Torino e la clessidra

Questo studio risale al 1992. Torino era investita dalla crisi del crollo del suo profilo di città dell’industria di massa. Occorreva cercare strade nuove. Tentai di indicare quelle che mi sembravano più promettenti. Ben poco venne raccolto. Torino perse dinamica e ricchezza. Una nuova tristezza si sostituì a quella ritmata dai tempi dell’industria. Risalire non è agevole, sconcerto e scontento hanno portato al governo della città chi nega radici e vuole inventare un futuro senza visione strategica, in parte figlio della teoria – non esplicitamente ammessa – della “decrescita felice”. Sigh!

Torino e la clessidra

Radici in movimento

Il palco

Cambiare radicalmente città ed ambiente è una scelta consapevole e fortemente voluta.
Sono nato a Torino e per oltre 60 anni ho vissuto in questa città, che amo per la sua storia e cultura, per l’etica del lavoro che la anima, per la serietà civica e la capacità di essere spesso al centro delle svolte sociali ed economiche del Paese.
Torino ha riscoperto la propria bellezza quando la crisi della grande produzione industriale l’ha privata di ritmi e vocazioni che l’avevano fatta grande ma anche un po’ triste.
Così è tornata la Torino liberty e quella delle residenze sabaude. Torino ha schiuso la sua anima turistica ed è tra le città più visitate, con arrivi anche dall’estero. Resta forse modesta l’offerta alberghiera che dovrebbe sorreggere l’ospitalità, ma sta migliorando.
Tuttavia Torino, come tutte le città di grande dimensione, soffre il traffico e, soprattutto, l’inquinamento.
Questa la ragione che mi ha portato a scegliere di vivere in località di mare non appena mi fossi ritirato dal lavoro.
Detto fatto, dopo una ricerca di un paio d’anni, che mi ha portato a sondare varie opzioni, ad aprile dello scorso anno, arrivato a Viareggio, me ne sono innamorato.
Insieme ad Anna – per la quale andare a vivere al mare era un desiderio radicato si può dire da sempre – abbiamo deciso che sarebbe diventata la nostra città. Molte le ragioni: il mare versiliano, dolce e possente, accogliente e profumato; la dimensione non troppo angusta, tale da offrire buoni livelli dei servizi; una vivacità culturale e civile che consente di viverla tutto l’anno e non soltanto nella stagione balneare. Non ultima la posizione, che consente di raggiungere agevolmente le belle città della Toscana e di visitarne la ricca campagna, nonché di avere collegamenti ferroviari con tutta Italia.
Ora il sogno si sta realizzando. La nostra nuova casa sta lentamente prendendo la forma (di arredamento e spirito) che vogliamo darle.
La domenica 12 febbraio 2017 siamo scesi sul viale a mare per assistere alla sfilata di apertura del Carnevale viareggino. Per noi era la prima volta.
C’è voluto davvero poco a farsi coinvolgere dalla passione che si esprime nell’evento, con la fantasia dei carri e le danze dei figuranti che li accompagnano ed esaltano.
Ma subito mi colpì una presenza che non m’aspettavo.
A precedere la sfilata c’era la banda del carnevale di Santhià, gemellato – come non avrei sospettato – con quello di Viareggio.
Dalle parti di Santhià vennero le mie origini. A Tronzano vercellese, che da Santhià dista appena due km, nacque mio padre (e più tardi mia sorella) e vissero tutti i miei nonni. In quelle campagne trascorrevo da bambino afosi weekend, quando subivo il tormento delle zanzare a fianco di mio nonno che pescava rane a chili nelle risaie, non ancora preda dei diserbanti chimici.
Ed ecco che in quella che diverrà la mia nuova città si affacciavano improvvisamente le mie radici.
Una sorpresa. Un segno.
Come se il filo della mia storia personale tenesse memoria, unendo il futuro al passato, a rendere ancor più benigna la scelta.
Una ragione inattesa, a spazzare ogni nube sul cielo che da luce al Tirreno, lì dove mi accingo a costruire una nuova fase di vita con il mio amore.
Tempo di nuove avventure, come mettere il vento nelle vele.

