La città intenzionale

Ripropongo l’intervista all’architetto Stefano Boeri. Vi ritrovo elementi di riflessione e progettualità che mi fanno sperare in un domani di progresso in chiave umanistica. Che questo clima culturale si respiri e si affermi a Milano, l’unica città del Paese che mostra oggi i tratti della metropoli europea, non è casuale.
Nelle risposte dell’architetto Boeri si trova una visione lucida che unisce sentimento e ragione. Ad architetti e urbanisti che progettano il futuro delle città come visione intenzionale dell’ambiente per lo sviluppo sociale (che include e si alimenta di quello culturale e scientifico, fondamenti di quello economico) forse si dovrebbe prestare maggiore attenzione.
Splendidamente efficace la distinzione tra nostalgia e memoria, dove la prima è paralisi del divenire progressivo e la seconda radice di un futuro che sa trarne ispirazione e slancio.
Questa descrizione della Milano moderna che sta crescendo armoniosa e capace di tenere salde le sue radici storiche e paesaggistiche fa venire voglia di andare a vederla, dimenticando la Milano austera e triste dell’industrialismo e quella “da bere” improntata all’edonismo.

Intervista Stefano Boeri su Repubblica 7/10/2017

“Milano ce l’ha fatta, è vero, ma ora corre due grandi pericoli: l’arroganza e la nostalgia. Il salone del libro è la dimostrazione che Milano, quando si compiace troppo, diventa arrogante”.
E la nostalgia? “Proprio adesso che finalmente stiamo assaggiando il futuro, progettiamo il rimpianto: giustamente vogliamo sfruttare l’acqua, ma sogniamo quella delle vecchie cartoline, non l’acqua e il verde che ci possano fornire energia e aria pulita, ma il ritorno a una Milano premoderna con la riapertura totale dei Navigli. E l’audacia diventa surreale: una spiaggia a piazza Cavour, le gondole per andare alla Statale. Al fondo c’è l’idea che Milano possa prendersi tutto: rubare il salone a Torino, ‘O sole mio a Napoli, la laguna a Venezia”.

