Cosa venire a cercare?

Gli artisti sanno essere profetici. Evocativi, ma anche espressione del loro tempo.

Era il 1988. Franco Battiato, già affermato, elitario e misticamente passionale, cantava:

“Questo secolo ormai alla fine

saturo di parassiti senza dignità

mi spinge solo ad essere migliore

con più volontà.”

Siamo nel secolo seguente a quello che lui vedeva spegnersi nella tristezza, nell’ignavia, nella miope difesa di rendite di posizione.

Siamo, nel nostro Paese, all’ennesimo corto circuito tra le emergenze e l’incapacità di praticare politiche orientate al futuro.

Assistiamo, nel mondo, a una drammatica carenza di leadership, di visione, di progettualità.

Mentre la catastrofe climatica avanza e la guerra torna a insanguinare perfino l’Europa.

Resto convinto – e l’intreccio delle crisi economiche, sociali, geopolitiche, sanitarie e, in ultima analisi, culturali – che i tumultuosi eventi che hanno cambiato la faccia del mondo impongano l’adozione di nuovi paradigmi e l’elaborazione di nuove strategie di ampio respiro.

Non sarà possibile vincere le sfide senza ritorno di un pianeta che geme e rischia il tracollo ambientale e umano applicando le ricette del Ventesimo Secolo. Gli ideali che lo hanno animato sono stati travolti dal venir meno dei loro presupposti materiali e culturali.

Per questo la guida del necessario rilancio non può essere affidata a pretesi leader seduti sulle idee del passato. Che rischiano di lasciare il campo ad altri capipopolo votati all’oscurantismo, sopprimendo le libertà e i diritti civili.

Serve all’Italia (e al mondo) una rivoluzione dei modelli di produzione, di consumo, di distribuzione. Serve l’affermazione del primato dei beni comuni, dell’investimento sul futuro, della reimpostazione del rapporto tra umanità e natura in chiave di armonia e di crescita sostenibile.

La cosiddetta agenda Draghi era ed è una linea di difesa, utile ma insufficiente.

Soltanto misurando gli obiettivi sul lungo periodo possono davvero emergere le differenze tra le proposte: non promesse elettorali in gran parte illusorie, ma misure per collocare il contenimento delle emergenze in una prospettiva di economia circolare, di solidarietà comunitaria, di valorizzazione della creatività e del talento per la liberazione del valore anche esistenziale delle innovazioni nelle quali la tecnologia sia governata dai bisogni e dai tempi dell’umanità e non dall’obiettivo della massimizzazione dei profitti.  

Non vedo partiti o movimenti che tentino risposte a questa domanda “alta” di politica.

Non trovo sedi per poterne davvero discutere.

E mi domando, nella disgregazione che ha frantumato classi sociali e tradizioni politiche collettive, lasciando spazio a richiami tribali e a nostalgie di chiusura localista e particolarista, se nascerà un fulcro di raccolta dei “senza rappresentanza”. Penso a chi vive ai margini della società (e che raramente partecipa al voto), ma soprattutto ai giovani, quelli che magari vanno all’estero per trovare sbocchi occupazionali confacenti alle loro aspirazioni.

Perché l’altra mia convinzione è che, se c’è una speranza per il futuro, essa riposi sull’assunzione di protagonismo delle generazioni che sono native digitali, per le quali i confini geografici sono labili, l’incontro tra diversità è una ricchezza e non fa paura.

I giovani, per riuscire a vivere la loro vita in una condizione di continua precarietà, hanno imparato a usare senza avere, a condividere tutto (fino, scandalosamente, agli spazzolini da denti), a cambiare casa, nazione, amici, lavoro. A rispettare la natura. A puntare alle emozioni prima che al guadagno.

Confesso: non li frequento (per ragioni anagrafiche e per condizione esistenziale), li osservo, con curiosità e ammirazione. Forse esagerando le aspettative.

C’è un protagonista che ricompare in un mio racconto e in due romanzi non ancora pubblicati che da voce alle mie ottimistiche proiezioni.

Il professor Coreglio, ormai in pensione, indica nelle generazioni nate dalla metà degli anni Ottanta il serbatoio della futura classe dirigente, perché esse vivono esperienze di socializzazione e di maturazione individuale e collettiva nel pieno del secolo corrente.

Dopo aver spiegato perché le filosofie politiche del Ventesimo Secolo si sono infrante sull’incompatibilità tra consumerismo dissipatorio e limite delle risorse, sottolinea come i giovani abbiano abbandonato il mito della proprietà in favore dell’accessibilità. Il loro governo, quando finalmente arriveranno a fondarlo, si caratterizzerà intorno all’obiettivo ideale dell’armonia: tra umanità e pianeta, tra identità sessuali diverse, tra nazioni, tra sviluppo economico e benessere esistenziale, tra progresso ed equità sociale.

Pecco di eccesso di ottimismo? Esorcizzo il dramma presente sognando un’utopia?

Forse.

I versi di Battiato che citai in premessa sono parte del testo di “E ti vengo a cercare”.

Nel 1981 il maestro catanese scrisse “Povera Patria”, amara constatazione del degrado morale e materiale di questo nostro travagliato Paese.

Concludeva: “La primavera intanto tarda ad arrivare”.

Ci ha lasciato versi e musica stupendi, per goderne la bellezza, ma anche per riflettere.

Per non perdere l’orizzonte del futuro.

E oggi cosa verrei a cercare?

La primavera che ancora spero arrivi sulle ali della gioventù che saprà fare suo il mondo, salvando sé stessa, i figli che verranno e anche noi che non riusciamo a uscire dalle gabbie di vecchie ideologie e di comportamenti inconciliabili con la sopravvivenza della Terra e dell’umanità.

Quando l’efficienza si traduce in bellezza

(Impressioni su Milano)

A pochi passi da piazza Gae Aulenti, vicino ai grattacieli e al Bosco Verticale

Da molti anni non andavo a Milano.

Non ne avevo un ricordo positivo. E, da buon torinese, guardavo con sospetto l’atteggiamento dei milanesi, che sentivo guascone e supponente.

Poi, invece, avevo letto della riscossa della capitale economica d’Italia, degli interventi urbanistici, del recupero delle aree e dei progetti di sviluppo.

Ero incuriosito.

Finalmente la pandemia s’è allentata e ho potuto andare a verificare sul posto se e come questa città sia cambiata.

In pochi giorni l’ho percorsa nelle sue dorsali principali, ho girato il centro, raggiunto luoghi topici per misurarne spirito e realtà.

Ne ho tratto un’impressione nettamente favorevole.

Una città che funziona, che sa assumere una dimensione umana, votata all’ottimismo, capace di coltivare l’arte e la bellezza.

Diversi i fattori che determinano un’efficienza dal volto umano.

