Federico Faggin

Irriducibile: La coscienza, la vita, i computer e la nostra natura

Federico Faggin è l’inventore del microprocessore. Scienziato di fama mondiale, imprenditore, lasciato l’impegno diretto nell’industria tecnologica iniziò a interrogarsi sulla natura della conoscenza.

Figlio di un filosofo, le sue riflessioni partirono da una profonda insoddisfazione per lo stadio d’approdo del pensiero scientifico e, come spiega nel libro qui recensito (e nel precedente (intitolato Silicio. Dall’invenzione del microprocessore alla nuova scienza della consapevolezza) perché le grandi soddisfazioni raggiunte nella sua carriera, cui aveva finalizzato l’intera vita, non lo rendevano felice.

Da allora, nell’incendio dell’anima di uno stato eccezionale in una notte del 1990, in Faggin sbocciarono uno stato spirituale di gioiosa pacificazione e la consapevolezza che la verità può essere indagata soltanto nell’identificazione tra l’osservatore e ciò che è osservato. Alla fine, risolse che il mondo è un’unità nella quale ogni essere senziente è parte e tutto.

Da lì si avvia l’excursus dello stato delle conoscenze scientifiche, la critica all’insufficienza del riduzionismo meccanicistico che retrocede la realtà alla sua descrizione, scambiando il significato per i simboli che tentano di rappresentarlo.

Attraverso una ricognizione dei criteri interpretativi della fisica classica, raffrontati alle nuove frontiere della meccanica quantistica, l’autore constata che ancora non si è giunti a una teoria generale in grado di unificare quella quantistica dei campi e la relatività generale.

Ne deriva che se il sapere scientifico è incapace di afferrare la natura della vita, che è variabile e irriducibile a leggi di prevedibilità assoluta, la verità va ricercata partendo da un diverso approccio.

Per Faggin “La vera intelligenza è intuizione, immaginazione, creatività, ingegno e inventiva. È lungimiranza, visione e saggezza. È empatia, compassione, etica e amore. È integrazione di mente, di cuore e di azioni coraggiose.”

Le macchine possono sviluppare equazioni e algoritmi a velocità e di complessità impensate, ma non potranno mai possedere la coscienza, quindi mai saranno vive.

Coscienza e libero arbitrio sono i caratteri che connotano la vita, che sola può generare altra vita.

Ed ecco che la seconda parte del libro ci proietta in quella dimensione spirituale che fonda l’esistenza del mondo e il suo divenire come atto della conoscenza di sé di Uno, così definendo l’universo in sé, nel quale tutti gli esseri senzienti concorrono all’evoluzione, anche costruendo processi di scambio e comunicazione tramite l’informazione “viva”.

La definizione dei concetti e la profondità di analisi sono spesso spiazzanti: tutto pare molto semplice ma infinitamente complesso.

A me la lettura ha restituito molte più domande che risposte. Ma, in fondo, filosofia e scienza, nell’unica certezza dell’imperfezione, non hanno proprio il fine educativo di muovere al dubbio, a interrogarsi per cercare la verità, sapendo che potrà essere avvicinata (e mai afferrata compiutamente) soltanto per approssimazioni successive?

Il protagonista di un mio romanzo giovanile trovava due domande per ogni risposta. È nella mia indole l’irrequietezza della ricerca continua.

Il saggio di Federico Faggin ha il merito, oltre al pregio della chiarezza divulgativa e della ricchezza delle riflessioni, di comunicare sensibilità e serenità. Già questa è una ragione per leggerlo.

Jacques Attali – Cibo

Mangiare bene per vivere bene

Il saggio pare, all’inizio, soltanto una dotta e rigorosa narrazione della storia dell’alimentazione nello sviluppo delle civiltà, dall’antichità ai tempi moderni.

Quando si arriva alla contemporaneità, il livello di coinvolgimento sale: nel lettore, che scopre – attraverso il rimbalzo tra dati e osservazioni di taglio sociologico – una realtà che travolge la presunta neutralità dei comportamenti individuali e rivela la fredda e lucida passione dell’autore, impegnato a stimolare consapevolezza e azione per arrestare la deriva verso la distruzione delle condizioni stesse di sopravvivenza dell’umanità.

Jacques Attali è una delle grandi menti della cultura francese. Economista, scienziato, suggeritore di politiche con Mitterand, protagonista di iniziative e studi di rango europeo. Grande divulgatore che, nella sua sterminata ed eclettica erudizione, spaziò, nella saggistica, dalla storia dei rapporti tra i sessi alla demografia, alle problematiche dello sviluppo, ma non disdegnò il romanzo e le biografie.  

Capace di uno stile scarno e diretto, sa colpire con frasi dense di significato.

Verso la conclusione del saggio che commento, illustra con magnifica efficacia cosa, per lui, dovrebbe significare mangiare: Se vogliamo che l’umanità sopravviva e che tutti possano vivere appieno una vita sana e veramente umana dobbiamo cambiare il modo in cui il cibo viene prodotto e distribuito. Dobbiamo dedicare molto più tempo al cibo, a prepararlo, servirlo e consumarlo, a creare relazioni sociali durante i pasti e, infine, sviluppare consapevolezza del fatto che attorno alla tavola si fa e si disfa il potere.

Perfetta sintesi. L’attuale modo di produzione alimentare contribuisce per quasi un terzo all’impronta di carbone che sta distruggendo il pianeta. Gli attuali comportamenti alimentari lasciano centinaia di milioni di persone alla fame, diffondono patologie collegate al consumo di cibi malsani (obesità) o alla malnutrizione (anoressia). La perdita del valore sociale della preparazione e del godimento conviviale del cibo condanna le persone alla solitudine e alla sudditanza vero il consumismo dissipatorio.

Mi portò alla lettura di questo saggio la convinzione che la sfida dell’emergenza ambientale sia fondamentale per tutti noi e che potrà essere vinta soltanto affiancando il cambiamento di scelte individuali a radicali trasformazioni dei modelli di produzione, distribuzione, sviluppo. Sapevo che il settore alimentare ne è parte assai rilevante.

Il saggio offre ampia documentazione per confermare l’esigenza di scelte non più rimandabili.

Ma fa molto di più.

