Auguri di speranza                                                              Natale 2018 ==> Capodanno 2019


L’urlo del popolo non è motore della storia

Secondo l’Enciclopedia Treccani, il popolo è l’insieme delle persone che vivono nella stessa area e condividono tradizioni e culture che ne fanno una comunità omogenea. Giuridicamente, il popolo è l’insieme di individui con diritto di cittadinanza in un determinato Stato.

La Costituzione italiana attribuisce la sovranità al popolo, che la esercita attraverso le istituzioni di rappresentanza politica.

Se s’approfondisce il significato di queste definizioni, si scopre  che il termine “popolo” raccoglie in un’entità collettiva una somma di innumerevoli diversità.

La comunità “popolo”, infatti, è tutto men che omogena. Non per pignoleria l’articolo 3 della nostra Costituzione garantisce ai cittadini pari diritti “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.”

Questa disomogeneità, che è la condizione naturale delle persone e frastaglia la società, toglie valenza politica alla pretesa ideologia autodefinitasi “populista”.

Abbiamo molti esempi nel passato. I popoli non fanno la storia, la cui dinamica dipende dallo slancio vincente di élite capaci di rendersi interpreti dei movimenti profondi che agitano e rimescolano la società, nell’incrocio tra evoluzione tecnologico/produttiva e culture di massa (al plurale!).

Quando la crisi dei modelli politici ed economici cancella le élite che li avevano proposti e guidati e non emergono altre classi dirigenti, viene il tempo delle paure e dei rancori. Un tempo che può vedere il popolo (indistinto) calcare e riempire le piazze per urlare sconcerto e collera. Per distruggere quel che si odia senza ben aver chiari obiettivi e punti d’arrivo. Quello è il tempo in cui s’apre lo spazio al populismo. Perché il popolo non segue ragione e neppure sentimento (un senso affettivo che in politica può tramutarsi in ideale). Il popolo si raccoglie intorno a emozioni. Si perde, in quel momento, ogni logica di interesse collettivo (di gruppo, di mestiere, di generazione, fino a quello generale) per far prevalere il travolgimento istantaneo di un prepotente desiderio di affermazione e rivalsa. A quest’onda irrazionale parlano i leader populisti, riempiendo il vuoto di politica con la politica del proclama e l’immagine dell’uomo forte. Quando vincono, portando tragedie immani. Così furono nazismo, fascismo, l’ottobre russo e la rivoluzione culturale cinese, così furono il peronismo e le dittature personali in tante nazioni post-coloniali.

Vedo i tratti di questa fase di vuoto di identità e di prospettiva, di questa nuvola che oscura il futuro nel movimento dei gilet gialli, come già nell’elettorato che portò Trump alla Casa Bianca e nel consenso di chi applaude (e voterà) Salvini.

In Italia, il CENSIS ci spiega che il rancore s’è cristallizzato in un incattivimento diffuso, nel quale chi più sta in basso nella scala sociale, avendo diritti di cittadinanza, più protesta non tanto per avere, quanto per punire chi ha e per tenere lontano chi non solo non ha reddito ma neppure diritti.

Nel suo rapporto annuale il CENSIS sostiene che la risposta a questa implosione sta nel restituire dignità e spazio al lavoro.

Certo, la dignità e il ruolo del lavoro, come strumento di inclusione sociale oltre che di creazione di beni e servizi, è problema centrale.

Non credo, però, che basti mettere più investimenti in formazione e scuola per risolverlo.

Il lavoro che manca (non c’è per chi lo cerca, non ci sono competenze là dove ne emerge la domanda nel nuovo millennio) dipende dall’assenza di una chiara prospettiva di sviluppo.

L’élite che deve nascere giocherà il suo ruolo sul disegno di un’economia sociale orientata alla qualità, alla sostenibilità ambientale, alla circolazione, integrazione e diffusione della conoscenza. Occorre una visione del futuro che risponda all’esigenza di continuare a creare ricchezza senza esaurire le risorse e redistribuendola secondo criteri più equi.

La politica non è somma di tutte le istanze e i bisogni, ma sintesi tra esse nel segno dell’interesse della maggioranza delle persone, senza schiacciare per questo meriti e necessità degli altri.

Una politica alta che richiede il concorso non dei soli politici, ma del meglio delle intelligenze e delle risorse culturali e materiali.

Finché non ci si arriverà, il populismo, con le sue chimere e promesse ammantate dell’altro mito “sovranista”, ruggirà nelle piazze e nelle urne elettorali. Distendendo la sua ala a rubare l’alba e facendo correre la società verso il dirupo della disgregazione e della miseria.

