I 40.000 del 10 novembre in piazza Castello

Con la manifestazione che portò 40.000 persone al centro della capitale piemontese, intorno alla parola d’ordine “SI-TAV”, Torino torna a muovere la storia, innescando processi capaci di incidere nella dinamica socio-politica dell’intero Paese.

Non è davvero poco per una città che attraversa una lunga fase di declino, con il tramonto del duopolio tra sinistra riformista e grande capitale che ha finito per consegnarla al governo dello scontento e a farne terreno di sperimentazione della sedicente “decrescita felice”.

Non ero a Torino, sabato 10 novembre. Ci manco da due anni ma ne seguo le peripezie tenendomi informato, la amo e ne soffro il declino, che iniziò con la fine dell’industrialismo di massa.

Se ancora ci vivessi avrei partecipato alla manifestazione convocata dalle “madamin” sotto la simbolica insegna “SI TAV”.

Ho letto i post e i commenti, ho guardato video e fotografie.

Un successo di presenze, una lezione di garbata e educatissima protesta. Molto torinese.

Ma anche emblematica di questi tempi, quindi con una valenza più generale.

Il Paese è attraversato dalla controrivoluzione reazionaria. Non sembri un ossimoro. Il coagulo di proteste, malcontenti, paure, egoismi, vindici strali che stanno alla base del  governo – e del consenso – per Lega e M5S trova fondamento nell’illusorio richiamo a un mondo che non c’è più. Quello di un Paese tutto sommato tranquillo, non ricco ma con discreta diffusione di sicurezza economica, fuori dall’onda delle migrazioni esterne, della globalizzazione, dove la competizione (anche questa concentrata sul mercato interno) si giocava sulla capacità di arrangiarsi (declinata in varie versioni, dall’assistenzialismo nel meridione al nord-est operoso e insofferente del fisco), senza grossi investimenti.

Così la forma rivoluzionaria di una propaganda giacobina, tradotta, appena possibile, in misure che irridono la complessità parlando alla pancia degli elettori afferma valori reazionari: chiusura, nazionalismo, razzismo, rifiuto della mediazione, sprezzo della scienza e della competenza.

Ma dall’altra, ben individuata nella manifestazione di Torino, emerge soltanto una controrivoluzione moderata. Non si intravede progetto alternativo perché ci si limita a propugnare la continuità di uno sviluppo che garantiva benessere e coesione: alta velocità, infrastrutture, grandi eventi, investimenti in arte e cultura, nel segno dell’apertura e dell’unione europea.

Non per caso questi valori mobilitano quei settori della società che erano rimasti silenti e temono oggi la decrescita che colpirebbe anche loro.

Temi che non affascinano i giovani, che suonano lontani a quanti hanno perso il lavoro o che subiscono il degrado delle periferie.

Mi sembra, in sintesi, che in campo si confrontino due conservatorismi: uno apertamente regressivo, l’altro illuso sulla linearità dello sviluppo e della storia.

Credo che il crollo dei valori e delle ideologie sia, invece, il risultato di uno sviluppo che, sebbene forte e impetuoso, ha polarizzato la società: pochi ricchi sempre più ricchi; aumento dei poveri; arretramento dei settori mediani che, perdendo la corrente ascensionale (nel reddito e nella considerazione sociale) si vivono come impoveriti.

Il resto, compresa la guerra intestina tra i poveri vecchi e nuovi (col suo corredo di razzismo, sovranismo, sessismo e omofobia) non è che conseguenza di tale fenomeno.

Se questa è la genesi dell’attuale crisi, la sfida che si presenta alla ricostruzione di una politica “alta” e “morale” è di disegnare un modello di crescita che intervenga non solo sulle determinanti della ricchezza (conciliandole con la sostenibilità ambientale) ma anche su quelle della redistribuzione (rendendole coerenti con la sostenibilità sociale).

È giusto combattere l’idiozia della “decrescita felice”, ma occorre sapervi contrapporre la “crescita equa”.

Consiglio a chi già dipinge il “movimento del 10 novembre” che ha riempito la piazza Castello a Torino come la riscossa delle forze della modernità di dedicarsi all’elaborazione di una proposta innovativa più ampia e più ambiziosa.

