Visioni


Il tramonto incendia le nubi ai piedi dell’orizzonte, mentre al lato opposto la luna al perigeo si staglia romantica quanto forte e si impadronisce del cielo sopra piazza Mazzini.


Il suo lucore risplende attraverso gli zampilli della fontana e risalta nitido dietro alle foglie lunghe e rassicuranti delle palme.

La sera presenta un quadro stupendo sulla nostra bella città.


Visioni a Viareggio.


Viareggio 2019: i carri, pregi e limiti

Tento qui una personalissima valutazione delle costruzioni in gara per il Carnevale 2019.

La discussione è aperta, come ogni anno, tra sostenitori e semplici spettatori (io sono tra questi ultimi…).

Prima categoria


Sotto il profilo strettamente artistico, vedo svettare su tutti “Medea” di Avanzini. La perfezione del volto, con le sue sfumature dorate e quei sipari lenti a scoprirla e celarla, esprimono un raro potere evocativo. La recita sulla plancia è svolta con i tempi e gesti che ne fanno un teatro ammagliante. Se si votasse soltanto il carro, a prescindere da coreografia e contenuti, meriterebbe di vincere a mani basse.


Una nota particolare di merito va a “L’ultima Biancaneve” di Allegrucci. Della costruzione va lodata l’animazione, capace di dipanare la sequenza del risveglio della strega che arriva a offrire la mela alla giovane, fino a indurne la morte, per un tempo dilatato che lentamente avvince, con movimenti ben calibrati che legano a seguirne l’avanzare.


Impressiona per la carica di moderno flagello il “Pa-drone” di Galli. Forse la sagoma di Trump, con la sua mascella quadrata e l’improbabile ciuffo di falso biondo, è abbastanza facile da disegnare, ma la scelta di inserirla dentro una narrazione fantascientifica e brutale, arricchita dalla danza corale dinanzi al carro, con magnifici costumi, conquista l’attenzione e la curiosità.


Altra nota di encomio la assegnerei a “Per chi suona la campana” di Lombardi, per l’efficace ed esteticamente inappuntabile costruzione dei quattro cavalieri dell’Apocalisse. Anche gli altri cinque carri sono notevoli per sforzo di fabbricazione e ideazione, ma, sempre a mio parere, restano inferiori a quelli che ho citato.

Seconda categoria

Qui è davvero dura scegliere chi premiare.

Come già nei due anni precedenti, abbiamo opere che sarebbero già adatte a gareggiare nella categoria superiore.

Tutti e cinque i carri in concorso mostrano tratti da elogiare.


La mia personale opzione privilegia “Freedom”, per la purezza dell’immagine centrale, una Emma Bonino fiera e dolce, splendida insegna della donna consapevole del suo ruolo nel mondo e nella società. Ipnoticamente magico l’ondeggiante velo che rappresenta l’aprirsi della crisalide nel gruppo scenico che precede il carro.


Di bellezza algida e scultorea “La zattera”, con il suo gruppo che si regge sul legno incerto. Unico limite una relativa freddezza, perché la tragedia dei naufraghi scossi tra le onde e impossibilitati a raggiungere la salvezza quasi scompare, troppo lontana, nel colore e nello spazio dalle figure centrali.


Per ultima, una citazione a “Prison”, della quale il contenuto si comprende soltanto ascoltando la presentazione dello speaker, cui va tuttavia riconosciuto l’impatto visivo forte e quasi traumatico. Buono, anche solo così, a muovere inquietudine e attenzione.

Bellezza e vigore del Carnevale

Il viale è già animato nelle due direzioni. Pieno Carnevale!

L’inizio del Carnevale è un giorno vibrante di attesa ed emozioni.

Sabato 9 febbraio.

Viareggio si ferma e si precipita sul viale a mare per assistere alla prima sfilata dei carri e delle maschere.

La pioggia bagna il piazzale poco dopo il mezzodì. C’è apprensione e si fanno gli scongiuri.

Le più belle speranze saranno premiate.

Il cielo resterà grigio e minaccioso, ma smetterà di piangere le sue lacrime sulla folla. La sfilata potrà scorrere, iniziando in anticipo e rallentando i ritmi, così che con un solo giro si arrivi fino alla vigilia dello spettacolo pirotecnico della sera.

Si bagnano majorettes e orchestra, poi i carri e le maschere scamperanno all’acquata.

