Una divagazione Fantasy

 

 

La mia prima pubblicazione originale in @book è un romanzo giovanile, che ho recentemente rivisto per affinarne la stesura, mantenendo ispirazione e impianto originario.

A ispirarmelo fu la passione per la musica rock, in particolare quella definita “progressive”.

Un genere che portò molti gruppi a una ricerca esasperata di nuovi sentieri dell’espressione artistica attraverso le note. Quasi potesse nascere una Nuova Musica, capace di essere sintesi di tutta quella che l’aveva preceduta, in un processo palingenetico in parte simile a quello che musicisti sinfonici, come Bruno Maderna, Luciano Berio, Edgar Varèse, sembrarono avviare alla metà del Novecento, ispirando successivamente la musica dodecafonica e la breve stagione della musica concreta di Pierre Schaeffer e Pierre Henry.

Il progressive rock si infranse sul limite della sua smisurata ambizione. I gruppi che lo animavano si sciolsero o finirono per ripetere sé stessi. Un’ondata alta e finita.

La loro vicenda mi ispirò, nella seconda metà degli anni settanta, una fantastica saga nella quale la musica assumeva poteri magici e a sovrintenderla (almeno nella sua versione pop e rock, fino al progressive) arrivava un geniale scienziato, ossessionato dall’estetica della musica.

Questo scienziato, noto come “il professor Bizz”, con i suoi straordinari poteri, si era creato un mondo personale (che aveva battezzato Azzurra Fantasia Eterna, una delle tante dimensioni parallele dell’universo), aveva rapito tutti i più grandi musicisti, ve li aveva portati, offrendo loro l’immortalità in cambio della loro incessante produzione musicale.

Questo Paradiso sospeso nell’immobilità del tempo iniziò a stare stretto ad alcuni dei geni della musica che, appresa la forza della magia musicale, tentarono la fuga del dominio del Creatore Bizz (come ormai, nella sua fenomenale follia, si era autonominato).

Su questo sfondo, sviluppai nella mia immaginazione giovanile fantastiche storie di fughe, lotte, conflitti, su e giù per le tante dimensioni parallele dell’universo, nelle quali i musicisti incrociavano Dei e semidei, cavalieri, maghi e ogni sortilegio o leggenda.

Avevo interi quaderni di appunti e molti spunti che erano rimasti a correre nella mia mente.

Alcuni tra essi confluirono nel romanzo “Cercando una gemma sommersa”, che vede oggi la pubblicazione.

Io sono molto cambiato da quando inventai quelle storie. Nonostante questo, mi è piaciuto rileggere il romanzo, correggerlo con la maturità degli anni e la consapevolezza stilistica che mi viene dal lavoro sviluppato per la pubblicazione del mio primo libro andato in stampa de in vendita qualche mese addietro.

Il mondo fantastico della magia musicale continua a contenere molte storie non ancora scritte.

Vi ritornerò se la quest della gemma sommersa (una cantautrice fuggita dal Palazzo che non esiste, inseguita da altri musicisti con altalenanti intenzioni e sensibilità) troverà un pubblico di lettori.

Per una delle bizzarre vie dell’editoria italiana, il romanzo esce ora esclusivamente in versione digitale presso Amazon per la Lupi Editore, nell’ambito di un concorso per inediti.

Saranno gli acquisti e le recensioni a deciderne la sorte.

Spero di aver incuriosito gli amici che seguono il mio sito.

Se qualcuno ama il Fantasy (genere che oggi, dal boom dei romanzi di Tolkien fino alla saga del Trono di Spade, va per la maggiore) la mia vena narrativa ne propone una versione originale e assi particolare.

Il romanzo in @book è disponibile per l’acquisto al link riportato qui sotto.

Dalla pagina indicata è possibile leggere gratuitamente un ampio estratto della parte iniziale del romanzo.

https://www.amazon.it/dp/B07HJ29ZJG

 

Dove nasce l’ondata populista/sovranista e come superarla

Il crescente successo dei movimenti populisti e sovranisti viene spiegato sempre più spesso facendo ricorso ai criteri della psicologia comportamentale o, in ogni caso, sul piano del sentimento di massa, quasi che tutto riposi sulla prevalenza di reazioni pulsionali alla percezione di pericoli (sentiti come tali anche quando non reali).

Così la mano dura contro l’immigrazione sarebbe la risposta alla sensazione che gli stranieri possano non solo invadere il territorio ma anche violentare e travolgere usi, costumi e cultura indigeni.

Queste analisi si limitano a valutare gli effetti di fenomeni che derivano da altre radici, scambiando le cause con atteggiamenti collettivi che sono certamente riconducibili ad automatismi mentali che confluiscono in passioni e si alimentano di identità di appartenenza. Analisi insufficienti, restando a valle di ciò che quegli effetti ha provocato.

Quasi sempre le spiegazioni di psicologismo sociale invitano gli avversari del populismo sovranista a comprendere le ragioni delle pulsioni securitarie per fornir loro risposte di segno diverso. Cioè a inseguire i vincitori sul loro terreno, dimenticando che la pulsione pretende soddisfazione immediata e privilegia le scorciatoie, rifiutando la complessità e la mediazione.

Invece la temperie storica è assai complessa, esige articolazione di scelte e mediazioni, esercizio del pensiero speculativo. Se non si riuscirà a dare coscienza della complessità come inevitabile percorso per non soccombere al declino (sociale e individuale) ogni battaglia è perduta e la società sarà condannata a frantumarsi fino a esplodere nel vortice del particolarismo che soffoca e impedisce ogni progetto evolutivo.

Per riuscirci, occorre comprendere come siamo giunti a questo punto.

A scatenare l’ansia sicuritaria non sono gli immigrati (pochi o tanti, sono anch’essi un effetto) ma alcuni radicali mutamenti nelle dinamiche che segnarono lo sviluppo nel ventesimo secolo (con derivazioni sin dalla rivoluzione industriale nata nel secolo precedente).

Tre di essi sono materiali, il quarto sovrastrutturale ma intimamente legato a quelli materiali.

I fattori causali sono strettamente intrecciati, in una coerenza storica che non è solo sincronica ma anche logica. Per questo li indico secondo una gerarchia di valenza.

Al vertice individuo la finanziarizzazione dell’economia. Il volano del valore, che l’industrialismo fondava sulla produzione di beni, si è spostato sul versante del mercato finanziario, nel quale le aspettative sostituiscono le transazioni di beni reali.

Poi viene la caduta dell’intensità di lavoro nella formazione del capitale. Razionalizzazione organizzativa, automazione, robotizzazione, hanno diminuito la quantità di lavoro umano necessaria nella produzione di beni (e ormai anche dei servizi) e disarticolato i processi produttivi, con la tendenziale estinzione dei grandi complessi che occupano nello stesso luogo molte migliaia di lavoratori.

Al terzo posto, parallela e quindi conseguente al mutamento appena citato, si determina la redistribuzione dei ruoli produttivi a livello mondiale. Dopo l’emergere dei NIC (Paesi di nuova industrializzazione), si affermano nuove grandi potenze, in grado di produrre non solo quantità ma anche qualità, in virtù della loro densità demografica, della loro disciplina, delle capacità finanziarie concentrate: la Cina, l’India. A sfidare i grandi del ventesimo secolo: USA, potenze europee (associate non troppo saldamente nell’UE), il Giappone, la Russia (già Unione Sovietica). La produzione industriale si sposta a Oriente, cambiando drasticamente il peso dei grandi competitori sul mercato globale.

Da ultimo, in ordine di tempo ma come corollario quasi inevitabile ai primi due fenomeni, si afferma la prevalenza del contenuto seduttivo a quello funzionale nella determinazione delle scelte di consumo.

Vale la pena soffermarsi su questo aspetto.

Con una produzione che eccede il bisogno di consumo, la spinta alla sostituzione, alla sovrapposizione, al possesso superfluo diventa decisiva per la collocazione delle merci.

Le tecniche promozionali si affinano e, grazie alla pervasività della comunicazione digitale, fanno ampio e crescente ricorso alla profilazione: per proporre vendite toccando tasti dei quali si conosce la sensibilità dei destinatari, per riconfezionare merci capaci di incontrare i gusti del pubblico.

Nella nuova situazione, finanziarizzazione e passaggio del potere di mercato dal produttore al mediatore, spingono alla concentrazione. Pochi grandi colossi, forti del predominio tecnologico e della massa di capitale posseduto, dominano il mondo, ben più degli Stati nazionali.

Intanto l’esplosione dei consumi, l’imitazione dei modelli di vita dispendiosa impattano sull’ecosistema, con il CO2 che compromette l’equilibrio climatico, la deforestazione, le crisi idriche e di siccità, l’urbanizzazione caotica, le massicce migrazioni.

Le guerre e i conflitti etnici si innestano su questo tessuto.

Le dinamiche produttive e distributive polarizzano le condizioni sociali individuali. Il ceto medio si assottiglia, favorendo ristrette cerchie di ricchi sempre più ricchi e allargando l’area della povertà.

La povertà percepita, inoltre, è ben più vasta di quella assoluta, giacché l’impossibilità di accesso a consumi superflui viene sentito come privazione dei desideri e l’impoverimento relativo viene vissuto come marginalità sociale. A questo sentimento concorre il venir meno di parte dei servizi pubblici, compressi dai deficit statali.