Perché c’è bisogno di un orizzonte di speranza concreta e fattibile, nella quale coinvolgere i giovani e gli esclusi.

Dove nasce l’ondata populista/sovranista e come superarla

Il crescente successo dei movimenti populisti e sovranisti viene spiegato sempre più spesso facendo ricorso ai criteri della psicologia comportamentale o, in ogni caso, sul piano del sentimento di massa, quasi che tutto riposi sulla prevalenza di reazioni pulsionali alla percezione di pericoli (sentiti come tali anche quando non reali).

Così la mano dura contro l’immigrazione sarebbe la risposta alla sensazione che gli stranieri possano non solo invadere il territorio ma anche violentare e travolgere usi, costumi e cultura indigeni.

Queste analisi si limitano a valutare gli effetti di fenomeni che derivano da altre radici, scambiando le cause con atteggiamenti collettivi che sono certamente riconducibili ad automatismi mentali che confluiscono in passioni e si alimentano di identità di appartenenza. Analisi insufficienti, restando a valle di ciò che quegli effetti ha provocato.

Quasi sempre le spiegazioni di psicologismo sociale invitano gli avversari del populismo sovranista a comprendere le ragioni delle pulsioni securitarie per fornir loro risposte di segno diverso. Cioè a inseguire i vincitori sul loro terreno, dimenticando che la pulsione pretende soddisfazione immediata e privilegia le scorciatoie, rifiutando la complessità e la mediazione.

Invece la temperie storica è assai complessa, esige articolazione di scelte e mediazioni, esercizio del pensiero speculativo. Se non si riuscirà a dare coscienza della complessità come inevitabile percorso per non soccombere al declino (sociale e individuale) ogni battaglia è perduta e la società sarà condannata a frantumarsi fino a esplodere nel vortice del particolarismo che soffoca e impedisce ogni progetto evolutivo.

Per riuscirci, occorre comprendere come siamo giunti a questo punto.

A scatenare l’ansia sicuritaria non sono gli immigrati (pochi o tanti, sono anch’essi un effetto) ma alcuni radicali mutamenti nelle dinamiche che segnarono lo sviluppo nel ventesimo secolo (con derivazioni sin dalla rivoluzione industriale nata nel secolo precedente).

Tre di essi sono materiali, il quarto sovrastrutturale ma intimamente legato a quelli materiali.

I fattori causali sono strettamente intrecciati, in una coerenza storica che non è solo sincronica ma anche logica. Per questo li indico secondo una gerarchia di valenza.

Al vertice individuo la finanziarizzazione dell’economia. Il volano del valore, che l’industrialismo fondava sulla produzione di beni, si è spostato sul versante del mercato finanziario, nel quale le aspettative sostituiscono le transazioni di beni reali.

Poi viene la caduta dell’intensità di lavoro nella formazione del capitale. Razionalizzazione organizzativa, automazione, robotizzazione, hanno diminuito la quantità di lavoro umano necessaria nella produzione di beni (e ormai anche dei servizi) e disarticolato i processi produttivi, con la tendenziale estinzione dei grandi complessi che occupano nello stesso luogo molte migliaia di lavoratori.

Al terzo posto, parallela e quindi conseguente al mutamento appena citato, si determina la redistribuzione dei ruoli produttivi a livello mondiale. Dopo l’emergere dei NIC (Paesi di nuova industrializzazione), nuove grandi potenze, in grado di produrre non solo quantità ma anche qualità, in virtù della loro densità demografica, della loro disciplina, delle capacità finanziarie concentrate: la Cina, l’India. A sfidare i grandi del ventesimo secolo: USA, potenze europee (associate non troppo saldamente nell’UE), il Giappone, la Russia (già Unione Sovietica). La produzione industriale si sposta a Oriente, cambiando drasticamente il peso dei grandi competitori sul mercato globale.

Da ultimo, in ordine di tempo ma come corollario quasi inevitabile ai primi due fenomeni, si afferma la prevalenza del contenuto seduttivo a quello funzionale nella determinazione delle scelte di consumo.

Vale la pena soffermarsi su questo aspetto.