La mia storia

Nacqui a Torino, il 16/3/1954. Allora la città stava per entrare nel boom industriale degli anni sessanta. Da grigia, divenne vitalmente polverosa: di auto, di smog, di corse e boom edilizio a buon mercato.
A Torino vissi, da fanciullo a giovane rivoluzionario, lavorai come funzionario pubblico integerrimo ed efficiente, arrivai a un’esperienza di insegnamento universitario, infine approdai alla pensione.
Torino, nel frattempo, fu investita da grandi mutamenti. Ritrovò la sua bellezza ma pagò il passato industrialista con un velo di tristezza e l’arretramento di ruolo, demografia, reddito.
Di Torino, che amo nelle sue bellezze, nella sua storia e nel suo carattere, troverete riferimenti nella pagina che gli dedico, compreso il mio piccolo tentativo di concorrere a trovare uno sbocco alla fase di crisi negli anni novanta.
Nel 2016, con mia moglie, prendemmo la decisione di andare, finalmente, a vivere al mare. Scegliemmo Viareggio e, dall’anno seguente, ci siamo stabiliti in questa meraviglia collocata tra la costa tirrenica e le Apuane. La trovammo un po’ decaduta, ma con enormi potenzialità di ritrovare il fascino che ne aveva fatta la “perla del Tirreno”.
La mia passione per la scrittura sbocciò già sui banchi di scuola. Il mio primo esile romanzo, “Il mistero di Micrus”, di intonazione fantascientifica, lo vergai su un vecchio quaderno in disuso durante la quinta elementare. Il manoscritto fu perso da un amico a cui lo feci leggere l’anno seguente e non ne ho più traccia. Poi scrissi un romanzo western pubblicato a puntate sul giornalino scolastico delle medie.
Più tardi, tra il 1975 e il 1980, vennero diversi racconti di fantascienza (con sconfinamenti nel fantasy). Solo uno tra essi fu pubblicato in una rivista di genere, nell’ambito di un concorso.
Negli anni successivi raggiunsi l’estensione del romanzo: il primo con trama SF, il secondo più decisamente fantasy. Entrambi furono rifiutati da editori cui li sottoposi. In effetti lo stile lasciava a desiderare. I temi non erano male, secondo me. Forse li rivedrò e recupererò.
Nel frattempo, la mia professione e la mia attenzione alle vicende sociali virarono la mia penna (in verità ormai convertita in tastiera) verso la saggistica e la ricerca sociale. Esperienze feconde e assai formative.
Quando, libero da impegni di lavoro e padrone del mio tempo, tornai a dedicarmi alla narrativa, pagai l’attitudine al taglio didascalico.
Per questo, a propiziare la pubblicazione del mio primo romanzo, mi avvalsi dell’editing curato da un’agenzia letteraria. Imparai molto dallo scambio intenso con Romina, che mi aiutò ad affinare lo stile e a curare la psicologia dei personaggi.
Ora mi sento in grado di narrare storie che uniscono alla coerenza e complessità della trama i tratti dell’umanità dei protagonisti.
Scrivere un romanzo è un’esperienza esaltante. Significa far vivere sulla fantasia parti di sé, intrufolandole tra vicende diverse e lontane dal vissuto. È la trasformazione improvvisa di ombre in un sogno colorato. Liberazione di sentimento e visioni. Incontro di inattesi personaggi che ti impongono di seguirli, comprenderli, assecondarli perché senza essi, che all’inizio neppure avevi immaginato, la storia perde senso e profondità.
Questo sito è stato creato per esprimere e far conoscere pensieri e sensazioni, speranze e interessi che stanno alla base delle storie che mi piace narrare.
Anche i gialli, genere cui mi sto dedicando, portano in sé visioni della società, del futuro, della cultura, e delle possibili risposte ai dilemmi collettivi e individuali del presente.
Al piacere dell’invenzione, di costruire storie intorno a misteri e delitti, si aggiunge la possibilità di trasporvi il mio ottimismo verso un mondo più dolce, a misura umana, nel quale tecnologia, mercato, comunicazione, relazioni siano declinati per far crescere l’essere e non schiavi dell’avere.

Dal romanzo non edito “Cercando una gemma sommersa”

Questo romanzo è di genere fantasy.
Lo scrissi molti anni fa e ora l’ho rivisto. Prima o poi lo proporrò a qualche editore specializzato.
Ne estraggo la prima parte di un capitolo