Le dinamiche descritte precipitano sulla vita quotidiana. Non è più vero che i figli avranno una vita migliore di quella dei padri, scatenando la frustrazione e la rabbia degli uni e degli altri.

Come si vede, non è l’ingresso di migranti a togliere il lavoro e a turbare la quiete dei Paesi occidentali. Né il loro afflusso potrà essere bloccato da misure repressive e di controllo se non si interverrà sulle cause che lo determinano.

Concentrarsi sulle misure di contenimento degli effetti dei fenomeni richiamati può forse mitigarli ma non impedirà che essi si ripropongano, aggravandosi nel tempo.

La crisi nata nel 2008 ha radici strutturali che non sono state risolte con la ripresa congiunturale degli ultimi anni. In Italia come nel resto del mondo, anche se per il nostro Paese debolezze di fondo del tessuto economico rendono più acute le difficoltà.

Nasce forte l’esigenza di un programma politico capace di incidere sui fattori che stanno imprimendo allo sviluppo i segni della catastrofe ambientale e dell’ineguaglianza sociale.

Per esigenze di giustizia e di conservazione del pianeta, per restituire una speranza al futuro dell’uomo.

Dinanzi alla complessità dei problemi l’orizzonte strategico dovrà riempirsi di interventi specifici, mirati su traguardi parziali, prestando attenzione alla loro coerenza con il disegno generale.

L’utopia positiva verso cui tendere è un mondo nel quale le immense potenzialità della tecnologia e della scienza siano incanalate a garantire un contenuto etico allo sviluppo. L’uso assennato, razionale e illuminato delle risorse può offrire cibo, salute e istruzione a tutta la popolazione mondiale, arrivando anche – tramite la diffusione della cultura dell’integrazione e della moderazione – a frenare gli opposti disastri demografici della denatalità e della sovrappopolazione. Soltanto così l’incontro tra culture diverse si potrà risolvere in cooperazione e scambio, favorendo la pace e aumentando la sicurezza internazionale e interna ai singoli Paesi.

A contrastare il predominio dell’economia di carta su quella reale possono valere interventi fiscali, da concordare almeno a livello UE, tali da incentivare gli investimenti in produzioni coerenti con la sostenibilità ambientale e sociale.

Altrettanto un sistema di tassazione, incentivi, commesse per grandi piani a indirizzo pubblico, potrebbe favorire attività a intensità di lavoro qualificato, bilanciando e accompagnando l’automazione e robotizzazione di quello povero e usurante.

Per riequilibrare i poteri di scambio andranno avviati programmi di infrastrutture e riqualificazione edilizia e ambientale, guidati da direttive pubbliche e controllati attraverso rendicontazioni sociali puntuali e diffuse nel corpo della società civile.

Appare decisivo suscitare una riflessione collettiva sui modelli di consumo. Si tratta di una sfida culturale da cui dipende il destino del mondo. Bisogna spostare i comportamenti dal consumo effimero e dissipativo a quello utile, ambientalmente sostenibile, orientato alla valorizzazione della persona umana. Dall’avere più cose nel più breve tempo possibile all’avere utilità per sé e una buona vita di relazione.

Oggi si pone la realizzazione personale nell’esibizione dell’avere, nella visione che propugno la realizzazione diviene potenziamento dell’essere, passando dall’omologazione imitativa dell’influencer di turno alla gioia dell’espressione del sentimento interiore.

Su questa strada è fondamentale l’investimento in cultura, dalla scuola alle espressioni artistiche, dal turismo consapevole alla coscienza dei valori del territorio naturale e costruito.

Tutto questo è ciò che riassumo sotto l’emblema del “Nuovo Rinascimento”. Un governo della complessità che punta a garantire “la vita buona” ai cittadini e, grazie ai beni e servizi che la rendono praticabile, a riqualificare l’offerta produttiva, rendendo competitivo ciò che è utile e bello.

Come arrivare a un obiettivo tanto ambizioso?

Costruendo il programma con il concorso delle intelligenze, delle aspirazioni e delle energie di quei segmenti e settori della società che rifiutano di farsi travolgere dalla deriva di quella maggioranza veloce, impulsiva, insofferente, irosa e talora violenta che detta ritmi e contenuti sui social, che anima il rifiuto di confrontarsi con la complessità brandendo le proprie convinzioni armate dalla paura e dai particolarismi.

Scienziati, pensatori, professionisti, imprenditori, artisti, amministratori pubblici, singoli intellettuali che siano interessati e disponibili a costruire insieme un grande progetto di salvezza del Paese e del pianeta potranno essere mobilitati a stilare il manifesto del Nuovo Rinascimento. Intorno al manifesto e per dare corpo al suo spirito sarà costituito un “Think tank” (un gruppo esperto, aperto e dialogante con i movimenti che agiscono nella società) che scriverà il programma e ne seguirà le fasi di realizzazione.

Movimenti legati a singole istanze saranno sostenuti per la realizzazione di “single issue”: nel settore ambientale, culturale, dei diritti civili e sui vari aspetti della vita sociale. A titolo di esempio: per contrastare l’espansione del consumo dissipativo (e l’indirizzo inefficace delle risorse sociali e individuali) vanno valorizzate le associazioni dei consumatori; per la riqualificazione ambientale del territorio vanno sostenuti i comitati locali; per far crescere la cultura dell’essere vanno potenziati i circuiti del benessere e gli spazi per l’espressione sportiva e artistica dei giovani.

La sintesi di queste iniziative, la valorizzazione dei loro successi come dimostrazione che le cose possono essere affrontate e risolte positivamente, facendone elementi che concorrono ad allargare il consenso intorno al programma generale, dovrà trovare forme politiche nuove.

Tutto questo chi lo può fare, visto che partiti e movimenti sono impegnati nella polemica spicciola, nelle reciproche invettive, nel porre l’orizzonte di misura del consenso non oltre il prossimo appuntamento elettorale?

Non si esagera a considerare epocale il passaggio storico nel quale siamo entrati. Se al suo sbocco vi sarà l’implosione (che significa moltiplicazione dei conflitti, declino, forse nuove guerre) o una nuova fase di prosperità e di pace dipende anche dall’emergere (purtroppo per nulla scontato) di una politica “alta” che dia consapevolezza ai popoli e li guidi sulla via del progresso.

Non si scorge, nel panorama internazionale, nessuna personalità che risponda al bisogno di leadership e carisma capaci di accendere volontà e fantasia di impegno per un mondo migliore.

Per farla emergere occorre uscire dalla nostalgia di quel che non è più attuale: non la socialdemocrazia del novecento, non il liberalismo. Tanto meno – è ovvio dalle premesse di questo articolo – la finta modernità del sovranismo o del nazionalismo regressivo.

In un mio breve racconto ho schematizzato, in versione letteraria, il mio pensiero. (in questo stesso sito: http://giorgioperuzionarra.it/2018/08/20/coltivare-r-o-s-e/)

C’è bisogno di un movimento che sappia “coltivare ROSE”, nel senso di:

programma strategico: Rinascimento Orizzonte Sviluppo Europa;

passione ideale: Ragione Ottimismo Sentimento Empatia;

azione sociale: Rete Organizzazione Solidarietà Equità.

Un sogno?

Certo il dibattito in quel che resta della sinistra italiana, oscillando dal rimpianto di Berlinguer al grigio fascino di Macron, è deprimente.

Credo, tuttavia, che nel malessere dei nostri tempi vibri una forte domanda implicita di buona politica, a mantenere viva la voglia di poter guardare al futuro.

Se il mio scritto darà un piccolo contributo a suscitare riflessioni e a rinnovare contenuti e modi della politica, vorrà dire che il sogno non appartiene solo a me.

Perché quando si lancia un sassolino a scuotere il mare in bonaccia non si fa altro che evocare il montare dello onde, quello che porterà energia e aria frizzante, carica di profumo salmastro a riempire i polmoni, a deliziare gli occhi, a far volare la fantasia.

Qualcuno verrà a coltivare ROSE?

Matrimonio memorabile o superspot all’ennesima potenza?

È stata sotto gli occhi (e nelle orecchie) dell’Italia (e del mondo) la cerimonia matrimoniale del duo Fedez – Chiara Ferragni.

Un evento che (in termini di quantità e di visibilità) ha ampiamente sovrastato ogni altra notizia.

Viene stimato che il matrimonio (spettacolare) abbia sviluppato un valore d’impatto mediatico (traduzione italiana dell’acronimo MIV, utilizzato come metro dalle società di marketing) equivalente a 46 milioni di euro. A tanto ammonta il ritorno di ricavo atteso dagli sponsor che hanno partecipato (finanziariamente e con i loro marchi) all’evento.

Tutto questo grazie alle visualizzazioni on line, che sono ormai il maggior veicolo pubblicitario.

Confesso che mi era ignota la forza esplosiva degli eventi costruiti sulla moltiplicazione dello sponsorship.

Veicolata soprattutto dalla rete e dalle sue applicazioni più ritmate e colorate. Come Instagram, nella quale brevi filmati compaiono per essere distribuiti in rete e rimanervi non oltre 24 ore (dopodiché scompaiono, non potendo neppure essere salvati su archivi personali).