Con una produzione che eccede il bisogno di consumo, la spinta alla sostituzione, alla sovrapposizione, al possesso superfluo diventa decisiva per la collocazione delle merci.

Le tecniche promozionali si affinano e, grazie alla pervasività della comunicazione digitale, fanno ampio e crescente ricorso alla profilazione: per proporre vendite toccando tasti dei quali si conosce la sensibilità dei destinatari, per riconfezionare merci capaci di incontrare i gusti del pubblico.

Nella nuova situazione, finanziarizzazione e passaggio del potere di mercato dal produttore al mediatore, spingono alla concentrazione. Pochi grandi colossi, forti del predominio tecnologico e della massa di capitale posseduto, dominano il mondo, ben più degli Stati nazionali.

Intanto l’esplosione dei consumi, l’imitazione dei modelli di vita dispendiosa impattano sull’ecosistema, con il CO2 che compromette l’equilibrio climatico, la deforestazione, le crisi idriche e di siccità, l’urbanizzazione caotica, le massicce migrazioni.

Le guerre e i conflitti etnici si innestano su questo tessuto.

Le dinamiche produttive e distributive polarizzano le condizioni sociali individuali. Il ceto medio si assottiglia, favorendo ristrette cerchie di ricchi sempre più ricchi e allargando l’area della povertà.

La povertà percepita, inoltre, è ben più vasta di quella assoluta, giacché l’impossibilità di accesso a consumi superflui viene sentito come privazione dei desideri e l’impoverimento relativo viene vissuto come marginalità sociale. A questo sentimento concorre il venir meno di parte dei servizi pubblici, compressi dai deficit statali.

Le dinamiche descritte precipitano sulla vita quotidiana. Non è più vero che i figli avranno una vita migliore di quella dei padri, scatenando la frustrazione e la rabbia degli uni e degli altri.

Come si vede, non è l’ingresso di migranti a togliere il lavoro e a turbare la quiete dei Paesi occidentali. Né il loro afflusso potrà essere bloccato da misure repressive e di controllo se non si interverrà sulle cause che lo determinano.

Concentrarsi sulle misure di contenimento degli effetti dei fenomeni richiamati può forse mitigarli ma non impedirà che essi si ripropongano, aggravandosi nel tempo.

La crisi nata nel 2008 ha radici strutturali che non sono state risolte con la ripresa congiunturale degli ultimi anni. In Italia come nel resto del mondo, anche se per il nostro Paese debolezze di fondo del tessuto economico rendono più acute le difficoltà.

Nasce forte l’esigenza di un programma politico capace di incidere sui fattori che stanno imprimendo allo sviluppo i segni della catastrofe ambientale e dell’ineguaglianza sociale.

Per esigenze di giustizia e di conservazione del pianeta, per restituire una speranza al futuro dell’uomo.

Dinanzi alla complessità dei problemi l’orizzonte strategico dovrà riempirsi di interventi specifici, mirati su traguardi parziali, prestando attenzione alla loro coerenza con il disegno generale.

L’utopia positiva verso cui tendere è un mondo nel quale le immense potenzialità della tecnologia e della scienza siano incanalate a garantire un contenuto etico allo sviluppo. L’uso assennato, razionale e illuminato delle risorse può offrire cibo, salute e istruzione a tutta la popolazione mondiale, arrivando anche – tramite la diffusione della cultura dell’integrazione e della moderazione – a frenare gli opposti disastri demografici della denatalità e della sovrappopolazione. Soltanto così l’incontro tra culture diverse si potrà risolvere in cooperazione e scambio, favorendo la pace e aumentando la sicurezza internazionale e interna ai singoli Paesi.

A contrastare il predominio dell’economia di carta su quella reale possono valere interventi fiscali, da concordare almeno a livello UE, tali da incentivare gli investimenti in produzioni coerenti con la sostenibilità ambientale e sociale.

Altrettanto un sistema di tassazione, incentivi, commesse per grandi piani a indirizzo pubblico, potrebbe favorire attività a intensità di lavoro qualificato, bilanciando e accompagnando l’automazione e robotizzazione di quello povero e usurante.