L’inizio quasi piatto cresce verso un finale pirotecnico, vincendo ogni indifferenza e scendendo fino al nucleo della coscienza del lettore.

I dati valgono non all’astratta e mera illustrazione del quadro, diventando base per unire economia e cultura. Il cibo non va ridotto a mezzo di sostentamento, ma riscoperto nel suo valore di momento di scambio, di crescita, di incontro, a nutrire corpo, intelletto e anima.

L’umanità, per salvare sé stessa e non assecondare la catastrofe incombente dell’autodistruzione, deve recuperare il rapporto autentico con la natura e le specie che la rendono ricca e varia. Perché mangiare è una necessità, un piacere, il momento fondamentale della crescita per la mente e il fisico, per costruire lo spirito comunitario.

Globalizzazione: pericoli/opportunità

Dinanzi alla miseria dell’offerta politica che ha condotto ai recenti esiti elettorali, ci si interroga su riferimenti ideali e visione di futuro capaci di riaccendere speranze, mobilitare le menti e le passioni.

Nel vasto mosaico di opinioni e proposte, il tema della globalizzazione vede schierarsi una folta schiera di avversatori della più diversa origine.

Alla globalizzazione vengono addebitati la distruzione delle economie locali, la dilagante dicotomia tra grandi ricchezze e crescita della povertà, l’impoverimento del ceto medio, la perdita di identità culturale dei popoli, il cambiamento climatico e via elencando.

Da ultimo, dopo la pandemia e con l’esplosione della guerra scatenata dalla Russia in Ucraina, la dipendenza da fornitori di energia (ma anche di fondamentali materie prime alimentari) lontani, egoisti e cinici, tale da innescare effetti moltiplicatori dell’inflazione e da far schizzare il costo delle bollette e del carrello della spesa.

Gli effetti sono tutti veri, evidenti e brucianti. Ma davvero la globalizzazione ne è causa? 

Lungo la storia millenaria della civiltà, raggiungere altri mondi, incontrando altre culture e traendone insegnamenti ed esperienze, è stato motore di progresso. Certo ne sono venute le nefandezze del colonialismo, la diffusione di virus prima sconosciuti ai popoli che ne caddero vittima, il susseguirsi di guerre per la conquista dell’egemonia, il controllo di territori e ricchezze. Tuttavia, alla fine, a prevalere, ad affermarsi sul lungo periodo, sono state la crescita di conoscenza e abilità, la disponibilità di materie prime che, intrecciandosi con grande duttilità, hanno portato a nuove scoperte e un complessivo innalzamento del potenziale scientifico ed economico del mondo. In modo diseguale, ma a somma innegabilmente positiva.

L’enciclopedia Treccani così definisce la globalizzazione: Termine adoperato, a partire dagli anni 1990, per indicare un insieme assai ampio di fenomeni, connessi con la crescita dell’integrazione economica, sociale e culturale tra le diverse aree del mondo.

La globalizzazione altro non è che la fase suprema della disponibilità dello scambio esteso a tutto il pianeta. Fermarla significa frenare (o, addirittura, fare arretrare) il progresso.

Se ne deve dedurre che il diavolo si traveste da progresso?

O piuttosto il problema è il segno della globalizzazione?

Un processo naturale di feconda contaminazione tra culture è stato piegato da una logica dominante alla supremazia del mercantilismo esasperato che tutto divora, nella famelica smania di consumo che ha conquistato menti e comportamenti sull’intero pianeta. L’imperativo era produrre quantità maggiori a costi decrescenti, vendere senza tregua rendendo obsolescenti i prodotti nel minor tempo possibile per sostituirli con altri dall’analoga funzionalità ma resi appetibili da innovazioni minimali. Una competizione sfrenata, nella quale mastodontici player del mercato dettano le regole, con livelli di concentrazione del potere e dei profitti via via più accentuati, mentre i consumatori subiscono il fascino del mantra dell’avere: se non hai questo o quel prodotto non sei nessuno.

Risultati: masse accecate dalla rincorsa al superfluo, affermazione del consumo usa e getta, creazione di agglomerati di potere sovranazionale, progressiva e rapida distruzione dell’equilibrio ambientale.

Lo strumento che ha governato questo perverso processo è la finanziarizzazione dell’economia. Per accelerare la concentrazione di ricchezza, creando proventi per immensi investimenti che rafforzano il potere di chi ne dispone, il denaro genera denaro, in modo sempre più sganciato e indipendente dalla base materiale dell’economia. In parallelo, veicolando una distribuzione internazionale del lavoro che specializza i ruoli produttivi, privilegiando quelli a più elevata intensità tecnologica e i servizi rispetto alle produzioni primarie e secondarie, il valore del lavoro manuale viene sminuito e si determinano le condizioni per pagarlo sempre meno.

Qui stanno i nodi che provocano gli effetti malevoli imputati alla globalizzazione.

Per combatterli ci sono due strade, diverse e alternative tra loro.

La prima è tentare di tornare indietro. Opporsi alla globalizzazione rinchiudendosi nel provincialismo, puntare sull’autosufficienza, recuperando produzioni che sono state decentrate all’estero, sostenendo i prodotti locali e cercando di farseli bastare. In parallelo alla limitazione dell’immigrazione, al rifiuto di accogliere culture nate oltre i confini, al nostalgico richiamo di bei tempi passati.

Questo egoismo miope vive nell’ottica della coalizione che ha vinto le elezioni il 25 settembre e, in particolare, nella sua versione più coerente, della forza preminente nella formazione di destra-centro che ispira e innerva il nuovo governo italiano. Tipico aver varato il Ministero dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare. Nella concezione della premier e del suo ministro, sovranità alimentare significa espandere le quantità di produzione nazionale fino a renderla sufficiente alla domanda nazionale del settore. Rifiutando gli accordi della Politica Agricola Comune (e sottacendo che anche l’Italia ne riceve ingenti sussidi per il mondo contadino nazionale), retrocedendo le politiche di incentivo alle produzioni ecosostenibili e a quelle per il miglioramento dell’igiene alimentare, della salubrità individuale e collettiva. Una logica corporativa ispirata da una visione autarchica. Non per caso, in linea con l’ideologia che accompagnò la militanza dei suoi leader.