La pienezza, potente, del mare

In giornate come questa trovo conferma della mia scelta di venire a vivere a Viareggio.

Il mare si scrolla, quasi a volersi riscuotere dalla pigrizia dell’autunno.

Il vento lo gonfia. Ma stamattina il vento quasi non si sente. Soltanto lo scroscio delle onde, dal largo verso la costa, a sollevare spruzzi, a creare disegni effimeri di acque scagliate contro il pontile e il cielo, a portare il profumo e la brezza del Tirreno.

Si resta incantati a seguire il profilo delle linee frementi dei flutti, a cercare di fissare gli attimi nella memoria, a fermarli, in una gara di coordinazione e intuito, in rapidi scatti della fotocamera.

Sensazioni sublimi.

cof

cof

cof

cof

cof

cof

cof

cof

Mio papà somigliava a Paul Newman

Così sembrava a me. Forse solo a me. C’è una vecchia foto di mio padre giovane, con i capelli corti e dritti sulla testa. Ha gli occhi chiari. Come quelli di Paul Newman. Sinceri e intelligenti, per nulla sfuggenti. Mio papà aveva la carnagione scura, a contrasto con l’azzurro delle sue iridi, ma in quella foto biancoenero l’illuminazione gli fa sembrare anche le guance e la fronte più pallide. Resto convinto: somiglia a Paul Newman.

Mio papà lavorava sodo e lo si vedeva raramente a casa. Avevo poche occasioni di giocare con lui. Solo qualche volta mi portava sulla sua bicicletta la domenica.

Quando cominciai a essere grandicello mi portava con sé al circolo della bocciofila. Lui gareggiava con gli amici; io guardavo, poi trovavo una pista libera e provavo a bocciare con le mie sfere leggere di plastica compatta.

Lui beveva il chinotto e qualche volta ci provavo anch’io, però ero ancora quasi bambino e il più delle volte ripiegavo sull’orzata.

Quanto sia stato importante per la mia formazione, per la mia vita, lo compresi soltanto quando un terribile male lo portò via a soli 62 anni. Fino ad allora la mia vita poteva considerarsi una lunga vacanza: nessuna vera responsabilità affettiva, la possibilità di seguire le mie inclinazioni, nessun disegno per il mio futuro.

Quando se ne andò dovetti preoccuparmi di seguire mia madre. Con il suo pessimismo rischiava di precipitare in una definitiva fase di depressione. Riuscii a salvarla, ma mai a cambiare la sua visione cupa del mondo.

Dall’influenza di quella paura per il mondo mi liberai faticosamente. E fu l’esempio silenzioso di mio padre a consentirmelo.

Lui aveva una grande fiducia negli altri. Perfin troppa e si prese delle belle fregature da presunti amici.

Lo vidi con la faccia scura e lo sconcerto sul volto solo una volta. Ero ancora bambino, ma lo ricordo bene.

Lui era membro di “commissione interna” nella fabbrica dove lavorava. Era un operaio professionale, iscritto al PCI e alla CGIL. Aveva organizzato lo sciopero per il contratto. Erano stagioni di lotta sindacale molto dura. Dopo tre giorni di sciopero compatto, il quarto giorno mio padre si trovò solo, mentre tutti i suoi compagni, senza dirgli nulla, rientrarono al lavoro, cedendo alle pressioni del “padrone”.

Mio padre non pianse, almeno non davanti a me. Ma la sua espressione recitava dolore e rabbia per quello che avvertì come un tradimento. Non poteva sopportarlo. Si licenziò, cambiò fabbrica (era un valente operaio professionale e all’epoca, anche se “politicamente segnalato” si trovava lavoro perché l’economia girava a pieno ritmo).

Mio padre aveva fatto il partigiano a diciotto anni e aveva rischiato la vita. Quando gli chiedevo, curioso, come fosse la guerriglia contro i tedeschi, lui mi raccontava dell’amicizia con i suoi compagni, che avevano pochissime munizioni e cercavano di evitare gli scontri a fuoco. Non mi descrisse battaglie, non rivelò se aveva dovuto uccidere qualche nemico. Quel che mi ripeté due volte fu il racconto di quando catturarono un coniglio (o forse era un gatto?) e lo arrostirono sulla legna. Finalmente potevano mangiare, in montagna si campava di fortuna.