Si perde la possibilità di vedere i colori delle costruzioni nella luce vivida del sole e gli ultimi arriveranno su piazza Mazzini (o meglio: sul piazzale delle Maschere) con le luminarie tutte accese.

Ma anche così possiamo godere delle invenzioni e della varietà offerte dagli artisti della cartapesta, eredi dei maestri d’ascia che un tempo allestivano gli scafi in legno delle navi.

Per me è il terzo anno.

Ormai sento il clima nervoso e gioioso che prepara l’avvenimento. I coriandoli che prendono a scorrere più veloci nel sangue, come si rappresentano i nativi di Viareggio.

Per loro il Carnevale si vive dall’interno (sui carri o nelle coreografie, o nelle mascherate che sfilano) o comunque con un rapporto quasi fisico con le creazioni, restando sul viale, vicinissimi alle stesse.

Io percepisco e sono coinvolto dall’evento, dalla stagione carnascialesca, ma resto a relativa distanza, cogliendone il lato artistico prima che quello scherzoso.

Per questo, come ogni anno, da quando scelsi di vivere in questo splendido angolo tirrenico, prenoto una fila alta della tribuna e osservo con stupita ammirazione lo scorrere delle opere e i gruppi danzanti che integrano e impreziosiscono i carri più grandi.

Questo 2019 può vantare un livello davvero elevato delle proposte. Oltre ai carri di prima categoria, ricchi ed elaborati, colpisce la qualità dei carri di seconda categoria, tutti e cinque degni della categoria superiore.

L’emozione della metafora: Frida Kahlo con l’indice puntato contro il nemico del progresso Trump

Rinvio al successivo pezzo le mie personali valutazioni (che interesseranno soltanto quelli che il Carnevale di Viareggio l’hanno visto o vedranno) che si inseriscono nel dibattito subito acceso, con toni di autentico “tifo”, nella comunità locale.

Quel che ha valore universale è la capacità di questa festa briosa e variopinta di scuotere anche i più compassati spettatori.

Finché non venni in questa città il Carnevale per me era rumore e quasi fastidio, mal sopportavo il “dovere di divertirsi”.

A Viareggio tutto è cambiato e la bellezza e il vigore del Carnevale si sono impadroniti anche del mio spirito.

La sfilata dei carri è una grande recita collettiva. Ci si trovano qualità estetica, perizia meccanica, fantasia creativa, partecipazione di gruppo. Non sempre la satira è all’altezza, non sempre i contenuti riescono a tradursi nei profili, nelle animazioni e nelle scenografie. Ma questo non è importante. Il contenuto è soprattutto pretesto per rappresentare la forza dell’estro inventivo unito alla maestria artigianale.

Forse si esagera a definirlo il Carnevale più bello del mondo, ma innegabilmente è il Carnevale nel quale la passione si alimenta al culmine dell’accuratezza.

Auguri di speranza                                                              Natale 2018 ==> Capodanno 2019


L’urlo del popolo non è motore della storia

Secondo l’Enciclopedia Treccani, il popolo è l’insieme delle persone che vivono nella stessa area e condividono tradizioni e culture che ne fanno una comunità omogenea. Giuridicamente, il popolo è l’insieme di individui con diritto di cittadinanza in un determinato Stato.

La Costituzione italiana attribuisce la sovranità al popolo, che la esercita attraverso le istituzioni di rappresentanza politica.

Se s’approfondisce il significato di queste definizioni, si scopre  che il termine “popolo” raccoglie in un’entità collettiva una somma di innumerevoli diversità.

La comunità “popolo”, infatti, è tutto men che omogena. Non per pignoleria l’articolo 3 della nostra Costituzione garantisce ai cittadini pari diritti “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.”

Questa disomogeneità, che è la condizione naturale delle persone e frastaglia la società, toglie valenza politica alla pretesa ideologia autodefinitasi “populista”.

Abbiamo molti esempi nel passato. I popoli non fanno la storia, la cui dinamica dipende dallo slancio vincente di élite capaci di rendersi interpreti dei movimenti profondi che agitano e rimescolano la società, nell’incrocio tra evoluzione tecnologico/produttiva e culture di massa (al plurale!).