Un sistema di trasporti pubblici eccellente che consente di raggiungere ogni direttrice con rapidità e comodità, imperniato sulle linee di metropolitana che si intersecano per poter passare, senza uscire dai corridoi sotterranei, dall’una all’altra o per spostarsi sulla rete ferroviaria.

La pulizia delle strade, dei monumenti, dei palazzi. Quasi incredibile in una grande città.

Il traffico ordinato, il controllo discreto ma fermo delle forze dell’ordine nei luoghi di maggior frequenza.

La qualità dei pubblici esercizi, dove la modernità si sostanzia nella ricerca della salubrità, nella varietà e spesso originalità del cibo e delle bevande, nella snellezza e puntualità del servizio.

La dinamica delle iniziative artistiche e culturali, diffuse in tutta la città a coprire un’amplissima gamma di espressioni.

La costruzione di quartieri modernissimi con la salvaguardia di spazi a verde e di aree per passeggiare senza l’oppressione dei palazzi a incombere sopra la camminata. La nuova area intorno a piazza Gae Aulenti, in questo, è esemplare.

Ricchi di opere, ben organizzati e attivi i musei e le aree espositive.

Questo insieme di condizioni, cui si accompagna la vivacità economica – a Milano l’economia che gira si percepisce a occhio – genera comportamenti virtuosi. Le persone appaiono serene, non concitate, perfino gentili oltre ogni aspettativa.

La chiave di questo successo urbano me l’ha spiegata un ragazzo che gestisce un moderno bar affacciato sul Naviglio Grande.

In sintesi, ha sostenuto che a Milano convivono persone che arrivano da ogni parte del mondo, le esperienze si scambiano, tutti ne imparano e le differenze esaltano i talenti.

L’interculturalità come sbocco naturale e generoso della globalizzazione radicata in una disciplina urbanistica che crea la metropoli vincente, moderna e bella.

Il modernismo non viene declinato, come si rischiava anni prima, come competizione aggressiva, nel segno di tecnicismi che premiano finanza e marketing. Siamo alla fase in cui si tende a realizzare il successo senza smarrire l’umanità e i valori esistenziali.

Credo, immagino – ma un po’ m’è sembrato di vederlo nei gruppi che affollavano i viali sui navigli – che siano soprattutto i giovani a guidare questa conversione epocale. A dimostrare che sviluppo, sostenibilità e realizzazione di sé possono stare insieme, che trovare il proprio posto nel mondo non significa sgomitare e schiacciare gli altri, ma condividere conoscenza, innovazione, speranza.

Un raggio di futuro.

A farci capire che se lì è possibile, lo deve essere anche altrove.

Verso nuovi modelli di produzione, di scambio, di consumo, di vita.

Verso il 2022

Cercavo versi per dare senso e ottimismo alla vigilia del passaggio d’anno.

Una ricorrenza che simboleggia continuità e novità nella vita del mondo e delle persone.

Anche in questo epilogo del 2021 siamo schiacciati del perdurare della pandemia, travolti da gragnuole di parole e opinioni nelle quali certezze si sfaldano e domande si moltiplicano.

Chiediamo alla medicina di trovare finalmente la mossa vincente contro il virus, alla politica di conciliare libertà e sicurezza. Perché tutto sembra sempre troppo o troppo poco. E siamo stanchi di appelli, di divieti, di baruffe dialettiche.

Se ci fermiamo a riflettere con serenità – è difficile farlo, ma sarebbe necessario – arriviamo a comprendere che nessuno può avere risposte definitive e risolutive.

Di fronte a un nemico infido che rimane misterioso e mutevole, la difesa si sostanzia di approssimazioni successive. Tutti siamo chiamati a tenere desta l’attenzione e altrettanto a non farci risucchiare nella deriva della desolata chiusura in sé stessi.

La pandemia ci ha rubato un anno. Quanti, come me, hanno perso il senso del tempo vissuto, come esso contenesse un grande buco nel quale s’è consumata l’attesa e l’esistenza era sospesa tra rinvii e limitazioni?

Qual che non dobbiamo farci sottrarre è il gusto della vita, che si alimenta del rapporto con il mondo e gli altri.

Se l’effetto delle costrizioni, imposte dalle circostanze e dalle regole di tutela collettiva, fosse di renderci egoisti, di vedere chi sta fuori dalla cerchia dei nostri più stretti affetti come un pericolo, una presenza da evitare, sarebbe la sconfitta della civiltà.

Neppure le guerre – che la mia generazione e le seguenti, almeno nei Paesi dell’UE, non hanno subito, spesso ignorando la fortuna di questa salvezza – hanno cancellato spirito di comunità, solidarietà, voglia di riscatto e speranza di futuro.

Impariamo da chi è uscito dalla Resistenza con la forza di ricostruire il domani, di volere un futuro, di generare figli.

Oggi tutto può apparire grigio e duro, ma la storia ha scaricato sugli eredi della Terra lutti e privazioni ben maggiori.

Allora, forse, trovare pensieri insieme dolci e responsabili può essere d’aiuto a rasserenare gli animi. Ad avvicinare l’uscita dalla coltre di nubi che sta oscurando il giorno, a spingere avanti il vascello dell’umanità. Verso una stagione che fiorirà dalle gemme del sapere, del sentimento, sulla linea che unisce il cuore al cervello, la sensibilità all’intelligenza.

Oltre le brume e le acque limacciose intorbidate dalla tempesta.

Con questo spirito offro i miei versi di oggi.

Per domani. Per un lungo e fruttuoso domani.

Transizione ecologica: le spine della rosa

La corsa alle energie rinnovabili sta tumultuosamente coinvolgendo sempre nuovi protagonisti. Gli impegni dei governi a contenere il surriscaldamento del pianeta sembrano trovare nella riconversione dai combustibili fossili al Green Power uno dei principali, se non quello fondamentale, tra gli obiettivi praticati.

È ormai convinzione generale che ciò porterà una nuova fase di sviluppo, creando posti di lavoro in misura maggiore di quelli che saranno abbandonati e profitti ancor più appetitosi di quelli declinanti. Le risorse finanziarie impiegate sono enormi, i grandi investitori mondiali sgomitano per partecipare alle industrie emergenti dell’eolico, dell’idroelettrico avanzato, del solare.

I piani di progressione del cambiamento sono studiati per bilanciare relativa rapidità e gradualità di passaggio (orizzonti 2030 e 2050).

Tutto bene? Finalmente politica ed economia pongono il progresso sui binari della sostenibilità?

Non è proprio così: luccica, ma non è oro.

Partiamo da una domanda: quanta energia occorre per produrre energia? Nel calcolo, per essere coerenti con principi di sostenibilità, bisogna metterci tutto: input di materie prime, lavorazioni, distribuzione (perché si tratta di portarla dove sarà utilizzata), gestione degli scarti.

