Vincere al Premio Buonarroti

Il Premio Internazionale Michelangelo Buonarroti è un concorso che si articola sul complesso delle arti visive. Quattro sezioni interessano l’area della letteratura mentre le altre sono dedicate alla pittura, alla scultura, alla fotografia e digital art.

La sesta edizione raccoglie le opere candidate nel 2020 (anno sospeso dalla pandemia) e nel 2021.

I lavori sottoposti alla giuria, per le varie categorie, hanno superato quota 2000.

Avevo iscritto tre poesie alla sezione A (Poesie a tema libero) e il mio ultimo romanzo edito alla sezione D (Narrativa edita).

Per un autore poco conosciuto, che pubblica con piccole case editrici, privo di canali di promozione, la partecipazione a un concorso letterario è un test significativo. Vuol dire essere letto da giurati competenti, uscire dalla cerchia dei pochi amici che ti leggono per curiosità o per simpatia, provare a cimentarsi nel mare aperto. Non del “mercato”, ma della “letteratura”.

Per una poesia inedita (Un soffio dal cielo, dal largo) mi è stato attribuito un attestato di merito. Piccolo riconoscimento del mio impegno artistico.

La soddisfazione maggiore – e vera – viene, invece, dal Diploma d’onore con menzione d’encomio per il mio Delitti e ricette (Ed. Portoseguro FI) nella sezione narrativa edita.

Un premio di terzo rango, non tra i 4 vincitori o tra i 15 finalisti della categoria. Non devo, quindi, esagerarne il valore. Tuttavia, considerato l’alto numero di partecipanti e la qualità del concorso, essere tra i menzionati con onore è un buon incoraggiamento per la mia ancor fresca attività di scrittore. Vuol dire che le mie trame gialle e il mio stile non omologato alle leggi del ritmo e delle convenzioni possono trovare spazio e attenzione tra gli amanti della letteratura.

Che in Italia son troppo pochi.

Ma non bisogna arrendersi. Forse l’avvento dei social non riuscirà a far scomparire il valore dei libri nell’immaginario collettivo.

La duttile ispirazione nel male

(mostra Inferno alle Scuderie del Quirinale)

Andrea Besteghi: Dante in esilio (1865), Olio su tela
José Benlliure y Gil: La barca di Caronte (1896), Olio su tela

Fatti non foste a viver come bruti

ma per seguir virtute e conoscenza.

Francisco Bertos: La caduta degli angeli ribelli (1725-1735 ca.), marmo di Carrara

Sono i versi che Ulisse rivolge ai compagni nel canto XXVI dell’Inferno di Dante. Il sommo poeta, con questa esortazione, sottolinea quel che per lui è un imperativo per ciascun uomo (e donna), se non vogliono sprecare la loro vita terrena.

Senonché in letteratura, sia prosa o poesia, parlar di virtù rischia d’esser quasi stucchevole, mentre narrare del quotidiano muove spesso a noia. E allora ecco che più facile è carpire attenzione e pubblico se si favoleggia di losche faccende e ci si occupa di manigoldi e delle loro malefatte.

Altrettanto nell’arte pittorica o scultorea bisogna esser grandi maestri per rappresentare grazia e beatitudine, o semplicemente buoni artisti per metter in grafica o forme l’espressione di atti esecrabili.

Lo stesso Alighieri, nella sua Divina Commedia, coinvolge il lettore assai più nel cantico dell’Inferno che in quelli dedicati al Purgatorio e al Paradiso.

Non deve stupire, dunque, che, nel ricco calendario di manifestazioni per la ricorrenza dei settecento anni dalla morte del padre della nostra lingua, alle Scuderie del Quirinale sia stata allestita una mostra sui temi dell’Inferno dantesco, raccogliendo oltre duecento opere prestate da musei e collezioni di ogni parte del mondo.

Scelta senz’altro azzeccata, perché i curatori hanno preso spunto dalla varietà di opere ispirate al poema per allargare l’esposizione alle rappresentazioni del Male (e del peccato) nelle sue varie declinazioni: dalla guerra al male dell’anima, all’infernale sfruttamento del lavoro nel tempo. Quasi nulla, invece, descrive quel Male che oggi sfida il genere umano, la storia, le scelte della politica e dell’economia: la devastazione ambientale. Ma questo non fa che ribadire quanto sia in ritardo la consapevolezza collettiva sulla tragedia che incombe: neppure gli artisti ne stanno riuscendo ad anticipare e richiamare l’immanenza.