Quando la crisi dei modelli politici ed economici cancella le élite che li avevano proposti e guidati e non emergono altre classi dirigenti, viene il tempo delle paure e dei rancori. Un tempo che può vedere il popolo (indistinto) calcare e riempire le piazze per urlare sconcerto e collera. Per distruggere quel che si odia senza ben aver chiari obiettivi e punti d’arrivo. Quello è il tempo in cui s’apre lo spazio al populismo. Perché il popolo non segue ragione e neppure sentimento (un senso affettivo che in politica può tramutarsi in ideale). Il popolo si raccoglie intorno a emozioni. Si perde, in quel momento, ogni logica di interesse collettivo (di gruppo, di mestiere, di generazione, fino a quello generale) per far prevalere il travolgimento istantaneo di un prepotente desiderio di affermazione e rivalsa. A quest’onda irrazionale parlano i leader populisti, riempiendo il vuoto di politica con la politica del proclama e l’immagine dell’uomo forte. Quando vincono, portando tragedie immani. Così furono nazismo, fascismo, l’ottobre russo e la rivoluzione culturale cinese, così furono il peronismo e le dittature personali in tante nazioni post-coloniali.

Vedo i tratti di questa fase di vuoto di identità e di prospettiva, di questa nuvola che oscura il futuro nel movimento dei gilet gialli, come già nell’elettorato che portò Trump alla Casa Bianca e nel consenso di chi applaude (e voterà) Salvini.

In Italia, il CENSIS ci spiega che il rancore s’è cristallizzato in un incattivimento diffuso, nel quale chi più sta in basso nella scala sociale, avendo diritti di cittadinanza, più protesta non tanto per avere, quanto per punire chi ha e per tenere lontano chi non solo non ha reddito ma neppure diritti.

Nel suo rapporto annuale il CENSIS sostiene che la risposta a questa implosione sta nel restituire dignità e spazio al lavoro.

Certo, la dignità e il ruolo del lavoro, come strumento di inclusione sociale oltre che di creazione di beni e servizi, è problema centrale.

Non credo, però, che basti mettere più investimenti in formazione e scuola per risolverlo.

Il lavoro che manca (non c’è per chi lo cerca, non ci sono competenze là dove ne emerge la domanda nel nuovo millennio) dipende dall’assenza di una chiara prospettiva di sviluppo.

L’élite che deve nascere giocherà il suo ruolo sul disegno di un’economia sociale orientata alla qualità, alla sostenibilità ambientale, alla circolazione, integrazione e diffusione della conoscenza. Occorre una visione del futuro che risponda all’esigenza di continuare a creare ricchezza senza esaurire le risorse e redistribuendola secondo criteri più equi.

La politica non è somma di tutte le istanze e i bisogni, ma sintesi tra esse nel segno dell’interesse della maggioranza delle persone, senza schiacciare per questo meriti e necessità degli altri.

Una politica alta che richiede il concorso non dei soli politici, ma del meglio delle intelligenze e delle risorse culturali e materiali.

Finché non ci si arriverà, il populismo, con le sue chimere e promesse ammantate dell’altro mito “sovranista”, ruggirà nelle piazze e nelle urne elettorali. Distendendo la sua ala a rubare l’alba e facendo correre la società verso il dirupo della disgregazione e della miseria.

La pienezza, potente, del mare

In giornate come questa trovo conferma della mia scelta di venire a vivere a Viareggio.

Il mare si scrolla, quasi a volersi riscuotere dalla pigrizia dell’autunno.

Il vento lo gonfia. Ma stamattina il vento quasi non si sente. Soltanto lo scroscio delle onde, dal largo verso la costa, a sollevare spruzzi, a creare disegni effimeri di acque scagliate contro il pontile e il cielo, a portare il profumo e la brezza del Tirreno.

Si resta incantati a seguire il profilo delle linee frementi dei flutti, a cercare di fissare gli attimi nella memoria, a fermarli, in una gara di coordinazione e intuito, in rapidi scatti della fotocamera.

Sensazioni sublimi.

cof

cof

cof

cof

cof

cof

cof

cof

Mio papà somigliava a Paul Newman

Così sembrava a me. Forse solo a me. C’è una vecchia foto di mio padre giovane, con i capelli corti e dritti sulla testa. Ha gli occhi chiari. Come quelli di Paul Newman. Sinceri e intelligenti, per nulla sfuggenti. Mio papà aveva la carnagione scura, a contrasto con l’azzurro delle sue iridi, ma in quella foto biancoenero l’illuminazione gli fa sembrare anche le guance e la fronte più pallide. Resto convinto: somiglia a Paul Newman.

Mio papà lavorava sodo e lo si vedeva raramente a casa. Avevo poche occasioni di giocare con lui. Solo qualche volta mi portava sulla sua bicicletta la domenica.