A esempio, immettere un barile di petrolio nell’estrazione di petrolio permette la produzione di trentacinque barili dello stesso combustibile. Assai meno dei cento di un secolo fa.

Analogo calcolo per l’energia eolica deve comprendere la produzione delle pale; per quella solare la produzione dei pannelli, per entrambe quella degli accumulatori. Lo stesso per le altre fonti (idroelettrico, geotermico, ecc.). E qui il quadro si vela di nubi. I nuovi macchinari esigono rilevante impiego di minerali di difficile estrazione e sintesi: i minerali rari e le cosiddette “terre rare”. Queste ultime sono disperse e diffuse in natura e sempre legate ad altri elementi. Renderle disponibili all’uso industriale implica lavorazioni onerose e altamente inquinanti. L’input energetico delle operazioni (compreso il trasporto dai siti di estrazione a quelli di raffinazione, alle industrie di produzione degli impianti) è elevato. Se si aggiunge l’enorme problema della gestione dei rifiuti che ne derivano, il saldo ambientale rischia di essere negativo. Cioè una modesta diminuzione delle emissioni di CO2 si accompagna a distruzione di ecosistemi locali nei quali sono abbandonati i rifiuti minerari e drammaticamente (e quasi irreversibilmente) riversate le acque di scarto, spesso radioattive e sempre chimicamente letali.

Nei Paesi avanzati tutto questo non si vede, giacché i disastri ambientali sono delocalizzati nelle aree più povere e meno avanzate (e in Cina, che ha deliberatamente scelto di farsene carico, pagandone il prezzo umano e territoriale, per controllare risorse preziose, delicate e rare)

Altro caso di riconversione è quello verso le automobili elettriche. Vari studi comparativi (anch’essi comprensivi dei costi di produzione oltre a quelli di esercizio) dimostrano che una vettura a trazione elettrica, nel suo ciclo di vita, genera un impatto di CO2 pari a tre quarti di una alimentata a diesel. Questo relativo abbattimento di gas serra sconta, tuttavia, il problema dello smaltimento delle batterie, che non sono riciclabili e, per la loro composizione, sono fortemente nocive.

La riconversione ecologica necessita della diffusione delle tecnologie digitali. Esse, oltre a garantire l’industrializzazione di molti processi, stanno a base dell’esplosione dell’innovazione che ha investito anche i consumi di massa: televisori, smartphone, tablet, PC, domotica, ma anche equipaggiamento di vetture, elettrodomestici. Ormai chip e telematica sono in ogni angolo delle nostre case e segnano il ritmo delle nostre vite.

Le tecnologie digitali, per funzionare, impiegano magneti e altri particolari (sempre più miniaturizzati e leggeri) che, a loro volta, hanno quali elementi essenziali terre e minerali rari.

E, nuovamente, incrementano la domanda di materie prime ad alto costo ambientale per creare componenti con infimo grado di riciclabilità.

Ulteriore preoccupazione deriva dal largo consumo di acqua nelle produzioni che separano e sintetizzano le terre rare. Se già ora l’accesso all’acqua rischia di scatenare conflitti cruenti in Africa, lo smodato impiego di acqua nei processi industriali minaccia di rendere l’acqua potabile un bene scarso a livello globale.

Queste constatazioni fanno sorgere il dubbio che la magnificata riconversione ecologica sia una strategia volta a generare nuovi mercati e nuove occasioni di business senza davvero risolvere il degrado ambientale, contenendolo su un lato per riproporlo (magari differendone gli effetti) su altri.

Perché non esistono pasti gratis e neppure rose senza spine.

L’evidenza delle contraddizioni impone di ricalibrare le misure per una riconversione ecologica che raggiunga i suoi obiettivi in termini olistici, guadagnando risanamento su tutti i piani interessati.

Di fronte ai paventati rischi che la nuova fase di sviluppo sia strozzata dalla penuria di risorse primarie (minerali più o meno rari, acqua, sufficienza di energia), vale l’ironia di Christian Thomas, un esperto francese: Non abbiamo problemi di materia; abbiamo solo problemi di materia grigia.

Occorre cambiare visione strategica, trasformando la consapevolezza della drammatica complessità delle sfide per il futuro in comportamenti che mettano fine al consumo dissipatorio.

Per scongiurare i pericoli di una riconversione che apra nuovi fronti di degrado, le scelte tecnologiche debbono essere guidate da una visione umanistica proiettata sul lungo periodo, mettendo insieme economicità, praticabilità e autentica sostenibilità.

La progettazione delle innovazioni dovrà garantire risparmio di risorse e bassa intensità di contaminazione ambientale.

Ciò significa – ed è una decisione che spetta alla politica, contro le logiche di profitto legate allo sviluppo quantitativo – bandire l’obsolescenza programmata dei beni di consumo.

Poi è fondamentale investire in ricerca e sviluppo per prodotti e processi che privilegiano riduzione dell’impiego di risorse e riciclabilità, perché all’energia rinnovabile va abbinata la riproducibilità delle materie prime (difendendo la biodiversità: la natura, non è solo fauna e flora, ma anche oceani e fiumi, montagne, pietre, ghiacciai…).

La ricerca può non essere immediatamente capace di trovare risposte, ma è uno strumento imprescindibile per elaborarle.

Vero che bisogna agire subito, che le tecnologie ora disponibili vanno attivate. Ma uno scatto in avanti sui nuovi materiali, sull’efficientamento delle reti produttive e distributive è possibile, se le migliori intelligenze saranno sostenute da adeguati investimenti.

La pandemia ha indotto a sintetizzare efficaci vaccini in tempi più che dimezzati rispetto alla tradizione. Salvare l’ambiente, il pianeta, il futuro dei nostri figli non è meno importante.

La transizione non può essere guidata dalle logiche del profitto rapido e massimo. È in ballo la sopravvivenza del genere umano. L’attenzione e la mobilitazione dei cittadini possono e devono rendere vincenti politiche orientate all’autenticità di una montante cultura materiale della sostenibilità.

Per chiudere con una brillante massima di Albert Einstein: Non si può risolvere un problema con lo stesso modo di pensare che l’ha generato.

La scienza è arma vincente quando è governata dall’etica.

Dopo l’emergenza sanitaria ci vuole un progetto di futuro

Vedere in lontananza l’uscita dal tunnel non significa aver trovato la strada.

Ora che il contagio sembra placarsi, che l’emergenza sanitaria pare prossima a chiudersi, si anima la discussione sulla “fase due”. Quella che lentamente, con aperture a macchia di leopardo, nella moltiplicazione di misure precauzionali, allenterà la stretta. Quella che metterà alla prova la capacità di adottare comportamenti improntati alla prudenza, ancora soggetti al dovere del distanziamento sociale, in forme che consentano la ripresa produttiva e un minimo di vita di relazione, di espressione corporea, di riaccostamento alla cultura e alla cura del corpo.