Questo evento – che costringe anche me, lontanissimo da ogni interesse al fatto in sé, a cercare di capirne la portata – mi pare una efficace metafora dei nostri tempi.

Da un lato abbiamo l’esempio di come la rinuncia consapevole e deliberata alla propria privacy si può trasformare in un guadagno (economico) direttamente proporzionale alla curiosità che si può catturare intorno a sé.

Dall’altro abbiamo la massimizzazione della velocità che travolge ogni approfondimento.

Vediamo il primo aspetto.

In un mondo sempre connesso la vita di ciascuno di noi è potenzialmente visibile all over the world.

Per quanto le norme in materia di riservatezza (codici della privacy) siano rigorose e garantiste, la pervasività della tecnologia nella quale siamo immersi rende le nostre azioni, le nostre parole, i nostri contatti prede della raccolta di informazioni, catturate in qualche applicazione o sito, facendole finire nell’universo infinito dei big data. Inutile aver negato consensi per tutto ciò che non è strettamente necessario a ottenere i servizi acquistati o a far funzionare gli aggeggi di cui ci serviamo. L’Internet delle cose, per offrire le comodità che ci semplificano molte attività, raccoglie informazioni, immagini, suoni. Le transazioni on line (non solo quelle commerciali, ma anche quelle relazionali) fanno altrettanto.

I dati sono raccolti, anche se c’è l’impegno a non diffonderli e non utilizzarli se non per la specifica finalità che li ha generati. Stanno in qualche server, conservati per un tempo difficile da stimare. Nessuno può ricavarne nulla se non in malafede.

Ma la vera debacle della privacy deriva da nostri comportamenti, spesso poco consapevoli e quasi sempre imprudenti. C’è l’esibizionismo spontaneo che alimenta i social, ci sono i consensi a condivisioni e accessi che si presentano motivati da servizi ricevuti gratuitamente.

Le nostre vite finiscono in rete o in segmenti di essa che non sappiamo immaginare.

L’elaborazione dei big data crea la profilazione delle persone, restituisce proposte di servizi – parte gratuita, parte a pagamento – seducenti per chi le riceve (che lo sono proprio grazie alla profilazione preliminare, via via più raffinata acquisendo le risposte in successione che ne riceve).

L’uso spregiudicato della propria vita da parte degli influencer monetizza la cessione di privacy. Ormai la figura del testimonial del brand s’è evoluta in quella del testimonial “di stile”. Fino a ieri il modello recitava in uno spot, ora la figura di tendenza interpreta sé stessa in ogni momento della giornata, dando risalto mediatico a tutti i servizi e prodotti (e ai relativi marchi) che la popolano.

Così l’influencer più scaltra rende un momento la cui essenza sentimentale dovrebbe essere intima preziosa tribuna per l’esposizione di tutti gli oggetti del desiderio con i quali i tanti follower potranno giocare a sentirsi protagonisti (e/o emuli) della loro beniamina. Non scandalizziamoci: la maggior parte delle cerimonie di matrimonio, nella storia e nel presente, sono realizzate come ostentazione verso gli invitati, confinando i sentimenti degli sposi nel retro. Con la differenza che le persone comuni spendono fortune per quelle cerimonie, mentre i divi ne fanno occasione di lauto profitto.

C’è dunque da imparare che in questa società dell’informazione (e dello spettacolo) un po’ tutti dovremmo sapere “vendere” l’accesso alla nostra privacy ottenendo qualcosa in cambio.

Caduta l’illusione di poter erigere barriere invalicabili alla nostra sfera privata, diventa esercizio d’intelligenza capire dove cedere e con quale contropartita. Un uso consapevole delle informazioni personali (delle quali, ricordiamolo, siamo gli unici proprietari ultimi non solo per disposizione normativa ma anche in via di fatto) significa padroneggiarne anche la dimensione economica. Per fare un esempio banale: le torrette di erogazione del wifi gratuito in alcune città (New York, tra le altre) da parte di Google esigono una registrazione e comportano che la navigazione sia tracciata dal fornitore del servizio.

Alcune associazioni di consumatori stanno ponendo la questione: invece di difendere (ahimè, invano) per principio la riservatezza a tutto tondo, pare loro più saggio definire i confini della cessione di parte dei dati personali (per tali intendendo anche comportamenti di spesa e preferenze) con un equivalente contropartita di servizi gratuiti.

Concludo questa parte ricordando che tutti già “recitiamo” nella nostra vita per difendere o praticare un ruolo e il confine tra ciò che siamo e ciò che rappresentiamo è labile e mobile. Spostare il palcoscenico della recita dalla ristretta cerchia delle nostre frequentazioni a quello più ampio del web può esser più impegnativo, ma potrebbe darci anche vantaggi. Sempre che si resti pienamente consapevoli delle proprie scelte.

Essere osservati non può fa paura quando si mantengono comportamenti etici. Rimanere sé stessi anche al centro di una folla sconosciuta e curiosa non è esercizio impossibile. La sfida è non farsi impaurire dalla visibilità né farsi fagocitare dalla smania di apparire.

Sull’altro versante, troviamo l’effetto del canale sul contenuto veicolato.

L’informazione (che può essere notizia, opinione, o semplicemente immagine o video senza parlato) si riduce a un lampo, che viene visto e magari perso per sempre.

Non è concesso il tempo di riflettere. Fa premio l’impressione istantanea.

Il rapporto con il mondo transita attraverso un videogame incessante.

Il pubblico è ridotto a bersaglio di luci, lustrini, urla e sensazioni da stordimento. Nella continua rincorsa dall’una a quella seguente.

Diventa facile, in questa sarabanda, consolidare tifoseria e appartenenze: nello sport, nello spettacolo, nella politica. Se non si ha tempo di valutare e confrontare si finirà sempre per ricordare soltanto le “apparizioni informative” che sostengono quel che già pensiamo: il fenomeno che la psicologia definisce ricorrenza di bias confermativi.

Il bombardamento di notizie spezzettate e strappate al contesto porta più confusione che sapere.

L’informazione diventa “dato digitale”, affidandone l’elaborazione agli automatismi, creando una nuova religione praticata prima che teorizzata: ciò che viene definito “dataismo”.

Roberto Calasso, nel suo ultimo scritto, “L’innominabile attuale” spiega con una citazione (di Yuval Noah Harari, brillante storico e pensatore israeliano) i rischi che ne derivano.

Riporto testualmente:

«Gli umanisti pensavano che le esperienze avvengono in noi e che dovremmo trovare all’interno di noi stessi il significato di tutto ciò che accade, infondendo così significato nell’universo. I dataisti credono che le esperienze sono prive di valore se non sono condivise e non occorre – anzi non si può – trovare significato all’interno di noi stessi. Occorre soltanto che registriamo e connettiamo la nostra esperienza al grande flusso di dati, e gli algoritmi scopriranno il suo significato e ci diranno cosa fare».

E poi aggiunge, colpendo un nervo scoperto dei meccanismi di formazione del consenso:

“«Nel passato la censura ha operato bloccando il flusso di informazione. Nel ventunesimo secolo, la censura opera sommergendo la gente con informazione irrilevante.» Teorema da cui discende un corollario: «Oggi avere potere significa sapere che cosa ignorare». È una glossa a un nuovo Machiavelli – e come tale va presa sul serio.”

Difficile esser più chiari e illuminanti.

Fermare questa deriva è arduo.

Perché chi detiene mezzi e potere ha l’interesse a perpetuare e rendere dominante il bombardamento delle “apparizioni informative”. Il consumo incalzante di informazioni (avere notizie sempre “nuove” che si succedono a ritmo frenetico) genera l’obsolescenza immediata dei prodotti e dei servizi, il desiderio di sostituirli con quelli di ultima uscita. Quindi, stimola la bulimia di consumo, il desiderio di “avere”, base del consumismo dissipativo.

Come si vede il filo del ragionamento riannoda il valore metaforico dell’evento che fornisce il pretesto delle mie osservazioni: le vite ridotte a flussi di dati, i dati usati come fattori scatenanti del consumo.

Il contrario dello sviluppo sostenibile, della coscienza ecologica, dell’attenzione al contenuto e alla qualità etica e umana dei beni.

L’imitazione dei modelli mediatici, siano essi Chiara Ferragni o Cristiano Ronaldo (per citare degli esempi), spinge alla perdita della soggettività, in un circuito di omologazione il cui sbocco è l’isolamento nella folla dei follower, ciascuno a inseguire un medesimo mito, ma tutti dannatamente soli.

Qualcuno penserà che le mie considerazioni derivino dall’età, che non mi consente di stare al passo con il ritmo del ventunesimo secolo. Mi vedrà fuori dal tempo e, di conseguenza, fuori gioco.

Dissento. Il ventunesimo secolo ci interroga sul futuro del pianeta e dell’umanità, le risposte non potranno venire dal tritatutto dell’informazione/spettacolo, dalla velocità che irride la complessità spacciando banalità per semplificazione.

Forse sono un illuso a credere che sia ancora possibile frenare e ritrovare poli di aggregazione fondati sulla ricerca dell’essere, sul senso di armonia tra l’uomo e l’ambiente naturale e costruito, sull’incontro con persone reali e non virtuali, in luoghi fisici e non digitali.