Non diversamente saranno affrontate le politiche ambientali, quelle del lavoro, della sanità, dell’istruzione, della ricerca scientifica, dell’innovazione tecnologica, della cultura. Senza dimenticare il versante dei diritti civili e i meccanismi di funzionamento della democrazia rappresentativa.

La via alternativa è imporre un cambiamento di direzione al processo di globalizzazione. La nuova attenzione che si impone alla ridefinizione delle filiere delle produzioni, dall’energia, all’agricoltura, all’industria, con il recupero di capacità produttiva in ambiti comunitari se non nazionali, permette di restituire enfasi al valore dell’economia materiale, facendo retrocedere la rapacità del capitalismo finanziario. Grandi investimenti sono necessari. Gli investimenti pubblici devono tornare a essere leve di sviluppo restituendo un compito (e un potere) di indirizzo al mercato, dando priorità agli interessi collettivi su quelli privati e individuali. Energia, innovazione scientifica e tecnologica, sanità, infrastrutture, istruzione e formazione, risanamento idrogeologico, ma anche rifacimento del patrimonio edilizio, risanamento urbanistico, guida a nuovi sistemi di mobilità sono terreni che richiedono finanziamenti pubblici, quali promotori e attrattori di investimenti privati dentro obiettivi socialmente definiti e controllati.

In tale riallocazione di risorse e obiettivi c’è lo spazio per ridare dignità al lavoro, a partire dal lavoro manuale, che deve crescere in qualità avvalendosi delle potenzialità offerte dalla scienza.

L’esempio, tra i tanti, ma rilevante per la sua centralità, è proprio quello delle politiche alimentari. L’obiettivo di offrire a tutti cibo sano e sostenibile non potrà essere raggiunto estendendo produzioni e superfici coltivate a quanti oggi operano nel settore, ma sostenendo l’agricoltura di qualità, quella che unisce il benessere del consumatore alla salvaguardia dell’ambiente.

Il cibo, come da tempo ci insegna Slow Food, deve essere buono, pulito e giusto.

Buono: ingredienti grezzi prodotti nel rispetto della natura, dei produttori, della salute dei consumatori

Pulito: prodotto con metodi naturali che garantiscono varietà, biodiversità, a basso impatto ambientale nell’intero ciclo di vita, in ambiente sano.

Giusto: non contraffatto, non adulterato, non sofisticato. Ottenuto con un’equa distribuzione del valore lungo tutta la filiera di produzione

Il cibo sano e sostenibile privilegia la qualità come valore, anche pagandolo più del prodotto industriale di massa. Si combatte la fame nel mondo potenziando le colture (e le culture) locali e non omologando metodi di produzione finalizzati a moltiplicare quantità a prezzi più bassi, foriere di diete malsane e di spreco.

Le immense sfide che attendono l’umanità non hanno dimensione puntuale. Il cambiamento climatico non può essere fermato dentro un determinato confine, la salute collettiva non si tutela chiudendo le frontiere.

Sono sfide da affrontare con l’intelligenza e la passione dell’universalismo. Si vinceranno soltanto mettendo a frutto il meglio che le tante culture sanno esprimere, favorendone l’integrazione. Coniugando politiche dall’orizzonte lungo e una progressiva trasformazione dei comportamenti. Perché non esistono soluzioni locali, ma la soluzione non arriverà senza la somma di interventi puntuali dentro un quadro di interventi sistemici complesso e saggiamente coordinato.

La globalizzazione non è il nemico della giustizia sociale.

Essere per l’apertura verso il mondo è battersi per il progresso in ottica solidale.

Essere per la chiusura è il rifiuto del futuro e l’abdicazione al governo del cambiamento.

Questa antinomia, forse, in questo nostro Ventunesimo Secolo, è la versione della contrapposizione ideale tra progressismo (orientato a una rivoluzione gentile) e conservatorismo (con le sue derive reazionarie).

Nero come la moda – Temi, personaggi, morale

La Biblioteca Civica di Bagnasco mi ha invitato a presentare il mio ultimo romanzo pubblicato nella serata del 7 ottobre 2022.

Nero come la moda”, il mio giallo di recente pubblicazione, è stato presentato insieme a “Ce la farò” di Gabriella Mosso.

Affiancare un giallo a un romanzo su un’esperienza di malattia brillantemente affrontata e superata non era impresa facile. Ci è riuscito Gianluca Giraudo, capace di tessere una tela che spaziava su temi tanto differenti attraverso un’intelligente lettura critica e l’insistenza sul senso profondo delle diverse storie narrate.

La serata è corsa via veloce e ha tenuto ben viva l’attenzione del pubblico.

Verso la fine coglievo la stanchezza su molti dei visi dei presenti e, ciò nonostante, altrettanto leggevo l’interesse ad ascoltare gli stimoli che i libri proponevano.

Gianluca si è rivelato un conduttore che sa scendere nel vivo dei motivi che ci hanno spinto a scrivere. Merito di una coscienza di lettore curioso e vivace. A lui sono grato perché, da “non lettore di gialli” qual è, ha saputo cogliere nel mio scritto spunti che lo sottraggono al confinamento nella letteratura di genere.

Da quella serata estraggo alcune delle mie risposte nate dalla riflessione a interrogarmi sui contenuti che hanno ispirato il romanzo.

Sono flash video (purtroppo di non eccelsa qualità) che rendono senso e stile di “Nero come la moda”, aiutandomi a scavare nella mia passione letteraria.

L’ESERGO

La prima domanda investe la ragione della dedica che apre il romanzo: “A chi non scambia la velocità dell’informazione per la verità. A chi ancora sceglie di riflettere.

Come spiego, la dedica è venuta dopo aver completato il romanzo. Tuttavia, interpreta pienamente le inquietudini, di indole sociale, che mi hanno pungolato, spingendomi a porre al centro della vicenda la forza della manipolazione collettiva delle opinioni e dei comportamenti via web.

NOMI – CRIMINALITA’ – IL MALE

L’originalità dei nomi che scelgo per i miei protagonisti risponde al desiderio di andare oltre ogni banalità. Anche perché spero che i miei attori rimangano nella memoria e nella fantasia dei lettori.

