Barbara Baraldi: la tensione narrativa non conosce pause

Anna e io, con Barbara Baraldi, a Viareggio, Libreria La Vela

È da poco in libreria il terzo romanzo di Barbara Baraldi dedicato alla viceispettrice Aurora Scalviati, fremente investigatrice individualista e passionale, che l’esperienza e le sventure hanno fatto crescere come valente profiler.

Anche L’ultima notte di Aurora conferma l’elevata cifra stilistica della scrittrice emiliana, capace di catturare l’attenzione del lettore dalla prima all’ultima pagina, lungo le peripezie della figura centrale, sapientemente descritta nelle sue contraddizioni e nella sua inesausta ricerca di risposte che sono in parte una fuga da sé stessa. Intorno a lei, altri protagonisti si agitano, proposti in una chiave che esalta e ravviva il centro narrativo, sorretto dalla personalità complessa e tormentata di Aurora.

Non so se conoscete il gioco del “se fosse”.

In un gruppo di amici viene prescelto, a turno, un giocatore.

Gli altri concordano di individuare uno tra loro (ma potrebbe essere lo stesso giocatore) la cui identità dovrà essere scoperta dal giocatore.

Questi, per riuscirci, potrà porre agli altri quante e quali domande vuole, purché precedute dall’incipit “se fosse”.

Non è solo divertente: consente, se tutti partecipano con sincerità, di rivelare come ciascuno vede gli altri.

Nell’ipotesi che fosse stata scelta Barbara Baraldi come personaggio e il giocatore mi chiedesse “se fosse un regista?”, io risponderei “Sarebbe Kathryn Bigelow!”

La dinamica artista di San Carlos (California) è sceneggiatrice e produttrice, ma è anche l’unica donna a esser stata insignita del premio Oscar per la regia.

Dei suoi non molti film mi piace ricordarne alcuni.

In Blue Steel Jamie Lee Curtis interpreta una poliziotta che si innamora dell’uomo sbagliato.

Point break vede Keanu Reeves intrecciare un duello carico di adrenalina e sentimento con il capo della “banda degli ex-Presidenti”, un granitico Patrick Swayze, che cerca l’emozione suprema ed estrema sfidando onde gigantesche su una tavola da surf.

Strange Days è una distopia che, nell’imminenza del temuto millenium bug, vede delitti e intrighi coinvolgere personaggi sballati e schiacciati dall’alienazione sociale. Film visionario, psichedelico, dal ritmo forsennato.

Concludo con The hurt locker (6 Oscar, tra cui quello per la miglior regia e 3 altre nomination), che narra di militari americani in Iraq, mostrando l’impossibilità di tornare sereno per chi subisca traumi che lacerano l’anima, nel caleidoscopio della paura e della velocità di reazione da cui può dipendere la salvezza.

Ad accomunare le storie della Baraldi a quelle della Bigelow è l’abilità nel mantenere costante il livello di tensione nello spettatore/lettore. In un ritmo mai smarrito, ogni quadro e ogni episodio fanno scaturire domande sul senso del comportamento dei protagonisti, scavando nella psiche umana. Il filo logico si dipana tra svolte che non sconvolgono ma intrigano, impedendo di distrarsi e avvincono con il fascino di un mistero umano, troppo umano.

Nei romanzi della Baraldi le scelte e le azioni delle indagini disegnano, poco a poco, il profilo del soggetto ignoto cui Aurora da la caccia, volta per volta inducendo il lettore a confrontare i tratti dei vari protagonisti con la profilazione del killer. Un esercizio che sarà premiato solo al termine dell’avventura.

Ritmo, tensione narrativa ininterrotta, coerenza della trama e rigore della ricerca che sostiene i contenuti sono, in sintesi, i punti di forza dei romanzi di Barbara Baraldi.

Per me, che non leggo libri gialli per il gusto di sfidare l’investigatore a individuare per primo il colpevole, la narrazione di Barbara Baraldi è una sfida a capire che il viaggio è la meta. Perché ciò che affascina è seguire l’evoluzione della storia, la cui ricchezza di spunti (di riflessione, di rinvii a dilemmi dell’anima) parla all’intelligenza e alla sensibilità. Dove si giungerà alla fine del percorso, in fondo, è meno importante. Per questo, leggendo una storia che dona emozioni, si vorrebbe non finisse mai.

Aspettando, allora, di seguire una nuova storia di Aurora e… di scoprire come è cambiata dall’ingresso e dai primi passi in polizia, per diventare il genio spezzato che insegue un difficile equilibrio esistenziale e sa risolvere i casi più intricati.

