Il destino del pianeta e l’economia delle fonti energetiche

Ho recentemente letto Un green new deal globale, di Jeremy Rifkin.

Un libro che consiglio a tutti.

L’autore, con l’ottimismo di chi collabora a costruire progetti di ampio respiro, in Europa e in Cina, delinea una visione planetaria di medio e lungo periodo sull’avvento della terza rivoluzione industriale, che segnerà l’abbandono dei combustibili fossili e il passaggio alle energie rinnovabili (solare ed eolico in primo luogo).

Rifkin vede all’orizzonte una società nella quale l’obiettivo della salvaguardia ecologica, l’arresto e inversione dell’emergenza climatica, cambierà, insieme all’economia, le dinamiche del lavoro e sociali.

La sua proposta vuole rilanciare l’essenza del «capitalismo sociale», un modello economico pragmatico in grado, nel breve orizzonte temporale che abbiamo di fronte, di accelerare la transizione verso un’era a emissioni prossime allo zero.

Non è facile aderire alla sua visione progressista, perché troppo poco si sta muovendo in quella direzione.

La descrizione, lucida e serena, degli scenari tecnologici, di mercato e di equilibri democratici che attraversano il saggio, ci consegna un grande dilemma, insieme portentoso e tragico, comunque straordinario e storicamente fondato.

Tutte le grandi trasformazioni economico/tecnologiche hanno comportato un massiccio intervento statale, con l’immissione di ingenti investimenti diretti e l’attrazione, altrettanto imponente, di capitali privati. Ciò fu e sarà necessario per consentire l’infrastrutturazione, materiale e culturale, che distribuisce a tutta la società i benefici delle nuove ricchezze attivate.

Il dilemma, quindi, è il seguente: sapranno i governi gestire e indirizzare le risorse, nei tempi e modi efficaci per realizzare la conversione alle nuove fonti energetiche e la creazione di una rete intelligente e flessibile per una loro efficiente e democratica distribuzione?

L’alternativa è l’avanzamento del degrado ambientale (cambiamento climatico e non solo) e l’accaparramento delle nuove ricchezze generate dal prevalere delle energie rinnovabili da parte di alcuni colossi privati, con l’esasperazione della divaricazione tra pochi ricchi sempre più opulenti e le masse impoverite.

Il tema della disuguaglianza, la scomparsa del ceto medio, il dominio dell’economia di carta (finanziarizzazione) che degrada e marginalizza il valore del lavoro, sono strettamente dipendenti da questa mutazione dei cicli di produzione legata alla sostituzione delle fonti energetiche primarie.

Questi sono i grandi temi che la politica dovrebbe affrontare.

Nessuno di essi trova spazio, se non in vuoti slogan, nei programmi delle formazioni che si sfidano in una perenna campagna elettorale, nella quale il successo di gioca su paure e risentimenti, promesse irrealizzabili, chiusure dinanzi alla dimensione globale e glocale delle questioni da cui dipendono le condizioni della vita collettiva e individuale, oggi e ancor più domani.

Che pena assistere alle urla e agli insulti!

I veri leader sono quelli capaci di trovare il consenso su progetti che, specie in tempi tormentati come quelli che viviamo, guardano a visioni di futuro, non vendendo messaggi di prosperità a breve, ma invitando all’impegno per costruire condizioni di sviluppo, libertà, equità sociale e progresso sull’orizzonte di qualche anno.

La svolta, sostiene Rifkin, è attesa tra il 2030 e il 2050.

In quale direzione, dipende da tutti noi.

C’è poco tempo, ma c’è ancora tempo per riflettere, decidere, agire.

Mettendo insieme ragione e competenze, restituendo un senso alla politica come concreta realizzazione degli ideali e non scontro emotivo tra tribù contrapposte.

Conseguenze laterali

Il lavoro di correzione delle bozze di stampa mi ha offerto l’opportunità di una nuova rilettura del mio romanzo.

L’intervallo di tempo tra la stesura definitiva e l’ultima revisione mi ha consentito di cogliervi una chiave che era rimasta implicita.

Dinanzi a situazioni critiche, le moderne discipline di scienza organizzativa suggeriscono di praticare il “pensiero laterale”.