La più pericolosa criminalità moderna non si nutre di classici delitti contro la persona, non mostra i tratti della violenza in forma fisica. Essa, puntando a grandi profitti, manipola e inquina l’economia e assume una dimensione sociale: corrompe le menti, diffonde informazioni devianti, irreggimenta i comportamenti e ne è corollario un viluppo di ricatti, corruzione, brutalità, fino all’assassinio. Questa è la criminalità, dalle dimensioni proteiformi, che cerco di descrivere – attraverso la metafora della moda – nel mio romanzo.

Il male esercita un fascino perverso. Esserne consapevoli è lo stesso che comprendere come nell’animo umano convivano sentimenti e orientamenti diversi. Nessuno è completamente buono, né malvagio. Sono le esperienze e talora le circostanze a renderlo un criminale, fino a una sorta di incarnazione del male, come il genio che guida l’organizzazione contro cui lotta il vicequestore Gabuzzi.

SARA SIRARELLA

Un’imprenditrice napoletana: bella, ambiziosa, capace di agire al confine della malavita, vagamente infatuata dal vicequestore Gabuzzi, disinvolta e pronta a unire piacere dissoluto e vantaggio per i propri piani di scalata al potere: tutto questo, in una personalità affascinante e a suo modo perversa, è Sara Sirarella.

La figura che più mi ha intrigato nella costruzione della trama.

COSA VERRA’ NELLE PROSSIME PAGINE DI GIORGIO NARRATORE

Infine, l’ultima domanda riguardava gli sviluppi della mia passione letteraria.

Ho riassunto rapidamente quel che è già pronto e ciò a cui sto lavorando.

Il Novecento è finito

Vasilij Kandinskij: Composizione – Museo del Novecento – Milano

C’è uno scontro generazionale sottotraccia. Non ancora evidente, perché la rivoluzione gentile dei ragazzi e delle ragazze è schiacciata dal rancore, dalle paure e dalla rabbia dei baby boomers e della generazione X.

La resa dei conti è solo rinviata.

Nella prima parte di un romanzo utopico che sto scrivendo si narra di due milioni di giovani che, il 26 ottobre 2030, provenendo da ogni parte d’Europa, si raccolgono a Berlino, luogo simbolo, verso la porta di Brandeburgo, risoluti a farsi sentire urlando “Il tempo è scaduto!”

Una giovane bisessuale, alta, magra, con la pelle scura, dal palco, da voce ai sentimenti dei manifestanti.

Inizia a parlare, a tracciare la rotta per quel movimento che è maturato, che ha la forza per vincere e deve trasformarla in capacità. Deve accettare di farsi politica per superare la politica pregna di interessi e mezzucci, deve imporre scelte dove impera la pratica dei rinvii.

Arriva alle conclusioni, semplici e chiare: «Il tempo della delega ai nostri padri è scaduto. Non sanno essere, perché inseguono l’avere. Ci offrono proprietà strappate allo scopo supremo, che è quello di divenire, di rinnovarsi nel ciclo del riuso e della riproduzione naturale. Non le vogliamo. Vogliamo vivere e amarci. Amare il pianeta nel quale e dal quale siamo nati. Noi sappiamo quel che vogliamo. Siamo uniti da questa certezza davanti a governi, politicanti, imprenditori, filosofi, intellettuali che si dibattono nell’incertezza e non agiscono, lasciando morire il mondo un po’ alla volta. Il tempo è scaduto!».

Fiction!

Giò Pomodoro: Sfera n. 5 – Museo del Novecento – Milano

Tuttavia, se precipitiamo dai voli della fantasia alle miserie del presente, ci accorgiamo che qualche premessa per quel futuro immaginato non manca.

L’esito elettorale italiano del 25 settembre non si spiega analizzandolo in sé, come fosse episodio puntuale.

Sul piano nazionale, esso segue altri sconvolgimenti nella distribuzione del consenso quali il voto per il Parlamento Europeo 2014 (trionfo di Renzi alla guida del PD) e le elezioni politiche 2018 che portarono l’exploit del Movimento 5 Stelle, con il connesso momentaneo protagonismo della Lega di Salvini, ben più dinamico del suo peso parlamentare.

La sostanziale stabilizzazione del PD (dopo la debacle renziana del Referendum istituzionale) poco sotto il 20% nasconde notevoli migrazioni anche nella composizione del suo elettorato, mentre tutto intorno il panorama è terremotato.

Inoltre, le tendenze devono essere colte anche nel quadro internazionale.

Il quadriennio della presidenza Trump negli USA non è passato indolore e l’approdo di Biden alla Casa Bianca non ritrova lo smalto da potenza egemone né risolve le crisi interne.

In Europa le forze collocate all’estrema destra crescono e cessano di essere irrilevanti per la formazione dei governi, come sta accadendo in Svezia, com’è già stato in Austria, come potrebbe avvenire in Spagna. Senza dimenticare l’irrigidimento di esperimenti di democrazia illiberale, da Orban alla Polonia. O il radicamento del partito di Marine Le Pen in Francia.

La pandemia e ora la guerra che insanguina un Paese europeo esasperano fratture sociali le cui radici stanno nel modello economico dominante a livello globale, fondato sul primato dell’economia di carta. La finanziarizzazione ha veicolato la moltiplicazione e l’accentuazione delle disuguaglianze, tra aree geografiche e sociali, con un manipolo di Paperoni sempre più ricchi a fronte dell’impoverimento del ceto medio, dell’allargamento della precarietà e insicurezza del lavoro (e del reddito), mentre quote crescenti di popolazione precipitano in condizione di povertà.

Lo sgretolamento della società industriale viene sostituita da quella “società liquida”[1] il cui valore preminente è il consumo. Avere e consumare divengono le condizioni per vedersi riconosciuto un ruolo sociale, apparire è il desiderio per sfuggire all’alienazione.

Le ideologie, con la loro oggettivazione organizzativa mirata alla conquista e controllo del potere, affogano nel nuovo mantra del consumismo.

La sovrastruttura politica viene superata dall’onda dei tempi.

Qui sta il corto circuito della crisi di rappresentanza.

Valutato questo scenario, per comprendere il successo di Fratelli d’Italia (e il fallimento di quanti volevano impedirlo) occorre il coraggio dello scandalo: cambiare prospettiva per non farsi ingannare dagli occhiali del tradizionalismo.