Tornando alla mostra, la sua capacità di colpire e inquietare la mente transita dal vigore del messaggio che tele, disegni e forme sanno esplodere contro l’indifferenza.

Franz von Stuck: Lucifero (1890-1891), Olio su tela

Si parte dall’interpretazione dei versi danteschi, con la vivida brutalità dei gironi infernali e delle pene cui sono condannati i loro ospiti: dalle legioni di Satana di sir Thomas Lawrence, all’Ugolino di Rodin, fino alla lotta dei dannati sotto gli occhi del poeta e della sua guida Virgilio di William Bouguereau, passando per altre visioni di supplizi e protagonisti.

Sir Thomas Lawrence: Satana schiera le sue legioni (1796-797), Olio su tela
Auguste Rodin: Ugolino e i suoi figli (giugno 1889), Fusione
William Bouguereau: Dante e Virglio (1850), Olio su tela

Si passa poi a varie incarnazioni del Male, dal Faust di Scheffer al Lucifero di Franz von Stuck (che è immagine nel manifesto della mostra), alle versioni delle tentazioni di Sant’Antonio, sino all’abominevole caos per i dannati di Hyeronimus Bosch.

Ary Sheffer: Faust nel suo studio (1848 ca.), Olio su tela
Jan Brueghel il Vecchio: Le tentazioni di Sant’Antonio Abate (1601-1625, Olio su tavola
Hyeronimus Bosch: La visione di Tundalo (1500 ca.), Tempera su tavola

Infine, ciò che maggiormente dovrebbe indurre a riflessione anche chi non è sensibile a temi mistici o religiosi, la rassegna dei peccati contro l’umanità (la guerra, l’oppressione, lo sviluppo in-sostenibile) o il Male che si impadronisce dell’anima.

Pierre Paulus: Fumi (1930), Olio su tela

Per i primi cito i fumi di Pierre Paulus, ottocentesco orrore di ciminiere ancora di tremenda attualità, o il quadro di morte della porpora di Rochegrosse, evocativo nella rovente e agghiacciante visione di ciò che accade ben prima che ne incrociamo l’evidenza.

Georges-Antoine Rochegrosse: La morte della porpora (1914 ca.), Olio su tela

Per il secondo vale più d’ogni vana frase lo sguardo perduto, disperato e assente, della pazza di Giacomo Balla.

Giacomo Balla: La pazza (1905), Olio su tela

A racchiudere nella bellezza diabolica il fascino del maligno, mi sembra efficace la discesa agli inferi di Orfeo, di Règnault, olio nel quale lira e danze confondono l’attesa delle creature luciferine dalle fauci ancora serrate. La seduzione del peccato agguanta e trascina l’artista.

Henry Règnault: Orfeo negli inferi (1865 ca.), Olio su tela

Transizione ecologica: le spine della rosa

La corsa alle energie rinnovabili sta tumultuosamente coinvolgendo sempre nuovi protagonisti. Gli impegni dei governi a contenere il surriscaldamento del pianeta sembrano trovare nella riconversione dai combustibili fossili al Green Power uno dei principali, se non quello fondamentale, tra gli obiettivi praticati.

È ormai convinzione generale che ciò porterà una nuova fase di sviluppo, creando posti di lavoro in misura maggiore di quelli che saranno abbandonati e profitti ancor più appetitosi di quelli declinanti. Le risorse finanziarie impiegate sono enormi, i grandi investitori mondiali sgomitano per partecipare alle industrie emergenti dell’eolico, dell’idroelettrico avanzato, del solare.

I piani di progressione del cambiamento sono studiati per bilanciare relativa rapidità e gradualità di passaggio (orizzonti 2030 e 2050).

Tutto bene? Finalmente politica ed economia pongono il progresso sui binari della sostenibilità?

Non è proprio così: luccica, ma non è oro.