Per riequilibrare i poteri di scambio andranno avviati programmi di infrastrutture e riqualificazione edilizia e ambientale, guidati da direttive pubbliche e controllati attraverso rendicontazioni sociali puntuali e diffuse nel corpo della società civile.

Appare decisivo suscitare una riflessione collettiva sui modelli di consumo. Si tratta di una sfida culturale da cui dipende il destino del mondo. Bisogna spostare i comportamenti dal consumo effimero e dissipativo a quello utile, ambientalmente sostenibile, orientato alla valorizzazione della persona umana. Dall’avere più cose nel più breve tempo possibile all’avere utilità per sé e una buona vita di relazione.

Oggi si pone la realizzazione personale nell’esibizione dell’avere, nella visione che propugno la realizzazione diviene potenziamento dell’essere, passando dall’omologazione imitativa dell’influencer di turno alla gioia dell’espressione del sentimento interiore.

Su questa strada è fondamentale l’investimento in cultura, dalla scuola alle espressioni artistiche, dal turismo consapevole alla coscienza dei valori del territorio naturale e costruito.

Tutto questo è ciò che riassumo sotto l’emblema del “Nuovo Rinascimento”. Un governo della complessità che punta a garantire “la vita buona” ai cittadini e, grazie ai beni e servizi che la rendono praticabile, a riqualificare l’offerta produttiva, rendendo competitivo ciò che è utile e bello.

Come arrivare a un obiettivo tanto ambizioso?

Costruendo il programma con il concorso delle intelligenze, delle aspirazioni e delle energie di quei segmenti e settori della società che rifiutano di farsi travolgere dalla deriva di quella maggioranza veloce, impulsiva, insofferente, irosa e talora violenta che detta ritmi e contenuti sui social, che anima il rifiuto di confrontarsi con la complessità brandendo le proprie convinzioni armate dalla paura e dai particolarismi.

Scienziati, pensatori, professionisti, imprenditori, artisti, amministratori pubblici, singoli intellettuali che siano interessati e disponibili a costruire insieme un grande progetto di salvezza del Paese e del pianeta potranno essere mobilitati a stilare il manifesto del Nuovo Rinascimento. Intorno al manifesto e per dare corpo al suo spirito sarà costituito un “Think tank” (un gruppo esperto, aperto e dialogante con i movimenti che agiscono nella società) che scriverà il programma e ne seguirà le fasi di realizzazione.

Movimenti legati a singole istanze saranno sostenuti per la realizzazione di “single issue”: nel settore ambientale, culturale, dei diritti civili e sui vari aspetti della vita sociale. A titolo di esempio: per contrastare l’espansione del consumo dissipativo (e l’indirizzo inefficace delle risorse sociali e individuali) vanno valorizzate le associazioni dei consumatori; per la riqualificazione ambientale del territorio vanno sostenuti i comitati locali; per far crescere la cultura dell’essere vanno potenziati i circuiti del benessere e gli spazi per l’espressione sportiva e artistica dei giovani.

La sintesi di queste iniziative, la valorizzazione dei loro successi come dimostrazione che le cose possono essere affrontate e risolte positivamente, facendone elementi che concorrono ad allargare il consenso intorno al programma generale, dovrà trovare forme politiche nuove.

Tutto questo chi lo può fare, visto che partiti e movimenti sono impegnati nella polemica spicciola, nelle reciproche invettive, nel porre l’orizzonte di misura del consenso non oltre il prossimo appuntamento elettorale?

Non si esagera a considerare epocale il passaggio storico nel quale siamo entrati. Se al suo sbocco vi sarà l’implosione (che significa moltiplicazione dei conflitti, declino, forse nuove guerre) o una nuova fase di prosperità e di pace dipende anche dall’emergere (purtroppo per nulla scontato) di una politica “alta” che dia consapevolezza ai popoli e li guidi sulla via del progresso.

Non si scorge, nel panorama internazionale, nessuna personalità che risponda al bisogno di leadership e carisma capaci di accendere volontà e fantasia di impegno per un mondo migliore.

Per farla emergere occorre uscire dalla nostalgia di quel che non è più attuale: non la socialdemocrazia del novecento, non il liberalismo. Tanto meno – è ovvio dalle premesse di questo articolo – la finta modernità del sovranismo o del nazionalismo regressivo.

