L’algoritmo ottuso tiene in ostaggio anche gli auguri

Arrivati verso Natale e fine anno, siamo tutti spinti a un bilancio: dell’anno trascorso, delle esperienze. Fino alle aspettative per il futuro.

Il desiderio di condividere riflessioni e auguri si fa più forte, dentro un clima nel quale pare che la disponibilità all’ascolto e l’anelito di fratellanza riescano a essere prevalenti, finalmente rompendo le ombre cupe dell’egoismo, della chiusura, della rabbia, dell’odio.

Per me, è un’occasione per tradurre in versi i miei pensieri, proponendoli agli amici e facendone il mio messaggio augurale per le prossime ricorrenze.

È il periodo nel quale attribuisco alla categoria dell’amicizia l’accezione più ampia.

Ci sono i pochi amici ai quali mi sento davvero legato da comuni esperienze, emozioni, sensibilità, spazi di frequentazione.

Ci sono quelli che ho incrociato nelle successive fasi della vita e dei quali conservo il ricordo delle situazioni che ci fecero riconoscere amici.

Ci sono le amicizie virtuali, più labili e remote. Quelle nate per essersi incontrati in un gruppo tematico, in commenti, nella passione condivisa per l’arte, la letteratura, i viaggi, Torino, Viareggio e la Versilia, il mare, la difesa dell’ambiente e così via. Labili ma vere. Fili sottili ma non strappati.

Ecco che mi impegno a tentare tutti i canali per raggiungere questa vasta schiera di amici.

Esauriti i Whatsapp e la mailing list, mi resta Messenger per quelli che altrimenti non saprei come raggiungere. Senonché l’applicazione è governata da criteri – detti “di sicurezza” – del tutto inadeguati alla bisogna. Dopo un numero assai parco di messaggi, mi ritrovo bloccato.

L’algoritmo che tutto sorveglia sospetta – sulla sola base della numerosità (invero minima) degli invii – che un bot si sia impadronito del mio profilo. Il blocco dura circa 24 ore, dopo di che, al rientro in funzione della chat, basta un pacchetto ancora inferiore di invii per essere nuovamente bloccato.

Così, in una rete e in social che non riesce davvero a fermare vomiti di odio e fake news, né a frenare autentici bot dagli intenti commerciali (quando va bene!) o peggiori, non potrò recapitare i miei auguri natalizi a molti dei miei contatti amicali su Facebook.

Non ci sono vie per discutere con questa tirannide digitale, per invocare ragionevolezza.

Basterebbe, come si fa per l’autenticazione a due vie, quando sia toccata la soglia di attenzione, inviare un alert e attivare una verifica sull’identità del soggetto.

Credo – ma non ne ho possibile riscontro – che le utenze business non conoscano queste limitazioni. Certamente non le hanno gli inserzionisti pubblicitari.

Ormai su FB vedo pochi amici, seguito a vedere parte dei gruppi con i quali interagisco, sono subissato di annunci promozionali, molti dei quali riecheggiano ricerche che feci nei giorni precedenti (non su FB, ma su altre piattaforme).

Non voglio qui entrare nelle polemiche sulla scomparsa della privacy. I baluardi legislativi e difesa non offrono garanzie, perché usare i canali significa comunque cedere pezzi di sé – delle proprie azioni, intenzioni, desideri – al grande fratello informatico.

Quel che mi dispiace è constatare che lo stolido guardiano ai cancelli di Messenger mi impedirà di recapitare gli auguri a persone cui vorrei destinarli.

Spero che questo articolo, nonostante tutto, per il solo fatto di andare in rete, dia maggiore visibilità ai miei auguri, che rivolgo agli amici, ma anche a tutti quelli che ne vorranno cogliere il senso.

La mia cartolina non è protetta da copyright. Chi volesse condividerla, usarla per i propri auguri, può farlo serenamente.

Riflettendo verso Pasqua

Ogni anno, quando ricorrono date dall’alto valore simbolico, cerco di farne occasione per tradurre in pochi versi il senso che, volta per volta, vorrei condividere, al di là del calendario e dei riti.

