Lo stupore dei versi

C’è una soglia oltre la quale il confine tra ciò ch’è privato e la dimensione pubblica sfuma e si perde.

Nella società dell’informazione – quella in cui viviamo e che ancora resta lontana dal mutare in società della conoscenza – questa soglia è sottile e sempre più vicina. Sono i social a varcarla (con la nostra complicità più o meno volontaria o inconsapevole), ma pure la diffusione di tutti quei dispositivi e applicazioni che paiono renderci facile la vita, al prezzo di cedere parti sempre più ampie del nostro essere e sentire.

Anche le emozioni cessano di appartenere soltanto a chi le prova e alle persone con cui vengono generate e condivise.

Scrivere una poesia, per me, è sempre stato un momento racchiuso in una sfera di intimità, condiviso con chi me lo ispira o una cerchia ristretta di persone con le quali sento affinità di senso.

La decisione di iscrivere poesie a concorsi letterari fu per me quasi un gioco, un esperimento, un tentativo di comprendere se il mio stile riusciva a rendere il sentimento che avevo provato nel tessere quei versi e comunicare vibrazioni a chi nulla sapeva della loro origine. Avendo riscontri positivi, mi venne la tentazione di organizzare la mia produzione poetica. Lo feci, raccogliendo in una silloge gran parte delle poesie che, negli anni, m’erano nate nell’anima e avevo tradotto in fraseggi che volevo ritmati con grazia estetica.

In Declinazioni d’amore c’è un ordine logico e cronologico che mostra la maturazione dei miei sentimenti intorno al tema conduttore dell’amore. Quello cercato sovrapponendo l’astrattezza del concetto alla realtà delle relazioni, la maturazione nel provare a lasciarsi andare, a vivere prima che a guardarsi vivere, fino all’esplosione dell’amore passionale autentico, nell’incontro con la donna che mi ha cambiato la vita, liberando la sensibilità che era nascosta nel mio profondo, schiudendo la porta alla felicità del costruire insieme il futuro. Amore infinito, come titolo il terzo capitolo della raccolta. Infine, nella silloge si trova un’altra dimensione dell’amore: quello degli affetti familiari, delle amicizie, del rapporto con il mondo inteso come l’ambiente terracqueo e celeste.

Con grande sorpresa, ricevetti la comunicazione d’esser risultato vincitore, come primo classificato, nella categoria “Silloge inedita”, del Premio Letterario Internazionale Città di Cattolica 2022. Oltre alla targa, il concorso prevede la pubblicazione della silloge presso la casa editrice Pegasus.

Sono, ovviamente, assai soddisfatto e orgoglioso del risultato.

Ancora non ho ben compreso se e come questo inciderà sul futuro della mia vena poetica.

La poesia, per me, è il travolgimento che dall’anima sale alla mente per cercarvi le espressioni che possano fermarlo, farne un segno miliare sulla linea dell’esperienza. Attimo irripetibile la genesi, spazio creativo pressante lo sbocco. Non particolare cura della forma.

Anche così, pare le mie poesie siano apprezzate.

Ma la forma, se la destinazione della scrittura non resta intima, si allarga a una platea di lettori ignota, merita forse maggiore attenzione.

Invero, continuo a preferire coltivare la narrativa. Inventare una storia, far evolvere i personaggi, seguirli nelle loro avventure immaginate (e continuamente avvinte alle problematiche della società in cui agiscono) è divertente, formativo, intrigante.

Nella stesura di un romanzo si ritorna sul testo, si corregge, si integra, si taglia (operazione dolorosa ma necessaria, sulla quale sempre insistono gli editor e i docenti dei corsi di scrittura). Il tempo di redazione è una variabile elastica che da agio alla revisione.

La poesia è altra cosa. A distanza di tempo (anche solo di un giorno) il sapore delle parole non restituisce appieno l’eco dell’istante che le hanno fatte nascere. Correggere, levigare, abbellire il testo rischia di snaturarla.