L’onda del movente narra di una vicenda nella quale scelte e iniziative finalizzate a raggiungere determinati obiettivi originano conseguenze diverse da quelle attese. È così per le strategie dell’indagine, a scatenare comportamenti che ne complicano gli sviluppi. Si scoprirà, alla fine, che altrettanto è accaduto all’assassino seriale.

Ma, quasi per paradosso, tante “conseguenze laterali” volgeranno l’intreccio verso la soluzione del caso, anche se attraverso percorsi eccentrici, frutto, nella svolta decisiva, proprio dell’adozione di un pensiero laterale.

Anche per fortunate circostanze, che raddrizzeranno errori di prospettiva.

Insomma, più che di eterogenesi dei fini, la trama racconta come successi e insuccessi derivino dalla concatenazione tra scelte intenzionali, tentativi traversi, capacità di afferrare opportunità e capricci della fortuna.

Legge di Dunn e razionalità nutrita da una buona dose di fantasia! Perché la vita non scorre su vie lineari.

In fondo, la formula che il Questore Burnidei chiede al vicequestore Gabuzzi, nominandolo a capo della neocostituita Squadra Scientifica Investigativa, di applicare: Osservazione, Analisi, Intuito, Immaginazione.

Un invito che Diomede Gabuzzi adotta con passione, cercando di giocare le sue qualità di profiler nella caccia al serial killer che fa tremare i fiorentini e districandosi nell’inchiesta secondaria su una misteriosa organizzazione criminale che emerge sottotraccia.

Molti temi affiorano nella successione delle scene e nei rapporti tra i protagonisti.

Questo mio secondo romanzo rispecchia le mie vocazioni: nonostante le tendenze dominanti a consumare cose, idee, sensazioni nell’effimero spazio dell’attimo, credo che la ricerca della profondità e il riconoscimento della complessità siano gli antidoti contro la perdita dell’intelligenza del mondo e del sentimento dell’umano.

#londadelmovente

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#Firenze

#Diomedegabuzzi

#gialloitaliano

Apocalypse now – Final cut: la ricerca della perfezione

Francis Ford Coppola ci ha offerto la versione per lui definitiva e migliore del suo capolavoro Apocalypse now.

Per tre ore il film scorre con il suo fluire lento, spezzato da improvvise e laceranti accelerazioni. Il cammino nell’orrore si alimenta di frasi secche, di un ambiente insieme magnifico e opprimente, di impulsi improvvisi e devastanti, di irragionevoli fughe dei ricordi del mondo ormai lontano e perduto.

Il montaggio è impeccabile, nulla pare casuale, non c’è ridondanza e l’apparente eccesso è coerente allo smarrimento di ogni vincolo morale.

Che l’opera cinematografica sia memorabile lo si comprende sin dalla prima geniale sequenza.

La musica ossessiva dei Doors avvince dietro il battito ritmico delle pale dell’elicottero per poi esplodere nell’attacco aereo, confuso nella polvere sollevata dai rotori durante l’atterraggio. La scena si dilata. The end, la fine, è l’inizio del lungo incubo. Le pale cambiano nella dissolvenza, divenendo quella del ventilatore a soffitto sulla testa del capitano Willard, nudo, sudato e già disperato nella sua stanza d’albergo a Saigon.

Un uomo segnato dalla guerra assurda nella quale vuole tornare attivo. La vigilia di un viaggio che lo porterà oltre le porte dell’inferno.

Nel cinema, l’incipit assume forza evocatrice ancor più che nei romanzi.

Dai primi minuti si coglie il capolavoro. Così è per 2001: Odissea nello spazio di Kubrick, con la clava che diviene astronave sulle note di Strauss. Altrettanto per Manhattan di Allen, con il ponte in bianco e nero sottolineato dalla musica di Gershwin

Nel film di Coppola l’avvio è travolgente, capace di comunicare immediatamente quell’inconsueto connubio tra il ritmo lento e la narrazione serrata che terrà viva la tensione per tutte le tre ore della proiezione.

La cura delle scene è magistrale.

L’alternanza tra i primi piani sui protagonisti, che dialogano senza comprendersi, e le scene in campo lungo, spesso trasformate in carrellate e zoom che esaltano la frenesia delle azioni belliche e degli scempi, mantiene alta e continua la carica drammatica.