Milano sta tornando a dividersi. Sono due le parole del suo futuro: acqua e verde. “Milano è sempre stata una città bipolare: Milan e Inter, il Pirellone e la Torre Velasca, i panettoni Motta e Alemagna, la Cattolica e la Bocconi, Mondadori e Rizzoli, e c’erano quelli dell’Einaudi e quelli della Feltrinelli…”.
L’Einaudi a Milano era il mondo di tua madre, Cini Boeri, 92 anni, protagonista del design italiano, staffetta partigiana, la signora del Pci milanese. Nella sua casa, nella vostra casa in Sant’Ambrogio, cenavano dunque quelli dell’Einaudi: “Il cuore era la libreria Aldrovandi. L’Einaudi significava il Pci ovviamente, e ricordo, a cena da noi, Amendola, Napolitano qualche volta Pajetta e Berlinguer; ma quelli dell’Einaudi erano anche gli irregolari che per il Pci contavano persino di più, Volponi, Paolo Grassi, Luigi Nono, Spriano, Bertolucci, Elio Petri, Ugo Stille… rammento una visita di Piero Sraffa, persino di Olivetti. E ovviamente Guido Rossi. Si sceglievano i senatori, si trovavano finanziamenti alla Scala, si nominavano i direttori del Corriere”.
E quelli della Feltrinelli? “L’Einaudi significava la sinistra di potere, quella dell’egemonia culturale; la Feltrinelli era invece la sperimentazione e l’avventura e penso alla Pivano, a qualcuno del Gruppo 63, a Giulio Maccacaro, che fu il curatore della collana Medicina e Potere e andrebbe riscoperto “.
E Giangiacomo? “Nella mia giovinezza non c’è. Era un mondo molto vicino e tuttavia molto lontano”.
La sinistra milanese che allora si divideva tra potere e avventura ora si divide tra acqua e verde? “Con la bipolarità è facile andare avanti sino alla caricatura. Ma sarebbe meglio che per una volta Milano evitasse il derby. Personalmente subisco il fascino del doppio patriottismo, l’amore per i due destini da unire. Va sicuramente bene l’eleganza fragile del canale navigabile, dall’Adda sino a San Marco, e una darsena alle spalle del Corriere della Sera. Ma nelle strade della Cerchia il ruolo ornamentale non giustificherebbe l’impresa, risarcirebbe solo il ricordo ma diventerebbe difficile persino la circolazione di pedoni e biciclette; i marciapiedi dovrebbero essere allargati e in via del Mulino delle Armi, in via Sforza, in via De Amicis i navigli sarebbero canaletti, non dico di scolo ma… Aggiungiamoci la potenza moderna e pulita di un “fiume verde”, 45 chilometri di piante sopra e acqua sotto, che unisca le sette stazioni dismesse e faccia di Milano una città-parco, con una sesta linea di metropolitana, ovviamente di superficie, l’abbassamento della temperatura durante l’estate, l’energia pulita generata dalla geotermia ad acqua di falda e poi boschi, appartamenti a basso costo, finalmente una Moschea per i 120 mila musulmani di Milano costretti a pregare nei garage dove tutto diventa sospetto e pericoloso. E ancora, ai bordi, un sistema di torri. E campi di calcio, il Grande Pratone per i bambini”.
E Stefano Boeri fa lo schizzo di questa sua Milano, con il naviglio riaperto in via Melchiorre Gioia e la darsena a San Marco, e poi i 45 chilometri di verde che collegano appunto le sette stazioni: Farini, Porta Genova, Porta Romana, Rogoredo, Greco-Breda, Lambrate e S. Cristoforo.

Acqua o verde? Il sindaco Sala ha avviato entrambi i progetti, ma si sa che la riapertura dei navigli è il suo vecchio sogno. “Sala fa il sindaco con intelligenza e passione, ha investito 11 milioni sul risanamento delle periferie che a Milano sono in centro, con continui e improvvisi cambiamenti del paesaggio urbano e pezzi di territorio abbandonati alla criminalità”.

La Milano di Boeri è ancora quella delle famiglie. E, come ai tempi del Manzoni, dei Verri e dei Beccaria, anche l’illuminismo qui è endogamico: famiglie appunto, mogli, compagne, figli, nipoti. Il padre di Boeri era un famoso neurologo, il nonno un senatore liberale di sinistra: il blasone qui è l’antifascismo. E poi ci sono i modi, la cura di sé, il viaggio, le lingue, l’umanesimo, la laicità: “Io non sono nemmeno battezzato”. Dopo la separazione dei genitori arrivarono i libri di Vando Aldrovandi (“Al”) e i fotografi di Grazia Neri. In via Donizetti tra studio e casa vivono i tre fratelli Boeri: Sandro, il giornalista che ha inventato Focus; Tito, l’economista che guida l’Inps; e Stefano appunto, l’architetto. Il palazzetto Boeri è una trasposizione smorfiata del palazzo dei Verri dove anche la ragione e la città erano trattate come beni di famiglia.