E così, per non perdere spontaneità e profondità, la mia rinnovata e rafforzata attenzione alla forma si esaurirà nell’impegno di completamento dei versi, torniti sol fin quando il sentimento resta vivo. Altro non aggiungerebbe bellezza e stenderebbe un velo quasi raggelante sulla sostanza dell’emozione.

Resto convinto che la forza della poesia sia l’evocazione, il non detto, che affida al lettore una personale interpretazione, mediando tra ragione e sentimento.

Questo, del resto, è il filo conduttore della poesia che inserisco al termine dell’articolo, nata dopo aver confezionato la silloge e che in essa non è contenuta.

P.S.: Per chi fosse interessato, il mio commento nell’occasione della cerimonia di premiazione la sera del 9 aprile a Cattolica è, sul mio canale Youtube, al seguente link: https://youtu.be/ILNBWUBajtc

Vincere al Premio Buonarroti

Il Premio Internazionale Michelangelo Buonarroti è un concorso che si articola sul complesso delle arti visive. Quattro sezioni interessano l’area della letteratura mentre le altre sono dedicate alla pittura, alla scultura, alla fotografia e digital art.

La sesta edizione raccoglie le opere candidate nel 2020 (anno sospeso dalla pandemia) e nel 2021.

I lavori sottoposti alla giuria, per le varie categorie, hanno superato quota 2000.

Avevo iscritto tre poesie alla sezione A (Poesie a tema libero) e il mio ultimo romanzo edito alla sezione D (Narrativa edita).

Per un autore poco conosciuto, che pubblica con piccole case editrici, privo di canali di promozione, la partecipazione a un concorso letterario è un test significativo. Vuol dire essere letto da giurati competenti, uscire dalla cerchia dei pochi amici che ti leggono per curiosità o per simpatia, provare a cimentarsi nel mare aperto. Non del “mercato”, ma della “letteratura”.

Per una poesia inedita (Un soffio dal cielo, dal largo) mi è stato attribuito un attestato di merito. Piccolo riconoscimento del mio impegno artistico.

La soddisfazione maggiore – e vera – viene, invece, dal Diploma d’onore con menzione d’encomio per il mio Delitti e ricette (Ed. Portoseguro FI) nella sezione narrativa edita.

Un premio di terzo rango, non tra i 4 vincitori o tra i 15 finalisti della categoria. Non devo, quindi, esagerarne il valore. Tuttavia, considerato l’alto numero di partecipanti e la qualità del concorso, essere tra i menzionati con onore è un buon incoraggiamento per la mia ancor fresca attività di scrittore. Vuol dire che le mie trame gialle e il mio stile non omologato alle leggi del ritmo e delle convenzioni possono trovare spazio e attenzione tra gli amanti della letteratura.

Che in Italia son troppo pochi.

Ma non bisogna arrendersi. Forse l’avvento dei social non riuscirà a far scomparire il valore dei libri nell’immaginario collettivo.

La duttile ispirazione nel male

(mostra Inferno alle Scuderie del Quirinale)

Andrea Besteghi: Dante in esilio (1865), Olio su tela
José Benlliure y Gil: La barca di Caronte (1896), Olio su tela

Fatti non foste a viver come bruti

ma per seguir virtute e conoscenza.

Francisco Bertos: La caduta degli angeli ribelli (1725-1735 ca.), marmo di Carrara

Sono i versi che Ulisse rivolge ai compagni nel canto XXVI dell’Inferno di Dante. Il sommo poeta, con questa esortazione, sottolinea quel che per lui è un imperativo per ciascun uomo (e donna), se non vogliono sprecare la loro vita terrena.

Senonché in letteratura, sia prosa o poesia, parlar di virtù rischia d’esser quasi stucchevole, mentre narrare del quotidiano muove spesso a noia. E allora ecco che più facile è carpire attenzione e pubblico se si favoleggia di losche faccende e ci si occupa di manigoldi e delle loro malefatte.

