Diomede, il nome del commissario Gabuzzi

Durante la gita a Venezia, visitando la Galleria dell’Accademia, mi imbattei in un quadro di Vincenzo Giacomelli, intitolato Diomede fugge nascondendo il Palladio. Coincidenza inattesa! La tela è dedicata all’eroe il cui nome scelsi per il protagonista centrale dei miei romanzi. Diomede è una figura mitica. Nacque in esilio, figlio di uno dei Sette Campioni che combatterono Tebe e che sulle mura della città trovò la morte. Il giovane Diomede, insieme ai figli degli altri Epigoni, vendicò la morte del padre Tideo, ma nello scontro cadde anche suo zio Egialeo, così che a Diomede venne affidata la reggenza di Argo. Dopo vari scontri in terra greca, ormai consacrato eroe e valente guerriero, Diomede partecipò, insieme agli altri regnanti delle città elleniche, all’assedio di Troia. Egli rappresentò il modello di impavido combattente, abile e coraggioso, che non arretra neppure di fronte agli Dei (la mitologia spiega come le divinità non mancavano di immischiarsi direttamente nelle vicende umane, con risvolti cruenti e spesso boccacceschi). Quando Achille si ritirò sdegnato dal conflitto, Diomede, che non riuscì a dissuadere l’alleato dal rifiuto di assecondare Agamennone, si trovò a essere il maggiore eroe greco nel campo di battaglia. Duellò con Enea e, nello scontro, ferì Afrodite, che proteggeva il prode principe troiano. L’Iliade narra poi dell’incontro tra Diomede e il licio Glauco, e della loro decisione di rinunciare a combattersi e di scambiarsi le armi per il rispetto dei genitori che avevano condiviso l’ospitalità. In tale episodio già si intravede la profonda sensibilità e lungimiranza del re di Argo. Sul finire della guerra, insieme all’amico Ulisse, con il quale condivideva il benevolo aiuto di Atena, rubò alla città nemica la statua del Palladio, dedicata proprio alla dea della sapienza e delle arti, perché l’indovino Eleno attribuiva la vittoria della lunga guerra a chi avesse posseduto quella scultura. Terminato il conflitto in Asia minore, altre tragedie e garbugli di vendette attendevano Diomede, inseguito dalla collera di Afrodite, fino a spingerlo a lasciare la Grecia. Attraversato il Mediterraneo, giunse sulla sponda occidentale dell’Adriatico e vi portò le conoscenze e la cultura d’origine. Fondò alcune città: tra esse Brindisi e Benevento. In quella che sarebbe divenuta Italia, l’eroe greco mutò le proprie attitudini: non più guerriero, ma ormai civilizzatore, tanto da guadagnarsi rispetto e devozione tra i popoli che lo conobbero. Questa seconda natura del figlio di Tideo e Deipile determinò la scelta del nome di battesimo del futuro commissario Gabuzzi. Plinio Gabuzzi discendeva da una famiglia di insegnanti. Suo padre, Ermenegildo, aveva rotto la tradizione dell’insegnamento, finendo impiegato al catasto di Modena. Un grave errore d’incuria (rovesciò un botticino di inchiostro su originali di mappa) lo aveva retrocesso al lavoro di copia (manuale) di atti. Scontento della situazione, Ermenegildo –un impenitente irrequieto – lasciò il lavoro statale e visse di piccoli impieghi. Per questo, Plinio dovette sudarsi la laurea in lettere, che venne solo all’età di 29 anni, condannandolo, ante litteram, all’occupazione precaria nella scuola. Dopo un periodo difficile, Plinio ottenne un incarico di supplenza prolungata in un paese marsicano, Celano, a 800 metri sul livello del mare, nel cuore del parco nazionale d’Abruzzo. Plinio insegnava lettere in una scuola media. Titolare della cattedra era un’anziana zitella inabilitata da una bronchite trascurata. La supplenza, per Plinio, venne prorogata per l’intero anno, rinnovata quello successivo, e aprì la strada all’incarico fisso, quando la vecchia titolare si rassegnò alla pensione. Nel piccolo paese, Plinio conobbe una sartina, Biancadora Nunno, e presto la sposò. Quando si annunciò la prossima nascita di un maschietto, Plinio, cultore di letteratura classica, appassionato di mitologia ed epica, volle chiamarlo Diomede, come il re civilizzatore, già guerriero e poi benefattore di Ancona, dove Plinio trascorse i primi anni di insegnamento in varie scuole private. Diomede, nei suoi primi anni, conobbe il freddo rigido della Marsica. Dopo il quinto compleanno del bambino, il padre conquistò finalmente un insegnamento a Formigino e tornò a risiedere a Modena, portandovi la moglie, incinta di una bimba che, alla nascita, venne chiamata Eliodea. Diomede era uno studente modello. Frequentò il liceo scientifico, rifiutando le vocazioni classiche cui il padre voleva rivolgerlo. Nonostante quella scelta, la sua tesina pro-maturità