Il regista domina la costruzione narrativa, rendendo gli attori docili strumenti della sua personale espressione. Martin Sheen, pure bravissimo nel ruolo, è ostaggio del racconto, mai avendo il permesso di prendersi la centralità delle scene.

Perfino Marlon Brando, la cui presenza è solita relegare sul fondo chi e ciò che gli sta attorno, qui è un pallido simulacro, perché nel suo personaggio contano più le parole recitate che la gestualità. Il pathos del simbolo supera, nel comandante Kurtz di Coppola, la psicologia dell’uomo.

 Notevoli sono le inquadrature dell’incarnazione del male (che tale è non per colpe proprie, ma per l’esperienza diabolica che ha attraversato). Dal basso, con giochi di ombre che quasi mai lasciano vedere tutto il viso, perché le smorfie sono meno importanti del buio ondivago che parzialmente le cela.

Pochi anni dopo, Ridley Scott giostrò in modo analogo la sequenza finale di Blade Runner.

Nei due episodi, infatti, vive tutta la tragedia dell’assenza di umanità.

Nel comandante Kurtz la perdita dell’ancoraggio alla natura umana, nell’androide Roy Batty l’impossibilità di raggiungerla.

Sofferenze di matrice diversa, che, per entrambi, spingono a cercare la fine non per redimersi ma per andarsene dal mondo e da sé.

Apocalypse now, come lo vediamo nella versione scelta dal regista, non è un film di guerra. Sfugge al confinamento in un genere, perché è un’opera che interroga sull’umano e sugli abissi che da esso possono precipitare nell’orrore.

Non è un film contro la guerra o contro l’imperialismo. Rappresenta la perdita del senso umano (e della ragione, prima o con esso) dentro quella guerra “per il nulla” (come sostiene fuggevolmente un colono francese arido e rancoroso, in un incontro con il protagonista).

Annuncia, forse neppure intenzionalmente, i traumi emotivi irrecuperabili che ogni reduce dalle giungle vietnamite porterà dentro di sé al rientro in patria.

L’inferno in cui il capitano Willard si immerge non è, come quello dantesco, formato da gironi, ma piuttosto un continuum di orrore declinato in ogni passaggio.

Ogni attore è solo nella desolazione della sua mente e nel vuoto della sua anima.

Tanto che il capitano Willard realizzerà la missione assegnata ben più per assecondare il desiderio di estrema fine del comandante Kurtz che per obbedienza al comando statunitense, cui neppure risponde alla radio.

E, di nuovo, la voce di Jim Morrison risuona a cantare The end.

L’orrore avvolge, nella circolarità del film e del senso dissennato.

Pisa – Sculture all’aperto

Pisa – Veduta di Piazza dei miracoli – La torre pendente e il Duomo

La città di Pisa ospita installazioni provvisorie della scultrice boema Anna Chromy. L’autrice si è da tempo stabilita a Pietrasanta, nei cui laboratori e fonderie ha proseguito la sua opera, trovando in terra di Versilia gli stimoli per la maturazione del senso plastico che sa conferire ai suoi bronzi.

Anna Chromy è la scultrice che può vantare il maggior numero di sculture permanenti poste in Europa e Cina.

Pisa ospita in questo periodo, nelle sue vie e piazze, una interessante rassegna di sculture della Chromy.

Già arrivando dalla stazione si viene accolti dal Susyphus. Proseguendo nella passeggiata si incontrano altre sculture, che culminano, rientrando verso la ferrovia, nell’Alcyon, nel quale i corpi dei due coniugi, con la figlia di Eolo già chimericamente mutata in uccello e Ceice lanciato a raggiungerla uscendo dagli inferi dove la collera di Zeus l’aveva sospinto.

Una scultura che vive della plastica ricerca di un’unione tra i corpi di due amanti tanto belli e sfortunati, nell’armonia tra le curve dei muscoli e dei gesti che nell’aria si inseguono.

L’arte riluce nel bronzo modellato.