Certo, l’evoluzione tecnologica fornisce strumenti ed è intelligente cercare di comprenderli e usarli, a patto di mantenere autonomia di scelta, guidati da finalità soggettivamente determinate.

Non essendo illimitato il tempo a disposizione, resto convinto che sia meglio leggere un libro piuttosto che guardare filmati su Instagram, incontrare persone piuttosto che chattare con la testa china su uno smartphone.

Illuso o no, continuo a credere che l’ottimismo non sarà schiacciato del cinismo, che la voglia di sapere per decidere vincerà sulla frenesia che fa divorare dati e informazioni senza trarne vera conoscenza.

Coltivare R.O.S.E.

Questo è il mio primo racconto ispirato dalla passione sociale con cui guardo alle dinamiche politiche e culturali.

Mi svegliai una mattina attraversato da una strana inquietudine. Sogni e lettura delle cronache dei giorni precedenti si intrecciavano confusamente. Dopo un agitato dormiveglia rimasi a letto a rimuginare i pensieri. Mi vennero considerazioni e un’ispirazione che darà il titolo al racconto.

Vi offro questo inedito per comunicare, in forma letteraria, “pensieri e parole” di chi vorrebbe volgere in positivo la risposta alla crisi di valori, al tramonto degli ideali del novecento, allo sconcerto per la velocità e la profondità dei mutamenti che ci circondano.

 

Coltivare R.O.S.E.


Arcadio Vinetti richiuse la sua Ypsilon Platinum stando attento a non sbattere la portiera. L’aveva ritirata dalla filiale di vendita poco più di una settimana prima e voleva conservarne l’integrità e la purezza. Impresa difficile nel vortice della vita cittadina, ma, per sua fortuna, si era nelle settimane centrali di agosto e il traffico metropolitano di Torino stava ai minimi termini.

Anche la zona blu era sospesa, così da non obbligarlo a cercare un parchimetro che avrebbe inghiottito le monetine con le quali preferiva pagare il caffè del mattino.

Abbassò gli occhi verso l’orologio al polso: le sette di sera.

Pochi passanti, bar chiusi, un sottile velo d’afa che accompagnava il calar del sole.

Attraversò a passo lesto, schivando una Smart blu oltremare che sfrecciava sul corso Moncalieri ben oltre i limiti di velocità per saltare l’incrocio su corso Fiume prima che il giallo del semaforo cambiasse in rosso.

“Imbecille!” pensò. Cosa gli premeva tanto? Un appuntamento galante o il rendez vous per l’aperitivo con gli amici? Probabilmente a renderlo aggressivo era la permanenza in città quando la maggioranza dei torinesi stava in ferie.

Arcadio, invece, preferiva rimanere al lavoro ad agosto. Era l’occasione per godere delle bellezze del centro senza la pressione della folla e la frenesia della competizione che spingeva tutti a correre, a fuggire gli sguardi, a rimanere sempre connessi.

Per ammirare il fascino discreto di piazza Carignano, gioiellino incastonato sulla via Accademia delle Scienze poco dopo l’incanto di fama mondiale del Museo Egizio.

Perfino il profilo austero e quasi tronfio della grande Piazza San Carlo cambiava, assumendo un’aura risorgimentale nei colori delicati delle pareti laterali, lambiti dai raggi obliqui del tramonto a circondare poche decine di turisti intorno al bronzeo monumento equestre caro alla cultura sabauda.

Accantonò quei pensieri: la sua passeggiata era finita e doveva dedicarsi all’intervista.

Strana ora gli aveva fissato l’anziano professore.

Si era documentato prima di chiedergli l’incontro. Ogni sera verso le otto il professore scendeva, superava il ponte Umberto I e percorreva corso Cairoli e poi il lungo Po Diaz per raggiungere piazza Vittorio Veneto, dove si concedeva un bitter a uno dei tavolini del bar sull’angolo della via Po, salutava amici e conoscenti e andava a cena, sul tardi, in un ristorantino poco lontano, dove spesso incontrava altri che, come lui, erano stati docenti alle Facoltà Umanistiche dell’Università di Torino.

Poiché certo quell’abitudine non sarebbe stata sacrificata per un giovane cronista on line, il colloquio non poteva durare più di quaranta minuti.

Si affrettò, controllando i nomi sui campanelli.

Il professor Carlo Coreglio abitava al piano alto.

Al telefono glielo aveva chiarito, non senza precisare, in un moto di vezzo inconsapevole, che aveva scelto quell’alloggio perché gli offriva ogni giorno la vista del Po, con l’effetto “sempre vivace” delle sue acque screziate dalla luce prima dell’imbrunire.

Arcadio guardò in alto. Dalla strada non si riusciva a vedere sui balconi alla sommità dell’edificio, ma immaginò il professore con i gomiti poggiati sulla ringhiera ad ammirare il panorama, approfittando della giornata calda e serena.

«Vinetti?» lo sorprese la voce nel citofono, appena un istante dopo il trillo grave del campanello.

«Sono io, professore.»

«Terzo piano, la aspetto» replicò l’ospite nell’accento metallico del comunicatore.

Arcadio prese l’ascensore.

Il professore aveva la porta socchiusa e quando il giovane uscì sul pianerottolo la spalancò, ricevendolo con un sorriso cortese e misurato.

«Venga.»

Il giornalista seguì il professore attraverso uno stretto corridoio e poi venne fatto accomodare su una poltroncina imbottita in uno studio affacciato verso la strada.

Oltre la piccola finestra si stagliavano la parte nord del parco del Valentino e, in lontananza, le costruzioni massicce dell’ultimo tratto di corso Massimo D’Azeglio.

«Mi ha stupito la sua richiesta» esordì il professore.

Arcadio lo fissò. Nonostante la sua giovane età aveva imparato, con anni di esperienza alla ricerca di notizie e opinioni, a delineare il carattere delle persone che incontrava.

Carlo Coreglio vantava un curriculum accademico molto ricco. Aveva insegnato storia delle dottrine politiche all’Università di Torino per più di trentacinque anni. Aveva sfiorato, appena quarantenne, la presidenza delle Facoltà Umanistiche e, dopo aver perso la sfida per l’incarico, si era dedicato totalmente allo studio e all’insegnamento. Aveva pubblicato molti saggi, scritto per molte riviste. Dopo il pensionamento aveva tenuto seminari, era stato oratore in innumerevoli convegni, aveva collaborato con la Fondazione Agnelli e con alcune società di ricerca storica.

Non si era mai esposto politicamente, resistendo a ogni sollecitazione.

Studioso a tutto tondo, esprimeva pareri e proponeva analisi che consegnavano più domande di quelle cui aveva provato a rispondere.

Perché, sosteneva, compito di un docente non è fornire ricette, ma insegnare a cucinare.

Il giovane cercò di inquadrarlo.

Un omino magro, di altezza media, con una peluria grigia, morbida e scarruffata, intorno alla bocca e sul mento, in una pallida imitazione di barba e baffi alla Ryan Gosling invecchiato.

Si era seduto a sua volta su una poltroncina foderata in un tessuto a larghe falde verticali, ocra e verde olivina.

Sembrava stanco, ma la sua voce era ferma quando chiese: «Crede che le mie idee interessino a qualcuno?»

L’improvviso rovesciamento di ruolo, con l’intervistato a porre domande, spiazzò Arcadio.

«Ho letto la sua affermazione sulla pagina cittadina di Repubblica» rispose. «Da parte sua è coraggioso liquidare “il pensiero politico esaurito con la fine del millennio”. Di lei si parlò come di uno strenuo difensore della continuità dell’opposizione tra destra e sinistra.»

Coreglio lo catturò con i suoi occhi acquosi ma ancora pungenti. Aspettava un chiarimento che non era ancora giunto.

Il giornalista lo accontentò, muovendosi nervosamente.

«Sono certo che lei sia in grado di dirci cosa c’è al posto di quel che è finito. Questo può interessare i lettori.»

Il professore sorrise.

«In un giornale on line?»

Condì la nuova domanda con ironia, a manifestare tutte le sue perplessità.

«Anche i lettori della stampa elettronica sono curiosi.» Arcadio reagì con fastidio, il fossato generazionale si era spalancato tra di loro. Seppe replicare con altrettanto sarcasmo. «Perfino intelligenti, guardi un po’.»

Coreglio deglutì, poi sorrise, divenendo più conciliante.

«Mi perdoni, Vinetti. Ho lasciato l’Università da diversi anni, perdendo l’occasione di frequentare i giovani. Non credo siano ignoranti, ma fatico a cogliere in loro interesse per l’approfondimento.»

Il giornalista ritrovò vigore. Una scarica di adrenalina gli attraversò le vene. Sentì di aver ripreso il controllo del confronto.

«Esser veloci e multitasking non significa non voler capire. Aver perso riferimenti e fiducia non è rinuncia al futuro.»

«Bene!»

Il vecchio si lasciò andare all’indietro contro lo schienale, come in un moto di sollievo.

«Forse» aggiunse con un tono apertamente amichevole «potrò esprimere quel che penso e sperare che qualcuno lo legga.»

Vinetti, con l’esperienza del mestiere, comprese che l’incontro prometteva esiti insperati. Poteva contare sull’alleanza tra il suo scopo di proporre un punto di vista non convenzionale e il desiderio del professore di far uscire dal cassetto qualche nuova teoria.