La mente non potrà rilassarsi, perché tutte le azioni con cui cercheremo di recuperare la nostra compiuta dimensione nelle sue articolazioni esistenziale, professionale, affettiva, ludica, saranno condizionate dalla paura del virus: del suo riaccendere focolai di pericolo.

Inevitabilmente, dall’angoscia del dramma sanitario transiteremo ai travagli del collasso dell’economia.

Ma qui sta un punto cardine del nostro futuro.

Come non potremo ritornare ai comportamenti ante COVID-19, così l’economia non potrà rincorrere i paradigmi che la guidavano prima della crisi.

Il mondo sta repentinamente cambiando e non sarà più come lo conoscevamo.

Scriveva Alessandro Baricco, in un suo brillante articolo, che il mondo è guidato (ancora) da un’intelligenza del Novecento. Concordo. Manca una classe dirigente del XXI Secolo.

E oggi (dal momento in cui si avvierà la ripartenza del tessuto industriale e commerciale) la sfida impone la gestione di un cambiamento radicale e generale.

Sconfiggeremo il COVID-19 (speriamo del tutto e al più presto), ma dobbiamo esser pronti a prevenire e combattere altre insorgenze virali ad alto impatto.

Questo richiede investimenti nel sistema sanitario, ma anche nelle procedure di controllo dei movimenti e dei contatti (senza cancellare i diritti alla privacy).

Quindi: strutture di medicina avanzata e di ricerca, nuove tecnologie di tracciamento e informazione, innovazione legislativa.

Ma anche revisione dei criteri di aggregazione umana. Difficile che il futuro possa contemplare i raduni di massa: forse è finito il tempo degli stadi stracolmi, delle adunate nelle piazze, dei grandi concerti sui prati.

E altrettanto: la spinta all’inurbamento selvaggio, con le periferie metropolitane ad altissima densità demografica, dovrà invertire la rotta. Perché lì la disperazione sociale, intrisa di miseria e ambizioni frustrate di popoli fuggiti dalle lande disperse del mondo, non è solo un orrore etico, ma anche un potenziale bacino di contagi.

Si possono fare mille esempi di quel che cambierà: il turismo, la somministrazione di cibo e bevande, i criteri di mobilità individuale e collettiva, la diffusione del telelavoro, la digitalizzazione dei servizi (a partire da quelli pubblici), l’impulso a un nuovo salto in avanti nella robotizzazione delle attività di produzione diretta, la formazione on line (da quella di base a quella specialistica e professionale), la distribuzione degli eventi di sport e spettacolo (inclusi quelli a maggior valenza culturale) e molto altro.

Pensiamo ai valori abitativi. Credo che la domanda di residenzialità subirà profonde mutazioni. Le famiglie, ammaestrate dalla lunga permanenza a casa e dal timore che tale situazione potrebbe ripetersi nel corso della vita, cercheranno sistemazioni che offrano: uno spazio attrezzabile a ufficio mobile (collegabile in remoto per il lavoro, per lo studio dei figli); apertura verso l’esterno (terrazzi, cortili); maggiore indipendenza (meno appartamenti in condominio, più residenze autonome); vicinanza a negozi e servizi essenziali, senza eccessivo decentramento e isolamento; salubrità ambientale. Caratteristiche oggi difficili da reperire e abbinare ad altri valori non rinunciabili (stanza per i figli, due o più servizi, box, ecc). Questo prelude a forte turbolenza sul mercato immobiliare, tanto da farmi ritenere che l’accesso alla casa dovrà, in futuro, esser incanalato in contratti volti al riuso e a una maggiore mobilità: leasing più che acquisto, un po’ come già oggi sta accadendo per l’automobile. Un sistema che permetterebbe anche il passaggio ad abitazioni adeguate alle fasi di vita: per il singolo, per la coppia giovane, per il periodo con figli, per quello in cui si torna ad essere in due, per la vecchiaia. Un passaggio che implica la creazione di complessi immobiliari forti detentori di un patrimonio abitativo articolato da vendere in concessioni temporanee redditizie ma convenienti per gli utilizzatori e da manutenere e rinnovare progressivamente in linea con i progressi della bioedilizia e della domotica.

Ho soltanto provato a immaginare una rivoluzione settoriale, come molte altre verranno.

Tutto andrà immaginato e riprogettato nello scenario tecnologico ormai acquisito e in via di incessante evoluzione.

Accettando che alcuni settori dell’economia sono destinati a un declino inarrestabile e probabilmente veloce, mentre altri sono destinati a crescere.

Trovo assai inadeguato lo scontro sulle modalità di finanziamento della risalita. Titoli emessi a livello europeo sono certamente più forti (e di più immediata disponibilità) piuttosto che crediti scaturiti dal rafforzamento del bilancio UE, ma comunque i soldi arriveranno e saranno tanti: whatever it takes, secondo la ormai nota frase di Mario Draghi. L’Europa (come tutto il mondo) sarà inondata di liquidità: verso il reddito di chi l’ha perduto e verso le iniziative imprenditoriali.

Tuttavia, come sul breve periodo non ci saranno vincoli all’indebitamento pubblico, il problema non è recuperare qualche punto di PIL.

In ballo c’è e ci sarà molto di più.

Verrà sconvolto il modello di sviluppo.

Pensare di ripristinare quello bloccato dall’emergenza sanitaria è illusorio e suicida.

La storia insegna che dopo una grave caduta dei mercati tocca all’iniziativa pubblica rigenerare la domanda. La prospettiva di un grande piano di “ricostruzione” europeo (“un nuovo piano Marshall”, come si vaticina) è corretta e affascinante.

In tale direzione non sarà sufficiente che gli investimenti risanino e recuperino e potenzino strutture e infrastrutture che si sono rivelate inadeguate: sanità, reti viarie e autostrade dell’informazione.

Occorre che gli investimenti pubblici orientino tutto il mercato, generando domanda che traini anche gli investimenti privati.

Abbiamo l’occasione per la riconversione verde dell’economia. Il green new deal timidamente approvato in sede comunitaria può diventare il faro nella rotta per la crescita sostenibile.

Intorno alla riconversione della produzione energetica, con l’abbandono progressivo, irreversibile e veloce dei combustibili fossili, vanno ridisegnate le coordinate della società del futuro.

Innescando dinamiche che agevolano lo sviluppo in logica di sostenibilità non solo ambientale, ma pure sociale, riducendo il gap nella distribuzione dei suoi frutti tra le varie componenti professionali, generazionali, territoriali. In una dialettica economica nella quale tramonta la finanziarizzazione esasperata a favore dell’investimento produttivo in beni e servizi.