inorgoglì Plinio. Fu dedicata a un modello di analisi delle ricorrenze dei personaggi nella mitologia greca. L’ipoteca del nome, quindi, sembrava avere qualche efficacia. Dopo la maturità, Diomede si iscrisse a Giurisprudenza, quindi fece il servizio militare, vincendo un bando di iscrizione all’Accademia Militare, dove si laureò in sociologia dell’investigazione criminale con una tesi in Profilazione probabilistica nella lotta al crimine economico. La sua strada era tracciata, come il destino avesse aperto un cono di luce al suo cammino. Superò brillantemente il concorso per ufficiale di Polizia e venne inviato al corso biennale specialistico in Metodologia delle scienze investigative. Fu parte di una classe affiatata e vivace, nella quale svettava su tutti una specie d’amazzone altoatesina: Klausa Rottenschneider. Durante la festa di diploma del secondo anno, nella classe crebbe la voglia di celebrare il successo con un viaggio all’estero. Klausa indicò Amsterdam ed ebbe il consenso di Diomede, ma i compagni optarono a larga maggioranza per Miami. Klausa andò comunque – da sola – ad Amsterdam. Diomede seguì gli amici a Miami. Lì giunto, tuttavia, non volle, come loro, vagare per spiagge e locali, ma preferì conoscere l’anima oscura della città. Lo aiutò un poliziotto italo-americano, nativo di Charleston e trasferito nella metropoli della Florida all’età di ventott’anni. Glenn Baronni, nipote di un lontano cugino di mamma Biancadora, era un tipo rude, ma buono. Accompagnò Diomede in alcuni bar nella zona del porto, ai bassifondi. La seconda sera, Diomede vi conobbe una giovane: Malisa Daqueros. Era una prostituta, come scoprì con una certa sorpresa. “Come in una canzone di De André”, pensò quando lei glielo confidò. La giovane portava sulle spalle tutte le disgrazie della famiglia da cui proveniva. Parlarle fu una nuova lezione. Superando le difficoltà della lingua, perché la donna parlava spagnolo e il suo inglese era men che elementare, comprese che dietro scelte scellerate si nasconde spesso la sfortuna o la disperazione, o entrambe. Capì come le persone che vivono ai margini della società non sono tutte anime nere, ma talora portano in sé tenerezza e valori umani, costrette a difenderli strenuamente nello squallido ambiente nel quale sono condannate a vivere. Gabuzzi divenne consapevole che l’umanità non si divide per linee nette, che è necessario cogliere le sfumature. Anche a fini investigativi ne ricavò rinnovate capacità: di profilazione, di relazione, di distinzione dei livelli di responsabilità. Non aveva la presunzione (errata) di poter giudicare, ma quella (positiva) di saper individuare autori e intenzionalità dei crimini. Fu una vacanza assai formativa. Come l’antico eroe di cui aveva preso il nome, lasciare la terra natia e immergersi in una nuova realtà lo aveva cambiato e arricchito. Tornato in patria, fu assegnato alla Questura di Forlì, con la qualifica di vicecommissario. Il suo primo maestro (in verità il suo primo capo, che non aveva gran voglia di far da precettore e neppure ne mostrava le qualità) fu il commissario Edmondo Calecchi. Aveva 58 anni e la pensione nel mirino. Lasciò spazio al giovane, che trovò un buon aiuto nell’ispettore Pieramedeo Pelpo, ufficiale con una ricca esperienza, sebbene di insufficiente cultura. Da piccoli casi Gabuzzi maturò esperienza per misurarsi con situazioni più delicate. La storia della sua maturazione, dei suoi amori, dei suoi successi e delle traversie che lo ostacolarono, è tutta nei romanzi che la mia fantasia produce. Quello che andò in stampa lo scorso anno, #LaVenereSpezia, si colloca nella fase conclusiva del suo percorso emiliano; quello prossimo a uscire, #Moventeoperniente, apre il periodo toscano, a seguito della promozione a vicequestore aggiunto in Firenze e cronologicamente segue il precedente. Altri sono in attesa, legati alla prosecuzione della carriera, ma anche, in flashback, alle indagini giovanili in terra di Romagna e d’Emilia. Spero che questo personaggio riesca a trovare lettori che ne apprezzeranno le doti professionali, umane e morali. Non un eroe mitico, ma un uomo responsabile, attento, sensibile. Presuntuoso nel senso dantesco, di chi ritiene di poter affrontare e vincere le difficoltà; cosciente dei suoi limiti, capace di circondarsi di collaboratori e amici che condividono la sua passione per l’intelligenza e l’equilibrio. Quelle doti che il Questore Ettore Burnidei gli richiede e che vedrà in lui, affidandogli la neonata Squadra Scientifica Investigativa della Polizia fiorentina: osservazione, analisi, intuito, immaginazione.