Altrettanto nell’arte pittorica o scultorea bisogna esser grandi maestri per rappresentare grazia e beatitudine, o semplicemente buoni artisti per metter in grafica o forme l’espressione di atti esecrabili.

Lo stesso Alighieri, nella sua Divina Commedia, coinvolge il lettore assai più nel cantico dell’Inferno che in quelli dedicati al Purgatorio e al Paradiso.

Non deve stupire, dunque, che, nel ricco calendario di manifestazioni per la ricorrenza dei settecento anni dalla morte del padre della nostra lingua, alle Scuderie del Quirinale sia stata allestita una mostra sui temi dell’Inferno dantesco, raccogliendo oltre duecento opere prestate da musei e collezioni di ogni parte del mondo.

Scelta senz’altro azzeccata, perché i curatori hanno preso spunto dalla varietà di opere ispirate al poema per allargare l’esposizione alle rappresentazioni del Male (e del peccato) nelle sue varie declinazioni: dalla guerra al male dell’anima, all’infernale sfruttamento del lavoro nel tempo. Quasi nulla, invece, descrive quel Male che oggi sfida il genere umano, la storia, le scelte della politica e dell’economia: la devastazione ambientale. Ma questo non fa che ribadire quanto sia in ritardo la consapevolezza collettiva sulla tragedia che incombe: neppure gli artisti ne stanno riuscendo ad anticipare e richiamare l’immanenza.

Tornando alla mostra, la sua capacità di colpire e inquietare la mente transita dal vigore del messaggio che tele, disegni e forme sanno esplodere contro l’indifferenza.

Franz von Stuck: Lucifero (1890-1891), Olio su tela

Si parte dall’interpretazione dei versi danteschi, con la vivida brutalità dei gironi infernali e delle pene cui sono condannati i loro ospiti: dalle legioni di Satana di sir Thomas Lawrence, all’Ugolino di Rodin, fino alla lotta dei dannati sotto gli occhi del poeta e della sua guida Virgilio di William Bouguereau, passando per altre visioni di supplizi e protagonisti.

Sir Thomas Lawrence: Satana schiera le sue legioni (1796-797), Olio su tela
Auguste Rodin: Ugolino e i suoi figli (giugno 1889), Fusione
William Bouguereau: Dante e Virglio (1850), Olio su tela

Si passa poi a varie incarnazioni del Male, dal Faust di Scheffer al Lucifero di Franz von Stuck (che è immagine nel manifesto della mostra), alle versioni delle tentazioni di Sant’Antonio, sino all’abominevole caos per i dannati di Hyeronimus Bosch.

Ary Sheffer: Faust nel suo studio (1848 ca.), Olio su tela
Jan Brueghel il Vecchio: Le tentazioni di Sant’Antonio Abate (1601-1625, Olio su tavola
Hyeronimus Bosch: La visione di Tundalo (1500 ca.), Tempera su tavola

Infine, ciò che maggiormente dovrebbe indurre a riflessione anche chi non è sensibile a temi mistici o religiosi, la rassegna dei peccati contro l’umanità (la guerra, l’oppressione, lo sviluppo in-sostenibile) o il Male che si impadronisce dell’anima.

Pierre Paulus: Fumi (1930), Olio su tela

Per i primi cito i fumi di Pierre Paulus, ottocentesco orrore di ciminiere ancora di tremenda attualità, o il quadro di morte della porpora di Rochegrosse, evocativo nella rovente e agghiacciante visione di ciò che accade ben prima che ne incrociamo l’evidenza.

Georges-Antoine Rochegrosse: La morte della porpora (1914 ca.), Olio su tela

Per il secondo vale più d’ogni vana frase lo sguardo perduto, disperato e assente, della pazza di Giacomo Balla.

Giacomo Balla: La pazza (1905), Olio su tela

A racchiudere nella bellezza diabolica il fascino del maligno, mi sembra efficace la discesa agli inferi di Orfeo, di Règnault, olio nel quale lira e danze confondono l’attesa delle creature luciferine dalle fauci ancora serrate. La seduzione del peccato agguanta e trascina l’artista.