Sisyphus
Don Giovanni
Ulysses
Prometheus
Chronos
Alcyon

San Diomede

Diomede – Copia romana in marmo bianco dell’originale greco


Oggi, 9 di ottobre, si festeggia, tra gli altri, San Diomede di Tarso, medico martirizzato in Nicea, proprio in quel giorno, insieme a Didimo e Diodoro.
Il principale Santo del giorno è, invece, San Dionigi.
Secondo altre agiografie, i tre martiri perirono l’11 di settembre (data che molti secoli più tardi suonò a tragedia di dimensione mondiale) e ancora ulteriori fonti fissano la celebrazione di San Diomede il 9 giugno o il 16 agosto.
Sia come sia, ognuno sceglie quando festeggiare il proprio onomastico.
Diomede Gabuzzi, già commissario in Emilia e successivamente promosso a vicequestore in Firenze, predilige il 9 di ottobre, anche perché, nella sua ormai articolata esperienza di investigatore, quello è un periodo nel quale il lavoro si presenta meno intenso. Non c’è una ragione a spiegarlo, ma la somma di coincidenze diventa rilevanza statistica. Il 16 agosto gran parte della popolazione è in ferie e un ufficiale di polizia deve stare sul chi va là, perché follia e intrighi sono in agguato. Il 9 giugno l’estate già si affaccia e l’esplodere del caldo improvviso, instabile e foriero di brusche variazioni termiche, scatena gli istinti criminali.
Il 9 di ottobre si colloca in un passaggio meno movimentato. Le inchieste in corso procedono senza scossoni, nessun efferato delitto risuona nei telefoni o precipita sulle scrivanie della Questura.
In verità, Diomede Gabuzzi non assegna grande importanza agli onomastici, anche perché suo padre lo battezzò con il nome che porta in onore di un mitico eroe greco, guerriero in patria e sotto le mura di Troia, poi esule, inseguito dalla collera di Atena, infine civilizzatore, fondatore di città sul versante italiano del Mare Adriatico.
Ma tant’è. Potendo cogliere un pretesto per festeggiare, è saggio e piacevole farlo.
Quest’anno, Diomede non può godere della presenza della sua fidanzata, impegnata in un convegno a Grosseto.
Così, ha deciso di prendersi un giorno di ferie e di accettare l’invito della sorella.  La raggiungerà ad Arceto, frazione di Scandiano dalle antiche ascendenze, dove lei vive. Ci saranno le sue due amabili gemelle, Sveva e Aida, che hanno da poco compiuto quattro anni. E ci sarà nonno Plinio, che ha promesso a Diomede di donargli un ricordo di gioventù. Una sorpresa, tanto rara nell’amorevole rapporto del padre con il figlio che entrò in Polizia, tradendo le speranze del professor Gabuzzi, che ambiva vedere Diomede affermarsi nell’insegnamento, come da tradizione di famiglia.
In attesa che il mio editore comunichi i tempi di uscita del romanzo che narra della prima impegnativa inchiesta fiorentina del vicequestore aggiunto Gabuzzi, non mi resta che augurargli un buon onomastico!

#londadelmovente presto in libreria.

Il fascino della quotidianità al femminile

IMG_20191002_180133Al Centro Matteucci di Viareggio è stata allestita la mostra “L’eterna musa”, aperta fino al 3 novembre 2019.
La scelta espositiva vuole illustrare il fascino della donna fuori dalle ricorrenze iconiche, mitiche e archetipiche con cui solitamente l’arte narra di donne in qualche modo eccezionali o simboliche.
Nei quadri, selezionati tra produzioni dell’Ottocento e del Novecento, il filo conduttore è la femminilità nella normalità.
Così si può apprezzare il valore delle donne attraverso la vita reale, senza filtri metaforici. Ne vien fuori una rassegna di volti e corpi e atteggiamenti che coinvolgono lo spettatore parlando delle donne come davvero sono, con il fascino della loro interiore forza e bellezza, consapevoli e orgogliose del loro ruolo. Donne dalla personalità stagliata, assai più autentica che ricercata.

