Ode al progressive rock.

Corde pizzicate tra battiti distonici
e suoni dilatati di organi e fiati
con voci estese oltre il blues
su versi d’angoscia stralunata.
Come a cercare un futuro
diverso dalla linea all’orizzonte.
Per noi giovani allora:
slanci di fantasia,
sogni di bellezza non convenzionale.
A cercare l’assoluto della musica nuova
poi perduto alla svolta del secolo,
schiacciato dalla velocità
come dal ritmo binario.
Fine del cammino
consegnato alla memoria,
nel cuore,
nelle emozioni,
nell’ebrezza di una luce.
Nei suoni della giovinezza romantica.

Una sera, parlando di musica, scoprendo passioni comuni, mi si accesero ricordi.
Coinvolsi mia moglie Anna nella ricerca delle perle antiche di quel momento di passaggio dal rock cosiddetto “pop” a una fase di ricerca che voleva nobilitarlo. Ricerca che si rivelò fallimentare in chiave storica, perché l’ambizione di fare del “progressive” la musica del futuro, colta e giovanile, intrisa di passioni etiche e di aneliti verso la politica della felicità, si scontrò con l’evoluzione dell’economia (globalizzazione e finanziarizzazione), la caduta della cultura materiale nelle maglie del consumerismo, l’irriducibilità dell’arte musicale al predominio di una sola tendenza.
Ma la presunzione tipicamente giovanile di chi crede che il mondo debba essere rivoltato e rifatto a immagine della propria generazione contiene sempre quell’ingenua e spontanea bellezza ch’è fatta di idealismo, che mischia speranza e disperazione, sconcerto e improvvisi entusiasmi. In una formula: vitalità e voglia di futuro.
Per questo è stimolante e piacevolmente nostalgico riandare a quei tempi, a quei suoni.
Conscio dei limiti, forgiato dalle successive esperienze di uomo.
Cercare le tracce musicali che li segnarono e commentarle perché ancora risuonino emozionanti e gradite alle nostre orecchie è un modo per tentare di ancorare il destino di chi le condivide ad attracchi comuni nell’oceano delle nostre vite.
Tra vecchi album, ne segnalo alcuni, noti o rimasti relativamente in ombra.

The Byrds
Gruppo californiano che si affermò come antesignano del folk rock per poi passare al rock orientaleggiante e allo psichedelico.
Dalla metà degli anni sessanta ai primi anni settanta la formazione conobbe vari rimescolamenti, intorno ai leader storici Roger Mc Guinn e David Crosby. Quest’ultimo, per i dissapori con Mc Guinn lasciò il gruppo e formò il celeberrimo supergruppo Crosby, Stills & Nash, cui si unì poi anche Neil Young.
Il disco il cui titolo coincide con il nome della band è una raccolta fuori commercio di alcuni tra i maggiori successi dei Byrds.

Surrealistic pillow – Jefferson Airplane
Flight log – Jefferson Airplane
I Jefferson Airplane sono uno dei primi gruppi di rock psichedelico. Nascono nel 1965 sulla west coast, a San Fancisco, con tendenza folk, ma presto si convertono a una musica più dura e impegnata. Nella formazione storica troviamo Marty Balin (fondatore), Jorma Kaukonen, Paul Kantner (cofondatore) e Grace Slick, dalla voce inconfondibile.
Furono protagonisti nei maggiori eventi di rock della storia: i festival di Monterey (1967), Woodstock (1969) e Altamont (1969).
Surrealistic pillow (1967) è l’album, il secondo del gruppo, che esprime il taglio psichedelico della musica dei Jefferson Airplane.
Flight log è una raccolta dei successi 1966-1976.

Steve Winwood, Jim Capaldi, Dave Mason, Chris Wood, Rick Grach, Reebop Kwaku Baah, Jim Gordon – Welcome to the Canteen
Steve Winwood è uno dei maggiori geni della musica contemporanea. Debutta nello Spencer Davis Group e a soli sedici anni compone “Gimme some lovin’”, che diviene una hit mondiale. Poco dopo, sempre autore e cantante del gruppo, lancia “I’m a man”, altro grande successo. La sua voce è roca e profonda (rara per un bianco) e la sua inventiva musicale ecclettica e raffinata. Quando fonderà i Traffic ne farà una band dallo stile inclassificabile: nata sull’impronta del rock psichedelico varierà verso il jazz, recupererà il blues e il folk, componendo pezzi straordinari come “Dear mr fantasy” (un must della luminosa contaminazione di generi) e “John Barleycorn must die”, nel quale la tradizione delle ballate gaeliche si profonde nel rock melodico sul canto malinconico ed evocativo del leader.
Welcome to the canteen venne registrato dal vivo (1971). Alla formazione base dei Traffic si unirono lo strumentista Rick Grech (basso), che aveva collaborato con Winwood nei supergruppi Blind Faith ed Airforce e Jim Gordon, batterista, strumentista per molti musicisti di fama come Eric Clapton, Joe Cocker, Frank Zappa che affianca il titolare dello strumento Jim Capaldi. Ma è fantastica la performance di Reebop Kwaku Baah, percussionista guineano, che rende la versione live di Dear mr fantasy un pezzo travolgente e aggiunge alla seduzione del rock raffinato il rapimento nel ritmo, in un impasto di assoluta magia.