#giorgioperuzionarra

A figura intera

Andare nel vento

Ricevendo il premio
Il premio al primo, la bozza della copertina del secondo

Dovrò ancora sistemare l’editing…

Ritirato il premio, rifletto sulle ispirazioni del mio primo romanzo. Come nacque, quale viaggio mi rapì in un mondo che nasceva e trovava logiche sue, anche diverse da come inizialmente le avevo pensate e immaginate.

Quella targa che ne testimonia il valore mi sprona ad andare avanti.

Torno a casa e la metto vicino alla bozza di copertina del secondo romanzo, che scalpita per andare in libreria e che presto uscirà per Parallelo45 Edizioni.

Il commissario Gabuzzi, promosso vicequestore a Firenze, si delinea ormai con la sua personalità di profiler.

Altre avventure lo attendono e sono già pronte in bozza.

Scrivere è esprimere quel che ci nasce dentro. Per sé stessi, per liberare sentimenti e pensieri. Ma anche, quando si esce in pubblicazione, per donare ai lettori emozioni, solleticare curiosità, proporre riflessioni.

La passione diventa entusiasmo, quando ci si sente parte di una comunità di spiriti liberi che nelle parole, nel renderle poesia o narrativa, cercano la profondità dell’essere e la voglia di comunicare senza veli o infingimenti.

Quel vento che scelsi di prendere, con la mia adorata Anna, venendo a vivere a Viareggio, ora lo sento nelle vele. A spingermi sul mare della vita.

Così mi preparo per l’occasione conviviale della cena, dove l’arte e l’amicizia apriranno nuovi orizzonti.

Con gli auspici che mi offrono l’incendio del tramonto dietro le nubi sul mare e la dolce illusione di toccare la luna.

Il tramonto sul mare, Viareggio
Eh, si! Quella è la luna
Anna, l’amore della mia vita, abbraccia la bellezza della sera

Non incubo ma atto d’accusa

A volte i sogni vanno oltre ogni nostra fantasia.

Come quello che ora cerco di raccontare, raccogliendo stille di quel che rammento, giacché le produzioni oniriche al mattino svaniscono ed è immane fatica ricostruirne contenuti, flusso e senso.

Un grande scrittore, artista immenso, offre al mondo un’opera inquietante e di forte impatto estetico.

Su un palcoscenico all’aperto linee di fuoco si intrecciano e danzano, creando effetti di luce ammalianti.

Splendido e coinvolgente.

Poi crescono e si trasformano, divengono sottili rami iridescenti che vibrano, finché l’intensità li rende d’argento e si ravvivano del germogliare di foglie. Il verde candido e fresco porta serenità alla mente e pace nel cuore.

Ma all’improvviso una nuova pulsazione muta la creazione, la rattrappisce. I rami si seccano e assumono colorazione grigiastra. Il tessuto degrada, si macera e il grigio rilascia bave più scure. Perfino il cielo sembra incupirsi sopra il telaio che lentamente decade e si avvia a morire.

Guardandolo, l’anima si stringe. Piange. Si dispera.

L’installazione parla di una fine che tutti ci coinvolge.

Abbiamo visto una donna che sboccia e, nella sua bellezza infinita, chiama a un atto d’amore, che tuttavia si infrange nel declino dell’inattesa e incompresa putrefazione.

Le domande si affollano a confondere i pensieri.

Perché?

Come può la meraviglia corrompersi fino a marcire?

Alla fine, il significato dell’opera colpisce come lo schiaffo di un gigante irato.

Sul palcoscenico scorre la metafora del nostro pianeta.

Del quale abbiamo tradito l’incanto, spezzandone l’equilibrio.

Senza ritorno?

Al nostro presente, ai nostri comportamenti, la risposta.

Il valore universale della musica

Foto di gruppo al termine del concerto

Bella, la scelta di concludere la stagione estiva dei concerti nel Giardini di Villa Paolina con l’esibizione dei giovani allievi della scuola Xiya International Piano di Jiangning (Nanchino).

I ragazzi e le ragazze ci hanno regalato non solo saggi di pianoforte, ma anche pezzi cantati e strumentali.

A dimostrazione che la musica è una magia d’emozioni che attraversa confini e culture, i giovani arrivati dalla Cina si sono cimentati con Puccini e, per la parte strumentale, con Mozart e Schubert.

Accanto a questi scampoli di cultura europea hanno voluto, con merito, proporre composizioni di autori cinesi e sublimare la serata con musica della loro tradizione, aprendo con “Fiori di Gelsomino” e chiudendo, ancora in coro, con “Io e la mia patria”.

Oltre alla maestria puntigliosa delle esecuzioni, colpiva l’entusiasmo di questa compagnia di giovani, virtuosi e ancora in formazione, nel trovarsi immersi in un contesto dalle cui radice nasce quell’immenso patrimonio melodrammatico che tanto successo riscuote a ogni latitudine, anche fin nelle lontanissime contrade che videro i fasti del regno di mezzo.