Henry Règnault: Orfeo negli inferi (1865 ca.), Olio su tela

Delitti e ricette: Presentazione con divagazioni

Ogni volta è diversa.

Quando si presenta un libro il taglio della discussione e degli approfondimenti dipende da molti fattori.

Se si va “a ruota libera”, senza alcun accordo precedente, come sempre preferisco, possono emergere temi e punti di osservazione nuovi, che aprono a spunti legati non solo al romanzo in sé, ma pure alle fonti di ispirazione, al legame tra lo scrivere e l’esperienza dell’autore.

O si può meglio descrivere il protagonista, con particolari che nella trama non compaiono ma ne sono presupposti o corollari decisivi per caratterizzarlo (e, forse, per meglio comprendere i suoi comportamenti nei singoli episodi della narrazione).

Così è accaduto al Bagno Pietrasanta.

In un breve, ma intenso, dialogo, con Gianni Fratini, che ospitava l’incontro, ho avuto l’occasione di “divagare”, offrendo curiosità e dettagli oltre la storia di “Delitti e ricette”.

Per questo credo possa essere interessante ascoltare la presentazione.

L’alba oltre le nuvole al tramonto

Pietrasanta. Sera dell’anniversario della nascita di Giosuè Carducci. Nella cerimonia, tra balletti, canzoni, letture dal premio Nobel cui è dedicata, prima delle nomine ufficiali dei poeti vincitori, siamo chiamati a recitare i nostri armi amatoriali, prescelti come vincitori della sezione “fuori concorso”.

L’emozione era quella che immaginavo. Riuscii a concentrami sul senso della poesia che dovevo presentare al pubblico davanti al Duomo di Pietrasanta.

Sede prestigiosa e suggestiva, luci ammiccanti, Benedetta Biagini (sedici anni appena, ma carattere e talento spiccati) seduta sugli scalini ad accompagnare i versi con il suo ukulele.

Non si è mai del tutto soddisfatti di sé quando ci si esibisce in pubblico. Sempre è possibile far meglio. Riascoltandomi nella registrazione pareva che la voce uscisse un poco gracchiante. Forse è il riverbero dell’acustica nell’apparato di registrazione. Spero sia così.

Credo, tuttavia, d’aver trasmesso il sentimento che vibra nella mia poesia.

Conserverò con tenerezza la pergamena del premio.

Mi spingerà a esser meno ritroso nel tradurre le sensazioni in versi liberi.

Quando l’ispirazione verrà.

.

L’alba oltre le nuvole al tramonto

Nel tramonto

puoi vedere il crepuscolo

o l’epifania dell’alba.

Quando il bisogno di luce

muove alla ricerca del sole

il mondo rinasce.

Se il rosso nel cielo

sarà alba o tramonto

e non rabbia negli occhi;

se azzurro sarà mare

e celeste il risveglio;

se i sogni cacceranno l’incubo,

se il cuore riconoscerà il coraggio,

se prenderemo insieme la strada,

non cedendo alla paura,

non precipitando nella vertigine dell’egoismo,

allora troveremo l’orizzonte del domani.

Imparando dagli errori,

mettendo a frutto competenze e talenti,

ritrovando l’armonia

tra l’umano e il mondo che lo ospita.

Ognuno per la propria parte,

prendendo il respiro nel vento,

con il senso della storia,

per l’innocenza dei bambini.

E saranno sorrisi,

mani nelle mani,

un diluvio di abbracci.

Poesia cos’è (per me)

Il grande Faber, per sfuggire alla selezione tra poeti e cretini (cioè le due categorie che, secondo Benedetto Croce, continuano a scrivere poesie dopo aver raggiunto i diciott’anni) disse d’essersi rifugiato nella canzone, che è arte “altra”.

Se perfino un cantore raffinato e profondo come Fabrizio De André temeva d’essere classificato poeta (e gli strali che gli sarebbero venuti da chi rifiutava di qualificarlo tale) si può comprendere come io abbia, per pudore, tenuto per me e per i destinatari i miei pochi versi liberi.