Truth – Jeff Beck
Jeff Beck esordì come strumentista di chitarra acustica e sin da ragazzo si esibì in club per poi divenire strumentista per una casa discografica. Nel 1965 entrò negli Yardbirds, che con lui conobbero il successo (notissimo “For your love”). Condivise per due anni il ruolo di chitarra solista con Jimmy Page, poi lasciò il gruppo.
Vi è da notare che gli Yardbirds annoverarono nei loro ranghi prima Eric Clapton, poi Jeff Beck e infine Jimmy Page. Il primo fonderà i Cream, di Beck diremo tra poco, Jimmy Page fu all’origine dei Led Zeppelin.
Tutti e tre furono inseriti dalla rivista Rolling Stones tra i migliori chitarristi di tutti i tempi: Clapton secondo (dietro Jimy Hendrix), Page terzo, Beck quinto (dietro Keith Richards).
Jeff Beck, lasciati gli Yardbirds, fondò una propria band, chiamandola Jeff Beck Group, del quale fecero parte Rod Stewart (voce solista) e Ron Wood, futuro collaborataore stabile dei Rolling Stones.
Il Jeff Beck Gruop, che durò soltanto dal 1968 al 1969 nella formazione originale, si ricompose alla fine del 1969 per sciogliersi definitivamente nel 1972, lasciando a Beck una carriera di solista.
Truth è il primo album del gruppo e ne sancisce il ruolo di apripista verso il genere heavy metal.

In the court of the crimson king – King Crimson
I King Crimson furono il gruppo emblematico del progressive rock. Gruppo inglese ma assai famoso negli USA, dal quale provennero anche alcuni dei molti componenti che si alternarono nella formazione, la cui costante rimase la leadership di Robert Fripp.
Per un breve periodo ne fece parte anche Greg Lake, poi affermatosi nei celeberrimi ELP.
La parabola del successo dei King Crimson è la rappresentazione epifenomenica dell’affermazione e del fallimento del progetto progressive.
Essi raccolsero ispirazioni e tendenze di vari generi: rock, metal, melodico, classico-sinfonico, psichedelico, fondendole in sonorità coraggiose e sfidanti. Le prime prove furono eccellenti e innovative, ma poi rimasero come impantanati in una ricerca che ritornava su sé stessa o regrediva su generi già percorsi, alimentando conflitti e dissidi che portavano a diaspore, ingressi, false ripartenze.
Restano straordinari l’album di debutto, In the court of the crimson king, e quello successivo, In the wake of Poseidon (sul quale non condivido la critica che lo ritiene una mera ripetizione del primo e che mi pare, invece, uno sviluppo coerente del progetto iniziale). Declinante il successivo Lizard e poco significativa tutta la produzione seguente.

Living in the past – Jethro Tull
I Jethro Tull sono un gruppo inglese tra i più famosi al mondo, avendo venduto oltre 60 milioni di dischi.
Loro animatore e leader è lo scozzese Ian Anderson, che ebbe l’originalità di porre al centro del loro sound il flauto traverso, connotando ispirazioni che spaziavano dal jazz al folk non senza richiami alle melodie classiche, così inserendo il gruppo tra quelli etichettati come progressive.
Del gruppo non raggiunsero la fama altri componenti oltre il leader, ma va notato che vi comparvero, per brevi periodi, Toni Iommi, poi fondatore dei Black Sabbath e Phil Collins, già membro dei Genesis e che raggiungerà uno straordinario successo come solista.
La discografia dei Jethro Tull è molto ampia.
Living in the past venne registrato dal vivo nel 1972 e raccoglie alcuni dei pezzi più significativi, dall’esordio al concerto live, poi superati in popolarità dai successivi Acqualung e Locomotive breath.

Interesting times – High Tide
Gli High Tide sono un gruppo inglese assai talentuoso, che viene identificato come il fondatore del progressive metal. In verità è difficile classificare la loro musica, frutto della furia creativa del chitarrista Tony Hill che si incontra/scontra con il virtuosismo hard del violinista Simon House (violino ovviamente elettrico).
La band rimase in attività dal 1969 al 1970, producendo due album di grande vigore: Sea shanties e High Tide. Entrambi presentavano pezzi di forte intensità, sia nell’impasto musicale che nei testi, densi di cupo pessimismo e di rappresentazioni dell’orrore verso convenzioni e conformismi.
Il primo LP mi colpì molto. Lo acquistai dopo averne letto una recensione sull’unica rivista italiana che trattava con competenza di novità nel mercato musicale anglosassone. Riuscii a ottenerlo ordinandolo al più grande negozio di dischi di Torino (lo storico Maschio, ormai da tempo chiuso). Per me fu una conquista preziosa. Lo ascoltavo con religiosa attenzione perché non era orecchiabile ma andava compreso e digerito.
Dopo lo scioglimento del gruppo, i due leader tentarono ripetutamente di ricostituirlo, senza risultati.
Nel 1989, con l’ausilio di strumenti elettronici e di altri strumentisti, Hill e House riuscirono a recuperare pezzi e spirito originario, pubblicando due album inediti: Precious cargo, già registrato in presa diretta nel 1970 e non pubblicato per lo scioglimento della band avvenuto subito dopo e Interesting time, che riprende i temi tipici del gruppo. Altri inediti, con la partecipazione di musicisti ospiti, saranno pubblicati successivamente.
Gli High Tide furono, di fatto, una meteora nell’universo della musica leggera/impegnata, che attraversò quel cielo con una scia di fuoco luminoso striato di viola e di nero, urlò la sua rabbia contro il presente e seminò rocce incandescenti che esplosero sul mercato musicale così frantumando la loro carica eversiva.