Partiamo da una domanda: quanta energia occorre per produrre energia? Nel calcolo, per essere coerenti con principi di sostenibilità, bisogna metterci tutto: input di materie prime, lavorazioni, distribuzione (perché si tratta di portarla dove sarà utilizzata), gestione degli scarti.

A esempio, immettere un barile di petrolio nell’estrazione di petrolio permette la produzione di trentacinque barili dello stesso combustibile. Assai meno dei cento di un secolo fa.

Analogo calcolo per l’energia eolica deve comprendere la produzione delle pale; per quella solare la produzione dei pannelli, per entrambe quella degli accumulatori. Lo stesso per le altre fonti (idroelettrico, geotermico, ecc.). E qui il quadro si vela di nubi. I nuovi macchinari esigono rilevante impiego di minerali di difficile estrazione e sintesi: i minerali rari e le cosiddette “terre rare”. Queste ultime sono disperse e diffuse in natura e sempre legate ad altri elementi. Renderle disponibili all’uso industriale implica lavorazioni onerose e altamente inquinanti. L’input energetico delle operazioni (compreso il trasporto dai siti di estrazione a quelli di raffinazione, alle industrie di produzione degli impianti) è elevato. Se si aggiunge l’enorme problema della gestione dei rifiuti che ne derivano, il saldo ambientale rischia di essere negativo. Cioè una modesta diminuzione delle emissioni di CO2 si accompagna a distruzione di ecosistemi locali nei quali sono abbandonati i rifiuti minerari e drammaticamente (e quasi irreversibilmente) riversate le acque di scarto, spesso radioattive e sempre chimicamente letali.

Nei Paesi avanzati tutto questo non si vede, giacché i disastri ambientali sono delocalizzati nelle aree più povere e meno avanzate (e in Cina, che ha deliberatamente scelto di farsene carico, pagandone il prezzo umano e territoriale, per controllare risorse preziose, delicate e rare)

Altro caso di riconversione è quello verso le automobili elettriche. Vari studi comparativi (anch’essi comprensivi dei costi di produzione oltre a quelli di esercizio) dimostrano che una vettura a trazione elettrica, nel suo ciclo di vita, genera un impatto di CO2 pari a tre quarti di una alimentata a diesel. Questo relativo abbattimento di gas serra sconta, tuttavia, il problema dello smaltimento delle batterie, che non sono riciclabili e, per la loro composizione, sono fortemente nocive.

La riconversione ecologica necessita della diffusione delle tecnologie digitali. Esse, oltre a garantire l’industrializzazione di molti processi, stanno a base dell’esplosione dell’innovazione che ha investito anche i consumi di massa: televisori, smartphone, tablet, PC, domotica, ma anche equipaggiamento di vetture, elettrodomestici. Ormai chip e telematica sono in ogni angolo delle nostre case e segnano il ritmo delle nostre vite.

Le tecnologie digitali, per funzionare, impiegano magneti e altri particolari (sempre più miniaturizzati e leggeri) che, a loro volta, hanno quali elementi essenziali terre e minerali rari.

E, nuovamente, incrementano la domanda di materie prime ad alto costo ambientale per creare componenti con infimo grado di riciclabilità.

Ulteriore preoccupazione deriva dal largo consumo di acqua nelle produzioni che separano e sintetizzano le terre rare. Se già ora l’accesso all’acqua rischia di scatenare conflitti cruenti in Africa, lo smodato impiego di acqua nei processi industriali minaccia di rendere l’acqua potabile un bene scarso a livello globale.

Queste constatazioni fanno sorgere il dubbio che la magnificata riconversione ecologica sia una strategia volta a generare nuovi mercati e nuove occasioni di business senza davvero risolvere il degrado ambientale, contenendolo su un lato per riproporlo (magari differendone gli effetti) su altri.

Perché non esistono pasti gratis e neppure rose senza spine.

L’evidenza delle contraddizioni impone di ricalibrare le misure per una riconversione ecologica che raggiunga i suoi obiettivi in termini olistici, guadagnando risanamento su tutti i piani interessati.

Di fronte ai paventati rischi che la nuova fase di sviluppo sia strozzata dalla penuria di risorse primarie (minerali più o meno rari, acqua, sufficienza di energia), vale l’ironia di Christian Thomas, un esperto francese: Non abbiamo problemi di materia; abbiamo solo problemi di materia grigia.