«Sono qui a intervistarla perché scommetto che lei sarà originale e incisivo. Il mio pezzo non cadrà nel vuoto!»

Coreglio assentì col capo, poi socchiuse le palpebre, come a raccogliere le idee.

Vinetti fece un lungo respiro, dilatando i polmoni. Estrasse di tasca un registratore e lo pose sul tavolino che lo separava dal professore.

«Cominciamo» annunciò, soffiando nel dispositivo.

«Torino, 18 agosto 2018, intervista al professor Carlo Coreglio.»

Il vecchio piegò le labbra, a confermare di essere pronto.

«Professore, lei ha recentemente sostenuto che le categorie di “destra” e “sinistra” non valgono più. Prima la pensava diversamente. Perché ha cambiato idea?»

L’intervistato mosse le spalle di scatto. Il taglio aggressivo del quesito, tipicamente giornalistico, lo disturbava.

Storse involontariamente il naso. Per fortuna non aveva di fronte una telecamera.

Scelse di non evitare l’equivoco.

«Fino alla fine del secolo scorso valeva la distinzione acutamente illustrata da Norberto Bobbio. Per semplificare, il filosofo affermava che, data per acquisita una comune fede democratica nella quale erano condivisi valori di fondo, la sinistra privilegiava l’eguaglianza alla libertà, mentre la destra praticava l’opzione opposta. Semplice, chiaro, efficace. Ma al cambiare del contesto storico, sociale, economico anche la cultura muta parametri. La cultura politica non fa eccezione.»

«La prego di non farci perdere nelle teorie dei grandi sistemi» lo interruppe il giornalista, che aveva l’esigenza di un linguaggio immediato per non allontanare i lettori. «Ci sono ancora una sinistra e una destra?»

Coreglio quasi sbuffò. Voleva strappargli una tesi scandalosa? Decise di assecondarlo.

«Oggettivamente non ci sono.»

«Ma molti continuano a definirsi appartenenti alla destra o alla sinistra» obiettò Vinetti.

«Da scienziato distinguo tra le aspirazioni e i comportamenti reali.»

Il giornalista gongolò. Il tono era netto, quello di uno “scienziato” che osava tralasciare le sfumature e brandiva la spada della polemica. Perfetto per un pezzo pepato.

«Allora quali etichette descrivono gli attuali schieramenti?»

«C’è molta confusione: nelle analisi, nelle proposte, nelle azioni.» Il professore ci prendeva gusto. Vinetti sapeva di poter giocare con la sua astinenza da protagonismo. Doveva solo evitare che venisse fuori la prosopopea dell’erudizione, materia giornalisticamente impresentabile.

«Mi chiede di definire la natura di quanti si contendono il consenso e il governo? Direi che siamo alle prese con forme diverse di conservatorismo. Chi vorrebbe rifarsi a classi sociali che sono state smembrate dalla rivoluzione digitale e chi vorrebbe ritornare a un mondo più lento e a comunità chiuse.»

Vinetti rilanciò.

«Molti reclamano di essere liberi dalle vecchie credenze e appartenenze e di fondare la loro linea su forme di democrazia partecipativa che seleziona per volere popolare le politiche da attuare.»

«Balle!»

Il professore sbottò. La provocazione aveva colto nel segno.

«C’è una ricerca del consenso costruita cavalcando il risentimento di quanti non si sentono rappresentati. Nel vuoto di progetti che restituiscano prospettive di miglioramento delle condizioni economiche e di sicurezza, vince chi alimenta la protesta. Non per fare, ma per cercare di addossare agli avversari le colpe di quel che non va. Un rimpiattino penoso.»

«Non è la forma attuale di destra contro sinistra?» lo stuzzicò Arcadio.

«Destra e sinistra sono estinte perché la società che le esprimeva non c’è più. Siamo in un magma indistinto. La società liquida crea correnti esistenziali frammentate e volubili, la cui rappresentanza politica è perennemente mobile.»

La luce che filtrava dalla finestra si stava attenuando, stendendo una penombra ambigua nella stanza.

Vinetti cercò di stringere l’intervistato a concetti meno sfumati.

«Ci sarà ben un’aspettativa più forte delle altre che determina la vittoria di una formazione politica in grado di portarla avanti. Almeno come programma, se non come realizzazione.»

Coreglio negò l’ipotesi, scuotendo lateralmente il capo.

«Oggi vince chi riesce a sommare frammenti di desideri diversi, a volte alternativi o incompatibili l’uno con l’altro. Tanto le stagioni politiche sono brevi e tutta si gioca su promesse più che su atti concreti.»

Mancava qualcosa, pensò il giornalista. Ricordò la lezione registrata che si era procurato dopo aver notato la citazione di Repubblica. Carlo Coreglio, pur nella freddezza del rigore scientifico con cui insegnava, colpiva perché anche le sue analisi più crude non precipitavano nel pessimismo. Per questo voleva intervistarlo, per trovare spunti positivi. Invecchiando, la sua vena si era ingrigita?

Tentò nuovamente di raddrizzare il colloquio.

«Professore, ci sta dicendo che non abbiamo speranze, che la dispersione delle figure sociali ci consegna un presente ingovernabile? Siamo condannati al declino?»

«Nient’affatto!» protestò il vecchio.

Così dicendo si alzò.

Quasi incurante del giovane, si diresse alla finestra e guardò in direzione del fiume. Scostò la tendina e, preso atto che le nubi avevano preceduto il tramonto e imbrunito il cielo, premette l’interruttore. Le lampade a soffitto illuminarono la stanza.

«Occorre accendere la luce quando il buio avanza!»

L’esclamazione plateale sembrò rimbalzare sulle pareti.

«Chi può farlo, secondo lei?»

Vinetti fremeva di eccitazione. Forse sarebbe riuscito a trascinare Coreglio nell’agone politico, a portarlo a schierarsi come mai aveva fatto in passato.

«Non saprei» lo deluse il professore. «Non vedo nessuno. Ma…» lasciò la frase sospesa.

Il giornalista assecondò l’effetto scenico, chiedendosi come avrebbe potuto riprodurlo in un testo scritto.

«Ci indichi questo interruttore!»

«La speranza per il mondo è trovare una via per riconciliare economia, ambiente e comunità nel segno della scienza.»

«Professore, sembra una formula generica e scontata!» La protesta di Arcadio era spontanea, si sentiva deluso sia in chiave professionale che personale.

Coreglio lo sorprese.

Stando in piedi, con la schiena rivolta al tavolino, sollevò entrambe le braccia e portò le mani all’altezza della bocca.

«L’Italia può contare sulla storia, sul paesaggio, sulla sua cucina, sull’ingegno e sulla fantasia. Puntare sulla cultura e sulla tradizione attraverso le nuove tecnologie potrebbe far rifiorire i nostri talenti.»

Vinetti spostò il registratore, per metterlo in direzione della voce del professore. Il vecchio si stava infervorando, ma ancora non gli offriva materiale da scoop. Tornò a pungolarlo.

«Belle parole. Ma sono auspici astratti.»

«Mai stato a Firenze?»

Coreglio strinse gli occhi, con lo sguardo malizioso di un bambino che prende in castagna un adulto.

Non attese la risposta e proseguì.

«La maestosa eleganza che racchiude è l’esempio di ciò che fu e dovrebbe rinverdire. Tante volte mi sono chiesto come uomini tanto litigiosi siano riusciti a costruire quella meraviglia di città. Forse proprio il loro carattere non consentì di farne il dominus dei loro tempi.»

Il giornalista continuò a premere l’intervistato, con tono sempre più insistente.

«Tutto qui? Nostalgia degli anni d’oro dei Medici?»

«Caro ragazzo, nessuna nostalgia.»

Il professore riprese posto sulla poltroncina, costringendo il giovane a riportare il dispositivo di registrazione nella posizione precedente.

«La risorsa nascosta del nostro Paese è il suo tessuto urbano. Il mondo scoppia gonfiando le megalopoli e cerca soluzioni per rendere umana la vita nelle città. Qui è possibile costruire la ricetta vincente: investire sulla vivibilità urbana, inventare servizi e prodotti che migliorano la vita dei cittadini delle nostre affascinanti città e venderli a tutto il mondo.»

Arcadio sobbalzò.

«Sta proponendo un programma di politica economica?»

«Chiamiamola un’intuizione» si schermì Coreglio.

Leggendo curiosità e stupore sul volto del giovane intervistatore, giocò la carta che aveva tenuto coperta.

«Ma il vero problema è come far emergere questi temi. Il cerchio della mia analisi sul declino dei movimenti politici del novecento si chiude: nessuno tra essi, nessun leader che agisca nella loro logica vorrà impegnarsi a proporre una visione coraggiosa di lungo periodo.»

Arcadio ripassò mentalmente le risposte che aveva snocciolato il suo interlocutore. Aveva la sensazione di essere guidato verso una linea di confine, allettato da un passaggio che ancora gli veniva celato. Doveva varcare quella soglia.

«Professore, non vorrà rifugiarsi nel pessimismo!»

Il vecchio sorrise e si mise più comodo. Era il momento, pensò. Perché lì voleva arrivare.