Una scintilla s’accese nella memoria del vecchio rockettaro

Qualche sera addietro.
Capita che salga alla mente una strofa, o un motivo, o entrambi, di vecchie canzoni.
“Che ne sai tu di un viaggio in Inghilterra”… Non rammentavo il titolo!
Internet soccorre. Si arriva in un niente al video Youtube: “Pensieri e parole”.
Uno dei pezzi più toccanti e originali di Lucio Battisti. Quand’ero giovane per tutti Battisti rappresentava la via italiana al rock che recuperava la melodia e rapiva nelle storie sempre tristi che Mogol tesseva sulle sue note.
Fin qui nulla fuori dall’ordinario.
Finita la canzone, resta la voglia di ascoltare altra musica. La casetta è silenziosa, teniamo la TV spenta, abbiamo zittito anche la radio.
Cerchiamo altra musica.
Per coincidenza – invero strana – nell’elenco alla destra di “Pensieri e parole” Youtube propone “Killer” dei Van der Graaf Generator.
Un brivido mi traversa la schiena.
Ricordi di quando, poco più che sedicenne, stetti sulla soglia di un locale in via Le chiuse a Torino, nella sera che vi riceveva l’unica data piemontese dei Van der Graaf. Erano gli anni di rivolte giovanili. Molti vennero urlando slogan per la musica gratis. Pur frequentando allora la sinistra extraparlamentare non avevo avuto alcun preavviso della contestazione che si veniva scatenando.
Ci fu parapiglia con i pochi agenti di polizia che presidiavano l’evento.
Pigia pigia e spingi e spingi, l’ingresso del locale fu violato.
Entrai, io che avevo preacquistato il biglietto, con qualche centinaio d’altri che si erano conquistati di forza l’accesso.
La sala era più da discoteca che da concerto: un sotterrano con qualche colonna sui lati, una pista centrale, un piccolo palco appena rialzato di venti centimetri sulla pista.
Che follia collocarvi l’esibizione di una band inglese emergente!
Era una torrida sera d’estate. Soffitti bassi, sovraffollamento, scarsa aerazione.
L’umidità colava dal soffitto, mescolandosi al sudore e al respiro.
Mentre stava suonando il gruppo d’appoggio (riempitivo prima dell’arrivo delle star), l’impianto elettrico saltò.
Più nessuna amplificazione, solo soffuse luci d’emergenza.
Nella confusione crescente, verso le 11.00, i Van der Graaf Generator arrivano e prendono posto.
Ma il rock elettrico senza energia elettrica non è possibile.
A quel punto, a calmare gli animi, il leader del gruppo, Peter Hammil, imbraccia una chitarra acustica e comincia a strimpellarla.
Le note sono dapprima sommarie, poi prendono ordine e si distendono ad ammaliare.
Infine scende il silenzio e tutti ci disponiamo, premuti gli uni contro gli altri, in piedi sulla pista e fin verso gli angoli della sala, come un cerchio di ossequianti un rito.
Peter Hammil gorgoglia due colpi di tosse, a schiarirsi la gola.
Poi inizia a suonare, da solo, con i compagni che lo circondano, silenti e immobili.
L’unica luce inquadra il viso dell’artista, ne evidenzia solchi di sofferenza intorno alla bocca e sulla fronte.
Accompagnato dalla chitarra, Hammil comincia a intonare i versi di “Killer”, con una voce che – priva di qualsiasi amplificazione artificiale – sale a invadere tutto il locale.
Pare magia.
Canta quell’unico pezzo, dilatandolo tra assoli di chitarra e acuti vocali.
Ne rimaniamo tutti conquistati ed estasiati.
Non c’è più rabbia, né rincrescimento per un concerto rock fallito.
I grandi artisti sanno parlare al pubblico in ogni circostanza.
Nonostante il disastro organizzativo, nonostante la delusione di aver sentito un solo pezzo, non posso non ricordarla come una serata memorabile, che mi insegnò come il rock si nutre di comunicazione emotiva e di atmosfere, ben più che di decibel.

Non solo letteratura

Una delle domande ricorrenti (obbligate?) che vengono proposte agli scrittori durante le interviste riguarda le loro letture.
Cosa leggi, chi ti ha influenzato, a quali autori si ispirano il tuo stile e il tuo genere?
La risposta non è facile. Tutti pensiamo di essere del tutto originali, sol perché quando iniziamo a scrivere seguiamo un’idea e delle sensazioni istantanee e mai abbiamo in mente altre opere o altri autori.
Riflettendo a posteriori, rileggendo quel che abbiamo scritto con sufficiente distacco, ci accorgiamo, del contrario: molte letture, recenti o passate, hanno lasciato il segno nei nostri pensieri e nel nostro agire, riversandosi poi anche negli scritti che produciamo.
Fatto quest’esercizio, possiamo accostarci alla domanda con meno imbarazzo e tentare una risposta sincera, che sarà utile a chi ci interroga come anche a noi stessi.
Per parte mia, guardandomi nello specchio dell’anima, scopro che influenze profonde mi son venute non solo da alcuni scrittori, ma altrettanto – son certo ancor più – da saggi su temi disparati.
Ecco il ricordo del libro che più amai leggere: Le nozze di Cadmo e Armonia, di Roberto Calasso.
Un’opera stupenda per la capacità di portare il lettore nell’atmosfera incantata, nella torbida leggiadria della mitologia greca attraverso la quale si colgono le basi della nostra cultura. Mito e storia, psicologia fitta di contrasti e amicizie e amori incredibili. Decritti con una pulizia ed eleganza linguistica che non teme pari. Un’atmosfera che mi rapì e che torna in sottofondo quando la mia fantasia vola sulla tastiera. Un saggio che ha la il fascino estasiante e rilassante di un romanzo
Restando alla saggistica, la mia propensione a disegnare scenari, a immaginare le evoluzioni del quadro storico nel quale collocare la mia trama certamente risente degli studi e delle intuizioni dei grandi sociologi e architetti visionari. I primi a illustrare le dinamiche dei rapporti sociali, le derive e le fratture del sentire collettivo e delle loro radici materiali. I secondi a descrivere come l’ambiente costruito non sia antinomico a quello naturale e come l’urbanesimo possa essere guidato dentro la progettazione di città intenzionali.
Né posso dimenticare gli economisti che mi insegnarono a capire che il mercato non è mera somma di comportamenti individuali (e neppure razionali), i testi di diritto che delineano le regole della cittadinanza e, soprattutto, gli storici che svolgono il filo delle fasi che hanno portato ai nostri tempi. Cito, per tutti, Fernand Braudel, la cui lettura mi avvinse quasi più che quella dei romanzi d’avventura.
Sulla base di queste premesse sarei pronto a rivelare quali scritti letterari prediligo, chiarendo che finora mi sono nutrito più di studi scientifici che di romanzi.