St. Marteen – Un gioiello abusato e forse perduto

St. Marteen è una piccola isola antillana divisa tra Olanda e Francia in base a un trattato che viene vantato come il più antico tra quelli che decisero le spartizioni delle colonie tra gli Stati europei.

Fu Colombo a scoprirla, ma gli spagnoli, per cui l’esploratore genovese conduceva le sue spedizioni, lasciarono presto l’isola, dove la maggiore ricchezza, costituita dall’industria del sale, si andava esaurendo.

Nel secolo scorso l’isola iniziò a diventare ambita meta per vacanze al sole e al mare, facendo del turismo una fiorente industria.

A dimostrare la prevalenza del turismo nordamericano, tanto nella zona olandese che in quella francese, tutti gli esercizi commerciali recano scritte e indicazioni in lingua inglese. L’orografia di St. Marteen presenta una successione di bassi monti che si alternano tra le coste. La parte olandese è ordinata e mostra costruzioni distribuite con discreta grazia lungo le colline. Al contrario, quella francese è densamente urbanizzata, con case basse e poco eleganti.

La capitale dell’area francese, Marigot, è una città che non offre particolari attrazioni, tutta proiettata intorno al porto, che si apre verso Simpson Bay, un’ampia baia fittamente popolata di imbarcazioni.

L’odierna escursione è un flop clamoroso. Si attraversa l’isola sull’unica strada centrale, intasata di traffico e soggetta a lunghe soste per consentire il transito delle maggiori imbarcazioni in uscita dalla baia che impongono l’alzata del ponte levatoio.

Unica nota di spicco è una zona collinare nella quale grandi e colorate iguane prendono il sole sui rami di bassi alberi, mimetizzandosi tra il fogliame.

Ci conducono a Marigot, senza alcun indirizzo verso luoghi significativi (ammesso ve ne siano) e con l’unico sbocco di un mercatino disordinato, con bancarelle che espongono le stesse merci (ai medesimi prezzi) che si trovano nei duty free a ridosso del molo da crociera, spacciando per artigianato ciò che è merce standardizzata per il business dei souvenir dozzinali.

La crociera nella baia altro non è che un lento giro di quaranta minuti in una distesa di barche che non colpiscono per varietà e bellezza, anche perché, se si volesse cercare l’eccellenza nautica, abbiamo in Italia cantieri e fiere che espongono natanti ben più notevoli di quelli ancorati a St. Marteen.

L’attitudine a preferire l’ostentazione della ricchezza alle meraviglie della natura, del resto, è bene simboleggiata dal vanto della spiaggia di Maho Beach, reclamizzata per l’ebrezza di vedersi volare gli aerei in atterraggio tanto vicini che sembra di toccarli: invece del piacere del canto delle onde e del profumo del mare, si preferisce il brivido del rombo dei reattori e delle scariche del gas di propulsione! Che tristezza!

Nel noioso ritorno in bus, la caduta di stile della gita si svela senza pudicizia quando l’audioguida impiega oltre la metà dell’esposizione in una insulsa propaganda delle merci di St. Marteen, dai formaggi francesi (!) alla gioielleria venduta al netto dell’imposta, perché l’isola è porto franco.

Può darsi che l’infelice escursione sia dovuta alla cattiva scelta del tour operator locale, ma l’impressione che suscita quest’isola è quella di una delle tante meraviglie caraibiche che, anziché valorizzare e coltivare la bellezza naturalistica, ahimè, l’abbia forzata, pompando il turismo e l’inurbamento oltre i limiti della salvaguardia dell’ambiente. Non solo non credo che a St. Marteen si viva come in paradiso (contrariamente alle affermazioni trionfalistiche dell’audioguida), ma anche il godimento della vacanza non raggiunge qui le vette delle altre perle di questo incantevole mare che abbiamo incontrato nella nostra lunga vacanza.

Isole Vergini Britanniche – Virgin Gorda, aspra e affascinante

Virando a Sud, lasciata Hispaniola e il suo dolce paesaggio di verde affacciato sull’azzurro, le Antille diventano piccole isole di roccia con bassa vegetazione che si alzano nel mare.

Ci fermiamo poco nelle Isole Vergini Britanniche, facendo scalo a Tortola.

Qui ci salutano le sule, che volano quasi a sfiorare la nostra nave, impegnata in manovra d’attracco.

Presto ci imbarchiamo per raggiungere Virgin Gorda, più minuta e selvaggia, a racchiudere scorci di insospettabile bellezza.

Una natura aspra, poco amichevole per l’uomo, ma che offre visioni mozzafiato, con sentieri che si snodano tra pietre imponenti, cacti e altre piante grasse (agave, aloe?), fiori coloratissimi nel rosso e nel giallo, costeggiando dirupi.

La discesa si chiude a Devil’s Bay, piccola baia dalle acque cristalline che si insinuano tra scogli levigati e multiformi, subito dopo una minuscola piscina costretta in un anfratto che viene enfaticamente definito grotta. La linea irregolare e discontinua delle formazioni naturali regala viste suggestive, tra ombre e improvvise aperture alla luce del sole.