41.
L’imponenza architettonica del Palazzo delle Scienze si staccava nettamente nel generale grigiore delle costruzioni circostanti.
Quanto tutte le altre obbedivano a rigorosi criteri di efficienza e alternavano parallelepipedi funzionali senza alcuna concessione all’estetica, quel Palazzo possedeva forme, colori, riflessi, che gli conferivano un’alienità a un tempo solenne e briosa, come il tempio irriverente dedicato all’ingegno umano contro l’assenza totale, nella zona, di luoghi deputati alla rappresentazione di culti divini.
Era un alternarsi difficilmente definibile di corridoi sospesi, di triangolazioni piramidali che si reggevano su angoli impossibili, di colonne che si perdevano dietro pareti trapezoidali.
Le sue mura rilucevano di pietre levigate, di opalescenze multicolori e vibranti al riflesso del cielo che andava imbrunendo. Aggiungevano lusso e classe le vetrate alle finestre, trasparenze fumé che nulla lasciavano intravedere dell’interno.
Il gioco fantasmagorico delle fontane che si rincorrevano intorno al viale d’ingresso, creando immagini cangianti a ogni spruzzo, come un incessante susseguirsi di figure mitiche o geometriche esprimeva l’originalità artistica di quella meraviglia.
Lester e Deuca, costeggiandolo al piccolo trotto, rimasero senza fiato e non poterono impedirsi di volgere il capo e di forzare gli occhi a rimirarne ogni particolare, sinché non furono nuovamente inghiottiti da muri monocromi che vennero subiti quasi con angoscia, dopo quelle forme d’eccitante fantasia inverata.
«Capita a tutti, la prima volta.» Tranit colse le loro emozioni e le commentò, non si capiva se volesse confortarli o imbarazzarli. «E’ un capolavoro che rapisce e ammalia nella sua bizzarria. Pochi sanno che continua a crescere: ogni scoperta degli scienziati viene celebrata dall’aggiunta di nuove invenzioni creative, da piccoli elementi sino a intere sezioni. Forse un giorno il grande spazio che gli è riservato non basterà e per crescere dovrà divorare le costruzioni intorno o magari svettare più alto nel cielo.»
«Bello, inatteso!» Lester lo riconobbe, del tutto sincero e ammirato. L’arte, nelle sue innumerevoli manifestazioni, non poteva lasciarlo indifferente. Quando diventava sfida alle convenzioni, tentativo di creazioni del tutto originali, gli scatenava sensazioni vivissime.
Il desiderio di paragonarle alla musica, di renderle in musica. L’arte come rappresentazione metaforica della realtà, la musica ispirata da altra arte. Una mediazione della mediazione, ma anche una serie di trasfigurazioni legate da una tensione multidirezionale, una spirale che si ribaltava senz’alcuna soluzione di continuità.
C’era stato un breve periodo, in quella vita che gli si affacciava nuovamente alla memoria, “prima” – e finalmente il tempo assumeva un senso riconoscibile – di arrivare al Palazzo Che Non Esiste, in cui aveva letto avidamente i testi dei critici, aveva tentato di capire se l’estro creativo può essere compiutamente definito, se ne sia individuabile il rapporto con tutto ciò che dall’esterno ha concorso a forgiarlo e plasmarlo, riconoscerne gli elementi – perché questo, in realtà, gli interessava – per “finalizzarlo”. Una crisi d’identità (qualcuno diceva: di ruolo) che lo portava a pensare di dover costruire forme musicali nuove, mai sperimentate prima. Anzi: una musica nuova, che l’elettronica rendeva possibile, se correttamente innestata sulla ricchezza delle molte tradizioni accumulate in secoli d’esperienza. Ma rinunciò: era un compito superiore alle sue capacità, o forse un proposito pazzesco. L’arte non è scienza. L’ispirazione germoglia improvvisa come un fiore selvatico, da un seme distrattamente lasciato dal vento, ribelle ad assecondare ogni programma.
Certo: un’evoluzione successiva al rock (termine onnicomprensivo che la semantica corrente impiegava per definire tutta la musica moderna basata su sequenze ritmiche) e alle sue illusorie deviazioni “psichedeliche” s’era avuta. Accanto alla musica più facile, una serie di battiti iterativi spogliati d’ogni fraseggio melodico, erano venute strutture più complesse; l’elettronica scavava dentro la classicità, il digitale offriva sfumature inusitate, i gruppi agivano come grandi orchestre in sedicesimo del futuro.
I GENUS PASSAGE per primi, quando, ancora sconosciuti, avevano rivoluzionato il mondo pop, mantenendo le promesse dell’esordio con la stupenda maturità del loro terzo album “Fifthteenth century seen by electric music”. Poi via via tutto il resto che ne era seguito, con nuovi talenti che si cimentavano nell’opera di rinnovamento, da soli o in gruppo, componendo, scomponendo, rimescolando jam session. Musica etnica e world music, rivisitazione delle sinfonie del diciannovesimo secolo, jazz rivoltato nelle sue varie versioni.