Occorre cambiare visione strategica, trasformando la consapevolezza della drammatica complessità delle sfide per il futuro in comportamenti che mettano fine al consumo dissipatorio.

Per scongiurare i pericoli di una riconversione che apra nuovi fronti di degrado, le scelte tecnologiche debbono essere guidate da una visione umanistica proiettata sul lungo periodo, mettendo insieme economicità, praticabilità e autentica sostenibilità.

La progettazione delle innovazioni dovrà garantire risparmio di risorse e bassa intensità di contaminazione ambientale.

Ciò significa – ed è una decisione che spetta alla politica, contro le logiche di profitto legate allo sviluppo quantitativo – bandire l’obsolescenza programmata dei beni di consumo.

Poi è fondamentale investire in ricerca e sviluppo per prodotti e processi che privilegiano riduzione dell’impiego di risorse e riciclabilità, perché all’energia rinnovabile va abbinata la riproducibilità delle materie prime (difendendo la biodiversità: la natura, non è solo fauna e flora, ma anche oceani e fiumi, montagne, pietre, ghiacciai…).

La ricerca può non essere immediatamente capace di trovare risposte, ma è uno strumento imprescindibile per elaborarle.

Vero che bisogna agire subito, che le tecnologie ora disponibili vanno attivate. Ma uno scatto in avanti sui nuovi materiali, sull’efficientamento delle reti produttive e distributive è possibile, se le migliori intelligenze saranno sostenute da adeguati investimenti.

La pandemia ha indotto a sintetizzare efficaci vaccini in tempi più che dimezzati rispetto alla tradizione. Salvare l’ambiente, il pianeta, il futuro dei nostri figli non è meno importante.

La transizione non può essere guidata dalle logiche del profitto rapido e massimo. È in ballo la sopravvivenza del genere umano. L’attenzione e la mobilitazione dei cittadini possono e devono rendere vincenti politiche orientate all’autenticità di una montante cultura materiale della sostenibilità.

Per chiudere con una brillante massima di Albert Einstein: Non si può risolvere un problema con lo stesso modo di pensare che l’ha generato.

La scienza è arma vincente quando è governata dall’etica.

Delitti e ricette: Presentazione con divagazioni

Ogni volta è diversa.

Quando si presenta un libro il taglio della discussione e degli approfondimenti dipende da molti fattori.

Se si va “a ruota libera”, senza alcun accordo precedente, come sempre preferisco, possono emergere temi e punti di osservazione nuovi, che aprono a spunti legati non solo al romanzo in sé, ma pure alle fonti di ispirazione, al legame tra lo scrivere e l’esperienza dell’autore.

O si può meglio descrivere il protagonista, con particolari che nella trama non compaiono ma ne sono presupposti o corollari decisivi per caratterizzarlo (e, forse, per meglio comprendere i suoi comportamenti nei singoli episodi della narrazione).

Così è accaduto al Bagno Pietrasanta.

In un breve, ma intenso, dialogo, con Gianni Fratini, che ospitava l’incontro, ho avuto l’occasione di “divagare”, offrendo curiosità e dettagli oltre la storia di “Delitti e ricette”.

Per questo credo possa essere interessante ascoltare la presentazione.

L’alba oltre le nuvole al tramonto

Pietrasanta. Sera dell’anniversario della nascita di Giosuè Carducci. Nella cerimonia, tra balletti, canzoni, letture dal premio Nobel cui è dedicata, prima delle nomine ufficiali dei poeti vincitori, siamo chiamati a recitare i nostri armi amatoriali, prescelti come vincitori della sezione “fuori concorso”.

L’emozione era quella che immaginavo. Riuscii a concentrami sul senso della poesia che dovevo presentare al pubblico davanti al Duomo di Pietrasanta.

Sede prestigiosa e suggestiva, luci ammiccanti, Benedetta Biagini (sedici anni appena, ma carattere e talento spiccati) seduta sugli scalini ad accompagnare i versi con il suo ukulele.

Non si è mai del tutto soddisfatti di sé quando ci si esibisce in pubblico. Sempre è possibile far meglio. Riascoltandomi nella registrazione pareva che la voce uscisse un poco gracchiante. Forse è il riverbero dell’acustica nell’apparato di registrazione. Spero sia così.