Mia moglie Anna, l’unica che ha letto tutte le mie rare composizioni in versi, mi spingeva, invece, a osare renderli pubblici.

La mia passione per la scrittura sempre si è espressa nella prosa. Creare un romanzo è un’esperienza esaltante, nella quale il piacere supera di gran lunga la fatica. Inventare una storia, delineare personaggi, sviluppare situazioni coerenti e concatenate coinvolge e libera pensieri ed esperienze. Ancor più, spinge a studiare: situazioni, concetti, discipline e tecniche che mi sono poco consuete ma improvvisamente sono necessarie a dare slancio alla narrazione inducono ad approfondire, a documentarsi, a nuove conoscenze. Cioè: arricchiscono.

Accade, tuttavia, che un’intensa emozione prenda l’anima e trafigga la mente. Un travolgimento che genera frasi ed evoca immagini. Avendo amore per l’espressione verbale l’attimo è un lampo che precipita in versi. Così nascono le mie poche poesie, da un’irresistibile ispirazione che pretende d’essere declinata in parole vibranti.

Alla fine, ho ceduto. Ho spedito una poesia a una rubrica giornalistica… ed è stata pubblicata.

Poi ho iscritto poesie a concorsi letterari.

Inattesi, sono giunti, l’uno appresso l’altro, due responsi davvero lusinghieri.

Prima l’essere finalista alla sezione poesia del Premio Letterario Nazionale Città di Livorno. Alla Fortezza Vecchia della città labronica, la sera del 17 luglio, la mia poesia, come quelle degli altri 19 finalisti, è stata letta da un attore professionista. Non fui vincitore, perché tre soli autori tali vennero proclamati tra i 23 finalisti, ma resta la soddisfazione e il tremore d’essere sul palco a sentir recitare la mia poesia.

Subito dopo, ricevetti l’annuncio di essere tra i vincitori della sezione riservata ai poeti amatoriali nella 65^ edizione del Premio Carducci. Così, la sera del 27 luglio, data fissata in quanto anniversario della nascita del poeta cui il concorso è dedicato, sarò chiamato a leggere la mia poesia, accompagnato da sottofondo musicale, sulla piazza del Duomo di Pietrasanta. Fantastica suggestione.

Non sopravvaluto il significato di queste due premiazioni. Resto legato alla mia dimensione di narratore di storie in prosa, a prevalente tema giallo. Mi concederò, quando il vento dell’intensità taglierà il sentimento, qualche divagazione in versi, senza pretesa di assecondare metriche classiche o non convenzionali.

Spero, così di non rientrare tra i cretini, seppure non mi consideri un poeta.

Chi ti ama (di Giorgio Peruzio), finalista al Premio Letterario Nazione Città di Livorno (2021)

Delitti e ricette – La presentazione a due passi dal mare

Ospite del Bagno Marusca, a Lido di Camaiore, a fianco dell’elegante pontile da cui si possono ammirare le onde bianche e spumeggianti del mare versiliese, nell’ambito del ciclo organizzato dall’Associazione Medusa, nella serata di venerdì 17/7 ho presentato il mio nuovo romanzo.

A discuterne con me, con analisi stimolante e approfondita, con domande e spunti puntuali, pertinenti e talora garbatamente provocanti, il giornalista Umberto Guidi, che si è cimentato nel commento dell’indagine del vicequestore Gabuzzi, con la professionalità di un lungo mestiere e l’affettuosa stima che ci lega.

Ogni volta che ci si confronta con lettori attenti, che divengono preziosi critici, si scopre qualcosa della propria opera. Aspetti e situazioni che emergono al di là e oltre l’intenzione dell’autore. Specie nel legare l’ispirazione delle storie alla propria esperienza biografica.

Sviluppare tale dialogo è bello e arricchisce.

Come l’emozione si sposa al sentimento e all’intelligenza del cuore nel cogliere la partecipazione del pubblico che ascolta e tenta di conoscere le sensibilità dell’autore.

