione, lo sviluppo in-sostenibile) o il Male che si impadronisce dell’anima.

Pierre Paulus: Fumi (1930), Olio su tela

Per i primi cito i fumi di Pierre Paulus, ottocentesco orrore di ciminiere ancora di tremenda attualità, o il quadro di morte della porpora di Rochegrosse, evocativo nella rovente e agghiacciante visione di ciò che accade ben prima che ne incrociamo l’evidenza.

Georges-Antoine Rochegrosse: La morte della porpora (1914 ca.), Olio su tela

Per il secondo vale più d’ogni vana frase lo sguardo perduto, disperato e assente, della pazza di Giacomo Balla.

Giacomo Balla: La pazza (1905), Olio su tela

A racchiudere nella bellezza diabolica il fascino del maligno, mi sembra efficace la discesa agli inferi di Orfeo, di Règnault, olio nel quale lira e danze confondono l’attesa delle creature luciferine dalle fauci ancora serrate. La seduzione del peccato agguanta e trascina l’artista.

Henry Règnault: Orfeo negli inferi (1865 ca.), Olio su tela