Credo, tuttavia, d’aver trasmesso il sentimento che vibra nella mia poesia.

Conserverò con tenerezza la pergamena del premio.

Mi spingerà a esser meno ritroso nel tradurre le sensazioni in versi liberi.

Quando l’ispirazione verrà.

.

L’alba oltre le nuvole al tramonto

Nel tramonto

puoi vedere il crepuscolo

o l’epifania dell’alba.

Quando il bisogno di luce

muove alla ricerca del sole

il mondo rinasce.

Se il rosso nel cielo

sarà alba o tramonto

e non rabbia negli occhi;

se azzurro sarà mare

e celeste il risveglio;

se i sogni cacceranno l’incubo,

se il cuore riconoscerà il coraggio,

se prenderemo insieme la strada,

non cedendo alla paura,

non precipitando nella vertigine dell’egoismo,

allora troveremo l’orizzonte del domani.

Imparando dagli errori,

mettendo a frutto competenze e talenti,

ritrovando l’armonia

tra l’umano e il mondo che lo ospita.

Ognuno per la propria parte,

prendendo il respiro nel vento,

con il senso della storia,

per l’innocenza dei bambini.

E saranno sorrisi,

mani nelle mani,

un diluvio di abbracci.

Poesia cos’è (per me)

Il grande Faber, per sfuggire alla selezione tra poeti e cretini (cioè le due categorie che, secondo Benedetto Croce, continuano a scrivere poesie dopo aver raggiunto i diciott’anni) disse d’essersi rifugiato nella canzone, che è arte “altra”.

Se perfino un cantore raffinato e profondo come Fabrizio De André temeva d’essere classificato poeta (e gli strali che gli sarebbero venuti da chi rifiutava di qualificarlo tale) si può comprendere come io abbia, per pudore, tenuto per me e per i destinatari i miei pochi versi liberi.

Mia moglie Anna, l’unica che ha letto tutte le mie rare composizioni in versi, mi spingeva, invece, a osare renderli pubblici.

La mia passione per la scrittura sempre si è espressa nella prosa. Creare un romanzo è un’esperienza esaltante, nella quale il piacere supera di gran lunga la fatica. Inventare una storia, delineare personaggi, sviluppare situazioni coerenti e concatenate coinvolge e libera pensieri ed esperienze. Ancor più, spinge a studiare: situazioni, concetti, discipline e tecniche che mi sono poco consuete ma improvvisamente sono necessarie a dare slancio alla narrazione inducono ad approfondire, a documentarsi, a nuove conoscenze. Cioè: arricchiscono.

Accade, tuttavia, che un’intensa emozione prenda l’anima e trafigga la mente. Un travolgimento che genera frasi ed evoca immagini. Avendo amore per l’espressione verbale l’attimo è un lampo che precipita in versi. Così nascono le mie poche poesie, da un’irresistibile ispirazione che pretende d’essere declinata in parole vibranti.

Alla fine, ho ceduto. Ho spedito una poesia a una rubrica giornalistica… ed è stata pubblicata.

Poi ho iscritto poesie a concorsi letterari.

Inattesi, sono giunti, l’uno appresso l’altro, due responsi davvero lusinghieri.

Prima l’essere finalista alla sezione poesia del Premio Letterario Nazionale Città di Livorno. Alla Fortezza Vecchia della città labronica, la sera del 17 luglio, la mia poesia, come quelle degli altri 19 finalisti, è stata letta da un attore professionista. Non fui vincitore, perché tre soli autori tali vennero proclamati tra i 23 finalisti, ma resta la soddisfazione e il tremore d’essere sul palco a sentir recitare la mia poesia.

Subito dopo, ricevetti l’annuncio di essere tra i vincitori della sezione riservata ai poeti amatoriali nella 65^ edizione del Premio Carducci. Così, la sera del 27 luglio, data fissata in quanto anniversario della nascita del poeta cui il concorso è dedicato, sarò chiamato a leggere la mia poesia, accompagnato da sottofondo musicale, sulla piazza del Duomo di Pietrasanta. Fantastica suggestione.