 

Boboli nel sole

I giardini di Boboli sono una delle tappe obbligate nella visita a Firenze.

Grandi ed eleganti viali ghiaiosi tra le aree a verde e monumenti a ogni angolo.

Le grotte conquistano con la loro suggestione. La veduta verticale, dall’alto in direzione della vasca del Nettuno e l’uscita verso Palazzo Pitti, oltre la quale si coglie una panoramica dei tetti del centro fiorentino, restituisce tutto il fascino dell’antica città medicea.

Passeggiare è piacevole, ammirando le statue e beandosi delle siepi di un verde caldo e allegro.

Peccato che l’accesso al forte Belvedere sia chiuso già da un po’, come altrettanto chiuso è, nella zona museale, il corridoio vasariano.

Speriamo che presto torni possibile percorrere quel corridoio e godere della vista dal forte.

Per ora ci accontentiamo di uno scorcio da cui si intravedono la cupola del Duomo e la torre Arnolfo che si alza dal Palazzo Vecchio.

Ridiamo del Bacchino, con la sua esagerata pinguedine, prima di rientrare nella corte di Palazzo Pitti.

Pronti per le altre meraviglie che ci attendono, a partire dalla splendida Galleria Palatina, i cui dipinti soverchiano, per bellezza e quantità di tele eccelse, la dotazione di molti musei ben più vasti e celebrati.

Un Nuovo Rinascimento per l’Italia

Nella dimensione digitale che ormai pervade ogni rivolo delle nostre esistenze, tanto che l’identità digitale individuale è ormai una estensione dell’identità materiale e fisica delle persone, è facile che la velocità faccia premio sull’intelligenza del divenire storico.
In una società complessa la fatica di comprendere per decidere spinge al rifugio nel semplicismo millantato per chiarificazione, nella banalizzazione che sostituisce l’approfondimento. Così la politica agisce come i capitalisti d’assalto, per i quali la scadenza dell’agire non va oltre il risultato della prossima trimestrale.
Accade di conseguenza che il presente divori il futuro nutrendosi delle nostalgie di un passato ricordato migliore di quel che davvero era stato.
Ma io non mi voglio arrendere.
Mi ostino a interrogarmi e a pensare che sia possibile costruire una visione dell’avvenire per la quale valga la pena impegnarsi, un orizzonte di progresso, la ricomposizione di uno spirito comunitario ed inclusivo, nel quale economia ed etica rispondano all’unisono nel loro cammino.
Per questo lancio un’idea. Un progetto di politica economica per restituire al nostro Paese un ruolo di leader nel mondo, per far tornare l’ago della storia verso i valori che l’Europa costruì negli ultimi secoli, superando due guerre devastanti e scacciando le ideologie totalitarie ed antidemocratiche. Nel segno della cultura, dell’equità, della bellezza.
“Stay hungry, stay foolish”[diceva Steve Jobs], che da noi deve tradursi nella pazza idea di fare della Bella Italia il talamo che fa sposi la scienza e la poesia, per rigenerare il “prodotto Italia” come insieme di storia, ambiente, innovazione. Un terreno fertile nel quale la cultura umanista riaccende la creatività geniale che crea valore in una dimensione che non sacrifica la bellezza al mercato, che alla crescita dei volumi di vendita preferisce la realizzazione della vita buona.
Un modello locale e universale, italiano ed esportabile. Un modello che fa prevalere l’essere sull’avere, che costruisce il futuro e non dilapida il presente.
Pensiamo a Renzo Piano, a Petrini, a Cuccinelli, a Farinetti, a Sorrentino, a Bolle, alla Ferrero ed alla Luxottica (ma ce ne sono tanti altri ). Prendiamo il design industriale, la Ferrari, il laniero d’eccellenza, le colline toscane, il wellness altoatesino, le terme sorgive, il nostro Mediterraneo, i monumenti, i palazzi, la pittura, la musica della nostra tradizione (e tanti altri giacimenti oggi considerati laterali o a sé stanti). Facciamone sistema, proiettiamolo nel ventunesimo secolo. Siamo l’unico Paese che concentra tutto questo in così poco spazio, in un clima e una orografia ancora amichevoli.
Servirà una politica (“alta”) per far confluire queste doti, questi atout, in un nuovo Rinascimento.
Sotto quel titolo dobbiamo immaginare, progettare e attuare la nostra nuova politica industriale. Con tutta l’ambizione che ne deriva, di fare dell’Italia il Paese della vita buona, e renderlo un modello esportabile, che rilancia e alimenta la crescita, vendendo le idee, i servizi ed i prodotti che lo rendono praticabile.
Utopia, sogno? Di sogni sono fatte le sfide più ambiziose e straordinarie, a fondare successi che sbalordiscono le menti grigie ed i conservatori.
Ci sono percorsi praticabili per realizzare il Nuovo Rinascimento.
Tutti gli altri articoli di questa sezione indicheranno spunti e progetti, le (poche per ora) realizzazioni già coerenti con questa ambizione.