Culture millenarie che si incontrano, nel segno della curiosa attenzione alla storia, alle tradizioni, al comune desiderio di una modernità che salvi la meraviglia delle arti e ne faccia fondamento dell’amicizia tra i popoli e le nazioni. Per un mondo più sereno, lanciato con ottimismo verso un futuro di armonia, pace e bellezza.

W.A. Mozart: Concerto K 216 –
Piano: Zihihao Wang, Violino: Qi Dai

Ricordi per Gimondi

Conservo un ricordo molto vivido del momento in cui scoprii il Gimondi campione.

Avevo 10 anni, era il 1964. Già dall’età di sei anni avevo preso a leggere avidamente Topolino, dalla prima all’ultima vignetta, dalle parole della copertina a quelle della quarta, divorando tutto ciò che vi veniva scritto.

Allora, nel volumetto settimanale due pagine centrali erano dedicate allo sport.

In un numero di luglio, venne pubblicato un servizio su un giovane atleta italiano che aveva vinto il Tour de l’Avenir, il giro di Francia riservato ai ciclisti dilettanti.

Nella memoria mi si ripresenta la foto di un giovane con la faccia lunga, cui il sorriso non riusciva a mitigare la fisionomia di un uomo già avanti negli anni. Eppure aveva 22 anni, aveva vinto una gara importante, aveva strappato un prestigioso passaggio per il professionismo, stava compiendo il Giro d’onore nello stadio parigino, in maglia gialla e con un gran mazzo di fiori in mano.

Gimondi si dimostrò un campione di rango già al successivo primo anno tra i professionisti. Partì come scudiero di Vittorio Adorni, capitano della squadra Salvarani e finì terzo al Giro d’Italia. Si schierò alla partenza del Tour de France per aiutare il caposquadra nel tentativo di realizzare la doppietta dopo il successo in patria. Invece Adorni dovette ritirarsi per una indisposizione, mentre Felice Gimondi aveva, nel frattempo, conquistato la maglia gialla, grazie a una fuga sottovalutata dagli avversari. Rimasto inaspettatamente leader, riuscì a respingere gli attacchi di Raymond Puolidor, grande favorito della corsa in assenza di Jacques Anquetil. Arrivò a Parigi in maglia gialla (come già l’anno prima tra i dilettanti), dominando le sfide a cronometro e guadagnandosi la stima dei francesi, che lo chiamavano accentando la “i” finale.

Divenne il mio idolo e lo seguii durante tutta la carriera, nella quale vinse meno di quel che ci si aspettava, perché all’orizzonte sorse la stella dell’inarrivabile Merckx.

Era un uomo schietto, onesto, mai sopra le righe. Un emblema di un ciclismo non più eroico ma ancora a misura umana.

Lo ricordo ancor oggi con la sua espressione severa e quasi triste, che nascondeva la serenità di chi si impegna con coraggio per raggiungere il massimo. Anche se davanti c’è il cannibale, anche se il cielo si oscura e vomita pioggia e vento sulla strada diventata improvvisamente viscida e infida, anche se alla fine non si arriva primi.

Perché così riuscì a vincere ogni tipo di corsa, fino a piazzare lo sprint fulminante (lui che era un passista scalatore, certo non un velocista) nella volata che concluse la fuga dei mondiali 1973, su un circuito durissimo che seppe interpretare magistralmente, lasciando dietro il giovane Maertens, il fuoriclasse Ocaña, il campionissimo Merckx. Nel 1974, con la maglia di campione del mondo vinse la Milano-Sanremo. Nel 1976 sul finire del fulgore atletico, si aggiudicò per la terza volta il Giro d’Italia.

Ciao Felice, con te seguire le gare ciclistiche assumeva ancora un sapore romantico.

Al Tour de l’Avenir 1964

Durante il giro d’onore al Parco dei Principi di Parigi, vincitore del Tour de France 1965

Contro le Bestie (che ruggiscono nel web)

Sto scrivendo un romanzo giallo incentrato sul contrasto a una organizzazione criminale che lucra nel mercato della moda low cost, sia con classici atti delittuosi che grazie a un complesso sistema di manipolazione delle menti dei potenziali clienti diffuso sui social con inserimento di messaggi di persuasione occulta infiltrati sotto falsa identità (di influencer), moltiplicazione di troll, falsi profili, falsi commenti.

L’efficacia di tali operazioni deriva dall’analisi dei comportamenti degli utenti e la successiva elaborazione di forme di messaggio plasmate per catturare i consensi.

Durante una delicata riunione del gruppo investigativo, il Procuratore Capo di Lucca si lascia andare a uno sfogo.