Domando: qual è la differenza tra proteggere la memoria e abbandonarsi alla nostalgia? Boeri mi porta allora in via Festa del Perdono, nei sotterranei, dove c’è la cripta e dove Paolo Galimberti, straordinario archivista, custodisce i ritratti dei benefattori che sostenevano e finanziavano l’ospedale. “È un pezzo di Milano che nessuno conosce, e che dovrebbe diventare Museo, una fantastica galleria che racconta la storia della città “.
Ed è appunto una rete di famiglie, nobili e borghesi, mecenati e grandi professionisti. Nella Milano dei Boeri c’è il mondo di Guido Rossi, scomparso nell’agosto scorso, che fu al tempo stesso sostegno e frusta per l’establishment italiano, opposizione e sistema, l’alta finanza di sinistra pubblicata da Adelphi. E poi la Milano delle corti nascoste e delle case délabré come quella di Giovanni Agosti, il professore d’arte che appartiene alla razza in via d’estinzione degli intellettuali da torre d’avorio, che nella cultura italiana sono stati molto più importanti dei soliti noti, e parlo dei Bortolotto, Quirino Principe, Isella, Longhi, Mario Praz, Cesare Brandi, Giacomo Debenedetti, Contini…: come diceva Raymond Aron sono “ricci” mentre gli altri sono “volpi”. Boeri e Agosti sono inseparabili, anche se Boeri è volpe e Agosti è riccio. Guido Rossi, ha raccontato Agosti, “il cui corpo alla fine assomigliava a quello del Cristo di Grünewald a Colmar ” – poco prima di morire ha messo in mano alla moglie Francesca I promessi sposi “come il libro a cui chiunque si rivolge in tutti gli accidenti della vita, sicuro di trovarci una risposta o una condivisione almeno delle proprie inquietudini “. Rossi abitava nello stesso palazzo di Umberto Eco. E Stefano Boeri lavora perché le due preziose biblioteche vengano riunite: un enorme patrimonio di rarità che andrebbe protetto. E siamo di nuovo alla differenza tra memoria e nostalgia che “è il grande male dell’Italia smarrita “, la disperata via di fuga di un paese stupito e instupidito che in politica torna al proporzionale e si rifugia nel dejà vu anche nello spettacolo.
“E a Milano pensa che riaprire i navigli significhi tornare ai canali nebbiosi e ai baci sotto i lampioni. Ma la nostalgia alla fine paralizza, impedisce il futuro. Dal mio amico Celentano alla vecchia sinistra, in nome della nostalgia in tanti dicevano di non volere edifici sviluppati in altezza, ma in realtà non volevano costruire nulla. In campagna elettorale anche Pisapia era con loro. Non volevano neppure l’Expo che oggi riassume in sé la rinascita. Io non ho condiviso l’acquisto dei terreni ad un valore sedici volte più alto di quello agricolo, un affare per i proprietari. Ma l’Expo ha il merito di avere mostrato al mondo che Milano era ridiventata Milano. Dietro c’è un lavoro lungo, fatto di pazienza, sinergie, fortuna. E bisogna riconoscere che si cominciò, sia pure senza regole, con la prima giunta Albertini, si proseguì con la Moratti, e infine con Pisapia si trovò il senso”.
E cosi, con la complicità della grande crisi di Roma, l’Italia intera ha restituito a Milano il suo primato. Oggi Milano è l’altra Italia, quella dei vecchi e bellissimi tram, gli stessi dei quadri di Sironi, la sola Italia dove si cammina con il naso all’insù per via di quei palazzi ad elica che si attorcigliano in un barocco moderno.
“A parte il caso del Centro direzionale di Napoli, è vero. Ma l’unicità è una brutta bestia che trasforma l’orgoglio in superbia”. Esageri? “Sono le piccole cose che svelano le tendenze. Abbiamo inventato Bookcity, che funzionava perché faceva parte di un sistema integrato: a Torino c’era il Salone con tutte le novità dell’editoria; a Mantova il festival della letteratura offriva al pubblico l’incontro con gli autori; Milano organizzava la lettura diffusa, e la città diventava un club di strada dove una corrente di trasmissione del pensiero ci spingeva tutti verso il libro, così come nei giorni di Pianocity ci spinge tutti verso la musica. E potremmo organizzare pure Footballcity, tre giorni per giocare al calcio per strada, sulle scale delle chiese, dovunque. E non venitemi a dire che non è roba per architetti. Questa è riqualificazione urbana. Il lavoro dell’architetto è trasformare lo spazio della città, di cui siamo tutti coautori. E invece per hybris, per arroganza, in un colpo solo Milano ha aggredito il salone di Torino, ha ammazzato Bookcity, ha danneggiato persino Mantova. E purtroppo è stato pure un flop”.