Nel mondo sommariamente descritto – il mondo nel quale viviamo – richiamarsi a schemi ed esperienze del passato, per quanto tragiche, eroiche o gentili, non crea consenso, forse neppure attenzione, se non in cerchie ristrette.

L’andamento elettorale (in Italia e non solo) ha definitivamente chiuso il Novecento, con le sue creature storico-ideologiche: fascismo, comunismo, ma anche liberalismo e solidarismo cristiano.

La vittoria delle destre (e, tra esse, di quella apparentemente più solida e meglio organizzata) altro non è che la somma tra un elettorato schierato su quel versante e segmenti popolari in sofferenza che si oppongono ai governi dell’emergenza e dei tecnici.

In sintesi: tra opposti conservatorismi prevale quello meno ideologico e più legato agli interessi materiali diretti (a breve).

C’è del vero nell’affermazione che l’elettorato vuol “provare” chi non ha condiviso responsabilità di governo durante le recenti emergenze, nella speranza che le risolva con ricette alternative, senza chiedersi se siano realizzabili.

Dinanzi alle incertezze quotidiane, al rischio di perdere quel che si ha o di non raggiungere quel che si era sperato, la maggioranza dei votanti cerca risposte facili e immediate. Non importa se illusorie. La rabbia e la paura prevalgono sulla ragione: si vota contro (il governo e chi l’ha sostenuto), si vota per (qualcuno che sembra forte, deciso, non compromesso con la gestione precedente), o non si vota (astenendosi).

Nella psicologia individuale divorata dal rancore è più facile cercare vendetta che mobilitarsi per il riscatto.

Le stagioni politiche sono brevi, legate al successo di un leader cui si chiede la soluzione rapida dei problemi immediati.

Come osserva Giuliano Amato, in una recente intervista, non c’è più la Politica, cioè la capacità di mobilitare speranze e voglia di fare intorno a un progetto di futuro.

Mi torna alla mente la considerazione di Alessandro Baricco, in un suo brillante articolo: il mondo è guidato (ancora) da un’intelligenza del Novecento.

Concordo.

Manca una classe dirigente del XXI Secolo.

Il Duemila ci presenta una nuova complessità, confusa dietro la banalizzazione di ogni problema. Per comprenderla non servono twist e post, battute e lazzi, ma paziente – e faticosa – riflessione.

Il rifiuto della complessità produce i risultati che vediamo: non solo quello elettorale, ma pure nella dialettica sociale e nel deterioramento del civismo.

 Questo dilagante rifiuto è la sconfitta della sinistra, che della complessità coglie solo i doveri del presente (contingente) e non i semi di innovazione possibile. La sinistra (non solo italiana) non sa spiegare la complessità del Duemila perché la interpreta con le lenti del Novecento, quindi non sa leggerne natura e dimensione. Conseguentemente, è incapace di trovare una visione del governo del cambiamento come processo sociale ed economico e non come lento movimento compresso dalle presunte compatibilità.

Per questo sconfiggere il sovranismo, fermare le derive autoritarie, non verrà dalla discussione sulla rifondazione della Sinistra.

Ecco che devo fare scandalo: la Sinistra è ormai fuori dal Tempo della Storia. Superata, perché occorre trovare nuove formule adeguate al Ventunesimo Secolo, fondate su una visione della società del domani.

Restituire un ruolo alla Politica come strumento di affermazione dell’interesse generale nel rispetto dei diritti individuali è possibile soltanto ponendo al centro dei suoi obiettivi la salvezza del pianeta, che è condizione per la salvezza dell’Umanità.

Non esiste soluzione alle disuguaglianze, alla pratica dei diritti, al perseguimento della pace se non si inverte il processo di degrado dell’ecosistema che ci ospita.

L’ambientalismo non come rivendicazione politica, come bandiera ideologica, ma bensì pratica collettiva rivolta a un nuovo modello di creazione, distribuzione e utilizzo delle risorse.

Ha ragione Carlin Petrini: non bastano le politiche governative se non cambia la cultura materiale delle persone. I comportamenti individuali dovranno riorientarsi in logica di sostenibilità. Senza sacrificare il piacere: del cibo, del viaggiare, dell’arte, dello sport, della convivialità.

Ben al di là di una transizione, occorre una rivoluzione: costruita dal basso, con nuove pratiche di vita, di lavoro, di svago, di interazione; promossa e governata da istituzioni tornate credibili e autorevoli perché ancorate a una visione progettuale del futuro.

La leadership del Ventunesimo Secolo non potrà che nascere dalle generazioni dei nativi digitali, quelli che hanno i piedi nel nuovo tempo e per questo nella testa le domande e le risposte per risolvere le immani questioni che sono loro consegnate dalle generazioni precedenti (che, dobbiamo onestamente riconoscerlo, hanno fallito!).

Nuove leadership che ridefiniranno la filosofia della politica, oltre lo schema destra/sinistra, retaggio di un secolo breve ormai consegnato alla Storia.

Ripiegando sulle angosce immediate, ecco una sommaria agenda per le opposizioni (quelle parlamentari e quelle dei movimenti).

La destra che ha conquistato il governo non ha convenienza a rotture del quadro istituzionale, ha interesse a mostrarsi responsabile e legittimata a collocarsi nel quadro delle alleanze e delle relazioni geostrategiche atlantica ed europea, né intende rischiare di vedersi negare le quote di finanziamenti di fonte UE per il PNRR.

Non sono alle viste un nuovo fascismo né una nuova Costituzione antidemocratica.

I diritti civili andranno difesi, ma anche su questo terreno il nuovo governo si muoverà con prudenza sul terreno normativo, al di là degli eccessi verbali e delle iniziative estemporanee di qualche esponente locale.

I veri pericoli sono altri.

Sul piano sociale l’inasprimento delle campagne contro l’immigrazione, additata come causa dell’impoverimento della popolazione nazionale. Ne perderemo la vitalità dello scambio di esperienze e culture, quel clima cosmopolita che si respira a Milano, unica vera città metropolitana d’Italia.