Quando entrava in un bar, dopo dieci minuti, mia papà aveva già iniziato a conversare con qualcuno, anche se non ci aveva mai messo piede prima. Forse, come lamentava mia madre, era un po’ superficiale e qualche volta rischiava brutte figure. Ma era buono, intelligente e tutti quelli che lo conoscevano gli volevano bene.

Ricordo come fui orgoglioso quando – avevo sei anni – mi portò con sé al corteo del primo maggio. Bandiere rosse e cori. Credo che anche lui fosse orgoglioso di avere un figlioletto che partecipava con interesse a un rito collettivo del popolo che voleva riscattarsi e ottenere riconosciuti i propri diritti.

Lui mi insegnò la sensibilità e l’attenzione alle vicende collettive, alle dinamiche sociali.

Lui mi insegnò che fraternità vuol dire comprensione e rispetto, non falsa gentilezza, non condiscendenza verso comportamenti irresponsabili.

Io feci il ’68 e lui, ch’era rimasto comunista riformista, che viveva la passione politica come pratica del buon senso e della mediazione, non mi rimproverò mai la mia giovanile ubriacatura, tutta intellettuale, nell’estremismo.

Compresi che aveva sempre avuto ragione. Non sul piano concettuale, non sulle teorie. Io studiai più di lui, imparai a leggere l’evoluzione sociale, arrivai a interiorizzare mediazione e moderazione pur in una tendenza alla rivoluzione come cambiamento storico non lineare, che nulla c’entra con la violenza.

Lui aveva ragione nel comportamento.

Feci mio il suo ottimismo.

Quando morì scrissi per lui una poesia.

Ricordando la sua educazione a guardare avanti a pensare che “si può” (molto prima che Obama coniasse lo slogan Yes we can), a praticare il coraggio di decidere, a non fuggire dinanzi ai problemi e alle svolte, scrissi questi versi, che conservano, per me, intatto valore:

Che pure ho imparato dal tuo sguardo franco,

dal tuo andare incontro al domani,

come affrontare la Città,

vedendo l’Uomo capace di camminare

anche con il vento nelle orecchie,

a tenere e non temere la linea del destino.

Perché mio papà somigliava a Paul Newman, ma era molto di più che una opaca immagine di un grande attore.

E se quando rivedo le interpretazioni di Paul Newman, c’è un’emozione particolare che mi attraversa il cuore e la mente, la ragione non sta solo in quei personaggi forti e contradditori che sapeva interpretare.

Canzoni nella vita e nella storia

“Il romanzo della canzone italiana[1]” di Gino Castaldo è un libro che si legge in un susseguirsi di ricordi ed emozioni.

Per quelli come me, nati negli anni Cinquanta, cresciuti con l’ideale di un mondo più libero e giusto, nutriti a rock e cantautori, passati attraverso il tramonto dell’orizzonte rivoluzionario del ’68 e approdati a una maturità più moderata ma ancora attenta ai valori, la narrazione dell’autore accende il falò della storia attraverso il filtro della musica.

“È solo musica leggera”, come canta Fossati, “ma la dobbiamo imparare”.

E vale la pena anche di capirla, di interpretare l’impatto culturale delle canzonette, che sono molto di più che questo.

Castaldo lo fa, con passione, con meticolosa ricostruzione, legandole in chiave tematica più che temporale.

Ne vien fuori un romanzo che è la storia dell’evoluzione della società, recitata dal succedersi delle mode musicali e dalla capacità degli interpreti, autori ma anche soltanto esecutori, d’essere epigoni dei desideri, delle aspirazioni, dei sentimenti collettivi.

Piacevole da leggere, il libro svela episodi poco noti e aiuta a meglio comprendere quei versi e note che furono colonna sonora dei nostri momenti migliori o che ci consolarono quando la vita girava storta.

Forse esagerando, talvolta, sensi e valenza, ma certamente facendo emergere quanto l’arte, nella forma della canzone abbia saputo rappresentare, questo libro ci accompagna a ripercorrere una lunga fase del cammino del Paese, dal miracolo economico al declino post-industriale, e della nostra vita.

 

[1] Gino Castaldo: Il romanzo della canzone Italiana – Ed. Einaudi – 2018

I 40.000 del 10 novembre in piazza Castello

Con la manifestazione che portò 40.000 persone al centro della capitale piemontese, intorno alla parola d’ordine “SI-TAV”, Torino torna a muovere la storia, innescando processi capaci di incidere nella dinamica socio-politica dell’intero Paese.