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Giuseppe De Nittis: In vedetta

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Domenico Induno: Maternità

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Renato Natali: Donna con pappagalli

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Piero Nomellini: Ciociara

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Felice Casorati: Nudo con tenda rossa

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Francesco Hayez: Ritratto di Elisabetta Bassi Charlé

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Vito D’Ancona: Nudo

Barbara Baraldi: la tensione narrativa non conosce pause

Anna e io, con Barbara Baraldi, a Viareggio, Libreria La Vela

È da poco in libreria il terzo romanzo di Barbara Baraldi dedicato alla viceispettrice Aurora Scalviati, fremente investigatrice individualista e passionale, che l’esperienza e le sventure hanno fatto crescere come valente profiler.

Anche L’ultima notte di Aurora conferma l’elevata cifra stilistica della scrittrice emiliana, capace di catturare l’attenzione del lettore dalla prima all’ultima pagina, lungo le peripezie della figura centrale, sapientemente descritta nelle sue contraddizioni e nella sua inesausta ricerca di risposte che sono in parte una fuga da sé stessa. Intorno a lei, altri protagonisti si agitano, proposti in una chiave che esalta e ravviva il centro narrativo, sorretto dalla personalità complessa e tormentata di Aurora.

Non so se conoscete il gioco del “se fosse”.

In un gruppo di amici viene prescelto, a turno, un giocatore.

Gli altri concordano di individuare uno tra loro (ma potrebbe essere lo stesso giocatore) la cui identità dovrà essere scoperta dal giocatore.

Questi, per riuscirci, potrà porre agli altri quante e quali domande vuole, purché precedute dall’incipit “se fosse”.

Non è solo divertente: consente, se tutti partecipano con sincerità, di rivelare come ciascuno vede gli altri.

Nell’ipotesi che fosse stata scelta Barbara Baraldi come personaggio e il giocatore mi chiedesse “se fosse un regista?”, io risponderei “Sarebbe Kathryn Bigelow!”

La dinamica artista di San Carlos (California) è sceneggiatrice e produttrice, ma è anche l’unica donna a esser stata insignita del premio Oscar per la regia.

Dei suoi non molti film mi piace ricordarne alcuni.

In Blue Steel Jamie Lee Curtis interpreta una poliziotta che si innamora dell’uomo sbagliato.

Point break vede Keanu Reeves intrecciare un duello carico di adrenalina e sentimento con il capo della “banda degli ex-Presidenti”, un granitico Patrick Swayze, che cerca l’emozione suprema ed estrema sfidando onde gigantesche su una tavola da surf.

Strange Days è una distopia che, nell’imminenza del temuto millenium bug, vede delitti e intrighi coinvolgere personaggi sballati e schiacciati dall’alienazione sociale. Film visionario, psichedelico, dal ritmo forsennato.

Concludo con The hurt locker (6 Oscar, tra cui quello per la miglior regia e 3 altre nomination), che narra di militari americani in Iraq, mostrando l’impossibilità di tornare sereno per chi subisca traumi che lacerano l’anima, nel caleidoscopio della paura e della velocità di reazione da cui può dipendere la salvezza.

Ad accomunare le storie della Baraldi a quelle della Bigelow è l’abilità nel mantenere costante il livello di tensione nello spettatore/lettore. In un ritmo mai smarrito, ogni quadro e ogni episodio fanno scaturire domande sul senso del comportamento dei protagonisti, scavando nella psiche umana. Il filo logico si dipana tra svolte che non sconvolgono ma intrigano, impedendo di distrarsi e avvincono con il fascino di un mistero umano, troppo umano.

Nei romanzi della Baraldi le scelte e le azioni delle indagini disegnano, poco a poco, il profilo del soggetto ignoto cui Aurora da la caccia, volta per volta inducendo il lettore a confrontare i tratti dei vari protagonisti con la profilazione del killer. Un esercizio che sarà premiato solo al termine dell’avventura.

Ritmo, tensione narrativa ininterrotta, coerenza della trama e rigore della ricerca che sostiene i contenuti sono, in sintesi, i punti di forza dei romanzi di Barbara Baraldi.

Per me, che non leggo libri gialli per il gusto di sfidare l’investigatore a individuare per primo il colpevole, la narrazione di Barbara Baraldi è una sfida a capire che il viaggio è la meta. Perché ciò che affascina è seguire l’evoluzione della storia, la cui ricchezza di spunti (di riflessione, di rinvii a dilemmi dell’anima) parla all’intelligenza e alla sensibilità. Dove si giungerà alla fine del percorso, in fondo, è meno importante. Per questo, leggendo una storia che dona emozioni, si vorrebbe non finisse mai.