Il Dottor D’Archilana ha passato i 60 anni, fuma la pipa, non si vergogna della sua pancetta, veste un po’ all’antica, proviene da una famiglia di magistrati, come indica anche il nome Giusto, che suo padre gli impose alla nascita. Non fece mai carriera come le sue doti parevano meritare perché rifiutò di partecipare ai giochi di corrente o di legarsi a qualche potentato.

Gode di grande stima per le sue esternazioni sul costume e la società, sempre equilibrate e acute.

Nell’incontro, il pool deve decidere la strategia processuale, giacché l’organizzazione criminale è stata individuata e i suoi componenti identificati, sebbene non ancora catturati (e probabilmente fuggiti all’estero).

I Servizi segreti hanno comunicato che l’inchiesta sull’avvenuta e accertata manipolazione debba essere secretata.

I Magistrati accolgono l’ordine con imbarazzo e fastidio. Il caso ha grande rilievo, svolgere dibattimenti a porte chiuse e negare la pubblicità alla vicenda non sarà agevole.

Giusto D’Archilana inserisce nella discussione alcune considerazioni che ritenga valgano a orientare le scelte.

ESTRATTO dal Romanzo “Nero come la moda” (in corso di composizione)

(…)

«Viviamo tempi travagliati, strani e difficili. L’aspirazione alla notorietà si traduce in comportamenti individualisti che annullano la soggettività. Un ossimoro che descrive una pericolosa realtà. La voglia di essere riconosciuti sfocia nella assimilazione dentro gruppi a matrice imitativa. Si insegue l’illusione del successo scimmiottando le icone dello sport, dello spettacolo, della moda. Come falene attirate dalla luce, i giovani e tutti quelli che vorrebbero esserlo o fermare lo scorrere delle stagioni, cercano simboli e gesti che appaghino il bisogno di apparenza.

Ormai, per la maggior parte delle persone, la vita diviene frenetico inseguimento alla visibilità. Il senso di solitudine viene mitigato dall’affiliazione tribale, nell’inesausta ricerca di protagonismo sulle scene del villaggio globale, nel quale ciascuno sgomita nell’indistinta pletora dei concorrenti, sedicenti amici. Prevalgono i sentimenti di rancore e invidia, istinti violenti contro chi appare godere di una fortuna che si pensa di meritare e ci si vede negata. Questo sfocia nell’odio verso chi non può o non vuole salire sul medesimo palcoscenico del nulla, dove di rappresenta l’adesione ai modelli proposti dall’influencer di turno.

Così la popolazione è esposta all’imposizione dell’istante, che tutto risolve. Il tempo è una linea indistinta di presente, successione di attimi senza filo logico. La storia è abolita, non solo nella dimensione collettiva, ma anche a livello personale. Il futuro sembra troppo lontano per dedicarvi anche solo una frazione delle proprie risorse, tutte assorbite nell’adrenalinico lampo che accende il momento di esaltazione.

L’universo comunicante bombarda con l’inarrestabile cascata delle domande di presenza, da esaudire con l’adesione e il possesso: di oggetti, di eventi, di accessori, di frasi ripetute e rimbalzate, in una sarabanda che stordisce. Una marea montante di sollecitazioni, di realtà aumentata gonfia di desideri aumentati.

Una dinamica che spalanca lo spazio all’intrusione degli stregoni che virano la pubblicità in sofisticati imbrogli mediatici, arrivando a vette di circonvenzione che superano ogni malata fantasia di dominio. Fenomeni che non si combattono contrapponendo strepiti a urla. Neppure affermando illuministicamente il primato della ragione.

C’è un confine sottile tra convincimento e circonvenzione. Per dare verità giuridica alla realizzazione della seconda, agiremmo su capitoli penali assai labili e incerti. Se noi mandassimo a processo, sotto i riflettori dell’opinione pubblica, le azioni di persuasione occulta, non faremmo un buon servizio al Paese. Proprio chi subisce la manipolazione sarebbe pronto a negarlo, per non ammettere la propria debolezza.

I dibattimenti vedrebbero la feroce difesa degli imputati, pronti a porre l’accento sulla capacità di conquistare legittimamente il consenso delle masse, che cedono a richiami diffusi senza malizia e in buona fede. Ne verrebbe fuori una babele di polemiche, tali da confondere i profani. Finiremmo per alimentare stati d’animo che rafforzano i pericoli delle campagne malevole via web. Anziché far crescere la prudenza nell’accostamento ai messaggi delle sirene ammaliatrici, generemo un fastidioso rumore di fondo sul quale il canto ingannatore si alzerebbe ancora più forte«.

«Dove vuole arrivare, dottor D’Archilana?» Domandò il Procuratore Vettini, che paventava una ritirata, incompatibile con l’obbligatorietà dell’azione penale.