Non è davvero poco per una città che attraversa una lunga fase di declino, con il tramonto del duopolio tra sinistra riformista e grande capitale che ha finito per consegnarla al governo dello scontento e a farne terreno di sperimentazione della sedicente “decrescita felice”.

Non ero a Torino, sabato 10 novembre. Ci manco da due anni ma ne seguo le peripezie tenendomi informato, la amo e ne soffro il declino, che iniziò con la fine dell’industrialismo di massa.

Se ancora ci vivessi avrei partecipato alla manifestazione convocata dalle “madamin” sotto la simbolica insegna “SI TAV”.

Ho letto i post e i commenti, ho guardato video e fotografie.

Un successo di presenze, una lezione di garbata e educatissima protesta. Molto torinese.

Ma anche emblematica di questi tempi, quindi con una valenza più generale.

Il Paese è attraversato dalla controrivoluzione reazionaria. Non sembri un ossimoro. Il coagulo di proteste, malcontenti, paure, egoismi, vindici strali che stanno alla base del  governo – e del consenso – per Lega e M5S trova fondamento nell’illusorio richiamo a un mondo che non c’è più. Quello di un Paese tutto sommato tranquillo, non ricco ma con discreta diffusione di sicurezza economica, fuori dall’onda delle migrazioni esterne, della globalizzazione, dove la competizione (anche questa concentrata sul mercato interno) si giocava sulla capacità di arrangiarsi (declinata in varie versioni, dall’assistenzialismo nel meridione al nord-est operoso e insofferente del fisco), senza grossi investimenti.

Così la forma rivoluzionaria di una propaganda giacobina, tradotta, appena possibile, in misure che irridono la complessità parlando alla pancia degli elettori afferma valori reazionari: chiusura, nazionalismo, razzismo, rifiuto della mediazione, sprezzo della scienza e della competenza.

Ma dall’altra, ben individuata nella manifestazione di Torino, emerge soltanto una controrivoluzione moderata. Non si intravede progetto alternativo perché ci si limita a propugnare la continuità di uno sviluppo che garantiva benessere e coesione: alta velocità, infrastrutture, grandi eventi, investimenti in arte e cultura, nel segno dell’apertura e dell’unione europea.

Non per caso questi valori mobilitano quei settori della società che erano rimasti silenti e temono oggi la decrescita che colpirebbe anche loro.

Temi che non affascinano i giovani, che suonano lontani a quanti hanno perso il lavoro o che subiscono il degrado delle periferie.

Mi sembra, in sintesi, che in campo si confrontino due conservatorismi: uno apertamente regressivo, l’altro illuso sulla linearità dello sviluppo e della storia.

Credo che il crollo dei valori e delle ideologie sia, invece, il risultato di uno sviluppo che, sebbene forte e impetuoso, ha polarizzato la società: pochi ricchi sempre più ricchi; aumento dei poveri; arretramento dei settori mediani che, perdendo la corrente ascensionale (nel reddito e nella considerazione sociale) si vivono come impoveriti.

Il resto, compresa la guerra intestina tra i poveri vecchi e nuovi (col suo corredo di razzismo, sovranismo, sessismo e omofobia) non è che conseguenza di tale fenomeno.

Se questa è la genesi dell’attuale crisi, la sfida che si presenta alla ricostruzione di una politica “alta” e “morale” è di disegnare un modello di crescita che intervenga non solo sulle determinanti della ricchezza (conciliandole con la sostenibilità ambientale) ma anche su quelle della redistribuzione (rendendole coerenti con la sostenibilità sociale).

È giusto combattere l’idiozia della “decrescita felice”, ma occorre sapervi contrapporre la “crescita equa”.

Consiglio a chi già dipinge il “movimento del 10 novembre” che ha riempito la piazza Castello a Torino come la riscossa delle forze della modernità di dedicarsi all’elaborazione di una proposta innovativa più ampia e più ambiziosa.

Perché c’è bisogno di un orizzonte di speranza concreta e fattibile, nella quale coinvolgere i giovani e gli esclusi.

Gianrico Carofiglio

Poiché la mia vena narrativa volge il timone sempre più nettamente verso il genere poliziesco, ho deciso di leggere le opere degli autori italiani che vanno per la maggiore nei vari rami del genere “giallo”.

Carofiglio, che è un ex magistrato, si cimenta nel legal thriller.

Confesso che prima d’ora non conoscevo la sua prosa.

Ho scelto, per questo, il suo primo romanzo: “Testimone inconsapevole”.

Ne sono rimasto conquistato.