Per questo accanto all’azione di governo della transizione pare necessario che le migliori risorse e intelligenze vengano chiamate a concorrere a un progetto di futuro di lungo periodo. I politici sono condizionati dalle scadenze elettorali, gli amministratori delle società pensano al bilancio annuale (quando non alla “trimestrale”): entrambi hanno visioni limitate, a corto orizzonte.

Circa due anni fa formulai un auspicio per il nostro Paese. L’articolo è ancora visibile sul mio sito (http://giorgioperuzionarra.it/2018/08/04/il-nuovo-rinascimento/)

Proponevo per l’Italia di raccogliere i migliori cervelli e le migliori competenze del Paese: imprenditori, amministratori pubblici, professionisti, politici illuminati, urbanisti, economisti, artisti, sociologi, ecc. Poiché la prospettiva disegnata apre ad una nuova leadership culturale del nostro Paese, sarebbe bello battezzarlo il “Club del Nuovo Rinascimento”.

Non un gruppo di pensatori votato alla filosofia del possibile ma una risorsa di intelligenza collettiva, scientifica e umanistica, per tracciare il progetto strategico di rilancio dell’Italia. Divenendo la fonte di ispirazione per il programma di un governo che guarda al medio periodo e supera la logica delle emergenze e del prossimo appuntamento elettorale e che seguiterà a fornire materiali per la sua attuazione ed evoluzione.

Credo che siano mature le condizioni per creare un simile laboratorio di idee a livello europeo.

Se è vero che una delle chiavi per un futuro migliore è evitare che l’urbanizzazione degradi le metropoli a megalopoli ingovernabili e pericolose, la dimensione della città media europea, carica di storia, cultura, radici, valori è il luogo più adatto a definire nuovi modelli di vivibilità urbana. Modelli che implicano interventi multistrato: di strutture, infrastrutture, istruzione, organizzazione, cultura. Modelli che costituiranno essi stessi un prodotto complesso e pregiato da vendere a livello mondiale.

Accordarsi sulla creazione della rete di prossima generazione (5G) è quasi facile, se paragonato all’impegno di rendere le città accoglienti per tutti quelli che vogliono viverci.

La consapevolezza della portata della sfida impone che venga giocata a livello europeo, perché nessuno Stato nazionale potrà vincerla davvero. Non sarà un gioco a somma zero. Se affrontato mettendo in competizione sistemi nazionali, i più forti potrebbero sopravvivere, ma ne usciranno più fragili dinanzi alle potenze maggiori: la Cina, gli USA, prime tra esse, ma anche i colossi transnazionali come Amazon, Google, Facebook, Apple, Alibaba, e altri meno noti.

Se, invece, risorse e progettualità avranno una dimensione continentale, le sinergie sapranno guidare l’offerta dal lato della domanda (prevalentemente collettiva), generando accumuli e moltiplicatori di accelerazione della crescita senza tentazioni inflazionistiche. L’unico modo, peraltro, per rientrare gradualmente dall’espansione dei disavanzi statali originati dal finanziamento della “ripartenza”.

La task force affidata dal governo Conte a Vittorio Colao è una buona scelta, ma soffre di essere finalizzata all’organizzazione e progettazione della “fase due” e dal confinamento in ambito nazionale.

Se l’Italia vuole avere un ruolo in Europa – candidandosi, coma la sua tradizione storica merita, alla leadership culturale di un “nuovo Rinascimento” – affianchi alla battaglia sugli Eurobond la proposta di creare un think tank europeo per dotarsi una visione di futuro da tradurre in progetti di crescita sostenibile.

Non dimentichiamo che le grandi svolte sono sempre nati da grandi idee e da grandi movimenti di consenso a obiettivi che univano cambiamento delle condizioni materiali a valori ideali. Fu così per la ricostruzione dopo il secondo dopoguerra, per la nuova frontiera kennediana, per l’uguaglianza di genere, per la lotta contro le discriminazioni. Non sarà diverso per salvare il pianeta e mitigare le disuguaglianze, verso un mondo a misura umana.

Friday for Future e Sardine – Arriva una nuova generazione

Non ho figli, non ho nipoti, da molto tempo ho lasciato l’insegnamento all’Università.

Quindi non ho consuetudine con i giovani e davvero non posso dire di conoscerli.

Eppure, quando, qualche settimana fa, mi inserii nel corteo degli studenti, nella prima manifestazione di Friday for Future a Viareggio, ho provato buone sensazioni, come non mi accadeva da molti anni.

Respirai lo stesso clima che avevo vissuto – allora da protagonista, ingenuo e pieno di speranze e di ardore giovanile – cinquant’anni prima, al mio primo corteo studentesco, a Torino.

Come allora, ciò che animava la scelta di far sentire collettivamente la propria voce era, insieme, il rifiuto dello stato delle cose e il desiderio di imporre una svolta: verso un mondo più giusto, più vicino al sentimento, aperto alla fantasia, alla spontaneità, alla leggerezza.

Una confusione ideale non riconducibile a precisi programmi, sebbene nell’assoluta chiarezza su quello che tutti volevano rovesciare.

Basta: alla polluzione atmosferica, alla distruzione della natura, al consumo sfrenato, al tetro dominio dell’economia astratta.

Successivamente sono venute le Sardine.

Anch’esse confusamente e gioiosamente schierate contro le negatività. Basta: alla semina dell’odio, alla violenza verbale e fisica, alla politica sguaiata e infarcita di fake news, al razzismo e all’egoismo.

Questi ragazzi, figli del ventunesimo secolo, la parte più giovane dei millenials, mostrano il candore dei figli dei fiori degli anni Sessanta, certo con meno illusioni e maggiore esperienza (filtrata dalla storia delle generazioni precedenti).

Tradizionalmente, l’ingresso dei giovani nell’arena sociale arriva con forme irruente, travalica i confini del confronto civile, scatena la naturale insofferenza verso le regole dei genitori.

Stavolta pare tutto il contrario.

Mentre la società degli adulti ribolle di rabbia e pulsioni, nelle quali il malcontento e l’inquietudine si tramutano in comportamenti tribali e nell’odio contro gli avversari (veri o presunti), i più giovani interpretano la gentilezza, la comprensione, la saggezza.

Ciò che immediatamente mi colpì, quando arrivai in piazza Mazzini e la disorganizzazione regnava sovrana, tanto da farmi supporre (erroneamente) che il corteo non potesse formarsi, fu l‘allegro stupore con il quale i ragazzi e le ragazze si incontravano e si riconoscevano.

Era tutto un domandarsi reciprocamente: anche tu qui? Per poi abbracciarsi e trovare naturale essere lì, insieme, per la Terra, per la solidarietà, per sentirsi in grado di partecipare alle scelte sul destino del mondo.