Non sopravvaluto il significato di queste due premiazioni. Resto legato alla mia dimensione di narratore di storie in prosa, a prevalente tema giallo. Mi concederò, quando il vento dell’intensità taglierà il sentimento, qualche divagazione in versi, senza pretesa di assecondare metriche classiche o non convenzionali.

Spero, così di non rientrare tra i cretini, seppure non mi consideri un poeta.

Chi ti ama (di Giorgio Peruzio), finalista al Premio Letterario Nazione Città di Livorno (2021)

Delitti e ricette – La presentazione a due passi dal mare

Ospite del Bagno Marusca, a Lido di Camaiore, a fianco dell’elegante pontile da cui si possono ammirare le onde bianche e spumeggianti del mare versiliese, nell’ambito del ciclo organizzato dall’Associazione Medusa, nella serata di venerdì 17/7 ho presentato il mio nuovo romanzo.

A discuterne con me, con analisi stimolante e approfondita, con domande e spunti puntuali, pertinenti e talora garbatamente provocanti, il giornalista Umberto Guidi, che si è cimentato nel commento dell’indagine del vicequestore Gabuzzi, con la professionalità di un lungo mestiere e l’affettuosa stima che ci lega.

Ogni volta che ci si confronta con lettori attenti, che divengono preziosi critici, si scopre qualcosa della propria opera. Aspetti e situazioni che emergono al di là e oltre l’intenzione dell’autore. Specie nel legare l’ispirazione delle storie alla propria esperienza biografica.

Sviluppare tale dialogo è bello e arricchisce.

Come l’emozione si sposa al sentimento e all’intelligenza del cuore nel cogliere la partecipazione del pubblico che ascolta e tenta di conoscere le sensibilità dell’autore.

Momenti per me assai positivi, raccolti nel video che riproduce gran parte dell’incontro.

Nugae – L’ironia e il sentimento di Armando Mancini

L’altra sera la prima presentazione al bagno Marusca, organizzata dall’Associazione Medusa, era dedicata a una raccolta di poesie in vernacolo.

L’autore, Armando Mancini, è un personaggio di spicco a Viareggio. Medico da sempre, figlio dell’eroico Raffaello, palombaro dell’Artiglio.

Lo conobbi qualche tempo fa e fu lui a introdurmi nell’associazione culturale della quale sono divenuto uno degli animatori. Un incontro fortunato e posso dirmi davvero lieto dell’amicizia che ora mi manifesta.

I suoi novantadue anni sono l’esempio di quel che tutti vorremmo per la nostra vecchiaia: lucidità, salute di ferro, intelligenza e arguzia con cui guardare serenamente al mondo.

Il meglio della viaregginità, nei valori dell’amore e dell’amicizia espressi con naturalezza e forza.

Ama scrivere, Armando.

Privilegia la narrazione biografica e storica e ne ha ben donde, per la ricchezza delle esperienze che ha accumulato. Sul lato creativo, inventa storie a sfondo giallo, con pennellate di rosa.

Come tutti quelli che tanto scrivono in prosa, anche per Armando talora l’ispirazione e le emozioni scendono in versi e diventano poesia.

Poesie che era ritroso a pubblicare. Vi fu quasi costretto dalla pressione dell’amico Manrico Testi, valente critico letterario, che le aveva lette.

Così è uscito questo Nugae, che già nel titolo (tradotto dal latino vale “sciocchezze”) riassume un approccio insieme ironico e riluttante, come Armando non si riconoscesse poeta.

La lettura davanti a un pubblico, certo radicato in Versilia e legato all’autore da reciproca conoscenza, ma altrettanto attento alla cultura e alla storia, ha dimostrato invece che le poesie di Armando Mancini sono “delizie”, come le ha aggettivate Manrico Testi.

La serata, oltre al gusto di apprezzare il vernacolo ironico, pungente e vibrante dell’autore è stata dolce e intensa per il clima che vi s’è respirato.

Non solo e non tanto l’aria che dal mare a pochi passi saliva a corroborare i polmoni.

Per il sentimento d’affetto che univa, palesemente, Armando e Manrico, culminato nella lettura, alla fine, della poesiola che il primo dedicò al secondo per i suoi ottant’anni. E per il canto d’amore che percorre il poetare di Armando, con le note alte per la moglie e i nipoti.