Quando cominciai a essere grandicello mi portava con sé al circolo della bocciofila. Lui gareggiava con gli amici; io guardavo, poi trovavo una pista libera e provavo a bocciare con le mie sfere leggere di plastica compatta.

Lui beveva il chinotto e qualche volta ci provavo anch’io, però ero ancora quasi bambino e il più delle volte ripiegavo sull’orzata.

Quanto sia stato importante per la mia formazione, per la mia vita, lo compresi soltanto quando un terribile male lo portò via a soli 62 anni. Fino ad allora la mia vita poteva considerarsi una lunga vacanza: nessuna vera responsabilità affettiva, la possibilità di seguire le mie inclinazioni, nessun disegno per il mio futuro.

Quando se ne andò dovetti preoccuparmi di seguire mia madre. Con il suo pessimismo rischiava di precipitare in una definitiva fase di depressione. Riuscii a salvarla, ma mai a cambiare la sua visione cupa del mondo.

Dall’influenza di quella paura per il mondo mi liberai faticosamente. E fu l’esempio silenzioso di mio padre a consentirmelo.

Lui aveva una grande fiducia negli altri. Perfin troppa e si prese delle belle fregature da presunti amici.

Lo vidi con la faccia scura e lo sconcerto sul volto solo una volta. Ero ancora bambino, ma lo ricordo bene.

Lui era membro di “commissione interna” nella fabbrica dove lavorava. Era un operaio professionale, iscritto al PCI e alla CGIL. Aveva organizzato lo sciopero per il contratto. Erano stagioni di lotta sindacale molto dura. Dopo tre giorni di sciopero compatto, il quarto giorno mio padre si trovò solo, mentre tutti i suoi compagni, senza dirgli nulla, rientrarono al lavoro, cedendo alle pressioni del “padrone”.

Mio padre non pianse, almeno non davanti a me. Ma la sua espressione recitava dolore e rabbia per quello che avvertì come un tradimento. Non poteva sopportarlo. Si licenziò, cambiò fabbrica (era un valente operaio professionale e all’epoca, anche se “politicamente segnalato” si trovava lavoro perché l’economia girava a pieno ritmo).

Mio padre aveva fatto il partigiano a diciotto anni e aveva rischiato la vita. Quando gli chiedevo, curioso, come fosse la guerriglia contro i tedeschi, lui mi raccontava dell’amicizia con i suoi compagni, che avevano pochissime munizioni e cercavano di evitare gli scontri a fuoco. Non mi descrisse battaglie, non rivelò se aveva dovuto uccidere qualche nemico. Quel che mi ripeté due volte fu il racconto di quando catturarono un coniglio (o forse era un gatto?) e lo arrostirono sulla legna. Finalmente potevano mangiare, in montagna si campava di fortuna.

Quando entrava in un bar, dopo dieci minuti, mia papà aveva già iniziato a conversare con qualcuno, anche se non ci aveva mai messo piede prima. Forse, come lamentava mia madre, era un po’ superficiale e qualche volta rischiava brutte figure. Ma era buono, intelligente e tutti quelli che lo conoscevano gli volevano bene.

Ricordo come fui orgoglioso quando – avevo sei anni – mi portò con sé al corteo del primo maggio. Bandiere rosse e cori. Credo che anche lui fosse orgoglioso di avere un figlioletto che partecipava con interesse a un rito collettivo del popolo che voleva riscattarsi e ottenere riconosciuti i propri diritti.

Lui mi insegnò la sensibilità e l’attenzione alle vicende collettive, alle dinamiche sociali.

Lui mi insegnò che fraternità vuol dire comprensione e rispetto, non falsa gentilezza, non condiscendenza verso comportamenti irresponsabili.

Io feci il ’68 e lui, ch’era rimasto comunista riformista, che viveva la passione politica come pratica del buon senso e della mediazione, non mi rimproverò mai la mia giovanile ubriacatura, tutta intellettuale, nell’estremismo.

Compresi che aveva sempre avuto ragione. Non sul piano concettuale, non sulle teorie. Io studiai più di lui, imparai a leggere l’evoluzione sociale, arrivai a interiorizzare mediazione e moderazione pur in una tendenza alla rivoluzione come cambiamento storico non lineare, che nulla c’entra con la violenza.

Lui aveva ragione nel comportamento.

Feci mio il suo ottimismo.

Quando morì scrissi per lui una poesia.