Il flop è servito a capire? “L’educazione sentimentale dei milanesi è da tifosi, e dunque non c’è partita che non abbia sullo sfondo un vecchio rancore, un Milan- Inter di ritorno, rivalità arcaiche e sostanziali tra famiglie”.
Anche tra famiglie di architetti? “Soprattutto tra famiglie di architetti”. Gio Ponti contro Ernesto Nathan Rogers, Domus contro Casabella e, più avanti, Vittorio Gregotti contro Aldo Rossi. “Ecco, appunto. Ma io, che mi sono laureato con Bernardo Secchi e devo molto a Gregotti, ho scoperto la grandezza di Aldo Rossi e poi anche di Giancarlo De Carlo che a Milano era un alieno”. Diceva di essere anarchico, ma era molto vicino a Vittorini. “Non solo per questo Milano non lo accettava. Il punto è che non era di famiglia. Come Renzo Piano, che spesso veniva chiamato, ma poi era costretto a rinunziare. Ho una foto del maggio 1968 che misi in copertina su Domus dove c’è De Carlo che sembra Lenin: affronta i situazionisti, i maoisti, gli agitatori ‘dalla faccia cagnazza’ avrebbe detto Gadda. E tra loro si vedono, nientemeno, Giò Pomodoro, Emilio Isgrò, Franco Fortini, Franco Cerri, Enzo Mari, Ernesto Treccani… In mezzo c’è De Carlo, fragile e duro. Cerca di convincerli a non occupare la Triennale”. Ci riuscì? “No, e la sua Triennale fu distrutta il giorno dell’inaugurazione. Ma vale per la Triennale quel che vale per il giardino di Mallarmé, dove la ‘rosa più bella è quella che non c’è'”.

Ma le discussioni sul “come costruire” sono già vita nell’Italia del degrado progressivo e inarrestabile. “Sicuro. E a volte arrivare in ritardo può persino avere qualche vantaggio: oggi lo stile della nuova Milano è chiaro, funzionale, luminoso, trasparente, personalizzato e non sto parlando del mio Bosco verticale, ma dell’insieme delle costruzioni, un vero laboratorio di architettura: la ristrutturazione della Scala, la Triennale, l’area di Porta Nuova, Garibaldi e Isola, la sede del Sole 24 ore, Il Museo del Novecento, la Darsena, il Museo delle Culture, Portello, la Fiera, City Life, la Fondazione Prada, il Centro Armani, la sistemazione del Museo della Pietà Rondanini… E la Fondazione Feltrinelli, che è l’ultima arrivata, con quel cemento liscio, il legno chiaro e l’acciaio”. Il Bosco verticale fu trattato come uno strampalato capriccio prima di diventare l’icona di Milano, un edificio replicato in mezzo mondo e premiato anche con l’International Highrise Award. “L’architettura purtroppo comincia sempre lottando con gli indici di gradimento. All’inizio si oppongono tutti, poi…”. Anche gli altri architetti? “A Milano sicuro”. Gregotti ha scritto…: “Sì, ha scritto, più o meno, che il mio Bosco verticale lo aveva già inventato suo zio mettendo le piante nel balcone”.
Chissà, c’è una parentela con tutto. Anche tra queste due torri – di 110 e 76 m, con 800 alberi (di 3, 6 o 9 metri ciascuno), 4.500 arbusti, 15.000 piante e fiori e la canzone di Paolo Conte: “Nelle ombre di un sogno / o forse di una fotografia lontani dal mare / con solo un geranio e un balcone”.

Non eroi. Uomini e donne con dignità.