Il Procuratore mordicchiò il cannello della pipa, ne aspirò il profumo di tabacco che, sebbene spento da oltre due ore, gli mandava ancora il sentore dolce, che aveva l’effetto di rasserenarlo.

Capì che doveva sforzarsi di chiarire come una scelta di apparente viltà fosse, al contrario, un sussulto di coraggio.

«Propongo di archiviare le ipotesi di reato ideologico insite nel comportamento criminale del gruppo degli imputati».

Seguì una breve e concitata disputa.

Fu nuovamente D’Archilana a illustrare l’orizzonte di approdo dell’indagine, appoggiandosi al sostegno manifestato dal suo pari grado fiorentino Brunello Boggiardi.

«Chiedo di far prevalere le ragioni della quiete sociale su quella dell’applicazione astratta e ottusa dei Codici. Ciascuno degli imputati è colpevole di altre, più definite e gravi, fattispecie di reato. Perseguiamoli per quelle. Sono sufficienti a punirli adeguatamente.

L’AISI ci assicura che le forze dell’ordine ripristineranno la legalità, chiudendo le attività di manipolazione on line. La Polizia sta distruggendo le ramificazioni criminali sul territorio. Tutto questo, cioè la cessazione del progetto e delle attività illegali, è ancor più importante della punizione dei colpevoli.

In quest’epoca di tempeste mediatiche, spetta allo Stato di proteggere la serenità dei cittadini, la correttezza e trasparenza della comunicazione, anche contro i loro istinti e a loro insaputa. Sempre che non finisca anch’esso travolto dalla deriva di rivalsa antistituzionale che smarrisce i valori del rispetto, della democrazia, della convivenza civile.

Sta a noi amministrare la Giustizia con la saggia consapevolezza della temperie storica».

Ruotò lo sguardo sui presenti.

L’autorevolezza della sua statura morale, la profondità di pensiero che aveva mostrato, conquistarono i colleghi, in un passaggio che tutti avevano compreso come drammatico e forse paradigmatico dell’affermazione della società dell’informazione, che aveva ormai sostituito la modernità industriale e ancora non riusciva a evolvere nella società della conoscenza.

La strada era tracciata.

Il colonnello Radi, che aveva recapitato la decisione dell’AISI, sorrise al Procuratore capo di Lucca. Da freddo dirigente dei Servizi, tenne le labbra serrate e rigide. Ma era pur sempre un moto di ringraziamento per aver disinnescato un possibile conflitto tra pubblici poteri.

Il vicequestore Gabuzzi scelse di non intervenire nella discussione. Non voleva interferire nelle decisioni dei Magistrati. Lo sbocco della riunione favoriva il suo impegno nella caccia agli imputati, contenendo l’attenzione dei mass media su fenomeni tipicamente delittuosi. Rimanevano nel limbo temi che potevano indurre confusione e panico, forieri di pressioni che avrebbero finito per intorbidare e intralciare le investigazioni che lui coordinava.

Attese la conclusione dell’incontro, poi, congedandosi, si permise di sussurrare al Procuratore D’Archilana la sua soddisfazione.

«Conoscevo di fama la sua lungimiranza. Lei è uomo che non si lascia sedurre dal gusto di comparire in vetrina e va alla sostanza dei suoi doveri. Sono lieto di averla conosciuta e di vederla garantire una gestione dell’inchiesta prudente ed efficace insieme. Le sono grato per aver reso meno gravoso il mio lavoro per completare lo smantellamento dell’organizzazione criminale e la cattura dei suoi membri».

D’Archilana lo fissò, socchiudendo gli occhi, con espressione furba.

«Gabuzzi, lei è giovane e so che si muove con molta disinvoltura. Continui! Anche tra noi querce già secolari il buonsenso sa accompagnarsi alla fantasia».

Si guardarono, sorridendo.

Generazioni e mestieri diversi che si scoprivano anche più che alleati.

(…)

Se siete arrivati a legger fin qui, comprenderete come lo spunto del mio romanzo echeggi fenomeni assai attuali e che mettono a rischio i valori su cui si fonda la nostra Repubblica, nata dalla Resistenza.

Ogni allusione è voluta….

E se vi incuriosisce il romanzo nella sua complessità, rivelo che contiene la quarta inchiesta del vicequestore Diomede Gabuzzi.

La prima venne pubblicata nel 2018: un giallo anomalo dedicato alla bellezza del calcio femminile, delle coste tirreniche, del coraggio di perseguire l’essere piuttosto che l’avere.

(La Venere Spezia – Ed. Scatole Parlanti, acquistabile in libreria, su richiesta oppure on line su

https://www.ibs.it/venere-spezia-libro-giorgio-peruzio/e/9788832810912

https://www.mondadoristore.it/La-venere-Spezia-Giorgio-Peruzio/eai978883281091

https://www.lafeltrinelli.it/libri/peruzio-giorgio/venere-spezia/9788832810912

La seconda inchiesta, con il titolo Movente o per Niente sarà pubblicato da Parallelo45 Edizioni, in libreria prossimamente (settembre o ottobre 2019) e narra della caccia a un serial killer sullo sfondo delle meraviglie di Firenze.