In un mio breve racconto ho schematizzato, in versione letteraria, il mio pensiero. (in questo stesso sito: http://giorgioperuzionarra.it/2018/08/20/coltivare-r-o-s-e/)

C’è bisogno di un movimento che sappia “coltivare ROSE”, nel senso di:

programma strategico: Rinascimento Orizzonte Sviluppo Europa;

passione ideale: Ragione Ottimismo Sentimento Empatia;

azione sociale: Rete Organizzazione Solidarietà Equità.

Un sogno?

Certo il dibattito in quel che resta della sinistra italiana, oscillando dal rimpianto di Berlinguer al grigio fascino di Macron, è deprimente.

Credo, tuttavia, che nel malessere dei nostri tempi vibri una forte domanda implicita di buona politica, a mantenere viva la voglia di poter guardare al futuro.

Se il mio scritto darà un piccolo contributo a suscitare riflessioni e a rinnovare contenuti e modi della politica, vorrà dire che il sogno non appartiene solo a me.

Perché quando si lancia un sassolino a scuotere il mare in bonaccia non si fa altro che evocare il montare dello onde, quello che porterà energia e aria frizzante, carica di profumo salmastro a riempire i polmoni, a deliziare gli occhi, a far volare la fantasia.

Qualcuno verrà a coltivare ROSE?

I Bilanci sociali dell’INPS Piemonte

Uno degli impegni più coinvolgenti, difficile ma appassionante, della mia attività presso la Direzione regionale piemontese dell’INPS fu il coordinamento dell’attività di redazione del bilancio sociale, annualmente pubblicato dalla Direzione e dal Comitato Regionale.
La rendicontazione sociale deve consentire ai portatori di interesse (che, nel caso dell’INPS, coincidono praticamente con tutti i settori della popolazione) di conoscere l’impiego e l’impatto delle risorse gestite per la fornitura dei servizi istituzionali che sono affidati all’Istituto.
Quando mi venne proposto di occuparmene, promossi un’estensione della rendicontazione sul versante del servizio di analisi dell’evoluzione della società locale (e della sua economia) attraverso l’elaborazione dell’eccezionale fonte costituita dagli archivi dell’INPS. Grazie al miglioramento dello stato di aggiornamento dei database e alle potenzialità elaborative delle nuove tecnologie di trattamento, tentai di basare questo lavoro sull’universo dei dati e non – come sono soliti i servizi statistici – sulla verifica campionaria.
Mi dedicai a questa attività per sei anni (dal bilancio riferito al 2010, pubblicato l’anno successivo, al bilancio per il 2015, pubblicato nel 2016, ultimo nel quale lavorai nel periodo centrale dell’anno nel quale divenivano disponibili i dati).
Parlo di coordinamento ma, in verità, molta parte del lavoro di analisi la svolsi personalmente e gran parte dei commenti li scrissi direttamente. Ciò precisato, chiarisco che i colleghi citati quali collaboratori fornirono comunque preziosi e importanti contributi di un lavoro che, senza di loro e senza la fornitura di dati dal servizio statistico nazionale, non avrebbe il valore e la profondità che riuscì a raggiungere.
Mi piace mettere a disposizione di chi vorrà vederli, due di quei Bilanci Sociali.
Sono volumi pesanti di cifre e tabelle, ma credo che la loro rilevanza si colga nei commenti, sintetici e senza infingimenti diplomatici, che individuano fenomeni socialmente significativi, per la società piemontese e talora come epifenomeni di problematiche di portata nazionale.
Propongo quello del 2013, del quale segnalo l’analisi sulla dinamica del mercato del lavoro, che tutela le coorti d’età mature e non solo esclude ma schiaccia, respinge ed espelle i giovani. Un andamento che le più accreditate statistiche ufficiali nazionali riconobbero solo l’anno successivo.
Propongo anche quello del 2015, dove si propone una valutazione sull’impatto della riforma pensionistica varata sul finire del 2011 (legge Fornero), che individua i punti di sofferenza ma anche il raggiungimento della fase di assestamento delle sue norme, con il superamento della fase di emergenza.
Sono letture difficili, che riguardano argomenti complessi, ma chi è interessato ai temi potrà trovarvi stimoli di assoluta attualità.