Felice è la società che non ha bisogno di eroi. Noi che ancora costringiamo a diventare eroi quelli che si impegnano, con il loro lavoro e il loro impegno civile e professionale, impariamo dal loro esempio per farne la normalità dei nostri comportamenti. Così costruiremo una società in cui tutti potremo essere liberi, rispettosi, solidali, onesti, sereni. Per un domani senza eroi e senza spazio per mafie e malandrini.

 

Now I’m 64. (Ringraziando gli amici che hanno ricordato il mio compleanno a marzo 2018)

Detto all’inglese. Non per moda, ma per efficacia nella sintetica formulazione anglosassone.
È sempre bello ricevere gli auguri, segno che gli amici ti pensano, che ti ricordano, che quel che hai offerto in sensibilità attenzione, scambio, proposta, vicinanza, ti ritorna in affetto.
Ringrazio chi mi ha dato questo segno, nelle varie forme che ciascuno ha voluto trovare.
Passai il giorno del compleanno tra una visita agli Uffizi, le delizie di un ristorante storico che rivisita la cucina fiorentina tradizionale, una passeggiata nel centro di Firenze. Vivere vicino ad una città formata di bellezza e di storia, di elegante armonia e di cultura è uno dei tratti che compongono il mosaico della mia nuova vita e che mi confermano vincente la scelta di trasferirmi a Viareggio.
La sera, rientrando a respirare la brezza marina, assaporo quanta felicità si possa trovare nelle piccole, immense cose di una quotidianità restituita alla misura dell’umano.
I compleanni non sono candeline su una torta, sono pietre miliari nel cammino dell’esistenza. Ci permettono di guardare la strada percorsa e di apprezzare le esperienze che ci hanno portato dove siamo, di raccogliere la ricchezza dei successi, degli inciampi, della continua ricerca che ci rende più autentici. Ci aiutano a volgerci al domani, alle tante cose che ancora vorremo vedere e provare.
Sapendo esprimere l’ottimismo nel futuro, comprendendo che è invano interrogarsi sul senso della vita, perché – come mi insegnò un antico maestro – la vita è un senso.
Tutto dobbiamo affrontare con la capacità di coglierne i germi del progresso, dell’evoluzione possibile. Anche con il personale contributo.
Nonostante la confusione e le paure che se ne alimentano intorno a noi. Nonostante il tramonto di una sinistra nella quale è aperta la gara a riesumare feticci di un secolo che non c’è più, in un rinfacciarsi di aver lasciato cadere valori che non hanno più base, in una farsesca rincorsa a chi guarda più indietro. Nonostante ai valori della politica alta si sostituisca la somma di egoismi e tribalismi, magari ammantati di icone tecnologiche – con il mezzo che sminuisce il contenuto fino a sostituirlo – e alimentati dalla speranza in miraggi salvifici.
Il mondo rotola avanti. Prima o poi qualcuno riuscirà a interpretarne la deriva, a tracciare una rotta.
Intanto continua a domandarmi, ammirando l’architettura rinascimentale simboleggiata da Piazza della Signoria e dal centro che la circonda, come non si comprenda che rimettere la cultura, il territorio, le città, l’ambiente, al centro di un grande progetto sarebbe la risposta più forte, a migliorare la vita delle comunità e a generare un rinnovato sviluppo in grado di rispondere all’economia ed alla civiltà.
Partire da questo, da un disegno di elevato profilo, leva di un mutamento di scenario a tutto campo, potrebbe superare le deboli e spesso irrealizzabili risposte parziali con le quali la politica di corto respiro cerca di captare consensi settoriali, esasperando e non favorendo una dialettica positiva intorno ai conflitti che attraversano la società.
Ancora grazie a chi mi ha pensato ieri. E buona vita a tutti.

Dopo le elezioni

Il popolo di sinistra coltivava un’illusione, ma la sua intelligenza s’è smarrita alla quinta stella a destra, quando, risvegliato al mattino, scopre che quell’isola proprio non c’è.