Quasi nessuno teneva china la testa sul telefono cellulare. Gli occhi cercavano gli occhi, per avere conferma di non essere soli, non aver sbagliato a scendere in piazza, per entrare tutti insieme nella Storia. Con il sorriso, l’entusiasmo, una nuova consapevolezza. L’emozione di una prima volta che non può essere vissuta per delega.

Come me e tanti miei coetanei, cinquant’anni prima.

Confermo: non conosco i giovani, non ho nessuna certezza su quel che faranno e diverranno.

Ma nei loro sguardi e nei loro gesti, titubanti e sinceri, decisi e lievi, ho visto una luce capace forse di sconfiggere le nubi che oscurano questi tempi tormentati.

Il destino del pianeta e l’economia delle fonti energetiche

Ho recentemente letto Un green new deal globale, di Jeremy Rifkin.

Un libro che consiglio a tutti.

L’autore, con l’ottimismo di chi collabora a costruire progetti di ampio respiro, in Europa e in Cina, delinea una visione planetaria di medio e lungo periodo sull’avvento della terza rivoluzione industriale, che segnerà l’abbandono dei combustibili fossili e il passaggio alle energie rinnovabili (solare ed eolico in primo luogo).

Rifkin vede all’orizzonte una società nella quale l’obiettivo della salvaguardia ecologica, l’arresto e inversione dell’emergenza climatica, cambierà, insieme all’economia, le dinamiche del lavoro e sociali.

La sua proposta vuole rilanciare l’essenza del «capitalismo sociale», un modello economico pragmatico in grado, nel breve orizzonte temporale che abbiamo di fronte, di accelerare la transizione verso un’era a emissioni prossime allo zero.

Non è facile aderire alla sua visione progressista, perché troppo poco si sta muovendo in quella direzione.

La descrizione, lucida e serena, degli scenari tecnologici, di mercato e di equilibri democratici che attraversano il saggio, ci consegna un grande dilemma, insieme portentoso e tragico, comunque straordinario e storicamente fondato.

Tutte le grandi trasformazioni economico/tecnologiche hanno comportato un massiccio intervento statale, con l’immissione di ingenti investimenti diretti e l’attrazione, altrettanto imponente, di capitali privati. Ciò fu e sarà necessario per consentire l’infrastrutturazione, materiale e culturale, che distribuisce a tutta la società i benefici delle nuove ricchezze attivate.

Il dilemma, quindi, è il seguente: sapranno i governi gestire e indirizzare le risorse, nei tempi e modi efficaci per realizzare la conversione alle nuove fonti energetiche e la creazione di una rete intelligente e flessibile per una loro efficiente e democratica distribuzione?

L’alternativa è l’avanzamento del degrado ambientale (cambiamento climatico e non solo) e l’accaparramento delle nuove ricchezze generate dal prevalere delle energie rinnovabili da parte di alcuni colossi privati, con l’esasperazione della divaricazione tra pochi ricchi sempre più opulenti e le masse impoverite.

Il tema della disuguaglianza, la scomparsa del ceto medio, il dominio dell’economia di carta (finanziarizzazione) che degrada e marginalizza il valore del lavoro, sono strettamente dipendenti da questa mutazione dei cicli di produzione legata alla sostituzione delle fonti energetiche primarie.

Questi sono i grandi temi che la politica dovrebbe affrontare.

Nessuno di essi trova spazio, se non in vuoti slogan, nei programmi delle formazioni che si sfidano in una perenna campagna elettorale, nella quale il successo di gioca su paure e risentimenti, promesse irrealizzabili, chiusure dinanzi alla dimensione globale e glocale delle questioni da cui dipendono le condizioni della vita collettiva e individuale, oggi e ancor più domani.

Che pena assistere alle urla e agli insulti!

I veri leader sono quelli capaci di trovare il consenso su progetti che, specie in tempi tormentati come quelli che viviamo, guardano a visioni di futuro, non vendendo messaggi di prosperità a breve, ma invitando all’impegno per costruire condizioni di sviluppo, libertà, equità sociale e progresso sull’orizzonte di qualche anno.

La svolta, sostiene Rifkin, è attesa tra il 2030 e il 2050.

In quale direzione, dipende da tutti noi.

C’è poco tempo, ma c’è ancora tempo per riflettere, decidere, agire.

Mettendo insieme ragione e competenze, restituendo un senso alla politica come concreta realizzazione degli ideali e non scontro emotivo tra tribù contrapposte.

L’effimero successo del “Me ne frego”

La citazione contenuta nel titolo di queste riflessioni vale, simbolicamente, a spiegare l’esito delle recenti elezioni europee nel nostro Paese.

Non per caso, rispolverare motti e stilemi della retorica fascista ha messo le ali alla conquista di ampie fasce di elettori da parte della Lega e del suo leader.

La vittoria del M5S dello scorso anno segnava il montare nel popolo dello spirito di rivalsa. C’è un largo settore della società che soffre la mancata realizzazione dell’aspirazione a poter raggiungere una condizione di tranquilla agiatezza e trasforma la frustrazione in rancore. La colpa viene addebitata ai politici, agli intellettuali, ai giornali, a tutti quelli che rappresentano il potere tradizionale. Il voto al M5S sembrava la migliore scelta per punire questi colpevoli.

Ma poi s’è visto che le cose non sono cambiate. Anzi: dove governano i 5 stelle le città precipitano, il ristagno economico e il disordine civile e materiale si impennano.

Allora il rancore vira su altri bersagli. Contro l’intrusione degli immigrati, visti come portatori di nuovi pericoli e concorrenti nell’accesso agli aiuti pubblici. Ma, soprattutto, esso alimenta l’illusione che a frenare l’economia siano i vincoli esterni. La disciplina fiscale dell’UE, le regole e la burocrazia, l’eccesso di pressione fiscale. Mostri da sconfiggere e cancellare! Questo è il nerbo delle promesse salviniane. Questo è il “me ne frego” che resuscita il simulacro dell’uomo d’azione, volitivo e possente, capace di vincere e distruggere i tentacoli vincolistici.

Il grosso del suo elettorato vive nella generazione dei baby boomers, quelli cresciuti senza eccessivi patemi e improvvisamente privati della bella vita, che pensavano di meritarsi per quel moto progressivo che vede i figli stare meglio dei padri, e che ora vivono l’incertezza nel lavoro e nel reddito e hanno figli alle prese con il precariato. Disabituati a misurarsi con la complessità, con una formazione infarcita di TV e consumismo, cercano e anelano soluzioni elementari, privilegiando quelle individuali a quelle collettive. In una deriva che fa riemergere egoismi e sentimenti ancor più sordidi. Così, nel linguaggio – complice la massificazione dei canali di comunicazione via Internet – ci si affranca (con un sospiro di bieco sollievo) dal politally correct. Non ci si vergogna del razzismo, si ricorre all’insulto, si sdogana il fascismo, il sessimo, l’omofobia. È la resuscitata litania dilagante del “me ne frego!”. I valori della Resistenza non sono dimenticati, ma semplicemente non fanno parte del bagaglio culturale di questo arcipelago di disordinate intolleranze.