Momenti per me assai positivi, raccolti nel video che riproduce gran parte dell’incontro.

Delitti e ricette – presentazione con intervista

A Firenze, il 9/6/2021, il mio terzo romanzo è stato presentato e lanciato. La ristrettezza dei tempi impedì di tratteggiare gli elementi di rilievo nel libro.

Per questo, riporto integralmente l’intervista che si svolse solo parzialmente.

Domanda. Di cosa parla il tuo romanzo?

Tutto parte da un efferato omicidio in un ristorante di tendenza in riva al mare, a Viareggio.

La comunità locale è scossa, viene chiamato a guidare le indagini il vicequestore Gabuzzi, capo della squadra scientifica investigativa di Firenze.

Le indagini saranno difficili, perché l’apparente natura passionale contrasta con l’accuratezza delle modalità dell’assassinio.

Così, addentrandosi nella realtà locale, verranno a galla più ampie trame che si intrecciano con il delitto originario.

La soluzione arriverà dopo articolate investigazioni, introducendo personaggi, gruppi, situazioni spesso inaspettate.

Domanda. Il tuo è un giallo. C’è un tema a ispirarlo?

La consapevolezza della complessità.

A situazioni complesse non esistono risposte facili.

Viviamo in tempi nei quali tutto è divorato dalla fretta, ogni esperienza brucia in attimi fugaci, facendo ripartire alla ricerca di altre sensazioni, possibilmente forti. Ma la realtà è multiforme. Cogliere le sfumature è necessario per capire. Dobbiamo recuperare la ricerca della profondità, il tempo della riflessione.

L’arte della profilazione è questo. Un’arte forse più che una scienza, certo non una scienza esatta. Di chi non si accontenta di risposte banali. Di chi si inquieta delle contraddizioni e non cerca scorciatoie. La carriera investigativa di Gabuzzi si snoda tra pressione dei magistrati inquirenti e colleghi che vogliono soluzioni lineari. Diomede Gabuzzi arriva a risolvere i casi prendendosi rischi, valorizzando coincidenze e input non convenzionali, affrontando depistaggi. Soprattutto: analizzando gli intrecci che, non per caso, vedono i delitti su cui indaga come fili di trame più ampie. Un poliziotto scomodo e brillante, che sa conquistarsi spazio d’azione e ha il coraggio d’andare controcorrente. Con un’attenzione alla dimensione umana che lo rende al tempo stesso fragile e saldo.

Domanda. Parlaci, allora, del protagonista

Diomede Gabuzzi è il mio investigatore. Di lui ho già pubblicato due indagini, questa è la terza. Molte altre lo impegneranno. Alcune già scritte, in attesa di pubblicazione, altre, anche degli anni giovanili, di cui ho pronte idee ed appunti.

Modenese, degli emiliani ha la concretezza e l’ottimismo. Ha una vita sentimentale resa difficile dalla timidezza che in gioventù gli precluse avventure sentimentali e che, nella maturità, gli fa apprezzare soltanto relazioni intense e profonde. A Viareggio troverà l’amore.

Ha un grande senso dell’amicizia, che lo porta a selezionare i rapporti.

Valorizza il lavoro di squadra.

Ha mentalità aperta e sa battersi per difendere le sue idee.

Ha sviluppato le capacità di profiler e, a Firenze, dove giunse con la nomina a vicequestore aggiunto, è stato incaricato di formare e guidare la Squadra Scientifica Investigativa, una struttura agile che utilizza tecniche di indagine avanzate e talora non ortodosse. Per lui la ricerca del movente è la chiave dei delitti, ma non disdegna di valutare dettagli e particolari apparentemente casuali.

Domanda. Qual è il tuo stile?

Molto personale. Non ricalco modelli. Soprattutto non mi piace obbedire a schemi che privilegiano il ritmo e introducono colpi di scena a cadenze fisse.