Sul vicino versante troviamo una spiaggia più tradizionale, denominata The Bath. Massi giganteschi movimentano il paesaggio e le acque color dello smeraldo chiamano ad accogliere i turisti.

Purtroppo il tempo proposto è breve e si deve rientrare. Del resto, alle quattro del pomeriggio i servizi della spiaggia chiudono e gli inservienti sono assai rigidi. L’impressione è che il turismo locale sia ricco e che chi vi lavora non sia troppo accomodante verso gli ospiti, tanto che perfino lo Shopping Center dell’area portuale chiude assai presto, come ci accorgeremo tra poco.

La gita si conclude con un punch ruhm prima di risalire sul bus. E qualche compagno di viaggio sembra non reggerlo bene, scambiando l’allegria per sguaiatezza.

Il tempo di qualche foto, poi la delusione dei mancati acquisti e di nuovo la nave salpa.

Repubblica Dominicana – Si va per mare

La Repubblica Dominicana, sul suo versante settentrionale, ci accoglie spalancando le nubi un attimo dopo l’alba e offrendo l’ascesa del disco giallo e imperioso che illumina il mare, tingendolo d’un impasto tra banana e vermiglio.

Approdiamo ad Amber Cove, piccolo porto creato da pochi anni in una località deliziosa dove il turismo è leggero e ricercato.

L’escursione di oggi sarà in mare, su un catamarano.

Il viaggio in bus verso Playa Dorada ci mostra un Paese operoso e ancora povero.

Nella Repubblica Dominicana la vegetazione è fitta e varia, colorata ed estesa dalle alture alla costa. Il bosco vi diventa subito foresta e le aree brulle sono risultato del disboscamento.

Puerto Plata, la città che attraversiamo, è viva e già un po’ caotica, con molti negozi di vicinato accanto a qualche centro commerciale, le scuole, il tribunale.

Playa Dorada è zona cui si accede tramite ingressi sorvegliati, fitta di resort e con un grande green per il golf.

Ci imbarchiamo su un vivace natante. Non c’è molo e saliamo direttamente dall’acqua, con le gambe a bagno.

L’escursione sarà divertente.

Il mare ci accoglie stupendo: limpido, seducente nei suoi riflessi turchese ed azzurro, lievemente increspato.

Non riusciremo a vedere i delfini, ma le trasparenze della superficie marina, aperte su fondali poco profondi, ci permetteranno di cogliere i guizzi di pesci dalle fogge e pigmentazioni diverse.

La traversata tra le onde e sotto il sole caraibico è avvincente e cattura la nostra attenzione sullo spettacolo dei colori che cambiano col vento e nel trascorrere delle ore.

Si mangia sul natante, ancorati in una baia di sogno.

In questo panorama da favola anche il cibo sembra più buono.

Dopo il pasto non si lesina il punch di cola e ruhm, a mettere allegria.

Si apre la vela e inizia il giro di ritorno.

I ragazzi dell’equipaggio, gentili e simpatici, improvvisano una danza sulla plancia del catamarano. Il più robusto ci stupisce con il suo travestimento da Gloria Gaynor, mentre risuonano le note di I will survive.

Si ride, si balla e si ammira l’elastica agilità di Palito e Nicole, scatenati nella Macarena a saltellare sui bordi della scaletta per la discesa.

Infine si deve correre al bus e raggiungere la nave, salendo appena in tempo per riprendere la rotta verso un’altra isola.

Siamo carichi di sale, di sole, di gioia, con gli occhi e il cuore sazi di meraviglie e pace.

Amare il mondo ed esserne felici, sapendo che queste bellezze dovranno essere difese contro la voracità del mercantilismo e il mutamento climatico che incombe.

Bahamas, Pearl Island – Inebriante

All’arrivo a Nassau le Bahamas ci presentano una città graziosa. Appena fuori dal porto, oltre l’area shopping, strade ordinate e basse casette.

Quando costeggiamo la riva della città, saliti su un battello che ci porterà all’odierna destinazione, possiamo ammirare il profilo delicato ed elegante delle residenze turistiche. Costruzioni dall’architettura morbida, colori tenui a combattere il caldo, tetti dalle spiovenze discrete.

Su un lato l’imponente maxi-albergo, articolato su tre grattacieli color corallo, due dei quali collegati da un corridoio sospeso, non turba il paesaggio.

Nella rada stanno ancorati vari yacht di notevole dimensione e tonnellaggio, a evidenziare la ricchezza di chi sceglie questa méta per le proprie vacanze.

Un doppio ponte, su cui corrono le auto a corsie alternate, conferma l’ordinata gestione del traffico cittadino.

Il battello solca acque stupende, in cui prevalgono toni di turchese.

Intorno all’isola principale scorgiamo altri isolotti coperti da vegetazione che arriva a lambire le rive.