Sul versante economico avremo: l’accentuazione dell’iniquità fiscale; l’accoglimento delle istanze delle corporazioni (balneari, taxisti, sindacati clientelari, ordini professionali, ecc.); l’indebolimento dei vincoli ambientali e sociali all’esercizio di impresa; la privatizzazione di servizi essenziali, come la sanità.

E, soprattutto, verranno il freno alla riconversione energetica con il recupero della produzione da fonti fossili, la difesa di produzioni ad elevato impatto ambientale.

In sintesi: il danno della stagione del governo di destra sarà un arretramento del Paese, sempre meno al passo con i tempi, chiuso in sé stesso, ancorato al passato nelle politiche economiche e sociali e nella cultura, sempre più in affanno, perdendo la straordinaria chance di modernizzazione e progresso offerta dai fondi europei e nazionali attivati dopo la grande crisi pandemica.  

Ma intanto, potrà germogliare, nell’onda spontanea dei nuovi comportamenti dei giovani e nel farsi movimento collettivo dei loro desideri e speranze, la traduzione del nuovo idealismo ambientalista e solidale in espressione politica.

Dall’ingenua e ancora frammentaria protesta dei Fridays for future, dall’illuministico tentativo dei Volt, dalle mille aggregazioni informali di chi non si sente rappresentato, qualcosa nascerà.

La speranza nella nascita di una nuova filosofia della politica non può che essere affidata alle nuove generazioni.

Toccherà ai giovani reclamare e conquistare il potere, nel nome del rifiuto della frenesia del consumo dissipatorio e della costruzione di un futuro nel quale lo sviluppo, nel rispetto della natura, veda la tecnologia come strumento guidato dall’umanesimo e la condivisione divenga la pratica che garantisce l’equità e l’espressione dei diritti.

Per farlo, dovranno dialogare con la scienza, mettere a frutto le competenze, sapendo distinguere tra obiettivi strategici, definiti dalla Politica, e gestione dei progetti a essi coerenti, rimessi al governo contingente.


[1] Nel senso inteso da Zygmunt Bauman nei suoi numerosi studi dedicati a tale tema.

Michelangelo Pistoletto: Ragazza che scappa – Museo del Novecento – Milano

Se la mia analisi è corretta, quale impegno tocca a chi, come me, non ha più l’età per partecipare alla creazione di nuovi soggetti collettivi e vive l’irrequietezza dell’insufficienza del presente?

Non credo di poter andare oltre l’analisi, in attesa che maturi la Politica per il Ventunesimo Secolo.

Posso, tuttavia, disegnare nella fantasia un futuro possibile.

Scrivo romanzi.

Accantonando, per diversa ispirazione, la mia vocazione di giallista, ne ho scritto uno quasi autobiografico, alla cui conclusione ho inserito un’appendice che riporta l’immaginario articolo di un filosofo della politica che recita, parlando della rivoluzione che i giovani potranno portare:

“Il principio di condivisione può assumere valenza generale, fino a diventare l’ideale che fonda il modello di gestione del rapporto con l’ambiente, che va preservato per vivervi bene senza distruggerlo. Altrettanto per vedere l’altro (e il diverso) come partner anziché nemico. O per stemperare la competizione (professionale, accademica, ma anche sessuale) in un esercizio di sfida leale”.

Il romanzo, per ora, non è pubblicato, ma inviato a un premio letterario di caratura nazionale.

La nuova fatica letteraria cui mi sto dedicando, che ho citato in apertura disegna mondo nel quale, poco prima della metà del secolo, il processo che auspico sia in pieno svolgimento. In questo universo parallelo il potere politico è conteso tra due opposti ambientalismi: quello mirato allo sviluppo in chiave di sostenibilità e quello orientato alla decrescita graduale come unica strada per il ripristino delle compatibilità ecologiche.

Cerco di tratteggiare, con esempi e quadri di vita, come potrebbe essere questo mondo futuro, non privo di contraddizioni e drammi, ma indirizzato sui binari della rinascita.

Un sogno?

Le invenzioni dell’intelletto hanno segnato il progresso dell’umanità.

Giorgio De Chirico: Canto d’amore – Museum of Modern Art – New York

Presentando il romanzo di Gigi Paoli

Ho avuto il piacere di presentare l’ultimo romanzo di Gigi Paoli. Non dico “l’onore” perché non so se Gigi si sentirebbe offeso (preso in giro) o mi riderebbe in faccia. Certo, da buon toscano, mi additerebbe come bischero.

Perché Gigi è talmente simpatico che l’ironia che serpeggia nei suoi libri la spiattella anche quando viene sollecitato e intervistato.

Protagonista di “Diritto di sangue” è l’eroe caustico e insinuante di tutta la serie delle cronache di Gotham: Carlo Alberto Marchi, un alter ego immaginario ma non troppo dell’autore.

Qui il fato l’ha bistrattato oltre il limite. Il grave incidente con cui si concludeva la precedente avventura ce lo restituisce dolorante e costretto a sospendere il suo lavoro al giornale dove seguiva la cronaca giudiziaria. Senonché accade che nuovi delitti riaprano un caso che tocca da vicino Carlo Alberto Marchi, riaprendo la più atroce ferita del suo passato: l’assassinio del padre durante una rapina delle Nuove Brigate Rosse.

Marchi viene richiamato in servizio, ufficiosamente, sia per i contatti che vanta in Magistratura e tra le forze dell’ordine, sia per il suo essere personalmente interessato all’inchiesta in corso.

Nella duplice veste di giornalista (che agisce dietro le quinte) e di cittadino coinvolto nel delitto al centro delle indagini, finirà per scoprire elementi di rilievo, in un rimbalzo continuo di rivelazioni con gli investigatori e gli inquirenti.

Il finale, che ovviamente non rivelo, conterrà una sorpresa, chiuderà un cerchio, ma lascerà margini di mistero, come nella miglior tradizione del giallo votato all’inseguimento del colpevole.

Libro da leggere piacevolmente, in attesa di un successivo episodio delle cronache di Gotham. In chiusura d’incontro mi sono permesso di chiedere a Gigi Paoli di non infliggere a Marchi ulteriori pene. Già fratture e acufene lo costrinsero a cercare rifugio nella morfina (terapeutica… per carità!), risparmiamogli altre sfighe!