«Dovrà nascere un movimento che ancora non esiste. Si respira la sua necessità: vive nelle aspirazioni di molti che rifiutano la fine della storia e il rinculo della civiltà. Da studioso parlo di movimento e non di dottrina o di partito: un movimento è l’espressione informale di istanze collettive più o meno determinate. Raccoglierlo in una formazione politica significa tradurlo in rappresentanza e farla contendente del potere.»

«Se lei lo percepisce» obiettò Arcadio «qualcuno se ne starà facendo interprete…»

Il sorriso del professore assunse una piega insieme amara e insinuante.

«Quel che io so è che per nascere dovrà viaggiare sui binari della comunicazione politica dell’era digitale. Dovrà sapere evocare ed emozionare. I contenuti potranno anche venire dopo, perché la sua forza originaria starà nel sentimento collettivo. John Kennedy sedusse il suo elettorato con il richiamo della “nuova frontiera”. Oggi serve di più: lo slogan si deve tradurre in un nome. Capace di conquistare: non più ideologia ma idea di speranza.»

Sospirò profondamente. Si voltò, allungando la mano verso un cassetto sul mobile alla parete. Lo aprì e ne trasse un foglietto ripiegato.

Un’ispirazione rapì Arcadio. Con gesto fulmineo puntò il telefono cellulare verso il professore e scattò un’istantanea. Il momento nel quale il vecchio professore guardava sul foglietto, stendendolo davanti alle iridi frementi.

«Vuole rivelarmi l’idea che ha in mente?»

Coreglio lo fissò. La sua mente vagò per un attimo nel mare infinito delle filosofie che aveva studiato, poi si concentrò sulla suggestione che l’aveva travolto, sorgendo dal profondo della sua natura, in un lampo improvviso tra cervello e cuore.

«Un mio giovane collega, col quale condivisi alcune delle riflessioni che le propongo, esperto di semiotica, mi disse che un’idea non trova ascolto se non si traduce in una sigla, che dev’essere affascinante e carica di significati. La mia idea è che il programma di rilancio dell’Italia sia un nuovo Rinascimento…»

«Ancora Firenze!» lo interruppe il giornalista «Romantico ma antico…»

«Infatti», confermò Coreglio «ho pensato a un simbolo diverso per promuoverlo. Al movimento che potrà venire suggerisco di battezzarsi ROSE.»

Arcadio corrugò la fronte, deluso.

«Il nome di un fiore. Demodé.» La girò sullo scherzo. «Perché non giglio?»

«Non capisci!» Il tono era di rimprovero, lo stesso che il professore aveva usato per i suoi studenti che confondevano i concetti. «Tutte lettere maiuscole e puntate. Un acronimo!»

«R.O.S.E.» accettò il giovane «Le iniziali di quali parole?»

Il professore allargò ancor più il suo foglietto.

«Parole che illustrano i riferimenti del progetto: Rinascimento Orizzonte Sviluppo Europa.» Con evidente entusiasmo proseguì d’un fiato, mentre il suo dito scorreva sotto le parole schematizzate sull’appunto che aveva scritto come promemoria. «Quello potrebbe essere il nome del movimento, ma le sue iniziali evocano anche lo spirito e le direttrici d’azione del programma. Lo spirito si riassume in Ragione Ottimismo Sentimento Empatia. I punti d’azione sociale sono Rete Organizzazione Solidarietà Equità.»

Ripiegò il foglietto e si abbandonò sulla poltroncina. Era scesa la sera, nonostante l’ora avanzata non sembrava ricordarsi della sua passeggiata quotidiana al di là del fiume. Aveva finalmente dato voce all’idea cha da giorni gli ronzava in testa, come una reazione civile alla baraonda dell’imbarbarimento della dialettica sociale e politica.

Arcadio annotò un appunto.

Il professore lo scrutò, aspettando che gli dicesse qualcosa.

Poi, non sopportando oltre il silenzio, liberò la domanda: «Pubblicherà l’intervista? La ritiene interessante?»

Il giovane giornalista piegò il capo, increspando le labbra in un sorriso a mezza bocca.

«Lo farò. Lei dice cose diverse da quelle che siamo soliti sentire e che rimbalzano sui media. Non so se lasceranno il segno o saranno considerate bizzarrie.»

«Le fantasie di un vecchio professore fermo a studiare nel suo eremo» osservò Coreglio.

Arcadio aveva un’ultima curiosità.

«Mi dica, chi vedrebbe a guidare questo movimento che ipotizza?»

«Un outsider!» rispose secco il professore.

Arcadio non lasciò la presa.

«Non se la cavi con un’ovvietà! Mi dia un profilo…»

Coreglio non si sottrasse. Schioccò le dita e si pronunciò.

«Nessuno che sia stato prima in politica. Almeno, non con ruoli rilevanti. Magari un direttore di museo. Un mestiere per il quale ci vuole buona cultura, gusto della bellezza, competenze gestionali, doti relazionali.»

«Molto preciso!» Il giornalista azzardò l’affondo. «Ha in mente un nome?»

«Non conosco direttori di museo» chiarì Coreglio. «Mi ha chiesto un profilo, le ho indicato quello più coerente con la mia utopia.»

«Grazie, professore.»

Vinetti intascò il registratore, si levò in piedi e gli porse la mano.

A sua volta, il vecchio alzò la sua destra per stringere quella che gli veniva offerta.

«Mi andava di parlare» confessò. «Se rimarrò inascoltato non ne soffrirò. In una lunga vita di studi ho imparato, ho sbagliato, ho dato e avuto. Va bene così. Non cerco i riflettori della ribalta.»

Arcadio lo guardò, vestendo quasi d’affetto la stima che era cresciuta durante il colloquio.

«Professore, non garantisco che le sue tesi faranno scalpore, ma posso affermare che non sono banali. Cercherò di renderle al meglio.»

«Sei un bravo ragazzo!»

Arcadio aveva in mente il titolo del suo servizio.

“Coltivare R.O.S.E.”

Il vecchio meritava quel guizzo.

Quando tornò all’auto, Arcadio guardò in alto.

Il professor Coreglio si era sporto dal balcone, poteva intravederne la testa curvata verso la strada. Come se stesse cercandolo con l’attenzione che un genitore (o un nonno) riserva al figlio (o al nipote).

Arcadio accennò un saluto con la mano. Non ricevette risposta, forse il vecchio non riusciva a vederlo.

Scivolò al volante della Ypsilon con un empito di tenerezza a suggellare l’incontro.

 

Claudio Rocchi

Andando a cercare tracce del proprio vissuto culturale sul web si scoprono notizie e fatti che ci erano sconosciuti.
Sull’onda del revival dei miei gusti musicali, mi sono ricordato di Claudio Rocchi, cantautore che aveva capacità di fascinazione, molto evocativo e rappresentativo di una certa inclinazione al misticismo e all’utopia della nostra generazione.
Ebbene, conservavo memoria di “Viaggio”, “Volo magico”, La tua prima luna”, nulla sapendo della sua evoluzione e della sua vita.
Dal web ho appreso molti altri aspetti interessanti.
Nacque nel 1951 e una malattia se lo portò via nel 2013
Il suo debutto fu in qualità di bassista degli Stormy Six, a 18 anni, ma già l’anno seguente iniziò la carriera come solista e ancora l’anno dopo già consacrò il suo ruolo tra i leader del progressive rock italiano pubblicando Volo magico.
Dal 1969 al 1982 fece uscire ben 14 LP (dei quali il primo con gli Stormy Six), restando vivace protagonista della ricerca musicale.
Nel 2013, già malato, con una raccolta di fondi finalizzata, autoprodusse un LP dal titolo significativo Vdb23/Nulla è andato perso. Questa edizione limitata sarà ripubblicata postuma nel 2015.
Venne molto apprezzato, agli esordi, da Renzo Arbore, che lo promosse in radio e, nel primo LP, totalmente acustico, trova la partecipazione di Mauro Pagani (flauto e violino).
Nella sua carriera musicale incrociò altri artisti, tra i quali Franco Battiato.
Tradusse, tra gli altri, pezzi di James Taylor.
Fervente pacifista, aderì ai seguaci di Krishna, fondando anche una stazione radio dedicata. Del resto, fu, ancor prima, conduttore radiofonico per la Rai, in programmi dedicati ai giovani e alla musica.
Nel 1999 fondò la prima radio libera nazionale del Nepal, che dirigerà per tre anni.
Concludendo, non si può non riconoscere che fu una personalità originale, capace di vivere senza timori e con pienezza esperienze davvero alternative al sentire comune. Non stava nel gregge, ma la sua personale rivoluzione fu più interiore che sociale ed egli non la brandì come un’ascia, limitandosi a testimoniare per sé e per quanti lo conoscevano.

Ode al progressive rock.

Corde pizzicate tra battiti distonici
e suoni dilatati di organi e fiati
con voci estese oltre il blues
su versi d’angoscia stralunata.
Come a cercare un futuro
diverso dalla linea all’orizzonte.
Per noi giovani allora:
slanci di fantasia,
sogni di bellezza non convenzionale.
A cercare l’assoluto della musica nuova
poi perduto alla svolta del secolo,
schiacciato dalla velocità
come dal ritmo binario.
Fine del cammino
consegnato alla memoria,
nel cuore,
nelle emozioni,
nell’ebrezza di una luce.
Nei suoni della giovinezza romantica.