Descrivo situazioni con l’esplosione dei particolari, quasi fossero scene cinematografiche. Non videoclip, rifuggo la frenesia. Porto il lettore dentro il quadro, gli faccio vedere gli attori nell’aspetto, nei gesti, oltre che nel dialogo. E poi aggiungo l’approfondimento psicologico, i pensieri e i dilemmi dei protagonisti.

I miei sono gialli di ricerca del senso delle vicende. Non sfido il lettore a snidare il colpevole, ma lo conduco alla costruzione dell’indagine, all’analisi degli indizi, all’esame dei dubbi, allo scandaglio delle motivazioni dei comportamenti.

Lo sviluppo della narrazione è un crescendo. Una storia che inizia minuta acquista sempre nuovi elementi, introduce nuovi attori. Rileggendolo, mi sono accorto che l’andamento di Delitti e ricette ricorda il bolero.

Le mie storie sono viaggi di scoperta e di continuo rilancio dello sguardo oltre l’orizzonte. Dove l’epilogo è l’introduzione a nuove domande, alla possibilità di una nuova storia.

E poi posso vantare la coerenza nello sviluppo della storia. Nonostante un vivace intreccio di vicende, non ci sono sbavature.

Domanda. Colpisce, nel tuo romanzo, l’originalità dei nomi propri. Perché questi strani nomi?

È un mio vezzo, ma non soltanto questo.

Scelgo nomi poco comuni per due ragioni.

Da un lato per incuriosire il lettore e perché, se la storia lo intriga, possa ricordare il protagonista: Diomede non si confonde con nomi più consueti.

Dall’altro perché i nomi hanno un potere evocativo. Li cerco più nella mitologia che nelle icone moderne. Questo consente di inserire riferimenti che arricchiscono la narrazione. Come, in Delitti e ricette, l’incontro tra Glauco e Diomede, che riecheggia un canto dell’Eneide.

Inoltre, mi diverte scoprire nomi (reali) che non conoscevo. Nel romanzo che presento ho fatto di più, inventando due nomi che sono la fusione di altri: Ludomino e Frangelsa

Domanda. Nel romanzo introduci una figura ambigua: Sara Sirarella. Qual è il suo ruolo?

È uno dei personaggi più eclettici e interessanti tra quelli incontrati da Gabuzzi.

Giovane imprenditrice napoletana, è fuggita dal padre camorrista.

Intelligente, carina e vezzosa, intraprendente.

Sa molte cose, anche sulle iniziative della malavita in Versilia.

Propone una sorta di alleanza a Gabuzzi, ma i suoi veri fini restano misteriosi.

Collaboratore occulto delle forze dell’ordine o, a sua volta, colpevole di reati ben nascosti?

Il rifugio che ha costruito sotto il suo pub contiene segreti, rivelatori di vizi insospettabili e parziali risposte.

Enigmi insinuati tra le occulte trame delle gang locali.

Domanda.  Tutto si svolge in Versilia. Quanto conta lo sfondo ambientale per te?

Ho scritto questo romanzo anche come atto d’amore per Viareggio, la città che ho scelto per vivere una vita buona. Viareggio è stupenda, anche se non manca di contraddizioni. La Versilia, che la comprende, offre visioni e situazioni d’incanto.

Le inquadrature che descrivo sono traduzioni della mia esperienza diretta. Fanno parte della storia, perché tutte le storie rispecchiano la sensibilità dell’autore.

Delitti e ricette – Ed. Portoseguro FI – giugno 2021

Per l’acquisto:

è possibile richiederlo in libreria, dove potrà pervenire dopo qualche giorno. Valorizzare le librerie è importante: sono un presidio della cultura nel Paese.

Per chi preferisce il canale on line:

sul sito dell’editore al link: Delitti e ricette – Porto Seguro Editore

oppure nei grandi store on line:

Delitti e ricette – Giorgio Peruzio – Libro – PSEditore – | IBS

Delitti e ricette: Amazon.it: Peruzio, Giorgio: Libri

Libro Delitti e ricette – Peruzio Giorgio – PSEditore | LaFeltrinelli

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