Uno di essi è il sito assegnato alla nostra giornata di relax caraibico.

Pearl Island è un’isola minuta e consacrata al turismo.

Estesa per poche centinaia di metri in lunghezza e meno di cento metri in profondità, ospita sul versante rivolto a Nassau un faro che sovrasta un rustico ristorantino, dove consumeremo il pranzo caraibico, spiagge attrezzate a disposizione dei gitanti e infine un bar.

Dal faro la vista è un incanto. Su ogni lato il mare invita ad ammirare la bellezza dei colori e delle placide onde.

Dopo aver mangiato il cibo speziato e dolce, ci accomodiamo sui lettini disposti su uno spiazzo da cui si scende dolcemente a una piccola spiaggia sabbiosa. La sabbia è finissima e chiara, le acque fresche e limpide.

Il primo pomeriggio sarà ombreggiato da folte nubi che porteranno anche un po’ di pioggerella. Più tardi il sole tornerà ad affermarsi e i colori riprenderanno vigore, esplodendo la meraviglia tra cielo e mare.

Ogni angolo, tra palme e gazebo, prospettive del reef e dell’oceano, invoglia a cercare inquadrature per foto suggestive.

Inebriante è l’aggettivo più adatto per rendere le sensazioni che questo luogo sa dare.

Qui il relax è un delizioso obbligo, baciati dal sole, dal vento, dal profumo del sale.

A testimoniare che i turisti vi arrivano da ogni angolo del mondo, un palo sostiene sottili cartelli di legno che indicano le distanze di significative località. Nassau dista appena 8 km, New York 1768, Stoccarda 7694, Miami 296, Toronto 2067, per Roma l’iscrizione è ormai scrostata.

S’è fatta l’ora del rientro.

Con un pizzico di rammarico, torniamo al battello, dove ancora godremo lo schiaffo del vento sulle onde, mentre il sole inizia a scendere.

Più tardi, mentre la nave sta salpando, il disco rosso-arancio offrirà lo spettacolo del tramonto tropicale.

Quanto son belle le Bahamas!

Susan Vreeland: La Passione di Artemisia

Il libro racconta la biografia di Artemisia Gentileschi dalla giovinezza alla morte del padre, Orazio, pittore come anche lei riuscì a divenire, contro tutti gli ostacoli, le convenzioni, le discriminazioni e le vessazioni che una donna del secolo XVII incontrava per potersi affermare come persona, come artista, come intellettuale.

Segnalo questo testo perché è, insieme, un’opera letteraria di grande levatura e l’introduzione al genio artistico dello straordinario talento pittorico di Artemisia.

Il filo che unisce i due piani – letteratura e storia dell’arte – è quello della passione.

La si coglie nella capacità dell’autrice di narrare la storia e i travagli di una vita come dall’interno, con un sapiente uso della prima persona. Le vicende tragiche e il coraggio di Artemisia ne emergono con grande vividezza, arrivando al cuore del lettore.

La passione della Vreeland avvolge e sostiene quella della sua protagonista, facendone scaturire il nucleo centrale dell’inquieto furore artistico che anima l’esistenza di Artemisia Gentileschi, guidandone i passi, unendo istinto e paziente ricerca della perfezione. Fino a ottenere il riconoscimento del suo valore con l’ingresso all’Accademia fiorentina e l’incontro con i mecenate che le consentirono di dedicarsi in forma professionale alla pittura.

Il tratto caratterizzante dell’opera della Gentileschi è l’emozione che traspone nelle figure rappresentate: non con perfezione fredda ma con l’intento deliberato di rappresentarne sentimenti, ardori, pulsioni, desideri.

Questa intensità ha evidentemente coinvolto la Vreelend, armando la sua penna dell’ispirazione che rende affascinante la narrazione e cattura l’attenzione sino all’ultima pagina, suscitando la curiosità di vedere le opere che vi sono citate e partecipando ai turbamenti della grande pittrice.

Cozumel – Fascino e storia a Chichén Itzà

La tre giorni dedicata a visitare l’archeologia Maya si conclude, come in crescendo rossiniano, con il sito di Chichén Itzà, che ne è la massima espressione.

Nel viaggio d’avvicinamento, la nostra guida, Carlos, messicano di Merida con ascendenti indigeni, ci racconta scorci di storia e di cultura, stupendoci con le conoscenze astronomiche del popolo Maya, a fondare la loro complessa numerologia: una matematica simbolica capace di contare fino quasi all’infinito.

Ma prima, una curiosità.

“Chicle”, il nome che universalmente indica la gomma da masticare (il chewing gum degli anglofoni) è temine maya. Nella lingua di questo antico popolo “Chi” significa “bocca” e “cle” sta per “masticare”. I maya usavano una gomma ricavata da un albero, simile al caucciù, per ripulire i denti dopo i pasti. “Chicle”, appunto. Un vago richiamo onomatopeico, come altri loro termini, quali il nome del dio della pioggia, chiamato “Chaka”.