Una sera, parlando di musica, scoprendo passioni comuni, mi si accesero ricordi.
Coinvolsi mia moglie Anna nella ricerca delle perle antiche di quel momento di passaggio dal rock cosiddetto “pop” a una fase di ricerca che voleva nobilitarlo. Ricerca che si rivelò fallimentare in chiave storica, perché l’ambizione di fare del “progressive” la musica del futuro, colta e giovanile, intrisa di passioni etiche e di aneliti verso la politica della felicità, si scontrò con l’evoluzione dell’economia (globalizzazione e finanziarizzazione), la caduta della cultura materiale nelle maglie del consumerismo, l’irriducibilità dell’arte musicale al predominio di una sola tendenza.
Ma la presunzione tipicamente giovanile di chi crede che il mondo debba essere rivoltato e rifatto a immagine della propria generazione contiene sempre quell’ingenua e spontanea bellezza ch’è fatta di idealismo, che mischia speranza e disperazione, sconcerto e improvvisi entusiasmi. In una formula: vitalità e voglia di futuro.
Per questo è stimolante e piacevolmente nostalgico riandare a quei tempi, a quei suoni.
Conscio dei limiti, forgiato dalle successive esperienze di uomo.
Cercare le tracce musicali che li segnarono e commentarle perché ancora risuonino emozionanti e gradite alle nostre orecchie è un modo per tentare di ancorare il destino di chi le condivide ad attracchi comuni nell’oceano delle nostre vite.
Tra vecchi album, ne segnalo alcuni, noti o rimasti relativamente in ombra.

The Byrds
Gruppo californiano che si affermò come antesignano del folk rock per poi passare al rock orientaleggiante e allo psichedelico.
Dalla metà degli anni sessanta ai primi anni settanta la formazione conobbe vari rimescolamenti, intorno ai leader storici Roger Mc Guinn e David Crosby. Quest’ultimo, per i dissapori con Mc Guinn lasciò il gruppo e formò il celeberrimo supergruppo Crosby, Stills & Nash, cui si unì poi anche Neil Young.
Il disco il cui titolo coincide con il nome della band è una raccolta fuori commercio di alcuni tra i maggiori successi dei Byrds.

Surrealistic pillow – Jefferson Airplane
Flight log – Jefferson Airplane
I Jefferson Airplane sono uno dei primi gruppi di rock psichedelico. Nascono nel 1965 sulla west coast, a San Fancisco, con tendenza folk, ma presto si convertono a una musica più dura e impegnata. Nella formazione storica troviamo Marty Balin (fondatore), Jorma Kaukonen, Paul Kantner (cofondatore) e Grace Slick, dalla voce inconfondibile.
Furono protagonisti nei maggiori eventi di rock della storia: i festival di Monterey (1967), Woodstock (1969) e Altamont (1969).
Surrealistic pillow (1967) è l’album, il secondo del gruppo, che esprime il taglio psichedelico della musica dei Jefferson Airplane.
Flight log è una raccolta dei successi 1966-1976.

Steve Winwood, Jim Capaldi, Dave Mason, Chris Wood, Rick Grach, Reebop Kwaku Baah, Jim Gordon – Welcome to the Canteen
Steve Winwood è uno dei maggiori geni della musica contemporanea. Debutta nello Spencer Davis Group e a soli sedici anni compone “Gimme some lovin’”, che diviene una hit mondiale. Poco dopo, sempre autore e cantante del gruppo, lancia “I’m a man”, altro grande successo. La sua voce è roca e profonda (rara per un bianco) e la sua inventiva musicale ecclettica e raffinata. Quando fonderà i Traffic ne farà una band dallo stile inclassificabile: nata sull’impronta del rock psichedelico varierà verso il jazz, recupererà il blues e il folk, componendo pezzi straordinari come “Dear mr fantasy” (un must della luminosa contaminazione di generi) e “John Barleycorn must die”, nel quale la tradizione delle ballate gaeliche si profonde nel rock melodico sul canto malinconico ed evocativo del leader.
Welcome to the canteen venne registrato dal vivo (1971). Alla formazione base dei Traffic si unirono lo strumentista Rick Grech (basso), che aveva collaborato con Winwood nei supergruppi Blind Faith ed Airforce e Jim Gordon, batterista, strumentista per molti musicisti di fama come Eric Clapton, Joe Cocker, Frank Zappa che affianca il titolare dello strumento Jim Capaldi. Ma è fantastica la performance di Reebop Kwaku Baah, percussionista guineano, che rende la versione live di Dear mr fantasy un pezzo travolgente e aggiunge alla seduzione del rock raffinato il rapimento nel ritmo, in un impasto di assoluta magia.

Truth – Jeff Beck
Jeff Beck esordì come strumentista di chitarra acustica e sin da ragazzo si esibì in club per poi divenire strumentista per una casa discografica. Nel 1965 entrò negli Yardbirds, che con lui conobbero il successo (notissimo “For your love”). Condivise per due anni il ruolo di chitarra solista con Jimmy Page, poi lasciò il gruppo.
Vi è da notare che gli Yardbirds annoverarono nei loro ranghi prima Eric Clapton, poi Jeff Beck e infine Jimmy Page. Il primo fonderà i Cream, di Beck diremo tra poco, Jimmy Page fu all’origine dei Led Zeppelin.
Tutti e tre furono inseriti dalla rivista Rolling Stones tra i migliori chitarristi di tutti i tempi: Clapton secondo (dietro Jimy Hendrix), Page terzo, Beck quinto (dietro Keith Richards).
Jeff Beck, lasciati gli Yardbirds, fondò una propria band, chiamandola Jeff Beck Group, del quale fecero parte Rod Stewart (voce solista) e Ron Wood, futuro collaborataore stabile dei Rolling Stones.
Il Jeff Beck Gruop, che durò soltanto dal 1968 al 1969 nella formazione originale, si ricompose alla fine del 1969 per sciogliersi definitivamente nel 1972, lasciando a Beck una carriera di solista.
Truth è il primo album del gruppo e ne sancisce il ruolo di apripista verso il genere heavy metal.

In the court of the crimson king – King Crimson
I King Crimson furono il gruppo emblematico del progressive rock. Gruppo inglese ma assai famoso negli USA, dal quale provennero anche alcuni dei molti componenti che si alternarono nella formazione, la cui costante rimase la leadership di Robert Fripp.
Per un breve periodo ne fece parte anche Greg Lake, poi affermatosi nei celeberrimi ELP.
La parabola del successo dei King Crimson è la rappresentazione epifenomenica dell’affermazione e del fallimento del progetto progressive.
Essi raccolsero ispirazioni e tendenze di vari generi: rock, metal, melodico, classico-sinfonico, psichedelico, fondendole in sonorità coraggiose e sfidanti. Le prime prove furono eccellenti e innovative, ma poi rimasero come impantanati in una ricerca che ritornava su sé stessa o regrediva su generi già percorsi, alimentando conflitti e dissidi che portavano a diaspore, ingressi, false ripartenze.
Restano straordinari l’album di debutto, In the court of the crimson king, e quello successivo, In the wake of Poseidon (sul quale non condivido la critica che lo ritiene una mera ripetizione del primo e che mi pare, invece, uno sviluppo coerente del progetto iniziale). Declinante il successivo Lizard e poco significativa tutta la produzione seguente.

Living in the past – Jethro Tull
I Jethro Tull sono un gruppo inglese tra i più famosi al mondo, avendo venduto oltre 60 milioni di dischi.
Loro animatore e leader è lo scozzese Ian Anderson, che ebbe l’originalità di porre al centro del loro sound il flauto traverso, connotando ispirazioni che spaziavano dal jazz al folk non senza richiami alle melodie classiche, così inserendo il gruppo tra quelli etichettati come progressive.
Del gruppo non raggiunsero la fama altri componenti oltre il leader, ma va notato che vi comparvero, per brevi periodi, Toni Iommi, poi fondatore dei Black Sabbath e Phil Collins, già membro dei Genesis e che raggiungerà uno straordinario successo come solista.
La discografia dei Jethro Tull è molto ampia.
Living in the past venne registrato dal vivo nel 1972 e raccoglie alcuni dei pezzi più significativi, dall’esordio al concerto live, poi superati in popolarità dai successivi Acqualung e Locomotive breath.