La terza inchiesta è scritta e attende nel mio cassetto percorsi di pubblicazione, se troverò lettori che apprezzano il personaggio del vicequestore Gabuzzi e il mio stile letterario (Delitti e ricette, ambientato a Viareggio, dove vivo).

La quarta, come già anticipato, è in via di stesura (Nero come la moda, si svolge tra Firenze e il mondo).

Se vi va di commentare lo stralcio che ho proposto, di avanzare critiche o suggerire variazioni, ve ne sarà grato. Sul sito, in calce all’articolo, c’è, per questo, un apposito form.

Sentimento e intelligenza: Marcorè interpreta Faber

La collina

Andare ai concerti allunga la vita. Lo sostiene uno studio scientifico, basato su rilevazioni campionarie che distinguono il gruppo dei frequentatori di spettacoli musicali.

Non so se sia vero. Certo, quando note e versi avvolgono e accendono emozioni, portando in alto, a ritrovare l’essenza di sé nella sensazione di “capire” il messaggio dell’artista, ci si sente davvero bene. Frammenti di felicità e armonia.

Se poi la qualità della rappresentazione raggiunge vette di intensa empatia collettiva, le tensioni si placano e ci si sente sollevare oltre i limiti del presente.

Così è stato nella mirabile interpretazione di Neri Marcorè alle canzoni di Fabrizio De Andrè, intitolata “Come una specie di sorriso” nella serata del 10 agosto a Villa Bertelli.

Il merito va esteso agli accompagnatori dell’esibizione: Gnu Quartet, Simone Talone alle percussioni, Domenico Mariorenzi alla chitarra (e non solo), Flavia Barbacetto e Angelica Dettori come vocalist.

Le canzoni di Faber sono uno scrigno di perle cangianti e preziose.

Marcorè ne ha offerto una lettura attenta, lieve nell’approccio e profonda nel richiamo ai contenuti. Capace di riferimenti ironici e ficcanti all’attualità, contro la pochezza di chi si fa forte cavalcando e gonfiando l’onda delle paure e dei più sordidi impulsi.

Un concerto che si è snodato come inno alla libertà, all’ascolto, al valore delle diversità.

Non ideologia, ma umanità, come quella di comprendere perfino i propri rapitori, perché è quel che Fabrizio fece, componendo Hotel Supramonte.

Poi l’eccellenza della musicalità, con Anime salve, frutto stupendo della collaborazione con l’altro grande cantautore, ligure come Faber il poeta: Ivano Fossati.

La bellezza può ancora salvare il mondo. Esco dallo spettacolo con questa convinzione, nutrita dall’ovazione, condivisa in un applauso corale del pubblico: tutti in piedi nel salutare i protagonisti sul palco.

La bellezza ch’è arte, quando la sincera e appassionata, naturale allegria del rapporto tra chi recita e chi assiste arriva a penetrarel’anima: l’invisibile centro in cui cervello e cuore si fondono e si esaltano, diventando sentimento, che, in un’evidente ermeneutica, è sinonimo di intelligenza.

L’arte, che dispensa gocce di eternità, ci fornisce la risposta, restituendo logica emotiva allo scorrere consapevole della vita. L’arte ch’è istinto e ragione, estro e puntiglio.

Riprendiamoci l’essere, il tempo della coscienza, il valore della profondità.

Fuggiamo il travolgimento dell’esaltazione istantanea, che subito si perde per inseguire quella successiva. Godiamo pienamente momenti e giorni, assaporiamone l’effetto che tocca la nostra interiore essenza. Quel piacere che l’avere e il possesso non potranno mai darci.

Un concerto: poesia cantata e musica evocatrice sanno suscitare emozioni e riflessioni.

Se non allungano la vita, certo la rendono più piena e felice.

Un giudice
Princesa
Creuza da ma’
Don Raffaè
Anime salve

Una mostra in villa Paolina

Oggi s’è aperta una mostra a Villa Paolina di Viareggio. Dedicata al mito e leggenda di Napoleone Bonaparte, il grande imperatore e condottiero francese, fratello della Paolina che quella villa possedette e usò.

Una bella selezione di pezzi d’epoca, a illustrare il grande corso.

La mostra si deve al talento e alla passione di Renata Frediani, collezionista ed esperta dello stile impero. Il suo gusto offre una rassegna elegante e di sicuro interesse per gli studiosi e chi ama arte e storia.