Davvero fantastico esserne parte.

Per questo ho messo insieme i frammenti registrati senza perizia con un telefonino, cercando di rendere in un montaggio video il senso e le perle dell’incontro. Per offrirle a chi vorrà riviverle e per proporle a chi vuol coglierne autenticità, arte, intelligenza e sentimento: gli ingredienti della cultura.

Delitti e ricette – presentazione con intervista

A Firenze, il 9/6/2021, il mio terzo romanzo è stato presentato e lanciato. La ristrettezza dei tempi impedì di tratteggiare gli elementi di rilievo nel libro.

Per questo, riporto integralmente l’intervista che si svolse solo parzialmente.

Domanda. Di cosa parla il tuo romanzo?

Tutto parte da un efferato omicidio in un ristorante di tendenza in riva al mare, a Viareggio.

La comunità locale è scossa, viene chiamato a guidare le indagini il vicequestore Gabuzzi, capo della squadra scientifica investigativa di Firenze.

Le indagini saranno difficili, perché l’apparente natura passionale contrasta con l’accuratezza delle modalità dell’assassinio.

Così, addentrandosi nella realtà locale, verranno a galla più ampie trame che si intrecciano con il delitto originario.

La soluzione arriverà dopo articolate investigazioni, introducendo personaggi, gruppi, situazioni spesso inaspettate.

Domanda. Il tuo è un giallo. C’è un tema a ispirarlo?

La consapevolezza della complessità.

A situazioni complesse non esistono risposte facili.

Viviamo in tempi nei quali tutto è divorato dalla fretta, ogni esperienza brucia in attimi fugaci, facendo ripartire alla ricerca di altre sensazioni, possibilmente forti. Ma la realtà è multiforme. Cogliere le sfumature è necessario per capire. Dobbiamo recuperare la ricerca della profondità, il tempo della riflessione.

L’arte della profilazione è questo. Un’arte forse più che una scienza, certo non una scienza esatta. Di chi non si accontenta di risposte banali. Di chi si inquieta delle contraddizioni e non cerca scorciatoie. La carriera investigativa di Gabuzzi si snoda tra pressione dei magistrati inquirenti e colleghi che vogliono soluzioni lineari. Diomede Gabuzzi arriva a risolvere i casi prendendosi rischi, valorizzando coincidenze e input non convenzionali, affrontando depistaggi. Soprattutto: analizzando gli intrecci che, non per caso, vedono i delitti su cui indaga come fili di trame più ampie. Un poliziotto scomodo e brillante, che sa conquistarsi spazio d’azione e ha il coraggio d’andare controcorrente. Con un’attenzione alla dimensione umana che lo rende al tempo stesso fragile e saldo.

Domanda. Parlaci, allora, del protagonista

Diomede Gabuzzi è il mio investigatore. Di lui ho già pubblicato due indagini, questa è la terza. Molte altre lo impegneranno. Alcune già scritte, in attesa di pubblicazione, altre, anche degli anni giovanili, di cui ho pronte idee ed appunti.

Modenese, degli emiliani ha la concretezza e l’ottimismo. Ha una vita sentimentale resa difficile dalla timidezza che in gioventù gli precluse avventure sentimentali e che, nella maturità, gli fa apprezzare soltanto relazioni intense e profonde. A Viareggio troverà l’amore.

Ha un grande senso dell’amicizia, che lo porta a selezionare i rapporti.

Valorizza il lavoro di squadra.

Ha mentalità aperta e sa battersi per difendere le sue idee.

Ha sviluppato le capacità di profiler e, a Firenze, dove giunse con la nomina a vicequestore aggiunto, è stato incaricato di formare e guidare la Squadra Scientifica Investigativa, una struttura agile che utilizza tecniche di indagine avanzate e talora non ortodosse. Per lui la ricerca del movente è la chiave dei delitti, ma non disdegna di valutare dettagli e particolari apparentemente casuali.

Domanda. Qual è il tuo stile?

Molto personale. Non ricalco modelli. Soprattutto non mi piace obbedire a schemi che privilegiano il ritmo e introducono colpi di scena a cadenze fisse.