Il Nuovo Rinascimento

Una recente rilevazione internazionale ha posto l’Italia al primo posto per la salute dei suoi abitanti (Bloomberg Global Health Index 2017). Tutte le classifiche mondiali sono discutibili e vi sono fonti che portano a un diverso risultato. Ma questa buona constatazione merita di essere considerata per comprenderne i fondamenti e riflettere sul loro significato.
Conta la dieta mediterranea, anche se una recente ricerca di Irccs Neuromed evidenzia che la povertà conduce strati di popolazione a declinarla in modo poco salutare, scegliendo alimenti che sono nel paniere della dieta mediterranea ma, per la loro scarsa qualità, risultano ipercalorici e troppo salati, così peggiorando le condizioni di salute di tali settori di popolazione.
L’alimentazione non è il solo fattore di promozione della vita in Italia: contano anche il clima, la varietà orografica (a loro volta presupposti della ricchezza delle materie prime alimentari), il mantenimento del legame con il territorio (nonostante i disastri paesaggistici e la violazione della natura che conosciamo).
Per questo una classe dirigente all’altezza dei tempi e orientata al futuro dovrebbe porre al centro della propria elaborazione e delle proprie politiche l’obiettivo di fare del nostro Paese, il “paese della vita buona”. Una prospettiva che lavori al miglioramento progressivo e costante delle condizioni di vita di tutti i cittadini (accorciando la forbice tra i pochi che hanno molto e i molti che hanno poco) e generi prodotti e servizi nuovi, destinati a uno straordinario successo sul mercato globale, che riaprano una traiettoria di crescita economico sostenuta e sostenibile (cioè con tassi elevati e rispettosa dei vincoli ecologici e storici).
Ne sono convinto da molto tempo, ne parlai con alcuni amici, tentai anche di far pervenire le mie riflessioni a qualche decisore politico, ma tutto cadde nel vuoto.
Ritengo ancora, oggi a maggior ragione dinanzi al degrado della contesa politica e al vuoto di programmi e visioni strategiche, che il progetto di un “Nuovo Rinascimento” sia la strada da imboccare con decisione e coraggio, con l’ottimismo sull’orizzonte di arrivo possibile per il nostro Paese.
Provo a indicarne alcuni presupposti e contenuti.

Perché la proposta

L’Italia seguita a perdere competitività. La sua crescita, nell’ultimo trentennio, ha tassi minori della metà della media europea.
La crisi che dal 2008 ha investito l’economia mondiale conosce in Italia livelli inusitati e mette allo scoperto la debolezza strutturale del Paese.
Anche la debole ripresa della congiuntura internazionale non garantisce una nuova fase di sviluppo per l’Italia. Le trasformazioni dell’economia globale hanno redistribuito ruoli e posizioni. Anche se l’Italia resta una delle maggiori realtà manifatturiere d’Europa non ci si può attendere che la sua attuale base produttiva farà da volano alla crescita.
Nelle produzioni tradizionali siamo destinati a perdere quote di mercato, perché le produzioni di massa seguiteranno ad essere delocalizzate verso aree a minor costo dei fattori (lavoro, energia, pressione fiscale). L’automazione dei processi, inoltre, può riqualificare alcune produzioni, riportarle nei Paesi a economia avanzata, ma, per la stessa natura strutturale degli impianti governati dalla digitalizzazione e popolati di robot, non creerà rilevanti progressi nell’occupazione.
Per tornare a crescere in modo significativo, per ritrovare un vero profilo competitivo, l’Italia deve immaginare e realizzare nuove prospettive. Deve innovare non solo e non tanto il proprio bouquet di produzioni, ma inventare nuovi prodotti e nuovi servizi, appetibili per il mercato internazionale.
Non basta il successo delle produzioni di nicchia (moda, enogastronomia e poco altro), perché un Paese delle dimensioni (demografiche e di PIL) quale il nostro non può vivere di esse.
L’Italia non potrà più contare di fare tante delle cose che avevano fondato la sua economia in passato e ha già perso molte occasioni per primeggiare in alcune delle filiere del futuro.
L’Italia, quindi, deve trovare strade nuove e originali, valorizzando le proprie potenzialità.
Deve inventare prodotti/servizi che ancora non esistono e che abbiano appetibilità sul mercato globale.

Quale orizzonte per il futuro?

L’80% della popolazione mondale vive nelle città, la tendenza all’inurbamento della popolazione è inarrestabile, perché le città sono fucine di sviluppo e offrono occasioni, anche se spesso illusorie. L’esplosione del movimento demografico verso l’attrazione delle città sta creando mostruose megalopoli e rende sempre più difficile vivere nelle metropoli.
Uno dei problemi centrali del XXI secolo è, e rimarrà, la vivibilità urbana.
Sapere elaborare, applicare ed evolvere un modello di vivibilità urbana è una sfida competitiva strategica. La vivibilità urbana, intesa come sistema di regole/strumenti/organizzazione, tradotto in tecnologie/cultura/amministrazione è un prodotto/servizio di cui monta una inesausta e possente domanda mondiale.
La costruzione di quel modello rappresenterà una risposta strategica alla crisi del consumerismo, alla chiusura degli spazi per buona parte delle produzioni tradizionali nei Paesi a economia avanzata, alla competizione tra gli innovatori.