Pasqua è celebrazione di Resurrezione, vuol rappresentare la possibilità di rinascita, che per i credenti è il riscatto del Figlio di Dio che con la sua ascesa offre la speranza a tutti i fedeli, mentre per chi non è cristiano può interpretare la possibilità di vincere le avversità, la speranza di pace e di un mondo più giusto ed equilibrato.

Quest’anno l’arrivo della Pasqua si colloca in un momento storico attraversato e turbato da correnti grige e perigliose.

Continua una guerra che credevamo assurda e destinata a rapida conclusione.

Le tempeste economiche generano ondate di panico e colpiscono duramente le condizioni di vita della maggioranza della popolazione a livello mondiale.

La divaricazione tra i pochi che accumulano immense fortune e chi vive del proprio lavoro, o neppure ne ha uno, si allargano e divengono baratro dal quale si sprigionano rabbia, frustrazioni, discredito delle istituzioni, sfiducia nella democrazia.

Il web implode, facendo da grancassa per le chiusure tribali di opposte frazioni e questo, insieme al degrado dei media, rende quasi impraticabile il confronto tra opinioni e concezioni diverse.

Si scambia la globalizzazione con il nemico dell’uguaglianza e si rinverdisce il mito del successo come metro per misurare il senso della vita di ciascuno.

La fine dell’effetto ascensore dello sviluppo – quello che garantiva a ogni generazione condizioni più favorevoli di quella che l’aveva preceduta – accende rimpianti su passate età felici che, se le analizzassimo con obiettività, tali non erano. Così alimentando il fascino del sovranismo che altro non è che rifiuto del progresso e logica dello struzzo.

Nel panorama appena sintetizzato, per me la Pasqua della rinascita dovrebbe prima d’ogni altra cosa indurre a riflettere, a valutare per ricominciare a discutere e cercare insieme soluzioni e politiche utili a salvare l’umanità ritrovando il valore della fratellanza e l’armonia con il pianeta che ci ospita. Valorizzando le differenze, senza paura delle nuove frontiere della scienza, fondando un nuovo umanesimo. Con la testa nel Ventunesimo secolo, aprendo spazio alle visioni dei giovani, che crescono coscienti di quanto sia folle dilapidare risorse per avere, nella ricorsa all’effimero che consuma il tempo e brucia il futuro.

Nasce da qui la mia poesia per questa Pasqua.

Con l’augurio che sia di serenità, riflessione, fratellanza.

L’inappellabile verdetto del sabatario

Questa è una storia vera, anche se pare una puntata di “Scherzi a parte”.

Ricevo una nota di addebito INPS per contributi da lavoro domestico riferiti al secondo trimestre 2017.

Davo lavoro a una domestica che licenziai il 31 marzo 2017, per la quale avevo regolarmente pagato tutti i contributi sino all’intero primo trimestre 2017.

Temendo le frequenti imperfezioni burocratiche, rispondo on line – compilando l’apposito modulo allegato all’addebito – ricordando di aver comunicato l’esatta data di cessazione e che, pertanto, nulla dovevo per il secondo trimestre, essendo cessato a marzo il rapporto di lavoro.

Stamane ricevo una telefonata da una funzionaria di “INPS risponde”. Gentile e precisa, mi conferma che le mie comunicazioni erano regolari… ma che i contributi colf sono settimanali e i relativi obblighi contributivi si perfezionano di sabato. Caso vuole che l’ultima settimana di marzo 2017 si sua chiusa con il sabato 1° aprile!

Comprendo al volo. Chi si ricordava di controllare quando cadeva il sabato della settimana di conclusione del rapporto di lavoro?

Ho torto. Scivolo sul sabatario, che coincide con un perfetto pesce d’aprile!

Uno smacco per chi, come me, ha diretto per molti anni l’area Entrate contributive dell’INPS piemontese.

Tant’è. Vale la frase finale di A qualcuno piace caldo, quando il miliardario innamorato della finta Daphne risponde a Jack Lemmon, che confessa d’essere maschio: Nessuno è perfetto.

Ammetto il torto.

Pago.

Non sia mai che alla mia domestica manchi una settimana di contributi per un 1° di aprile ballerino.

Viva la regolarità contributiva. E, proprio per questo, abbasso la rottamazione delle cartelle e i tanti, troppi condoni più o meno mascherati che continuano a esser riproposti.