Descrivo situazioni con l’esplosione dei particolari, quasi fossero scene cinematografiche. Non videoclip, rifuggo la frenesia. Porto il lettore dentro il quadro, gli faccio vedere gli attori nell’aspetto, nei gesti, oltre che nel dialogo. E poi aggiungo l’approfondimento psicologico, i pensieri e i dilemmi dei protagonisti.

I miei sono gialli di ricerca del senso delle vicende. Non sfido il lettore a snidare il colpevole, ma lo conduco alla costruzione dell’indagine, all’analisi degli indizi, all’esame dei dubbi, allo scandaglio delle motivazioni dei comportamenti.

Lo sviluppo della narrazione è un crescendo. Una storia che inizia minuta acquista sempre nuovi elementi, introduce nuovi attori. Rileggendolo, mi sono accorto che l’andamento di Delitti e ricette ricorda il bolero.

Le mie storie sono viaggi di scoperta e di continuo rilancio dello sguardo oltre l’orizzonte. Dove l’epilogo è l’introduzione a nuove domande, alla possibilità di una nuova storia.

E poi posso vantare la coerenza nello sviluppo della storia. Nonostante un vivace intreccio di vicende, non ci sono sbavature.

Domanda. Colpisce, nel tuo romanzo, l’originalità dei nomi propri. Perché questi strani nomi?

È un mio vezzo, ma non soltanto questo.

Scelgo nomi poco comuni per due ragioni.

Da un lato per incuriosire il lettore e perché, se la storia lo intriga, possa ricordare il protagonista: Diomede non si confonde con nomi più consueti.

Dall’altro perché i nomi hanno un potere evocativo. Li cerco più nella mitologia che nelle icone moderne. Questo consente di inserire riferimenti che arricchiscono la narrazione. Come, in Delitti e ricette, l’incontro tra Glauco e Diomede, che riecheggia un canto dell’Eneide.

Inoltre, mi diverte scoprire nomi (reali) che non conoscevo. Nel romanzo che presento ho fatto di più, inventando due nomi che sono la fusione di altri: Ludomino e Frangelsa

Domanda. Nel romanzo introduci una figura ambigua: Sara Sirarella. Qual è il suo ruolo?

È uno dei personaggi più eclettici e interessanti tra quelli incontrati da Gabuzzi.

Giovane imprenditrice napoletana, è fuggita dal padre camorrista.

Intelligente, carina e vezzosa, intraprendente.

Sa molte cose, anche sulle iniziative della malavita in Versilia.

Propone una sorta di alleanza a Gabuzzi, ma i suoi veri fini restano misteriosi.

Collaboratore occulto delle forze dell’ordine o, a sua volta, colpevole di reati ben nascosti?

Il rifugio che ha costruito sotto il suo pub contiene segreti, rivelatori di vizi insospettabili e parziali risposte.

Enigmi insinuati tra le occulte trame delle gang locali.

Domanda.  Tutto si svolge in Versilia. Quanto conta lo sfondo ambientale per te?

Ho scritto questo romanzo anche come atto d’amore per Viareggio, la città che ho scelto per vivere una vita buona. Viareggio è stupenda, anche se non manca di contraddizioni. La Versilia, che la comprende, offre visioni e situazioni d’incanto.

Le inquadrature che descrivo sono traduzioni della mia esperienza diretta. Fanno parte della storia, perché tutte le storie rispecchiano la sensibilità dell’autore.

Delitti e ricette – Ed. Portoseguro FI – giugno 2021

Per l’acquisto:

è possibile richiederlo in libreria, dove potrà pervenire dopo qualche giorno. Valorizzare le librerie è importante: sono un presidio della cultura nel Paese.

Per chi preferisce il canale on line:

sul sito dell’editore al link: Delitti e ricette – Porto Seguro Editore

oppure nei grandi store on line:

Delitti e ricette – Giorgio Peruzio – Libro – PSEditore – | IBS

Delitti e ricette: Amazon.it: Peruzio, Giorgio: Libri

Libro Delitti e ricette – Peruzio Giorgio – PSEditore | LaFeltrinelli

Delitti e ricette – Giorgio Peruzio Libro – Libraccio.it

Delitti e ricette – Giorgio Peruzio – Libro – Mondadori Store