Interesting times – High Tide
Gli High Tide sono un gruppo inglese assai talentuoso, che viene identificato come il fondatore del progressive metal. In verità è difficile classificare la loro musica, frutto della furia creativa del chitarrista Tony Hill che si incontra/scontra con il virtuosismo hard del violinista Simon House (violino ovviamente elettrico).
La band rimase in attività dal 1969 al 1970, producendo due album di grande vigore: Sea shanties e High Tide. Entrambi presentavano pezzi di forte intensità, sia nell’impasto musicale che nei testi, densi di cupo pessimismo e di rappresentazioni dell’orrore verso convenzioni e conformismi.
Il primo LP mi colpì molto. Lo acquistai dopo averne letto una recensione sull’unica rivista italiana che trattava con competenza di novità nel mercato musicale anglosassone. Riuscii a ottenerlo ordinandolo al più grande negozio di dischi di Torino (lo storico Maschio, ormai da tempo chiuso). Per me fu una conquista preziosa. Lo ascoltavo con religiosa attenzione perché non era orecchiabile ma andava compreso e digerito.
Dopo lo scioglimento del gruppo, i due leader tentarono ripetutamente di ricostituirlo, senza risultati.
Nel 1989, con l’ausilio di strumenti elettronici e di altri strumentisti, Hill e House riuscirono a recuperare pezzi e spirito originario, pubblicando due album inediti: Precious cargo, già registrato in presa diretta nel 1970 e non pubblicato per lo scioglimento della band avvenuto subito dopo e Interesting time, che riprende i temi tipici del gruppo. Altri inediti, con la partecipazione di musicisti ospiti, saranno pubblicati successivamente.
Gli High Tide furono, di fatto, una meteora nell’universo della musica leggera/impegnata, che attraversò quel cielo con una scia di fuoco luminoso striato di viola e di nero, urlò la sua rabbia contro il presente e seminò rocce incandescenti che esplosero sul mercato musicale così frantumando la loro carica eversiva.

Una scintilla s’accese nella memoria del vecchio rockettaro

Qualche sera addietro.
Capita che salga alla mente una strofa, o un motivo, o entrambi, di vecchie canzoni.
“Che ne sai tu di un viaggio in Inghilterra”… Non rammentavo il titolo!
Internet soccorre. Si arriva in un niente al video Youtube: “Pensieri e parole”.
Uno dei pezzi più toccanti e originali di Lucio Battisti. Quand’ero giovane per tutti Battisti rappresentava la via italiana al rock che recuperava la melodia e rapiva nelle storie sempre tristi che Mogol tesseva sulle sue note.
Fin qui nulla fuori dall’ordinario.
Finita la canzone, resta la voglia di ascoltare altra musica. La casetta è silenziosa, teniamo la TV spenta, abbiamo zittito anche la radio.
Cerchiamo altra musica.
Per coincidenza – invero strana – nell’elenco alla destra di “Pensieri e parole” Youtube propone “Killer” dei Van der Graaf Generator.
Un brivido mi traversa la schiena.
Ricordi di quando, poco più che sedicenne, stetti sulla soglia di un locale in via Le chiuse a Torino, nella sera che vi riceveva l’unica data piemontese dei Van der Graaf. Erano gli anni di rivolte giovanili. Molti vennero urlando slogan per la musica gratis. Pur frequentando allora la sinistra extraparlamentare non avevo avuto alcun preavviso della contestazione che si veniva scatenando.
Ci fu parapiglia con i pochi agenti di polizia che presidiavano l’evento.
Pigia pigia e spingi e spingi, l’ingresso del locale fu violato.
Entrai, io che avevo preacquistato il biglietto, con qualche centinaio d’altri che si erano conquistati di forza l’accesso.
La sala era più da discoteca che da concerto: un sotterrano con qualche colonna sui lati, una pista centrale, un piccolo palco appena rialzato di venti centimetri sulla pista.
Che follia collocarvi l’esibizione di una band inglese emergente!
Era una torrida sera d’estate. Soffitti bassi, sovraffollamento, scarsa aerazione.
L’umidità colava dal soffitto, mescolandosi al sudore e al respiro.
Mentre stava suonando il gruppo d’appoggio (riempitivo prima dell’arrivo delle star), l’impianto elettrico saltò.
Più nessuna amplificazione, solo soffuse luci d’emergenza.
Nella confusione crescente, verso le 11.00, i Van der Graaf Generator arrivano e prendono posto.
Ma il rock elettrico senza energia elettrica non è possibile.
A quel punto, a calmare gli animi, il leader del gruppo, Peter Hammil, imbraccia una chitarra acustica e comincia a strimpellarla.
Le note sono dapprima sommarie, poi prendono ordine e si distendono ad ammaliare.
Infine scende il silenzio e tutti ci disponiamo, premuti gli uni contro gli altri, in piedi sulla pista e fin verso gli angoli della sala, come un cerchio di ossequianti un rito.
Peter Hammil gorgoglia due colpi di tosse, a schiarirsi la gola.
Poi inizia a suonare, da solo, con i compagni che lo circondano, silenti e immobili.
L’unica luce inquadra il viso dell’artista, ne evidenzia solchi di sofferenza intorno alla bocca e sulla fronte.
Accompagnato dalla chitarra, Hammil comincia a intonare i versi di “Killer”, con una voce che – priva di qualsiasi amplificazione artificiale – sale a invadere tutto il locale.
Pare magia.
Canta quell’unico pezzo, dilatandolo tra assoli di chitarra e acuti vocali.
Ne rimaniamo tutti conquistati ed estasiati.
Non c’è più rabbia, né rincrescimento per un concerto rock fallito.
I grandi artisti sanno parlare al pubblico in ogni circostanza.
Nonostante il disastro organizzativo, nonostante la delusione di aver sentito un solo pezzo, non posso non ricordarla come una serata memorabile, che mi insegnò come il rock si nutre di comunicazione emotiva e di atmosfere, ben più che di decibel.

Non solo letteratura

Una delle domande ricorrenti (obbligate?) che vengono proposte agli scrittori durante le interviste riguarda le loro letture.
Cosa leggi, chi ti ha influenzato, a quali autori si ispirano il tuo stile e il tuo genere?
La risposta non è facile. Tutti pensiamo di essere del tutto originali, sol perché quando iniziamo a scrivere seguiamo un’idea e delle sensazioni istantanee e mai abbiamo in mente altre opere o altri autori.
Riflettendo a posteriori, rileggendo quel che abbiamo scritto con sufficiente distacco, ci accorgiamo, del contrario: molte letture, recenti o passate, hanno lasciato il segno nei nostri pensieri e nel nostro agire, riversandosi poi anche negli scritti che produciamo.
Fatto quest’esercizio, possiamo accostarci alla domanda con meno imbarazzo e tentare una risposta sincera, che sarà utile a chi ci interroga come anche a noi stessi.
Per parte mia, guardandomi nello specchio dell’anima, scopro che influenze profonde mi son venute non solo da alcuni scrittori, ma altrettanto – son certo ancor più – da saggi su temi disparati.
Ecco il ricordo del libro che più amai leggere: Le nozze di Cadmo e Armonia, di Roberto Calasso.
Un’opera stupenda per la capacità di portare il lettore nell’atmosfera incantata, nella torbida leggiadria della mitologia greca attraverso la quale si colgono le basi della nostra cultura. Mito e storia, psicologia fitta di contrasti e amicizie e amori incredibili. Decritti con una pulizia ed eleganza linguistica che non teme pari. Un’atmosfera che mi rapì e che torna in sottofondo quando la mia fantasia vola sulla tastiera. Un saggio che ha la il fascino estasiante e rilassante di un romanzo
Restando alla saggistica, la mia propensione a disegnare scenari, a immaginare le evoluzioni del quadro storico nel quale collocare la mia trama certamente risente degli studi e delle intuizioni dei grandi sociologi e architetti visionari. I primi a illustrare le dinamiche dei rapporti sociali, le derive e le fratture del sentire collettivo e delle loro radici materiali. I secondi a descrivere come l’ambiente costruito non sia antinomico a quello naturale e come l’urbanesimo possa essere guidato dentro la progettazione di città intenzionali.
Né posso dimenticare gli economisti che mi insegnarono a capire che il mercato non è mera somma di comportamenti individuali (e neppure razionali), i testi di diritto che delineano le regole della cittadinanza e, soprattutto, gli storici che svolgono il filo delle fasi che hanno portato ai nostri tempi. Cito, per tutti, Fernand Braudel, la cui lettura mi avvinse quasi più che quella dei romanzi d’avventura.
Sulla base di queste premesse sarei pronto a rivelare quali scritti letterari prediligo, chiarendo che finora mi sono nutrito più di studi scientifici che di romanzi.

 

Boboli nel sole

I giardini di Boboli sono una delle tappe obbligate nella visita a Firenze.

Grandi ed eleganti viali ghiaiosi tra le aree a verde e monumenti a ogni angolo.

Le grotte conquistano con la loro suggestione. La veduta verticale, dall’alto in direzione della vasca del Nettuno e l’uscita verso Palazzo Pitti, oltre la quale si coglie una panoramica dei tetti del centro fiorentino, restituisce tutto il fascino dell’antica città medicea.

Passeggiare è piacevole, ammirando le statue e beandosi delle siepi di un verde caldo e allegro.

Peccato che l’accesso al forte Belvedere sia chiuso già da un po’, come altrettanto chiuso è, nella zona museale, il corridoio vasariano.

Speriamo che presto torni possibile percorrere quel corridoio e godere della vista dal forte.

Per ora ci accontentiamo di uno scorcio da cui si intravedono la cupola del Duomo e la torre Arnolfo che si alza dal Palazzo Vecchio.

Ridiamo del Bacchino, con la sua esagerata pinguedine, prima di rientrare nella corte di Palazzo Pitti.

Pronti per le altre meraviglie che ci attendono, a partire dalla splendida Galleria Palatina, i cui dipinti soverchiano, per bellezza e quantità di tele eccelse, la dotazione di molti musei ben più vasti e celebrati.