La “vita buona”

Noi siamo il Paese che meglio di ogni altro può elaborare e realizzare il modello della “vita buona”.
Un modello, che può essere esportato, fondato sulla vivibilità urbana in armonico rapporto con il territorio e sulla creazione di comunità solidali. Di vivibilità urbana a misura umana c’è un gran bisogno e la crescita dei Paesi di nuova industrializzazione, l’approdo allo sviluppo di sempre nuove aree del mondo ne moltiplicheranno la domanda.
Perché l’Italia può candidarsi ad essere la prima a definirlo e proporlo?
Perché ne possiede le condizioni di base:
 la presenza di numerose città medie e piccole di antico insediamento;
 le culture e le tradizioni che in esse vivono;
 la loro collocazione in un ambiente propizio, tanto sotto il profilo territoriale che climatico;
 il patrimonio eno-gastronomico;
 la creatività e lo stile.
Mancano (o sono carenti) e vanno sviluppate altre tessere del mosaico:
 il sistema di istruzione integrato;
 la vocazione al benessere in chiave olistica
 la modernizzazione dei sistemi di sicurezza sociale e sanitari.

I percorsi di sviluppo del modello

Ci sarà molto da lavorare, ma su basi che rendono possibile vincere le sfide, affrontando le seguenti linee di sviluppo:
 creare sistemi di mobilità urbana, integrando offerta collettiva e traffico privato, in ottica di efficienza e minimo impatto ambientale;
 creare reti di assistenza (inclusa quella sanitaria) che integrano l’offerta pubblica con le iniziative del privato sociale, superando duplicazioni e allargando la protezione in un quadro di solidarietà economicamente sostenibile;
 creare una rete amministrativa adeguata alla dinamica dell’innovazione;
 rivedere il patrimonio abitativo coniugando la valorizzazione delle tradizioni con l’eco-edilizia;
 gestire il sistema di approvvigionamento energetico e idrico e quello di trattamento dei rifiuti nella prospettiva delle fonti rinnovabili e dell’adeguatezza delle forniture;
 generalizzare la copertura dell’accesso gratuito ad internet;
 evolvere l’offerta eno-gastronomica nell’esaltazione dell’alleanza gusto/salute e legarla ai circuiti del benessere;
 creare regole e condizioni di domanda, sul mercato, che spingano la finanza a sostegno della produzione, anziché avvitata su sé stessa;
 razionalizzare la rete distributiva per garantire accessibilità e adeguatezza.
Tutto questo confluisce nella creazione di quello che abbiamo chiamato: le città della “vita buona”.
Attraverso gli interventi che lo articolano e lo promuovono si può generare un rilancio selettivo dei consumi orientato alla qualità prima che alla quantità, ai servizi dinamici più che alla incessante sostituzione dei prodotti.
Un modo di evolvere la logica della smart city, trasfondendola in una nuova dimensione del vivere urbano, radicata sulla storia e proiettata nel ventunesimo secolo, a rendere effettivo lo sviluppo sostenibile, dentro la friendly good city in divenire.
Come ben si comprende, si tratta di un impegno multidimensionale, che si alimenta di innovazione tecnologica, crea investimenti, lavoro, nuova domanda: prima interna e poi, sull’onda dei successi che può conseguire, anche internazionale.
Una strada per far risalire il PIL parallelamente alla crescita della qualità sociale del Paese e per restituire all’Italia il predominio in una filiera del futuro.

Precondizioni del progetto

Come fondamento del progetto occorre costituire un “think tank” che metta insieme i migliori cervelli e le migliori competenze del Paese: imprenditori, amministratori pubblici, professionisti, politici illuminati, urbanisti, economisti, artisti, sociologi, ecc. Poiché la prospettiva disegnata apre ad una nuova leadership culturale del nostro Paese, sarebbe bello battezzarlo il “Club del Nuovo Rinascimento”.
Non un gruppo di pensatori votato alla filosofia del possibile ma una risorsa di intelligenza collettiva, scientifica e umanistica, per tracciare il progetto strategico di rilancio dell’Italia. Divenendo la fonte di ispirazione per il programma di un governo che guarda al medio periodo e supera la logica delle emergenze e del prossimo appuntamento elettorale e che seguiterà a fornire materiali per la sua attuazione ed evoluzione.
Al governo andrà chiesto di definire e gestire il percorso di progressiva realizzazione del progetto.
Ai politici che se ne faranno interpreti sarà affidato il compito di creare consenso intorno a questa moderna e credibile utopia, al fianco degli intellettuali che la animano, per rendere speranza collettiva una visione progressiva che può attrarre e mobilitare le risorse vitali del Paese, quelle che non si rassegano al declino, quelle che sono pronte a mettersi in gioco e a investire, ritrovando l’ottimismo dell’impegno per il domani.