Ricordando la sua educazione a guardare avanti a pensare che “si può” (molto prima che Obama coniasse lo slogan Yes we can), a praticare il coraggio di decidere, a non fuggire dinanzi ai problemi e alle svolte, scrissi questi versi, che conservano, per me, intatto valore:

Che pure ho imparato dal tuo sguardo franco,

dal tuo andare incontro al domani,

come affrontare la Città,

vedendo l’Uomo capace di camminare

anche con il vento nelle orecchie,

a tenere e non temere la linea del destino.

Perché mio papà somigliava a Paul Newman, ma era molto di più che una opaca immagine di un grande attore.

E se quando rivedo le interpretazioni di Paul Newman, c’è un’emozione particolare che mi attraversa il cuore e la mente, la ragione non sta solo in quei personaggi forti e contradditori che sapeva interpretare.

Canzoni nella vita e nella storia

“Il romanzo della canzone italiana[1]” di Gino Castaldo è un libro che si legge in un susseguirsi di ricordi ed emozioni.

Per quelli come me, nati negli anni Cinquanta, cresciuti con l’ideale di un mondo più libero e giusto, nutriti a rock e cantautori, passati attraverso il tramonto dell’orizzonte rivoluzionario del ’68 e approdati a una maturità più moderata ma ancora attenta ai valori, la narrazione dell’autore accende il falò della storia attraverso il filtro della musica.

“È solo musica leggera”, come canta Fossati, “ma la dobbiamo imparare”.

E vale la pena anche di capirla, di interpretare l’impatto culturale delle canzonette, che sono molto di più che questo.

Castaldo lo fa, con passione, con meticolosa ricostruzione, legandole in chiave tematica più che temporale.

Ne vien fuori un romanzo che è la storia dell’evoluzione della società, recitata dal succedersi delle mode musicali e dalla capacità degli interpreti, autori ma anche soltanto esecutori, d’essere epigoni dei desideri, delle aspirazioni, dei sentimenti collettivi.

Piacevole da leggere, il libro svela episodi poco noti e aiuta a meglio comprendere quei versi e note che furono colonna sonora dei nostri momenti migliori o che ci consolarono quando la vita girava storta.

Forse esagerando, talvolta, sensi e valenza, ma certamente facendo emergere quanto l’arte, nella forma della canzone abbia saputo rappresentare, questo libro ci accompagna a ripercorrere una lunga fase del cammino del Paese, dal miracolo economico al declino post-industriale, e della nostra vita.

 

[1] Gino Castaldo: Il romanzo della canzone Italiana – Ed. Einaudi – 2018

I 40.000 del 10 novembre in piazza Castello

Con la manifestazione che portò 40.000 persone al centro della capitale piemontese, intorno alla parola d’ordine “SI-TAV”, Torino torna a muovere la storia, innescando processi capaci di incidere nella dinamica socio-politica dell’intero Paese.

Non è davvero poco per una città che attraversa una lunga fase di declino, con il tramonto del duopolio tra sinistra riformista e grande capitale che ha finito per consegnarla al governo dello scontento e a farne terreno di sperimentazione della sedicente “decrescita felice”.

Non ero a Torino, sabato 10 novembre. Ci manco da due anni ma ne seguo le peripezie tenendomi informato, la amo e ne soffro il declino, che iniziò con la fine dell’industrialismo di massa.

Se ancora ci vivessi avrei partecipato alla manifestazione convocata dalle “madamin” sotto la simbolica insegna “SI TAV”.

Ho letto i post e i commenti, ho guardato video e fotografie.

Un successo di presenze, una lezione di garbata e educatissima protesta. Molto torinese.

Ma anche emblematica di questi tempi, quindi con una valenza più generale.

Il Paese è attraversato dalla controrivoluzione reazionaria. Non sembri un ossimoro. Il coagulo di proteste, malcontenti, paure, egoismi, vindici strali che stanno alla base del  governo – e del consenso – per Lega e M5S trova fondamento nell’illusorio richiamo a un mondo che non c’è più. Quello di un Paese tutto sommato tranquillo, non ricco ma con discreta diffusione di sicurezza economica, fuori dall’onda delle migrazioni esterne, della globalizzazione, dove la competizione (anche questa concentrata sul mercato interno) si giocava sulla capacità di arrangiarsi (declinata in varie versioni, dall’assistenzialismo nel meridione al nord-est operoso e insofferente del fisco), senza grossi investimenti.

Così la forma rivoluzionaria di una propaganda giacobina, tradotta, appena possibile, in misure che irridono la complessità parlando alla pancia degli elettori afferma valori reazionari: chiusura, nazionalismo, razzismo, rifiuto della mediazione, sprezzo della scienza e della competenza.