Aspettando, allora, di seguire una nuova storia di Aurora e… di scoprire come è cambiata dall’ingresso e dai primi passi in polizia, per diventare il genio spezzato che insegue un difficile equilibrio esistenziale e sa risolvere i casi più intricati.

#giorgioperuzionarra

A figura intera

Andare nel vento

Ricevendo il premio
Il premio al primo, la bozza della copertina del secondo

Dovrò ancora sistemare l’editing…

Ritirato il premio, rifletto sulle ispirazioni del mio primo romanzo. Come nacque, quale viaggio mi rapì in un mondo che nasceva e trovava logiche sue, anche diverse da come inizialmente le avevo pensate e immaginate.

Quella targa che ne testimonia il valore mi sprona ad andare avanti.

Torno a casa e la metto vicino alla bozza di copertina del secondo romanzo, che scalpita per andare in libreria e che presto uscirà per Parallelo45 Edizioni.

Il commissario Gabuzzi, promosso vicequestore a Firenze, si delinea ormai con la sua personalità di profiler.

Altre avventure lo attendono e sono già pronte in bozza.

Scrivere è esprimere quel che ci nasce dentro. Per sé stessi, per liberare sentimenti e pensieri. Ma anche, quando si esce in pubblicazione, per donare ai lettori emozioni, solleticare curiosità, proporre riflessioni.

La passione diventa entusiasmo, quando ci si sente parte di una comunità di spiriti liberi che nelle parole, nel renderle poesia o narrativa, cercano la profondità dell’essere e la voglia di comunicare senza veli o infingimenti.

Quel vento che scelsi di prendere, con la mia adorata Anna, venendo a vivere a Viareggio, ora lo sento nelle vele. A spingermi sul mare della vita.

Così mi preparo per l’occasione conviviale della cena, dove l’arte e l’amicizia apriranno nuovi orizzonti.

Con gli auspici che mi offrono l’incendio del tramonto dietro le nubi sul mare e la dolce illusione di toccare la luna.

Il tramonto sul mare, Viareggio
Eh, si! Quella è la luna
Anna, l’amore della mia vita, abbraccia la bellezza della sera

Non incubo ma atto d’accusa

A volte i sogni vanno oltre ogni nostra fantasia.

Come quello che ora cerco di raccontare, raccogliendo stille di quel che rammento, giacché le produzioni oniriche al mattino svaniscono ed è immane fatica ricostruirne contenuti, flusso e senso.

Un grande scrittore, artista immenso, offre al mondo un’opera inquietante e di forte impatto estetico.

Su un palcoscenico all’aperto linee di fuoco si intrecciano e danzano, creando effetti di luce ammalianti.

Splendido e coinvolgente.

Poi crescono e si trasformano, divengono sottili rami iridescenti che vibrano, finché l’intensità li rende d’argento e si ravvivano del germogliare di foglie. Il verde candido e fresco porta serenità alla mente e pace nel cuore.

Ma all’improvviso una nuova pulsazione muta la creazione, la rattrappisce. I rami si seccano e assumono colorazione grigiastra. Il tessuto degrada, si macera e il grigio rilascia bave più scure. Perfino il cielo sembra incupirsi sopra il telaio che lentamente decade e si avvia a morire.

Guardandolo, l’anima si stringe. Piange. Si dispera.

L’installazione parla di una fine che tutti ci coinvolge.

Abbiamo visto una donna che sboccia e, nella sua bellezza infinita, chiama a un atto d’amore, che tuttavia si infrange nel declino dell’inattesa e incompresa putrefazione.

Le domande si affollano a confondere i pensieri.

Perché?

Come può la meraviglia corrompersi fino a marcire?

Alla fine, il significato dell’opera colpisce come lo schiaffo di un gigante irato.

Sul palcoscenico scorre la metafora del nostro pianeta.

Del quale abbiamo tradito l’incanto, spezzandone l’equilibrio.

Senza ritorno?

Al nostro presente, ai nostri comportamenti, la risposta.