Va ricordato che, come molti popoli antichi, i Maya erano politeisti, o meglio panteisti, cioè credevano manifestazioni divine fenomeni e parti della natura: il sole, la luna, la pioggia, il fuoco, il vento, il giaguaro, il serpente, tra i principali.

Il calendario maya era sdoppiato. C’era quello civile (Haab) e quello rituale (Tzolkin). Il primo riusciva a centrare i 365 giorni della rivoluzione solare, il secondo si ispirava ai cicli lunari e si chiudeva sui 260 giorni (13 cicli) corrispondenti alla fase dalla fecondazione alla nascita.

Per l’identificazione delle date era preso a base un inizio, posto in un giorno (13 agosto 3.113 A.C.) che segnava l’inizio del loro mondo. A partire da esso, contando lo scorrere del tempo in giorni, i due calendari si affiancano, formando secoli pari a 52 dei nostri anni e riuscendo, con grande precisione, a cogliere la successione delle rivoluzioni lunare e terrestre.

Per misurare giorni, anni ed ere, la loro matematica usa simboli (punti, linee, geroglifici) che, mediante ordinate successioni di segni, sa individuare precisamente ogni giorno su un arco temporale di 190.000 anni.

Cercando di afferrare queste rivelazioni, entriamo nel sito.

Chichén Itzà fu il principale insediamento Maya, centro del commercio di quel popolo, forte, al suo apogeo, di 50.000 abitanti.

La deforestazione da loro stessi scatenata per estrarre il liquido che mutavano in gomme e poltiglie commestibili come in collante per stucco, portò al decadimento della città, che era quasi deserta all’arrivo degli invasori spagnoli.

Nel frattempo, i Maya erano stati sconfitti e dominati dai Toltechi, che scesero dall’altopiano centrale messicano.

Così la costruzione più imponente, scoperta alla fine dell’Ottocento, è una piramide dall’architettura che risente dell’impostazione tolteca, pur mantenendo l’ispirazione rituale Maya.

Una piramide che, come recentemente scoperto, venne edificata intorno ad un’altra più piccola, che, a sua volta, ne conteneva una terza, in una sorta di gigantesca matrioska.

La piramide di Kukulcan (che per i toltechi era invece dedicata al dio serpente Quetzalcoatl) evidenzia una serie di gradoni a base 52, sviluppata per nove piani fino a simboleggiare i mesi dell’anno, sovrastata da un parallelepipedo che consente di completare esattamente la numerazione dei giorni.

Lungo i suoi gradini sono scolpite incisioni stilizzate che richiamano, anche grazie a una sapiente inclinazione delle pareti diagonali che cattura i raggi del sole, la danza del dio serpente. I gradini sono stretti, tali da costringere i sacerdoti che li salivano ad alternare i piedi in un moto oscillatorio che imita quello del serpente.

La piramide è imponente e carica di fascino, eretta in posizione orientata a segnare, nel ricorrere del solstizio, l’esatta divisione tra le pareti illuminate e quelle in ombra: la vita svolta nella morte, che non ne è l’epilogo, ma l’inizio di un ciclo purificato dal passaggio nell’inframondo.

Questa credenza ancor oggi fonda il culto della “Santa Muerte”, celebrato in Messico l’ultimo giorno di ottobre con una devozione religiosa cui suona a oltraggio l’adesione al mito di Halloween, importato dai gringos nordamericani e sguaiatamente festeggiato subito dopo, ai primi di novembre.

Chichén Itzà conserva l’assetto di città, in una pianta con un ampio spazio per il mercato, tra colonne che un tempo reggevano coperture in legno e la lunga piazza rettangolare dove si svolgeva la gara rituale della pelota, che culminava con il sacrificio agli Dei del capitano della squadra vincente, massimo onore per richiedere la benevolenza celeste. Non una tenzone sportiva, come la concepisce il mondo moderno, ma un esercizio di abilità che, nei solstizi, al 21 di marzo e di settembre, voleva ingraziare i favori degli Dei alla comunità.

Peccato che la solennità e lo spirito dell’antica cultura vengano traditi e turbati dal mercatino diffuso che ha invaso il sito.

Artigiani e commercianti espongono bancarelle di fortuna e stanziali tra i monumenti e inseguono i turisti con ammiccamenti per piazzare la loro merce.

Sarebbe stato meglio tenerli all’esterno, magari ampliando l’area mercatale che circonda l’ingresso al parco, ma ormai non si riuscirà più a estrometterli. Il bisogno di lavoro è troppo, in un Paese dove ancora la maggioranza della popolazione è povera.

La nostra visita è agevolata dal rapido correre delle nubi, con un vento che amichevolmente porta momenti d’ombra e folate piacevoli e profumate di foresta a mitigare la calura delle ore centrali.