Non tanto per la storia in sé. La trama non è particolarmente originale, non c’è suspense e manca l’adrenalina.

Il romanzo è la descrizione di un percorso. Capita che si maturi per eventi inattesi, per un vento che investe attraversando la strada polverosa della vita.

Così accade all’avvocato Guerrieri. Persona schiacciata dalla mediocrità delle sue scelte, dall’incapacità di prendere decisioni coraggiose, ma, soprattutto, dal rifiuto di guardare dentro sé stesso e di trarne la forza che può nascere solo dall’accettazione di sé e dalla voglia di prendere in mano il futuro.

Gli accade di doversi cimentare, dapprima di malavoglia, ma via via con sincera passione, con un caso difficile da cui dipende la vita di una persona che rischia di esser travolta dalla facile ricerca del mostro come risposta a un delitto efferato.

Cresce, in lui, la consapevolezza di quanto può impegnarsi e giocare nella giostra del processo. Altrettanto cresce la sua dimensione di uomo, la riconquista della dignità personale. La perizia professionale che riesce a esprimere si fonda su una ritrovata fiducia sulle proprie doti etiche e morali. Le vicende esistenziali si intersecano, anche nel riemergere dei ricordi, con la trama gialla.

Il racconto descrive l’evoluzione dell’uomo e dell’avvocato. Il romanzo procede e la tensione umana monta fino a impennarsi nel finale, con toni che muovono a commozione ancor più che ad ammirazione per la finezza argomentativa dell’arringa.

Un bel romanzo, che travalica ampiamente i confini della narrativa di genere per diventare un racconto di vita, degno della miglior letteratura mainstream.

Napoli da amare

sdr

cof

cof

rbt

btrhdr

Arriviamo a Napoli, Anna e io, per la prima volta.

Scesi alla stazione centrale subiamo l’effetto degli stereotipi (negativi) con cui la città viene descritta. C’è caos, la folla si assiepa sotto i tabelloni che annunciano i ritardi e si ostinano a non indicare il binario per i treni più attesi e contesi.

Già quando entriamo nella Metro, invece, non ci pare d’essere in quella città pericolosa, disordinata, sporca a cui eravamo pronti.

Code ordinate alle macchinette per i biglietti, discreta pulizia degli ambienti, persone cortesi e serene. Stona l’avviso che mette in guardia contro i borseggiatori. La Metro sembra più tranquilla e sicura di quella di altre città. Niente di paragonabile a Roma, per dire.

Sistemato il bagaglio in albergo, usciamo per una ricognizione.

Siamo stanchi e scendiamo verso il mare. Bel panorama ma nessun locale dove mangiare qualcosa e abbiamo fame.

Torniamo in zona centrale.

Splendida pasticceria, nella quale l’appetito viene soddisfatto quanto il palato goloso.

Più distesi, cominciamo a passeggiare in direzione di piazza del Plebiscito.

Napoli ci stupisce e affascina.

Le sue vie centrali, via dei Mille, via Filangieri, via Chiaia, via Toledo, sono linde, ricche di negozi di alto livello, ben tenute.

Piazza del Plebiscito è una delle più belle e suggestive d’Italia.

I passanti sono numerosi e fitti. La gran parte di essi veste con un’eleganza insieme ricercata e spontanea. La bellezza è nei lineamenti, nelle espressioni, nel portamento, nelle mise che mescolano classicità e originalità. Il lusso è appena accennato e mai volgare.

Una cura di sé assai rara da trovare e che qui è diffusa ben più che in altre celebrate località.

Questo è il primo tratto che ci ha colpiti. Inatteso e seducente.

Sebbene si cammini in una città metropolitana, le persone non mostrano fretta, non soggiacciono alla pressione competitiva che si respira a Torino o Milano. Sebbene intente nelle loro occupazioni, mostrano attenzione e interesse a ciò che accade loro intorno e sono sempre ben disposte al dialogo con gli altri.

Parlano con arguzia e propensione all’ironia.

Pare che nella città il gusto per la vita, per un protagonismo qui e ora, sia elemento distintivo.

Nei giorni successivi ci dedichiamo all’ammirazione per le bellezze artistiche che a Napoli trovano una concentrazione davvero mirabile.

Dalla Cappella di San Severo – gioiello della magnificenza scultorea e carica di simboli ricercati dalla massoneria che la ispirò – a Palazzo Zevallos, al Palazzo Reale, al Museo di Capodimonte, alla Certosa di San Martino è un susseguirsi di stupori per le meraviglie architettoniche, pittoriche, scultoree, d’arredamento.