La presentazione è corsa via stimolante e divertente. Gigi ha brillantemente doppiato le domande in cui cercavo di metterlo in difficoltà (quelle sul rapporto di Marchi con l’amore e, di riflesso, di Paoli scrittore con i misteri dell’universo femminile) e si è invece abbondantemente concesso sui temi che lo intrigano, come quello del ruolo dell’informazione cui dovrebbero assolvere i giornali dinanzi alla frammentazione e banalizzazione della presunta cronaca veicolata dal web. Una difesa del giornalismo di qualità (di approfondimento e d’inchiesta!) che ho sinceramente apprezzato.

E poi, ci ha rivelato che molte delle spigolature delle sue storie sono null’altro che una rivisitazione di esperienze dirette: così per il rapporto di affetto conflittuale con la figlia, per la descrizione di squarci di Firenze (e dei suoi locali), fino al tormento di incomprensioni con il padre, che riecheggia nella vicenda di Marchi.

Una scelta intenzionale, nella convinzione che i lettori comprendano se chi scrive parla di situazioni e condizioni che conosce. Insomma: fiction costruite su basi solide di cose vissute.

Mi pare giusto concludere con un piccolo assaggio del dialogo svolto nella presentazione.

Presentazione in riva al mare

“Nero come la moda” è il mio ultimo romanzo pubblicato.

Nell’ambito del programma organizzato dall’Associazione Medusa per l’estate 2022, il Bagno Marusca di Lido di Camaiore ha ospitato la presentazione del libro in una cornice accogliente e affascinante.

L’occasione è stata preziosa per i commenti, sempre puntuali e articolati, dell’amico Umberto Guidi, che ha analizzato contenuti e stile con la consueta profondità di chi ama leggere e sa scavare nelle ispirazioni e delle storie.

Per l’autore è una interessante scoperta sentire cosa abbia colpito un lettore attento e capace di rilievo critico.

Così ho potuto, insieme al commentatore, entrare nei motivi che generarono la storia e spiegare cosa fu per me scriverla.

Un incentivo a proseguire nello sviluppo dei personaggi che l’hanno animata e a coinvolgerli in nuove avventure. Che sono già in gestazione.

Per chi volesse accostarsi al mio romanzo, questo è il link del video, pubblicato sul mio canale youtube, che riproduce l’intera presentazione.

Buon ascolto.

Cosa venire a cercare?

Gli artisti sanno essere profetici. Evocativi, ma anche espressione del loro tempo.

Era il 1988. Franco Battiato, già affermato, elitario e misticamente passionale, cantava:

“Questo secolo ormai alla fine

saturo di parassiti senza dignità

mi spinge solo ad essere migliore

con più volontà.”

Siamo nel secolo seguente a quello che lui vedeva spegnersi nella tristezza, nell’ignavia, nella miope difesa di rendite di posizione.

Siamo, nel nostro Paese, all’ennesimo corto circuito tra le emergenze e l’incapacità di praticare politiche orientate al futuro.

Assistiamo, nel mondo, a una drammatica carenza di leadership, di visione, di progettualità.

Mentre la catastrofe climatica avanza e la guerra torna a insanguinare perfino l’Europa.

Resto convinto – e l’intreccio delle crisi economiche, sociali, geopolitiche, sanitarie e, in ultima analisi, culturali – che i tumultuosi eventi che hanno cambiato la faccia del mondo impongano l’adozione di nuovi paradigmi e l’elaborazione di nuove strategie di ampio respiro.

Non sarà possibile vincere le sfide senza ritorno di un pianeta che geme e rischia il tracollo ambientale e umano applicando le ricette del Ventesimo Secolo. Gli ideali che lo hanno animato sono stati travolti dal venir meno dei loro presupposti materiali e culturali.

Per questo la guida del necessario rilancio non può essere affidata a pretesi leader seduti sulle idee del passato. Che rischiano di lasciare il campo ad altri capipopolo votati all’oscurantismo, sopprimendo le libertà e i diritti civili.

Serve all’Italia (e al mondo) una rivoluzione dei modelli di produzione, di consumo, di distribuzione. Serve l’affermazione del primato dei beni comuni, dell’investimento sul futuro, della reimpostazione del rapporto tra umanità e natura in chiave di armonia e di crescita sostenibile.

La cosiddetta agenda Draghi era ed è una linea di difesa, utile ma insufficiente.

Soltanto misurando gli obiettivi sul lungo periodo possono davvero emergere le differenze tra le proposte: non promesse elettorali in gran parte illusorie, ma misure per collocare il contenimento delle emergenze in una prospettiva di economia circolare, di solidarietà comunitaria, di valorizzazione della creatività e del talento per la liberazione del valore anche esistenziale delle innovazioni nelle quali la tecnologia sia governata dai bisogni e dai tempi dell’umanità e non dall’obiettivo della massimizzazione dei profitti.  

Non vedo partiti o movimenti che tentino risposte a questa domanda “alta” di politica.

Non trovo sedi per poterne davvero discutere.

E mi domando, nella disgregazione che ha frantumato classi sociali e tradizioni politiche collettive, lasciando spazio a richiami tribali e a nostalgie di chiusura localista e particolarista, se nascerà un fulcro di raccolta dei “senza rappresentanza”. Penso a chi vive ai margini della società (e che raramente partecipa al voto), ma soprattutto ai giovani, quelli che magari vanno all’estero per trovare sbocchi occupazionali confacenti alle loro aspirazioni.

Perché l’altra mia convinzione è che, se c’è una speranza per il futuro, essa riposi sull’assunzione di protagonismo delle generazioni che sono native digitali, per le quali i confini geografici sono labili, l’incontro tra diversità è una ricchezza e non fa paura.

I giovani, per riuscire a vivere la loro vita in una condizione di continua precarietà, hanno imparato a usare senza avere, a condividere tutto (fino, scandalosamente, agli spazzolini da denti), a cambiare casa, nazione, amici, lavoro. A rispettare la natura. A puntare alle emozioni prima che al guadagno.

Confesso: non li frequento (per ragioni anagrafiche e per condizione esistenziale), li osservo, con curiosità e ammirazione. Forse esagerando le aspettative.

C’è un protagonista che ricompare in un mio racconto e in due romanzi non ancora pubblicati che da voce alle mie ottimistiche proiezioni.

