Jacques Attali – Cibo

Mangiare bene per vivere bene

Il saggio pare, all’inizio, soltanto una dotta e rigorosa narrazione della storia dell’alimentazione nello sviluppo delle civiltà, dall’antichità ai tempi moderni.

Quando si arriva alla contemporaneità, il livello di coinvolgimento sale: nel lettore, che scopre – attraverso il rimbalzo tra dati e osservazioni di taglio sociologico – una realtà che travolge la presunta neutralità dei comportamenti individuali e rivela la fredda e lucida passione dell’autore, impegnato a stimolare consapevolezza e azione per arrestare la deriva verso la distruzione delle condizioni stesse di sopravvivenza dell’umanità.

Jacques Attali è una delle grandi menti della cultura francese. Economista, scienziato, suggeritore di politiche con Mitterand, protagonista di iniziative e studi di rango europeo. Grande divulgatore che, nella sua sterminata ed eclettica erudizione, spaziò, nella saggistica, dalla storia dei rapporti tra i sessi alla demografia, alle problematiche dello sviluppo, ma non disdegnò il romanzo e le biografie.  

Capace di uno stile scarno e diretto, sa colpire con frasi dense di significato.

Verso la conclusione del saggio che commento, illustra con magnifica efficacia cosa, per lui, dovrebbe significare mangiare: Se vogliamo che l’umanità sopravviva e che tutti possano vivere appieno una vita sana e veramente umana dobbiamo cambiare il modo in cui il cibo viene prodotto e distribuito. Dobbiamo dedicare molto più tempo al cibo, a prepararlo, servirlo e consumarlo, a creare relazioni sociali durante i pasti e, infine, sviluppare consapevolezza del fatto che attorno alla tavola si fa e si disfa il potere.

Perfetta sintesi. L’attuale modo di produzione alimentare contribuisce per quasi un terzo all’impronta di carbone che sta distruggendo il pianeta. Gli attuali comportamenti alimentari lasciano centinaia di milioni di persone alla fame, diffondono patologie collegate al consumo di cibi malsani (obesità) o alla malnutrizione (anoressia). La perdita del valore sociale della preparazione e del godimento conviviale del cibo condanna le persone alla solitudine e alla sudditanza vero il consumismo dissipatorio.

Mi portò alla lettura di questo saggio la convinzione che la sfida dell’emergenza ambientale sia fondamentale per tutti noi e che potrà essere vinta soltanto affiancando il cambiamento di scelte individuali a radicali trasformazioni dei modelli di produzione, distribuzione, sviluppo. Sapevo che il settore alimentare ne è parte assai rilevante.

Il saggio offre ampia documentazione per confermare l’esigenza di scelte non più rimandabili.

Ma fa molto di più.

L’inizio quasi piatto cresce verso un finale pirotecnico, vincendo ogni indifferenza e scendendo fino al nucleo della coscienza del lettore.

I dati valgono non all’astratta e mera illustrazione del quadro, diventando base per unire economia e cultura. Il cibo non va ridotto a mezzo di sostentamento, ma riscoperto nel suo valore di momento di scambio, di crescita, di incontro, a nutrire corpo, intelletto e anima.

L’umanità, per salvare sé stessa e non assecondare la catastrofe incombente dell’autodistruzione, deve recuperare il rapporto autentico con la natura e le specie che la rendono ricca e varia. Perché mangiare è una necessità, un piacere, il momento fondamentale della crescita per la mente e il fisico, per costruire lo spirito comunitario.

Quando l’efficienza si traduce in bellezza

(Impressioni su Milano)

A pochi passi da piazza Gae Aulenti, vicino ai grattacieli e al Bosco Verticale

Da molti anni non andavo a Milano.

Non ne avevo un ricordo positivo. E, da buon torinese, guardavo con sospetto l’atteggiamento dei milanesi, che sentivo guascone e supponente.

Poi, invece, avevo letto della riscossa della capitale economica d’Italia, degli interventi urbanistici, del recupero delle aree e dei progetti di sviluppo.

Ero incuriosito.

Finalmente la pandemia s’è allentata e ho potuto andare a verificare sul posto se e come questa città sia cambiata.

In pochi giorni l’ho percorsa nelle sue dorsali principali, ho girato il centro, raggiunto luoghi topici per misurarne spirito e realtà.

Ne ho tratto un’impressione nettamente favorevole.

Una città che funziona, che sa assumere una dimensione umana, votata all’ottimismo, capace di coltivare l’arte e la bellezza.

Diversi i fattori che determinano un’efficienza dal volto umano.

Un sistema di trasporti pubblici eccellente che consente di raggiungere ogni direttrice con rapidità e comodità, imperniato sulle linee di metropolitana che si intersecano per poter passare, senza uscire dai corridoi sotterranei, dall’una all’altra o per spostarsi sulla rete ferroviaria.

La pulizia delle strade, dei monumenti, dei palazzi. Quasi incredibile in una grande città.

Il traffico ordinato, il controllo discreto ma fermo delle forze dell’ordine nei luoghi di maggior frequenza.

La qualità dei pubblici esercizi, dove la modernità si sostanzia nella ricerca della salubrità, nella varietà e spesso originalità del cibo e delle bevande, nella snellezza e puntualità del servizio.

La dinamica delle iniziative artistiche e culturali, diffuse in tutta la città a coprire un’amplissima gamma di espressioni.

La costruzione di quartieri modernissimi con la salvaguardia di spazi a verde e di aree per passeggiare senza l’oppressione dei palazzi a incombere sopra la camminata. La nuova area intorno a piazza Gae Aulenti, in questo, è esemplare.

Ricchi di opere, ben organizzati e attivi i musei e le aree espositive.

Questo insieme di condizioni, cui si accompagna la vivacità economica – a Milano l’economia che gira si percepisce a occhio – genera comportamenti virtuosi. Le persone appaiono serene, non concitate, perfino gentili oltre ogni aspettativa.

La chiave di questo successo urbano me l’ha spiegata un ragazzo che gestisce un moderno bar affacciato sul Naviglio Grande.

In sintesi, ha sostenuto che a Milano convivono persone che arrivano da ogni parte del mondo, le esperienze si scambiano, tutti ne imparano e le differenze esaltano i talenti.

L’interculturalità come sbocco naturale e generoso della globalizzazione radicata in una disciplina urbanistica che crea la metropoli vincente, moderna e bella.

Il modernismo non viene declinato, come si rischiava anni prima, come competizione aggressiva, nel segno di tecnicismi che premiano finanza e marketing. Siamo alla fase in cui si tende a realizzare il successo senza smarrire l’umanità e i valori esistenziali.

Credo, immagino – ma un po’ m’è sembrato di vederlo nei gruppi che affollavano i viali sui navigli – che siano soprattutto i giovani a guidare questa conversione epocale. A dimostrare che sviluppo, sostenibilità e realizzazione di sé possono stare insieme, che trovare il proprio posto nel mondo non significa sgomitare e schiacciare gli altri, ma condividere conoscenza, innovazione, speranza.

Un raggio di futuro.

A farci capire che se lì è possibile, lo deve essere anche altrove.

Verso nuovi modelli di produzione, di scambio, di consumo, di vita.