Una politica industriale di innovazione

È chiaro che in un Paese come il nostro, con imprese deboli, frammentate e sottocapitalizzate, una buona parte degli investimenti per il decollo del progetto dovranno provenire dal settore pubblico.
Esso è chiamato a “dare il buon esempio” di sapiente coniugazione di risorse scarse, agendo per integrare le amministrazioni pubbliche, per massimizzare il ritorno delle spese, per garantire condizioni di equità e legalità alle dinamiche sociali ed economiche attivate dal progetto.
Ma al settore pubblico è anche richiesto di investire direttamente risorse finanziarie, oltre che promuovere tutti i canali di finanziamento privati mobilitabili.
Per reperire le risorse necessarie ci vuole il coraggio delle scelte.
In Italia i volumi di aiuti al sistema delle imprese non sono infimi. Essi, però, non generano sviluppo perché il sistema di sovvenzioni e fiscalizzazioni è impostato in chiave difensiva e si disperde in mille rivoli.
Vanno recuperate progressivamente risorse, oggi a bassa resa sociale ed economica, per finalizzarle al finanziamento del progetto del nuovo modello di sviluppo.
Investimenti diretti e agevolazioni vanno indirizzati ad iniziative centrali di start up del progetto, sapendo che le attività così promosse riusciranno a scatenare ulteriori protagonisti ed azioni, con effetto di filtering down e di auto alimentazione di volumi economici (anche creando indotti e canali secondari).
La strada può essere quella di destinare risorse premiali da assegnare attraverso meccanismi selettivi: concorsi internazionali cui possono accedere imprese di ogni parte del mondo. Non ci sarebbe rischio, in caso di aggiudicazione a soggetti esteri, di delocalizzazioni o di infeudamento a interessi lontani da quello nazionale, perché è la stessa natura del progetto a richiedere che esso cresca e di sviluppi in Italia.
Per accedere all’attuazione sperimentale del progetto, altrettanta concorrenza positiva, in termini di microprogettazione territoriale, va lanciata tra le città che si candideranno ad essere sedi delle prime attuazioni dei progetti e delle innovazioni materiali, organizzative e tecnologiche poste a base della “vita buona”.
La “vita buona” come mito concreto dell’immediato futuro, come stadio avanzato del vivere collettivo, nel quale l’Italia ritrova una via per crescere elevando la qualità sociale del Paese, promuovendo una nuova cultura civica diffusa in spirito comunitario e, per questa via, raggiungendo un profilo competitivo di rango globale che aveva perduto.

Una politica nuova per l’Italia del futuro

Fare politica industriale non è più considerata un’eresia.
Le illusioni del neoliberismo, la corsa sfrenata della finanza deregolamentata e svincolata dall’economia reale hanno creato egoismi e particolarismi a inaridire intelligenze e sentimenti per poi lasciare società prostrate ed insicure.
Va evitato di tradurre questa consapevolezza in chiusure nazionalistiche e nell’imposizione di barriere che bloccano gli scambi internazionali.
Alla buona politica è legittimo chiedere di elaborare progetti che restituiscono al futuro il segno della speranza ed il valore dell’utopia.
Il declino lento e inesorabile dei partiti ideologici, come il richiamo della foresta che sostiene quelli populisti chiedono di rilanciare il protagonismo di chi lancia idee e disegna un futuro che arma il sentire collettivo di un nuovo umanesimo.
Questo potrà essere il nuovo Rinascimento.
E che nasca in Italia mi sembra quasi un ineludibile ricorso della buona storia.

I Bilanci sociali dell’INPS Piemonte

Uno degli impegni più coinvolgenti, difficile ma appassionante, della mia attività presso la Direzione regionale piemontese dell’INPS fu il coordinamento dell’attività di redazione del bilancio sociale, annualmente pubblicato dalla Direzione e dal Comitato Regionale.
La rendicontazione sociale deve consentire ai portatori di interesse (che, nel caso dell’INPS, coincidono praticamente con tutti i settori della popolazione) di conoscere l’impiego e l’impatto delle risorse gestite per la fornitura dei servizi istituzionali che sono affidati all’Istituto.
Quando mi venne proposto di occuparmene, promossi un’estensione della rendicontazione sul versante del servizio di analisi dell’evoluzione della società locale (e della sua economia) attraverso l’elaborazione dell’eccezionale fonte costituita dagli archivi dell’INPS. Grazie al miglioramento dello stato di aggiornamento dei database e alle potenzialità elaborative delle nuove tecnologie di trattamento, tentai di basare questo lavoro sull’universo dei dati e non – come sono soliti i servizi statistici – sulla verifica campionaria.
Mi dedicai a questa attività per sei anni (dal bilancio riferito al 2010, pubblicato l’anno successivo, al bilancio per il 2015, pubblicato nel 2016, ultimo nel quale lavorai nel periodo centrale dell’anno nel quale divenivano disponibili i dati).
Parlo di coordinamento ma, in verità, molta parte del lavoro di analisi la svolsi personalmente e gran parte dei commenti li scrissi direttamente. Ciò precisato, chiarisco che i colleghi citati quali collaboratori fornirono comunque preziosi e importanti contributi di un lavoro che, senza di loro e senza la fornitura di dati dal servizio statistico nazionale, non avrebbe il valore e la profondità che riuscì a raggiungere.
Mi piace mettere a disposizione di chi vorrà vederli, due di quei Bilanci Sociali.
Sono volumi pesanti di cifre e tabelle, ma credo che la loro rilevanza si colga nei commenti, sintetici e senza infingimenti diplomatici, che individuano fenomeni socialmente significativi, per la società piemontese e talora come epifenomeni di problematiche di portata nazionale.
Propongo quello del 2013, del quale segnalo l’analisi sulla dinamica del mercato del lavoro, che tutela le coorti d’età mature e non solo esclude ma schiaccia, respinge ed espelle i giovani. Un andamento che le più accreditate statistiche ufficiali nazionali riconobbero solo l’anno successivo.
Propongo anche quello del 2015, dove si propone una valutazione sull’impatto della riforma pensionistica varata sul finire del 2011 (legge Fornero), che individua i punti di sofferenza ma anche il raggiungimento della fase di assestamento delle sue norme, con il superamento della fase di emergenza.
Sono letture difficili, che riguardano argomenti complessi, ma chi è interessato ai temi potrà trovarvi stimoli di assoluta attualità.