Il comune di Viareggio ha meritoriamente contribuito all’organizzazione, mettendo a disposizione la sede che ospita i cimeli, nella quale si può godere anche dei saloni della principessa Paolina, con abiti e arredamento d’epoca.

Un buon modo di esaltare il valore museale della villa.

La mostra resterà aperta sino al 19 gennaio 2020.

La cultura della città versiliese che ho scelto per vivere ne viene arricchita.

Il Codice napoleonico tradotto in italiano

Ritratto in gesso di Paolina Bonaparte, ritratta come Venere vincitrice, liberamente riprendendo l’originale di Antonio Canova
Ritratto in porcellana di Napoleone Bonaparte. Manifattura francese di Sèvres
Ritratti di Napoleone Bonaparte. Collezione Frediani
Ritratto di Napoleone a Sant’Elena. Incisione. Manifattura francese

Afroquiesa Orchestra: Giovani in scia alla world music

Capita di scoprire, proprio vicino a casa, che la ricerca musicale, la produzione di musica d’avanguardia, si alimenta del talento e della passione di giovani che qui vivono e, per mia fortuna, da queste parti fanno spettacoli.

Così è stato ier sera, al GROB festival, alla pineta di Levante.

Quiesa è una frazione di Massarosa, che da Viareggio, dove abito, dista appena 12 km. Lì ha avuto origine la formazione che tanto m’ha impressionato ieri sera.

Un chitarrista e un batterista locali, che evidentemente hanno rock e ritmo nelle vene, hanno via via aggregato altri giovani, fino a creare una band coraggiosa già nella composizione: quattro fiati (sax, tromba, trombone, flauto), due percussioni, due chitarre.

La loro musica, davvero originale, è una ondata di pura energia.

Difficile incasellarla in un genere. Vi si trovano funky, rock con derivazioni jazz, deviazioni sulla world music che profuma di Africa e di sperimentazione.

Una musica che travolge, trascina, evocatrice di atmosfere piene di colori e scenari tra istinto selvaggio e futuro eco-tecnologico.

Giovani non ancora famosi come ritengo meritino.

Spero presto possano trovare il percorso per il successo e per sviluppare l’originalità della loro ispirazione. Magari, ipotizzo, attraverso la maturazione delle linee che già accarezzano e magari l’inserimento di passaggi di voce.

Nel frattempo, consiglio a tutti gli amanti del rock evolutivo, a quelli che amano le contaminazioni e la ricerca di un futuro con radici nella musica primigenia, di non perdersi l’occasione di ascoltare queste promesse di nuovi orizzonti.

L’effimero successo del “Me ne frego”

La citazione contenuta nel titolo di queste riflessioni vale, simbolicamente, a spiegare l’esito delle recenti elezioni europee nel nostro Paese.

Non per caso, rispolverare motti e stilemi della retorica fascista ha messo le ali alla conquista di ampie fasce di elettori da parte della Lega e del suo leader.

La vittoria del M5S dello scorso anno segnava il montare nel popolo dello spirito di rivalsa. C’è un largo settore della società che soffre la mancata realizzazione dell’aspirazione a poter raggiungere una condizione di tranquilla agiatezza e trasforma la frustrazione in rancore. La colpa viene addebitata ai politici, agli intellettuali, ai giornali, a tutti quelli che rappresentano il potere tradizionale. Il voto al M5S sembrava la migliore scelta per punire questi colpevoli.

Ma poi s’è visto che le cose non sono cambiate. Anzi: dove governano i 5 stelle le città precipitano, il ristagno economico e il disordine civile e materiale si impennano.

Allora il rancore vira su altri bersagli. Contro l’intrusione degli immigrati, visti come portatori di nuovi pericoli e concorrenti nell’accesso agli aiuti pubblici. Ma, soprattutto, esso alimenta l’illusione che a frenare l’economia siano i vincoli esterni. La disciplina fiscale dell’UE, le regole e la burocrazia, l’eccesso di pressione fiscale. Mostri da sconfiggere e cancellare! Questo è il nerbo delle promesse salviniane. Questo è il “me ne frego” che resuscita il simulacro dell’uomo d’azione, volitivo e possente, capace di vincere e distruggere i tentacoli vincolistici.

Il grosso del suo elettorato vive nella generazione dei baby boomers, quelli cresciuti senza eccessivi patemi e improvvisamente privati della bella vita, che pensavano di meritarsi per quel moto progressivo che vede i figli stare meglio dei padri, e che ora vivono l’incertezza nel lavoro e nel reddito e hanno figli alle prese con il precariato. Disabituati a misurarsi con la complessità, con una formazione infarcita di TV e consumismo, cercano e anelano soluzioni elementari, privilegiando quelle individuali a quelle collettive. In una deriva che fa riemergere egoismi e sentimenti ancor più sordidi. Così, nel linguaggio – complice la massificazione dei canali di comunicazione via Internet – ci si affranca (con un sospiro di bieco sollievo) dal politally correct. Non ci si vergogna del razzismo, si ricorre all’insulto, si sdogana il fascismo, il sessimo, l’omofobia. È la resuscitata litania dilagante del “me ne frego!”. I valori della Resistenza non sono dimenticati, ma semplicemente non fanno parte del bagaglio culturale di questo arcipelago di disordinate intolleranze.