Chi vuol essere in regola paga sino all’ultimo centesimo, incluse le sanzioni anche in casi, come quello che ho descritto, nei quali la buona fede è palese. Giusto così. Non discuto, non mi lamento.

Ma intanto quanti intenzionalmente non pagano trovano scappatoie e vie d’uscita che li lasciano indenni. Ancor più quelli che nascondono del tutto le loro attività e guadagni.

Contro questo scandalo, che colpisce i redditi di chi li denuncia alla luce del sole e che toglie risorse ai servizi pubblici, c’è ragione di protestare.

Viva l’Italia, senza plauso a chi la sgoverna appoggiandosi al consenso di cittadini che preferiscono dimostrarsi più furbi che onesti.

Verso il 2022

Cercavo versi per dare senso e ottimismo alla vigilia del passaggio d’anno.

Una ricorrenza che simboleggia continuità e novità nella vita del mondo e delle persone.

Anche in questo epilogo del 2021 siamo schiacciati del perdurare della pandemia, travolti da gragnuole di parole e opinioni nelle quali certezze si sfaldano e domande si moltiplicano.

Chiediamo alla medicina di trovare finalmente la mossa vincente contro il virus, alla politica di conciliare libertà e sicurezza. Perché tutto sembra sempre troppo o troppo poco. E siamo stanchi di appelli, di divieti, di baruffe dialettiche.

Se ci fermiamo a riflettere con serenità – è difficile farlo, ma sarebbe necessario – arriviamo a comprendere che nessuno può avere risposte definitive e risolutive.

Di fronte a un nemico infido che rimane misterioso e mutevole, la difesa si sostanzia di approssimazioni successive. Tutti siamo chiamati a tenere desta l’attenzione e altrettanto a non farci risucchiare nella deriva della desolata chiusura in sé stessi.

La pandemia ci ha rubato un anno. Quanti, come me, hanno perso il senso del tempo vissuto, come esso contenesse un grande buco nel quale s’è consumata l’attesa e l’esistenza era sospesa tra rinvii e limitazioni?

Qual che non dobbiamo farci sottrarre è il gusto della vita, che si alimenta del rapporto con il mondo e gli altri.

Se l’effetto delle costrizioni, imposte dalle circostanze e dalle regole di tutela collettiva, fosse di renderci egoisti, di vedere chi sta fuori dalla cerchia dei nostri più stretti affetti come un pericolo, una presenza da evitare, sarebbe la sconfitta della civiltà.

Neppure le guerre – che la mia generazione e le seguenti, almeno nei Paesi dell’UE, non hanno subito, spesso ignorando la fortuna di questa salvezza – hanno cancellato spirito di comunità, solidarietà, voglia di riscatto e speranza di futuro.

Impariamo da chi è uscito dalla Resistenza con la forza di ricostruire il domani, di volere un futuro, di generare figli.

Oggi tutto può apparire grigio e duro, ma la storia ha scaricato sugli eredi della Terra lutti e privazioni ben maggiori.

Allora, forse, trovare pensieri insieme dolci e responsabili può essere d’aiuto a rasserenare gli animi. Ad avvicinare l’uscita dalla coltre di nubi che sta oscurando il giorno, a spingere avanti il vascello dell’umanità. Verso una stagione che fiorirà dalle gemme del sapere, del sentimento, sulla linea che unisce il cuore al cervello, la sensibilità all’intelligenza.

Oltre le brume e le acque limacciose intorbidate dalla tempesta.

Con questo spirito offro i miei versi di oggi.

Per domani. Per un lungo e fruttuoso domani.

Verso il nuovo anno

Questo anno terribile e difficile si avvia a finire.

Nell’imminenza delle prossime festività, offro i liberi versi che ancora mi ispirano speranza.

Come un augurio che il 2021 sia illuminato dalle collettive volontà e capacità di ripresa, per disegnare un mondo diverso: solidale, sostenibile, attento alla tenerezza, al coraggio: sulle ali di una fantasia ben radicata nella storia e pronta a fare della scienza leva di progresso sotto il segno della cooperazione tra genti e nazioni; per una cultura della pace, dell’inclusione sociale, del rispetto delle diversità, della bellezza. Per lasciare alle nuove generazioni un pianeta orientato alla vita e al futuro.