Il rientro ci vede stanchi e le seggiole del bus, rinfrescato dal condizionamento, sono un rifugio per oltre due ore lungo strade dritte e chiare.

Concludiamo l’escursione sul traghetto, tenendo il viso al vento e respirando l’aria salmastra del golfo caraibico.

Costa Maya – Mare d’incanto e vestigia Maya

Costa Maya è il nome di un attracco turistico creato appositamente per l’ancoraggio delle grandi navi da crociera.

Vi giungiamo al mattino, poco dopo il levar del sole, affiancando altri due transatlantici che navigano su rotte simili alla nostra.

Il mare inizia a tingersi d’ogni tonalità dell’azzurro. In pieno pomeriggio sarà una luminosa distesa turchese, ravvivata da sfumature più scure e sbuffi bianchi di schiuma.

Un incanto.

Lasciato il terminal, fitto di negozi per turisti (invero dai prezzi piuttosto alti), dirigiamo in bus verso il villaggio di Chacchoben, antico insediamento Maya scoperto di recente e non ancora del tutto portato alla luce.

I Maya furono un popolo debole e sfortunato. Vivevano nella giungla, di quel che nella giungla si trova.

Come era bassa la vegetazione, anche i Maya avevano bassa statura. Agricoltori e cacciatori, furono invasi da popoli guerrieri, fino all’arrivo degli spagnoli. Il loro Dio principale, identificato nel sole, veniva raffigurato bianco e barbuto; i sacerdoti e i re erano ornati di piume di serpente. Fernan Cortes, il conquistador del Messico, che allora non aveva ancora preso quel nome, era bianco e barbuto e venne accolto come personificazione del dio solare. Gli spagnoli vedevano nell’immagine del serpente il simbolo del demonio.

Volontà di dominio, brama di ricchezza e simbologia religiosa scatenarono la furia dei colonizzatori e in breve, complici le malattie importate dall’Europa, gli indigeni Maya vennero quasi totalmente sterminati.

Ne sopravvivono piccole comunità nei villaggi della costa Maya, ancora legati alla loro lingua e alle loro tradizioni, a vivere mangiando mais e frutta e gli animali della foresta, compresi iguana, scimmie e serpenti.

A Chacchoben si possono vedere le piramidi funerarie, parzialmente restaurate nella foresta. Nel sito è ben evidente l’organizzazione della vita antica, con lo spazio per il mercato e le costruzioni celebrative. Molte montagnole indicano la presenza di altri templi, ancora ricoperti di vegetazione e detriti.

Di notevole interesse è la varietà delle piante che si alzano a fecondare la giungla.

Alberi da frutta, altri velenosi le cui radici sono avvinte agli alberi della medicina, in una sorprendente simbiosi tra il male e il suo antidoto. Poi alberi da cui trarre una poltiglia che vale per creare una specie di chewing gum da unire al mais fermentato o da impiegare per legare il cemento.

Palme con le cui foglie si costruivano (e ancora lo si fa) tetti per le capanne.

Tutte queste informazioni le dobbiamo al buon Moysia, simpatico e attento nel suo ruolo di guida del nostro gruppo di gitanti.

Il gioco di sfumature verdi e gialle tra il fogliame, al perenne cambiare della luce del cielo,

I tronchi, da cui partono sciarade di radici affioranti o nascoste, sono lisci e duri o scavati e anneriti, con nidi di termiti, quando non cavi a celare l’acqua che arriva dal sottosuolo.

La visita scorre veloce, poi il bus ci riporta alla base.

E qui, risalendo sulla nave, il nostro sguardo si ferma, rapito e ammaliato dalle onde di un turchese via via più intenso, in attesa del tramonto.

La Basilica dei Frari

A Venezia c’è uno scrigno di tesori artistici che viene spesso sottovalutato e tralasciato dai turisti, attratti dalla bellezza sognante e magica delle calli e dalla maestosità poetica di Piazza San Marco.

Nel sestiere di San Polo, l’imponente Basilica di Santa Maria Gloriosa dei Frari presenta una facciata austera, alta e severa, che non fa sospettare la straordinaria bellezza che il visitatore troverà al suo interno.

Dedicata all’Assunta, il suo altare principale reca una grande rappresentazione della Madonna che si deve al Tiziano. Il mio rammarico è non averla potuta ammirare, perché coperta dalle opere di restauro ora in corso.

Difficile ricordare tutte le opere pittoriche e scultoree raccolte in questo luogo dove il culto e il raccoglimento sono promossi dalla forza dell’arte di ispirazione religiosa.

Per prima cosa, va notata l’architettura gotica, risultato della ricostruzione del XVI secolo: dona al complesso una luminosità che, cambiando al virare del sole attraverso le finestre e i rosoni, crea suggestioni d’incanto tra i pavimenti, le volte e i gioielli d’arte raggiunti dai raggi celesti.

Percorrendo la navata centrale, dall’ingresso, troviamo, a sinistra, il monumento a Canova, eretto dai suoi allievi in omaggio al maestro delle sculture marmoree.