E, tuttavia, le stagioni politiche sono ormai molto brevi.

Renzi prese più del 40% alle Europee 2014, quando sembrava impersonare una nuova primavera delle politiche economiche e sociali. Ma, portando solo la rottamazione del vecchio personale politico e non riuscendo a mantenere l’impegno di rianimare lo sviluppo, perse rapidamente il consenso.

Salvini vola quasi al 35%, ma dovrà ora confrontarsi con lo stesso scoglio.

Se il governo PD riuscì a riportare il segno positivo al PIL, ma in misura ancora inferiore al necessario, per quello gialloverde l’impresa è ben più ardua, con una congiuntura internazionale fiacca e un asset produttivo e competitivo nazionale ai minimi della storia.

La prossima legge finanziaria metterà alle corde Salvini. Non ha programmi, né risorse, per invertire la rotta dell’economia italiana.

Oltre l’espressione del rancore, i cittadini chiedono che lo sviluppo riparta e che distribuisca i suoi frutti in modo meno ineguale di come sta accadendo per le dinamiche spontanee del mercato finanziarizzato.

A parole si può fingere di recuperare “indipendenza”, ma la globalizzazione non può essere chiusa come i porti. L’autarchia non è possibile per nessuno. Non sarà l’UE a imporre il fiscal compact ma la tagliola del mercato sui tassi di interesse del debito a rendere impervio lo sforamento della spesa in deficit.

Per Salvini il dilemma sarà tra una politica avventurosa in dispregio dei vincoli, con la conseguenza di un disastro finanziario che porterà un domani di lacrime e sangue, oppure una legge di bilancio responsabile e avara. In entrambi i casi, portando la responsabilità del governo, questo dissolverà il grosso del consenso elettorale leghista al primo appuntamento successivo.

Tranne decida, da giocatore di poker, di far saltare il banco. Basterà premere per un’attuazione del contratto di governo tutta sbilanciata verso le istanze leghiste fino a provocare la crisi. Elezioni anticipate in autunno lo vedrebbero ancora vincitore, con la rendita dell’illusione che ha suscitato. A quel punto, la legge finanziaria potrebbe essere “alleggerita” delle promesse troppo costose, rinviate a un orizzonte quinquennale affidato a un governo (di destra-centro) più coeso dell’attuale.

Sull’altro versante, a conferma che gli elettori manifestano i loro sentimenti quando pensano che le elezioni poco influiscano sul quotidiano (così sono percepite quelle per il Parlamento europeo), ma prestano attenzione al buon governo per quelle più vicine alla vita di tutti i giorni, il centro-sinistra tiene a livello amministrativo. Tipico il caso di Bari, con un sindaco eletto con una maggioranza totalmente opposta al responso elettorale europeo.

Come può, in prospettiva, tornare competitiva sul piano nazionale un’alleanza alternativa al centro destra, posto che la parabola pentastellata sembra avviata a un inarrestabile declino?

Se si guarda a Milano e a Firenze, si vede che aree che mantengono un buon andamento economico e amministrazioni attente a garantire sviluppo equilibrato e modernizzazione sono quelle nelle quali il centro-sinistra resta maggioritario.

Tenere insieme politica (come mediazione positiva con funzioni regolatrici e redistributive), economia (come valorizzazione delle vocazioni sostenute da iniziativa privata, ricerca e innovazione), società civile (come espressione delle istanze collettive e territoriali) è la scommessa per un futuro nel quale lo sviluppo sia declinato in chiave di sostenibilità ambientale e sociale e di passaggio dal consumerismo all’uso etico delle risorse.

La Lega è lontana da questa sensibilità, il M5S insegue strane chimere di decrescita, il centro sinistra, a sua volta, sembra ancora legato a radici che affondano nel secolo passato.

Personalmente, sono convinto che debba nascere un soggetto nuovo, in parte recuperando e rimescolando l’attuale quadro di partiti e movimenti, ma altrettanto (e forse più) scaturendo da movimenti profondi della società, tra i quali il primo germoglio sembra la passione dei ragazzi che scendono nelle piazze con Friday for future.

Poco meno di un anno fa scrissi un racconto nel quale affidavo a un vecchio professore torinese un’analisi e una sorta di proposta profetica.

Lo ripropongo alla lettura di chi ne sarà curioso.

Chissà se fioriranno ROSE.

L’urlo del popolo non è motore della storia

Secondo l’Enciclopedia Treccani, il popolo è l’insieme delle persone che vivono nella stessa area e condividono tradizioni e culture che ne fanno una comunità omogenea. Giuridicamente, il popolo è l’insieme di individui con diritto di cittadinanza in un determinato Stato.

La Costituzione italiana attribuisce la sovranità al popolo, che la esercita attraverso le istituzioni di rappresentanza politica.

Se s’approfondisce il significato di queste definizioni, si scopre  che il termine “popolo” raccoglie in un’entità collettiva una somma di innumerevoli diversità.

La comunità “popolo”, infatti, è tutto men che omogena. Non per pignoleria l’articolo 3 della nostra Costituzione garantisce ai cittadini pari diritti “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.”

Questa disomogeneità, che è la condizione naturale delle persone e frastaglia la società, toglie valenza politica alla pretesa ideologia autodefinitasi “populista”.

Abbiamo molti esempi nel passato. I popoli non fanno la storia, la cui dinamica dipende dallo slancio vincente di élite capaci di rendersi interpreti dei movimenti profondi che agitano e rimescolano la società, nell’incrocio tra evoluzione tecnologico/produttiva e culture di massa (al plurale!).

Quando la crisi dei modelli politici ed economici cancella le élite che li avevano proposti e guidati e non emergono altre classi dirigenti, viene il tempo delle paure e dei rancori. Un tempo che può vedere il popolo (indistinto) calcare e riempire le piazze per urlare sconcerto e collera. Per distruggere quel che si odia senza ben aver chiari obiettivi e punti d’arrivo. Quello è il tempo in cui s’apre lo spazio al populismo. Perché il popolo non segue ragione e neppure sentimento (un senso affettivo che in politica può tramutarsi in ideale). Il popolo si raccoglie intorno a emozioni. Si perde, in quel momento, ogni logica di interesse collettivo (di gruppo, di mestiere, di generazione, fino a quello generale) per far prevalere il travolgimento istantaneo di un prepotente desiderio di affermazione e rivalsa. A quest’onda irrazionale parlano i leader populisti, riempiendo il vuoto di politica con la politica del proclama e l’immagine dell’uomo forte. Quando vincono, portando tragedie immani. Così furono nazismo, fascismo, l’ottobre russo e la rivoluzione culturale cinese, così furono il peronismo e le dittature personali in tante nazioni post-coloniali.