Il professor Coreglio, ormai in pensione, indica nelle generazioni nate dalla metà degli anni Ottanta il serbatoio della futura classe dirigente, perché esse vivono esperienze di socializzazione e di maturazione individuale e collettiva nel pieno del secolo corrente.

Dopo aver spiegato perché le filosofie politiche del Ventesimo Secolo si sono infrante sull’incompatibilità tra consumerismo dissipatorio e limite delle risorse, sottolinea come i giovani abbiano abbandonato il mito della proprietà in favore dell’accessibilità. Il loro governo, quando finalmente arriveranno a fondarlo, si caratterizzerà intorno all’obiettivo ideale dell’armonia: tra umanità e pianeta, tra identità sessuali diverse, tra nazioni, tra sviluppo economico e benessere esistenziale, tra progresso ed equità sociale.

Pecco di eccesso di ottimismo? Esorcizzo il dramma presente sognando un’utopia?

Forse.

I versi di Battiato che citai in premessa sono parte del testo di “E ti vengo a cercare”.

Nel 1981 il maestro catanese scrisse “Povera Patria”, amara constatazione del degrado morale e materiale di questo nostro travagliato Paese.

Concludeva: “La primavera intanto tarda ad arrivare”.

Ci ha lasciato versi e musica stupendi, per goderne la bellezza, ma anche per riflettere.

Per non perdere l’orizzonte del futuro.

E oggi cosa verrei a cercare?

La primavera che ancora spero arrivi sulle ali della gioventù che saprà fare suo il mondo, salvando sé stessa, i figli che verranno e anche noi che non riusciamo a uscire dalle gabbie di vecchie ideologie e di comportamenti inconciliabili con la sopravvivenza della Terra e dell’umanità.

A Nemeton The Place si parla del vicequestore Gabuzzi

C’è un nuovo luogo per eventi e incontri a Massarosa.

Poche decine di metri sopra la via Sarzanese Nord è stata attrezzata un’area verde dedicata a ospitare momenti di convivialità artistica.

Lo si deve all’impegno di appassionate organizzatrici, che hanno messo in calendario una ricca successione di appuntamenti.

Tutto questo, sotto l’insegna “Nemeton – The Place”.

L’allestimento è grazioso e piacevole, con un grande spazio vuoto al cui fondo si colloca il palco e, intorno, sedute e tavoli.

Ho avuto la fortuna d’essere invitato a collocare la presentazione del mio ultimo romanzo, “Nero come la moda”, la sera del sabato 11 giugno.

La proposta artistica era articolata: arte culinaria, letteratura, musica.

Splendida occasione, aperta dalla cassettina veg da cultura biologica dell’Agriristorante La ficaia.

Saziato l’appetito e vellicato nel gusto, mi sono dedicato alla presentazione del romanzo, con l’aiuto dell’amico Giulio Marlia, maestro di cinema con eccellente cultura letteraria.

Avendo in sottofondo buon jazz ho illustrato, rispondendo alle domande di Giulio, il senso e i contenuti della storia che ho appena pubblicato.

Era la prima uscita pubblica e la prima volta che mi cimentavo in una piccola arena nella quale la parte letteraria era appena un intermezzo.

Ho tentato di essere in sintonia con la situazione.

Potevo far meglio, essere più disinvolto, metterci maggiore empatia.

Ma è stata la base per approfondire i temi di “Nero come la moda”.

Senza fare spoiler, penso di aver centrato l’obiettivo.

Nelle prossime uscite pubbliche lascerò spazio al dialogo, terrò meno astratti i temi.

Intanto, propongo questa prima presentazione, che spero incuriosirà chi leggerà questo articolo e lo invoglierà ad accostarsi a questa nuova, complessa indagine, del vicequestore Gabuzzi. In bilico tra dilemmi giuridici, spregiudicato uso (e abuso) dell’intelligenza artificiale, metodologie d’investigazione non ortodosse.

Il popolo del mare: ritratto da Viareggio a Lisbona

Joẩo Reis: Riparando la rete [Museo della marineria – Lisbona]

La visita a Lisbona – troppo breve per farmi un’impressione autentica di questa città carica di fascino, storia e nostalgie – mi ha regalato una sorpresa e indotto qualche riflessione.

Al museo della marineria, ospitato in un’ala dell’imponente Monastero dos Jerónimos, dopo una sfilata di miniature di vascelli del periodo nel quale il Portogallo era tra i dominatori degli oceani, si arriva in una sezione dedicata a locali pittori del Novecento, con tele ispirate alla vita di mare.

Opere che non possono vantare una cifra stilistica eccelsa e, tuttavia, comunicano sentimenti di profonda umanità.

Provai una strana emozione, perché quegli stessi sentimenti, nati dal vissuto di chi sul mare trova le radici esistenziali ma altrettanto a esso chiede lavoro e sostentamento, li avevo trovati nella mia Viareggio, in alcuni quadri esposti alla Galleria di Arte Moderna e Contemporanea. Di Lorenzo Viani, ovviamente.

L’attenzione a quell’intreccio di salsedine, passione e durezza del lavoro accomuna, dunque, la pittura degli artisti che vogliono dipingere il popolo nella dimensione del rapporto con la loro terra, o, meglio, in questo caso: con il loro mare.

Navigatori, pescatori, portuali, calafatori: lo furono i viareggini nel primo Novecento come lo furono, su scala maggiore, i portoghesi.

Colori e toni, una certa ruvidezza del tratto, hanno ispirazione comune.

In quelle tele si riflettono i profumi, la pazienza, le solitudini condivise dei lavoratori del mare, in un’epoca diversa dall’attuale, quando navi e barche erano legni e non resine e metallo. Quando la misura del tempo batteva con intensità diverse.

Un mondo che più non è, ma che merita d’essere ricordato attraverso le genti che lo hanno animato.

L’arte, linguaggio universale, permette di cogliere legami che altrimenti non avrei immaginato.

Lorenzo Viani: Benedizione dei morti del mare [GAMC – Viareggio]
J. Ribeiro: Barca in pericolo [Museo della Marineria – Lisbona]
lorenzo Viani: Darsena d’inverno [GAMC – Viareggio]
Joẩo Reis: Riparando la rete [Museo della Marineria – Lisbona]