Sul lato opposto, il monumento a Tiziano, creato nel marmo da Luigi, Pietro e Andrea Zandomeneghi. Il pittore viene celebrato coronato d’alloro e circondato da allegorie (Natura universale, Genio del sapere, Pittura, Scultura, Grafica e Architettura). A lato del basamento, altre statue contrapposte rappresentano i due imperatori che ne apprezzarono il talento: Carlo V e Ferdinando I d’Austria, mentre cinque bassorilievi ricordano capolavori dipinti dal grande artista, con al centro, proprio sopra la statua di Tiziano, l’Assunta, cioè proprio la grande tela posta all’apice del presbiterio della basilica.

Nella chiesa sono conservati altri illustri resti, cui vengono dedicati importanti monumenti funerari. Tra essi trovo significativo quello per il Doge Giovanni Pesaro, composto da Baldassarre Longhena, Melchior Bartel e Bernardo Falcone. La scultura è carica di un’intensità capace di emozionare come nessuna descrizione saprebbe rendere.

Di notevole pregio e bellezza è il coro ligneo posto al centro della basilica e sovrastato da un organo. Vi si entra e si è colpiti dalle linee scure e nette dell’intaglio.

La basilica si segnala per i molti e soavi dipinti che vi sono esposti. Provo a citare quelli che più mi hanno impressionato, oltre all’Assunta di Tiziano: La presentazione di Gesù al tempio, di Giuseppe Porta detto il Salviati; il Martirio di Santa Caterina di Jacopo Negretti, detto Palma il giovane; la Pala Pesaro di Tiziano.

Il chiostro non è accessibile, ma lo si può rimirare dalla chiesa, con le sue sculture slanciate e l’elegante colonnato.

Prima di uscire, merita soffermarsi sull’Altare del Crocifisso, che si deve a Baldassarre Loghena e Giusto Le Court. Si trova a sinistra dell’ingresso della basilica e, per questa posizione, rischia di non essere quasi visto. Scendendo la navata, rivolti alla porta d’accesso, lo troviamo in fondo, alla nostra destra. Un ultimo sguardo, nel gioco delle luci e delle ombre, ancora ci delizia per accompagnarci all’aperto.

La basilica è molto più di quel che son riuscito a narrare. Merita una visita e tutta l’attenzione e la passione che l’arte sa suscitare nelle anime sensibili.

Belize – Tripudio della vegetazione

Una nazione giovane che percorriamo nella sua parte settentrionale.

Vediamo in città un’architettura post-coloniale, priva di fronzoli, poi alberghi a cinque stelle più simili ai resort del Mar Rosso che a quelli sontuosi dei più ricchi Paesi caraibici.

Le strade sono poco curate, con frequenti tratti scabri. I dossi si susseguono, a imporre velocità moderata.

Fuori dai centri abitati, baracche sparse mostrano una povertà non dissimulata e dignitosa.

In bus, ci dirigiamo al sito Maya di Altun Ha.

Sarà una visita non entusiasmante, perché si tratta di poche piramidi in rovina intorno a una spianata che si apre nella foresta.

Anche l’illustrazione di storia e architettura non riesce a catturare l’attenzione, in un inglese veloce e urlato.

La parte migliore del viaggio è lo spettacolo della foresta, che si staglia quasi fin ai margini del mare e intorno al grande fiume. Alberi di svariata foggia e colori dolci, in mille toni di verde e di giallo. Le mie infime conoscenze botaniche non mi consentono di citare le specie vegetali, ma resto incantato dall’intreccio tra tronchi robusti e rami attorcigliati con fogliame a formare siepi o chiome tra le quali balenano i raggi del sole. La foresta è rigogliosa ma non fitta, permette di camminare sotto gli alberi e apre spazio alla vista e alla curiosità.

Secondo il racconto della guida, anche la fauna locale offre varietà di specie, selvagge come meno pericolose, ma il tour odierno non ci porta a incrociarle.

Si rientra a Belize City con un giro al mercatino del porto.

Guardando le bancarelle e i negozi abbiamo la conferma che il turismo in Belize non ha ancora raggiunto le vette che questo mare dai riflessi di smeraldo può richiamare.

La costa non ha un pescaggio sufficiente per l’attracco delle grandi navi da crociera, che restano ancorate al largo.

Le lance guizzano veloci dalle banchine ai transatlantici, con i passeggeri accalcati e ormai stanchi per le escursioni.

Il vento soffia forte, le onde danzano intorno agli scafi, mentre le nubi si gonfiano, sembrano impadronirsi del cielo e negare il dominio del sole. Ma sul mare aperto tutto cambia in un attimo e nuovamente la volta celeste si apre ai raggi della sfera rovente che gli antichi indigeni adoravano come loro Dio.

Il sole si libera e le onde si tingono di barbagli luminosi.

La visione del mare è il respiro dell’infinito.