 

TestoBS2013Piemonte

BS2015PiemonteTestoDef

Lotta all’evasione contributiva

Tanta parte della mia vita professionale fu dedicata alla vigilanza ispettiva sulla regolarità dei comportamenti in materia di assicurazioni sociale e, in parte, di rispetto dei diritti dei lavoratori.
Poiché alla mia attività di ispettore e poi di dirigente INPS si accompagnò sempre la passione per lo studio e la ricerca sociale, misi la mia esperienza sul campo e le mie conoscenze accademiche a disposizione della ricerca di proposte per dare efficacia alle misure volte a garantire la regolarità nel rispetto delle leggi previdenziali.
Nel 1997 pubblicai una ricerca, commissionatami dal sindacato dei pensionati della CGIL, che riassumeva un quadro di misure, normative e culturali, che potevano segnare una svolta nella politica di vigilanza e prevenzione.
Molte tra esse restano drammaticamente attuali, forse da ulteriormente mirare per restituire visibilità e diritti alle ampie fasce di lavoratori confinati nel precariato quando non nell’economia totalmente sommersa, magari confinante con quella criminale.
Altro che jobs act o decreto dignità!
Vale la pena di riproporre la lettura di quella relazione.

LottaEvasioneContributiva_071997

Il Welfare esploso

La previdenza sociale è la speranza del futuro. Si risparmia per avere certezza di risorse quando non avremo più le forze per procurarcele lavorando.
Siccome da giovani, in una naturale illusione di eternità istantanea, si preferisce impiegare quel che si guadagna per progetti immediati, la previdenza obbligatoria fu una conquista sociale di civiltà che portò, con l’accantonamento di parte dei salari o dei ricavi professionali, alla salvaguardia delle condizioni di vecchiaia, malattia, infortunio, disoccupazione, vedovanza.
Il sistema previdenziale è un meccanismo a orologeria. Il suo disegno viene realizzato in un momento diverso e lontano da quello del suo effetto. Se la società muta rapidamente, rischia di rivelarsi squilibrato, inadeguato, deficitario, economicamente insostenibile.
Poiché la società e l’economia videro profondi, rapidi e violenti cambiamenti avviati dalla seconda metà XX secolo e divenuti impetuosi negli anni recenti, il sistema previdenziale italiano ha mostrato nel tempo crepe e fratture che imposero interventi radicali.
Negli anni novanta si aprì un aspro confronto tra i sostenitori del sistema retributivo (ancorare le pensioni alle ultime retribuzioni) e quelli del sistema contributivo (calcolare le pensioni sul monte contributivo versato nella carriera lavorativa).
Altro aspetto rilevante fu l’età pensionabile in relazione alla speranza di vita.
Ancora oggi polemiche e conflitti sono vivacemente aperti su questi temi.
Partecipai a quelle discussioni.
Lo feci cercando di capire il funzionamento del sistema pensionistico, al di là delle ideologie e delle convenienze di gruppo e/o personali.
Compresi che il sistema retributivo (come un’età pensionabile reale media decisamente bassa) aveva una radice storico-sociale prima ancora che una valutazione di sostenibilità economica. Era il risarcimento che la società offriva alle coorti che avevano sostenuto con il proprio lavoro la ricostruzione post-bellica e lo sviluppo dell’industria di massa.
Ma già negli anni novanta questa equazione non funzionava più. Si avvantaggiavano di quel sistema soprattutto gruppi diversi da quelli per i quali era pensato.
Bisognava cambiare per evitare il tracollo.
Ricordo che, allora, svolgevo il ruolo di dirigente sindacale CGIL. Fui mandato a tenere assemblee nelle fabbriche per discutere della questione pensionistica, in una stagione nella quale la politica esaminava varie ipotesi di riforma.
Poiché avevo studiato e volevo contribuire a diffondere consapevolezza e ragione e non fare propaganda, iniziai i miei interventi (usando, ovviamente, il gergo sindacale) dicendo:
“compagni e amici, il problema della pensioni non è un problema dei padroni, è un problema nostro.” E poi via, a spiegarne i termini e a cercare una via equa, socialmente ed economicamente sostenibile, per la riforma.
Molta acqua è passata sotto i ponti, molte riforme sono state varate, stop and go, scaloni e scalini, fratture generazionali e quant’altro. Grandi rabbie, grandi passioni, grandi promesse elettorali.
Tutto questo sarebbe stato assai meno drammatico se la riforma Dini avesse riportato al sistema contributivo per tutti.
Buttare la croce addosso a Elsa Fornero è ingeneroso e oggettivamente immotivato. Drastiche misure erano inevitabili. Fecero male e non risolsero solo perché rimasero l’unica riforma del governo Monti sul piano dell’economia, mentre sarebbe stato necessario inserirla in un coraggioso piano di rilancio e revisione delle politiche di aiuti alle imprese.
Non voglio entrare nelle dispute attuali, se non per osservare che, nuovamente, non può esistere un sistema previdenziale che regge se l’economia arranca, che la prima vera riforma previdenziale è garantire alti tassi di occupazione e buoni livelli di sviluppo del PIL.
Credo di fare cosa utile, ripubblicando una mia ricerca che spiega, con la forza dei dati oggettivi ricavati dalle statistiche reali estratte dagli archivi INPS, la situazione alla base delle riforme (di quelle già varate e di un’altra che dovrà rimettere le cose a posto).
Una ricerca che trovò, allora, l’apprezzamento del professor Onorato Castellino, il maggiore esperto della materia dell’epoca e della professoressa Chiara Saraceno, sociologa della famiglia, di genere e della povertà.

Q10_WelfareEsploso