E, tuttavia, le stagioni politiche sono ormai molto brevi.

Renzi prese più del 40% alle Europee 2014, quando sembrava impersonare una nuova primavera delle politiche economiche e sociali. Ma, portando solo la rottamazione del vecchio personale politico e non riuscendo a mantenere l’impegno di rianimare lo sviluppo, perse rapidamente il consenso.

Salvini vola quasi al 35%, ma dovrà ora confrontarsi con lo stesso scoglio.

Se il governo PD riuscì a riportare il segno positivo al PIL, ma in misura ancora inferiore al necessario, per quello gialloverde l’impresa è ben più ardua, con una congiuntura internazionale fiacca e un asset produttivo e competitivo nazionale ai minimi della storia.

La prossima legge finanziaria metterà alle corde Salvini. Non ha programmi, né risorse, per invertire la rotta dell’economia italiana.

Oltre l’espressione del rancore, i cittadini chiedono che lo sviluppo riparta e che distribuisca i suoi frutti in modo meno ineguale di come sta accadendo per le dinamiche spontanee del mercato finanziarizzato.

A parole si può fingere di recuperare “indipendenza”, ma la globalizzazione non può essere chiusa come i porti. L’autarchia non è possibile per nessuno. Non sarà l’UE a imporre il fiscal compact ma la tagliola del mercato sui tassi di interesse del debito a rendere impervio lo sforamento della spesa in deficit.

Per Salvini il dilemma sarà tra una politica avventurosa in dispregio dei vincoli, con la conseguenza di un disastro finanziario che porterà un domani di lacrime e sangue, oppure una legge di bilancio responsabile e avara. In entrambi i casi, portando la responsabilità del governo, questo dissolverà il grosso del consenso elettorale leghista al primo appuntamento successivo.

Tranne decida, da giocatore di poker, di far saltare il banco. Basterà premere per un’attuazione del contratto di governo tutta sbilanciata verso le istanze leghiste fino a provocare la crisi. Elezioni anticipate in autunno lo vedrebbero ancora vincitore, con la rendita dell’illusione che ha suscitato. A quel punto, la legge finanziaria potrebbe essere “alleggerita” delle promesse troppo costose, rinviate a un orizzonte quinquennale affidato a un governo (di destra-centro) più coeso dell’attuale.

Sull’altro versante, a conferma che gli elettori manifestano i loro sentimenti quando pensano che le elezioni poco influiscano sul quotidiano (così sono percepite quelle per il Parlamento europeo), ma prestano attenzione al buon governo per quelle più vicine alla vita di tutti i giorni, il centro-sinistra tiene a livello amministrativo. Tipico il caso di Bari, con un sindaco eletto con una maggioranza totalmente opposta al responso elettorale europeo.

Come può, in prospettiva, tornare competitiva sul piano nazionale un’alleanza alternativa al centro destra, posto che la parabola pentastellata sembra avviata a un inarrestabile declino?

Se si guarda a Milano e a Firenze, si vede che aree che mantengono un buon andamento economico e amministrazioni attente a garantire sviluppo equilibrato e modernizzazione sono quelle nelle quali il centro-sinistra resta maggioritario.

Tenere insieme politica (come mediazione positiva con funzioni regolatrici e redistributive), economia (come valorizzazione delle vocazioni sostenute da iniziativa privata, ricerca e innovazione), società civile (come espressione delle istanze collettive e territoriali) è la scommessa per un futuro nel quale lo sviluppo sia declinato in chiave di sostenibilità ambientale e sociale e di passaggio dal consumerismo all’uso etico delle risorse.

La Lega è lontana da questa sensibilità, il M5S insegue strane chimere di decrescita, il centro sinistra, a sua volta, sembra ancora legato a radici che affondano nel secolo passato.

Personalmente, sono convinto che debba nascere un soggetto nuovo, in parte recuperando e rimescolando l’attuale quadro di partiti e movimenti, ma altrettanto (e forse più) scaturendo da movimenti profondi della società, tra i quali il primo germoglio sembra la passione dei ragazzi che scendono nelle piazze con Friday for future.

Poco meno di un anno fa scrissi un racconto nel quale affidavo a un vecchio professore torinese un’analisi e una sorta di proposta profetica.

Lo ripropongo alla lettura di chi ne sarà curioso.

Chissà se fioriranno ROSE.