Ma dall’altra, ben individuata nella manifestazione di Torino, emerge soltanto una controrivoluzione moderata. Non si intravede progetto alternativo perché ci si limita a propugnare la continuità di uno sviluppo che garantiva benessere e coesione: alta velocità, infrastrutture, grandi eventi, investimenti in arte e cultura, nel segno dell’apertura e dell’unione europea.

Non per caso questi valori mobilitano quei settori della società che erano rimasti silenti e temono oggi la decrescita che colpirebbe anche loro.

Temi che non affascinano i giovani, che suonano lontani a quanti hanno perso il lavoro o che subiscono il degrado delle periferie.

Mi sembra, in sintesi, che in campo si confrontino due conservatorismi: uno apertamente regressivo, l’altro illuso sulla linearità dello sviluppo e della storia.

Credo che il crollo dei valori e delle ideologie sia, invece, il risultato di uno sviluppo che, sebbene forte e impetuoso, ha polarizzato la società: pochi ricchi sempre più ricchi; aumento dei poveri; arretramento dei settori mediani che, perdendo la corrente ascensionale (nel reddito e nella considerazione sociale) si vivono come impoveriti.

Il resto, compresa la guerra intestina tra i poveri vecchi e nuovi (col suo corredo di razzismo, sovranismo, sessismo e omofobia) non è che conseguenza di tale fenomeno.

Se questa è la genesi dell’attuale crisi, la sfida che si presenta alla ricostruzione di una politica “alta” e “morale” è di disegnare un modello di crescita che intervenga non solo sulle determinanti della ricchezza (conciliandole con la sostenibilità ambientale) ma anche su quelle della redistribuzione (rendendole coerenti con la sostenibilità sociale).

È giusto combattere l’idiozia della “decrescita felice”, ma occorre sapervi contrapporre la “crescita equa”.

Consiglio a chi già dipinge il “movimento del 10 novembre” che ha riempito la piazza Castello a Torino come la riscossa delle forze della modernità di dedicarsi all’elaborazione di una proposta innovativa più ampia e più ambiziosa.

Perché c’è bisogno di un orizzonte di speranza concreta e fattibile, nella quale coinvolgere i giovani e gli esclusi.

Gianrico Carofiglio

Poiché la mia vena narrativa volge il timone sempre più nettamente verso il genere poliziesco, ho deciso di leggere le opere degli autori italiani che vanno per la maggiore nei vari rami del genere “giallo”.

Carofiglio, che è un ex magistrato, si cimenta nel legal thriller.

Confesso che prima d’ora non conoscevo la sua prosa.

Ho scelto, per questo, il suo primo romanzo: “Testimone inconsapevole”.

Ne sono rimasto conquistato.

Non tanto per la storia in sé. La trama non è particolarmente originale, non c’è suspense e manca l’adrenalina.

Il romanzo è la descrizione di un percorso. Capita che si maturi per eventi inattesi, per un vento che investe attraversando la strada polverosa della vita.

Così accade all’avvocato Guerrieri. Persona schiacciata dalla mediocrità delle sue scelte, dall’incapacità di prendere decisioni coraggiose, ma, soprattutto, dal rifiuto di guardare dentro sé stesso e di trarne la forza che può nascere solo dall’accettazione di sé e dalla voglia di prendere in mano il futuro.

Gli accade di doversi cimentare, dapprima di malavoglia, ma via via con sincera passione, con un caso difficile da cui dipende la vita di una persona che rischia di esser travolta dalla facile ricerca del mostro come risposta a un delitto efferato.

Cresce, in lui, la consapevolezza di quanto può impegnarsi e giocare nella giostra del processo. Altrettanto cresce la sua dimensione di uomo, la riconquista della dignità personale. La perizia professionale che riesce a esprimere si fonda su una ritrovata fiducia sulle proprie doti etiche e morali. Le vicende esistenziali si intersecano, anche nel riemergere dei ricordi, con la trama gialla.

Il racconto descrive l’evoluzione dell’uomo e dell’avvocato. Il romanzo procede e la tensione umana monta fino a impennarsi nel finale, con toni che muovono a commozione ancor più che ad ammirazione per la finezza argomentativa dell’arringa.

Un bel romanzo, che travalica ampiamente i confini della narrativa di genere per diventare un racconto di vita, degno della miglior letteratura mainstream.