Più sale d’incisione che concerti. I dischi, i raffinati nastri che riprendevano il loro valore contro la perversione dei “video”, restituendo autonomia al suono, al valore dell’ascolto. Una spaccatura verticale tra i fautori del sincretismo spettacolare (premiati dal mercato) e quelli della “divisibilità” (come era stata definita la scelta di puntare sullo sviluppo della musica incontaminata dalla commistione e dal compromesso con altre forme di rappresentazione e spettacolo) che godevano dei propri risultati e rivaleggiavano in preziosismi, con una dedizione quasi maniacale. Qualche rara trasmigrazione tra i due campi.
Per Lester giunse la consacrazione con il FLYING CARAVAN, mentre già nuovi vertici di ricercatezza toccavano il RAIN OF FLIGHT di George Elbooz, il geniale violinista formatosi nel GENUS PASSAGE, di Jonas Weiga e altri, o gli italiani di EQUITA’, o la fredda perfezione dell’impasto tra vecchi padri e giovani emergenti del FROZEN RAFT. Ma i nomi sarebbero stati tanti, troppi per ricordarli tutti, ciascuno con proprie prerogative e contributi meritevoli di riconoscimento.
Quando il fervore pareva giunto a un punto di non ritorno, ma anche di innegabile stasi creativa, quando tutto girava un po’a vuoto, avvitandosi nel tentativo mai dichiarato eppure rincorso oltre l’orizzonte (la “Nuova Musica”), che rimaneva inafferrabile oltre un diaframma non ancora compreso, tutto sparì.
Il ricordo emergeva confuso, perfino lancinante.
Un risucchio. Non era giorno né notte, non fu un luogo preciso e non vennero sensazioni fisiche. Uno stridio come d’immani correnti d’aria che si urtassero con una consistenza al di là dell’immaginabile.
D’un tratto non ci fu più nulla. Una babele di linee e spruzzi colorati, zigzaganti. L’impressione di un grande sonno che ricomponeva l’essere, selezionando rigidamente, portando al culmine la divisibilità.
E infine un risveglio che già diede l’impressione di esser sempre stati “lì”, senza un “prima”, una storia, un passato. Sempre lì, per sempre, senza fine, senza un “dopo”, un divenire, un futuro.
Un Palazzo lussuoso e spoglio. Una successione di specchi, di cuscini, di tappeti, di quadri, di candelabri, di tende, di giardini.
E tutti gli strumenti che si potessero desiderare. E griglie d’ascolto alle pareti. E tutti i musicisti che militavano nella corrente della divisibilità (o almeno sembravano tutti. Comunque tanti e tanti).
Tutto era musica. Concerti, rielaborazioni, esperienze. Godimento totale del dare e ricevere musica, che assorbiva in sé tutte le altre sensazioni. Ricordava: mangiare e fare all’amore, passeggiare, dormire… non sognare, però, così ricordava.
Sensazioni subordinate, in qualche modo sospese sulla musica, che era in ogni cosa.
E fuori, oltre le grandi vetrate chiare del Palazzo, un cielo di freddo azzurro, la luce di un sole invernale su una sconfinata distesa di ghiaccio. Macchie più scure, così lontane da non essere distinguibili. Solo macchie, nel ghiaccio.
Azzurra Fantasia Eterna. Con tale nome l’aveva indicata il Creatore, presentandosi loro nell’unico sogno, ricorrente, che era dato avere e ripercorrere.
“Sono il Professor Bizz, il vostro Creatore, – aveva detto – grazie a me avete l’eternità e la musica. Compensatemi con la vostra musica e la vostra fedeltà.”
La sua tunica era azzurra, il volto affilato e indefinibile.
“L’arte non è scienza”, ripensò Lester. Ora l’arditezza architettonica intravista invertiva l’affermazione, trasformandola in domanda: la scienza può diventare arte? E la magia, tra l’una e l’altra?
Soprattutto, gli salì la voglia di suonare. Suonare qualcosa di nuovo evocato dall’inaspettata meraviglia.
«Cosa studiano i vostri scienziati?» Domandò Deuca, tanto per rompere la sensazione di imbarazzo che la stordiva.
«Non ci sono limiti alle loro ricerche.» Il mercante ostentò la sua soddisfazione d’essere ambasciatore dell’intelligenza applicata. «Nessuno al di fuori conosce precisamente l’oggetto e lo sviluppo delle discipline. Se ne vedono assai raramente risultati concreti. E’ alta teoria quella che vive nelle menti e negli strumenti via via più perfezionati al Palazzo delle Scienze. Vi si interrogano i misteri della vita e del cosmo. Prima o poi ci regaleranno la chiave per valicare il confine delle conoscenze tra l’uomo e gli Dei. allora saremo potenti, non ci sarà prodigio in grado di intimorirci…»
«Credevo Tarnova interamente concentrata sui problemi del presente.» Deuca lo interruppe, colpita dalla rivelazione di fatti mai usciti dalle mura della città. «Quelli del proprio sviluppo economico, commerciale, politico.»
«Così lasciamo pensare gli stranieri e pure la maggioranza dei nostri concittadini.»