 

TestoBS2013Piemonte

BS2015PiemonteTestoDef

Lotta all’evasione contributiva

Tanta parte della mia vita professionale fu dedicata alla vigilanza ispettiva sulla regolarità dei comportamenti in materia di assicurazioni sociale e, in parte, di rispetto dei diritti dei lavoratori.
Poiché alla mia attività di ispettore e poi di dirigente INPS si accompagnò sempre la passione per lo studio e la ricerca sociale, misi la mia esperienza sul campo e le mie conoscenze accademiche a disposizione della ricerca di proposte per dare efficacia alle misure volte a garantire la regolarità nel rispetto delle leggi previdenziali.
Nel 1997 pubblicai una ricerca, commissionatami dal sindacato dei pensionati della CGIL, che riassumeva un quadro di misure, normative e culturali, che potevano segnare una svolta nella politica di vigilanza e prevenzione.
Molte tra esse restano drammaticamente attuali, forse da ulteriormente mirare per restituire visibilità e diritti alle ampie fasce di lavoratori confinati nel precariato quando non nell’economia totalmente sommersa, magari confinante con quella criminale.
Altro che jobs act o decreto dignità!
Vale la pena di riproporre la lettura di quella relazione.

LottaEvasioneContributiva_071997

Il Welfare esploso

La previdenza sociale è la speranza del futuro. Si risparmia per avere certezza di risorse quando non avremo più le forze per procurarcele lavorando.
Siccome da giovani, in una naturale illusione di eternità istantanea, si preferisce impiegare quel che si guadagna per progetti immediati, la previdenza obbligatoria fu una conquista sociale di civiltà che portò, con l’accantonamento di parte dei salari o dei ricavi professionali, alla salvaguardia delle condizioni di vecchiaia, malattia, infortunio, disoccupazione, vedovanza.
Il sistema previdenziale è un meccanismo a orologeria. Il suo disegno viene realizzato in un momento diverso e lontano da quello del suo effetto. Se la società muta rapidamente, rischia di rivelarsi squilibrato, inadeguato, deficitario, economicamente insostenibile.
Poiché la società e l’economia videro profondi, rapidi e violenti cambiamenti avviati dalla seconda metà XX secolo e divenuti impetuosi negli anni recenti, il sistema previdenziale italiano ha mostrato nel tempo crepe e fratture che imposero interventi radicali.
Negli anni novanta si aprì un aspro confronto tra i sostenitori del sistema retributivo (ancorare le pensioni alle ultime retribuzioni) e quelli del sistema contributivo (calcolare le pensioni sul monte contributivo versato nella carriera lavorativa).
Altro aspetto rilevante fu l’età pensionabile in relazione alla speranza di vita.
Ancora oggi polemiche e conflitti sono vivacemente aperti su questi temi.
Partecipai a quelle discussioni.
Lo feci cercando di capire il funzionamento del sistema pensionistico, al di là delle ideologie e delle convenienze di gruppo e/o personali.
Compresi che il sistema retributivo (come un’età pensionabile reale media decisamente bassa) aveva una radice storico-sociale prima ancora che una valutazione di sostenibilità economica. Era il risarcimento che la società offriva alle coorti che avevano sostenuto con il proprio lavoro la ricostruzione post-bellica e lo sviluppo dell’industria di massa.
Ma già negli anni novanta questa equazione non funzionava più. Si avvantaggiavano di quel sistema soprattutto gruppi diversi da quelli per i quali era pensato.
Bisognava cambiare per evitare il tracollo.
Ricordo che, allora, svolgevo il ruolo di dirigente sindacale CGIL. Fui mandato a tenere assemblee nelle fabbriche per discutere della questione pensionistica, in una stagione nella quale la politica esaminava varie ipotesi di riforma.
Poiché avevo studiato e volevo contribuire a diffondere consapevolezza e ragione e non fare propaganda, iniziai i miei interventi (usando, ovviamente, il gergo sindacale) dicendo:
“compagni e amici, il problema della pensioni non è un problema dei padroni, è un problema nostro.” E poi via, a spiegarne i termini e a cercare una via equa, socialmente ed economicamente sostenibile, per la riforma.
Molta acqua è passata sotto i ponti, molte riforme sono state varate, stop and go, scaloni e scalini, fratture generazionali e quant’altro. Grandi rabbie, grandi passioni, grandi promesse elettorali.
Tutto questo sarebbe stato assai meno drammatico se la riforma Dini avesse riportato al sistema contributivo per tutti.
Buttare la croce addosso a Elsa Fornero è ingeneroso e oggettivamente immotivato. Drastiche misure erano inevitabili. Fecero male e non risolsero solo perché rimasero l’unica riforma del governo Monti sul piano dell’economia, mentre sarebbe stato necessario inserirla in un coraggioso piano di rilancio e revisione delle politiche di aiuti alle imprese.
Non voglio entrare nelle dispute attuali, se non per osservare che, nuovamente, non può esistere un sistema previdenziale che regge se l’economia arranca, che la prima vera riforma previdenziale è garantire alti tassi di occupazione e buoni livelli di sviluppo del PIL.
Credo di fare cosa utile, ripubblicando una mia ricerca che spiega, con la forza dei dati oggettivi ricavati dalle statistiche reali estratte dagli archivi INPS, la situazione alla base delle riforme (di quelle già varate e di un’altra che dovrà rimettere le cose a posto).
Una ricerca che trovò, allora, l’apprezzamento del professor Onorato Castellino, il maggiore esperto della materia dell’epoca e della professoressa Chiara Saraceno, sociologa della famiglia, di genere e della povertà.