Vedo i tratti di questa fase di vuoto di identità e di prospettiva, di questa nuvola che oscura il futuro nel movimento dei gilet gialli, come già nell’elettorato che portò Trump alla Casa Bianca e nel consenso di chi applaude (e voterà) Salvini.

In Italia, il CENSIS ci spiega che il rancore s’è cristallizzato in un incattivimento diffuso, nel quale chi più sta in basso nella scala sociale, avendo diritti di cittadinanza, più protesta non tanto per avere, quanto per punire chi ha e per tenere lontano chi non solo non ha reddito ma neppure diritti.

Nel suo rapporto annuale il CENSIS sostiene che la risposta a questa implosione sta nel restituire dignità e spazio al lavoro.

Certo, la dignità e il ruolo del lavoro, come strumento di inclusione sociale oltre che di creazione di beni e servizi, è problema centrale.

Non credo, però, che basti mettere più investimenti in formazione e scuola per risolverlo.

Il lavoro che manca (non c’è per chi lo cerca, non ci sono competenze là dove ne emerge la domanda nel nuovo millennio) dipende dall’assenza di una chiara prospettiva di sviluppo.

L’élite che deve nascere giocherà il suo ruolo sul disegno di un’economia sociale orientata alla qualità, alla sostenibilità ambientale, alla circolazione, integrazione e diffusione della conoscenza. Occorre una visione del futuro che risponda all’esigenza di continuare a creare ricchezza senza esaurire le risorse e redistribuendola secondo criteri più equi.

La politica non è somma di tutte le istanze e i bisogni, ma sintesi tra esse nel segno dell’interesse della maggioranza delle persone, senza schiacciare per questo meriti e necessità degli altri.

Una politica alta che richiede il concorso non dei soli politici, ma del meglio delle intelligenze e delle risorse culturali e materiali.

Finché non ci si arriverà, il populismo, con le sue chimere e promesse ammantate dell’altro mito “sovranista”, ruggirà nelle piazze e nelle urne elettorali. Distendendo la sua ala a rubare l’alba e facendo correre la società verso il dirupo della disgregazione e della miseria.

I 40.000 del 10 novembre in piazza Castello

Con la manifestazione che portò 40.000 persone al centro della capitale piemontese, intorno alla parola d’ordine “SI-TAV”, Torino torna a muovere la storia, innescando processi capaci di incidere nella dinamica socio-politica dell’intero Paese.

Non è davvero poco per una città che attraversa una lunga fase di declino, con il tramonto del duopolio tra sinistra riformista e grande capitale che ha finito per consegnarla al governo dello scontento e a farne terreno di sperimentazione della sedicente “decrescita felice”.

Non ero a Torino, sabato 10 novembre. Ci manco da due anni ma ne seguo le peripezie tenendomi informato, la amo e ne soffro il declino, che iniziò con la fine dell’industrialismo di massa.

Se ancora ci vivessi avrei partecipato alla manifestazione convocata dalle “madamin” sotto la simbolica insegna “SI TAV”.

Ho letto i post e i commenti, ho guardato video e fotografie.

Un successo di presenze, una lezione di garbata e educatissima protesta. Molto torinese.

Ma anche emblematica di questi tempi, quindi con una valenza più generale.

Il Paese è attraversato dalla controrivoluzione reazionaria. Non sembri un ossimoro. Il coagulo di proteste, malcontenti, paure, egoismi, vindici strali che stanno alla base del  governo – e del consenso – per Lega e M5S trova fondamento nell’illusorio richiamo a un mondo che non c’è più. Quello di un Paese tutto sommato tranquillo, non ricco ma con discreta diffusione di sicurezza economica, fuori dall’onda delle migrazioni esterne, della globalizzazione, dove la competizione (anche questa concentrata sul mercato interno) si giocava sulla capacità di arrangiarsi (declinata in varie versioni, dall’assistenzialismo nel meridione al nord-est operoso e insofferente del fisco), senza grossi investimenti.

Così la forma rivoluzionaria di una propaganda giacobina, tradotta, appena possibile, in misure che irridono la complessità parlando alla pancia degli elettori afferma valori reazionari: chiusura, nazionalismo, razzismo, rifiuto della mediazione, sprezzo della scienza e della competenza.

Ma dall’altra, ben individuata nella manifestazione di Torino, emerge soltanto una controrivoluzione moderata. Non si intravede progetto alternativo perché ci si limita a propugnare la continuità di uno sviluppo che garantiva benessere e coesione: alta velocità, infrastrutture, grandi eventi, investimenti in arte e cultura, nel segno dell’apertura e dell’unione europea.

Non per caso questi valori mobilitano quei settori della società che erano rimasti silenti e temono oggi la decrescita che colpirebbe anche loro.

Temi che non affascinano i giovani, che suonano lontani a quanti hanno perso il lavoro o che subiscono il degrado delle periferie.

Mi sembra, in sintesi, che in campo si confrontino due conservatorismi: uno apertamente regressivo, l’altro illuso sulla linearità dello sviluppo e della storia.

Credo che il crollo dei valori e delle ideologie sia, invece, il risultato di uno sviluppo che, sebbene forte e impetuoso, ha polarizzato la società: pochi ricchi sempre più ricchi; aumento dei poveri; arretramento dei settori mediani che, perdendo la corrente ascensionale (nel reddito e nella considerazione sociale) si vivono come impoveriti.

Il resto, compresa la guerra intestina tra i poveri vecchi e nuovi (col suo corredo di razzismo, sovranismo, sessismo e omofobia) non è che conseguenza di tale fenomeno.

Se questa è la genesi dell’attuale crisi, la sfida che si presenta alla ricostruzione di una politica “alta” e “morale” è di disegnare un modello di crescita che intervenga non solo sulle determinanti della ricchezza (conciliandole con la sostenibilità ambientale) ma anche su quelle della redistribuzione (rendendole coerenti con la sostenibilità sociale).

È giusto combattere l’idiozia della “decrescita felice”, ma occorre sapervi contrapporre la “crescita equa”.

Consiglio a chi già dipinge il “movimento del 10 novembre” che ha riempito la piazza Castello a Torino come la riscossa delle forze della modernità di dedicarsi all’elaborazione di una proposta innovativa più ampia e più ambiziosa.

Perché c’è bisogno di un orizzonte di speranza concreta e fattibile, nella quale coinvolgere i giovani e gli esclusi.