Una visita di pochi giorni impone una severa selezione dei luoghi da privilegiare. Certamente avremo perso altre bellezze.

Le riserviamo a quando ritorneremo.

Napoli l’abbiamo amata dal primo giorno.

Certamente è una città teatrale, sia come palcoscenico sia per i suoi cittadini, attori dell’arte di vivere.

Napoli è una città da amare, rispettare, onorare. Non solo perché tutti quelli che non sono juventini (e, tutti insieme, sono ancora la maggioranza di quelli che seguono il calcio) sperano che Insigne possa sollevare le mani al cielo festeggiando uno scudetto. Non solo perché Totò, Pino Daniele, Eduardo De Filippo, Massimo Troisi e ‘O sole mio sono monumenti mondiali dell’arte. Non solo per l’incantevole paesaggio della baia sotto il profilo austero e ambiguo del Vesuvio.

Soprattutto per il suo popolo: elegante e ironico, generoso e furbo, disilluso e capace di comprendere la felicità.

Elba – Isola mediterranea

Tra macchia mediterranea e mare

 

Ho visitato l’Elba per la prima volta. Non la conoscevo, non avevo neppure grandi aspettative. Mi ha sorpreso piacevolmente.

L’isola, nella sua contenuta dimensione, racchiude varietà e bellezza paesaggistiche che non hanno nulla da invidiare ad altre più celebrate.

Porto Azzurro è un paese carino e attraente, con i suoi vicoli e una passeggiata tra le due spiagge (da quella prospicente il porto alla Barbarossa), chiamata passeggiata Carmignani, che offre viste d’incanto, con scorci mozzafiato. Una vera “via dell’amore”.

Tutta l’area sud-orientale dell’isola presenta una ricca vegetazione mediterranea, con pini marittimi alti, orgogliosi e profumati e piante grasse, con fichi d’India che fanno ricordare la Sicilia. La brezza salmastra si mescola agli aromi dei fiori e dei boschi rigogliosi, in un’inebriante gioia olfattiva.

Molto carina è anche Marciana Marina, piccolo borgo marinaro con bei negozi.

Vivace e vario è Portoferraio, più grande e un po’ caotico, nobilitato dalla sua salita verso le fortezze, dalle quali il panorama dona tutti i colori del blu, con il cielo e il mare che si fondono e si sfidano, tra nubi candide e onde screziate di luce.

Per apprezzare la ricca eterogeneità delle spiagge è bene fare una gita in battello che sviluppi tutto il perimetro esterno dell’isola; da nord a sud è un susseguirsi di cale e piccole rive, alcune raggiungibili solo dal mare, altre sottili ad aprirsi sotto ripide discese. Si possono trovare quelle sabbiose, quelle di ghiaia bianche, quelle di sabbia nera, quelle con ciottoli minuti o con pietre più grandi. Davvero ogni amante della balneazione può trovare e scegliere la località che soddisfa le sue preferenze.

Splendido viaggio in settembre, agevolato dalla fine dell’alta stagione, evitando l’eccessivo afflusso turistico che avrebbe limitato il godimento della natura, del mare, della quiete, del silenzio rotto dallo sciabordio delle acque tirreniche.

Il mare era limpido, invitante, cheto e vivo, con trasparenze che ricordano certe escursioni caraibiche.

Elba da amare, Elba da rivedere.

Rocce sul mare

spiaggia Le Viste – Portoferraio

I colori del mare contro la scogliera

Cercando una gemma sommersa – Promozione del romanzo in @book

La musica è magia, cambia la realtà.

Il tempo si è fermato, ma il Paradiso di ghiaccio gela i sentimenti, la vita di puro piacere estetico non è eterna felicità.

Maghi musicali fuggono su altri mondi, inseguiti da quelli fedeli al Creatore Bizz.

Altre potenze li impegnano in aspre battaglie.

Il confine tra divinità e magia si fa sottile e sfuma.

Una nuova e originale saga letteraria fantasy.

 

Solo in ebook su Amazon

€  2,99 al link https://www.amazon.it/dp/B07HJ29ZJG

In gara quale Bestseller nel cassetto 2018.

La classifica sarà decisa dal numero di acquisti e dalle recensioni positive sul sito Amazon.

Chi possiede un Kindle può acquisirlo direttamente sul dispositivo.

Chi non lo possiede può leggerlo tramite l’applicazione Kindle, scaricabile gratuitamente per sistemi Windows, IOS, Android dagli store Microsoft, Apple, Google