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Società dell’informazione

Ripropongo un lemma che composi per la GDE UTET e che rimase inedito perché ritenuto di insufficiente interesse.

Credo che la definizione del nostro mondo (come si è andato configurando negli anni Novanta e che si è definitivamente affermato nel XXI secolo) mantenga pienamente la sua efficacia.

 

società dell’informazione

Viene così definita, ad iniziativa di larga parte della letteratura sociologica, la società destinata a succedere alla società industriale.

Essa si caratterizza per la perdita di centralità del settore secondario dell’economia. Già dagli anni Ottanta negli Stati Uniti oltre il 60% del PIL proveniva dal settore dei servizi ed il peso del “terziario”, genericamente inteso, tendeva ad espandersi raggiungendo proporzioni anche maggiori. Lo stesso fenomeno, negli anni seguenti, e a ritmo meno intenso, si registrò negli altri principali Paesi ad economia avanzata. In un primo tempo, ciò portò alla coniazione del termine di “società post-industriale” per descrivere la nuova formazione socio-economica. La coscienza dell’importanza di garantire un solido tessuto destinato alla produzione di beni – che, in effetti, cresceva a livello mondiale, redistribuendo funzioni e spostando la manifattura verso i Paesi di nuova industrializzazione – portò a politiche volte a sostituire attività industriali i cui fattori di costo spingevano alla automazione e alla delocalizzazione degli impianti con altre, sempre di natura industriale, a maggior contenuto progettuale e a più alto valore aggiunto. Divenne quindi d’uso corrente la definizione di “società neo-industriale”, per indicare quelle economie avanzate che operavano il rilancio del settore secondario effettuando la riconfigurazione della sua composizione settoriale e il correlato innalzamento degli standard tecnologici e dei paradigmi organizzativi. Tuttavia anche tale definizione apparve presto riduttiva e incapace di riassumere la dinamica incessante della competizione globale, che riassegna continuamente ruoli e ranghi nei singoli rami merceologici e che rischia di sottendere classificazioni gerarchiche rigide in un panorama contraddistinto da forte flessibilità.

La definizione di “società dell’informazione” assume, pertanto, maggiore efficacia descrittiva e sfugge a ogni intento comparativo tra l’uno e l’altro Paese. Infatti, la caratteristica fondamentale del tumultuoso ciclo di innovazione permanente (di processi, di prodotti, di assetto dei mercati, della stessa cultura materiale) che ha preso l’avvio dalla seconda metà degli anni Ottanta è di essere veicolato dalla diffusione e dalla possibilità di impiego delle informazioni.

Il carattere pervasivo delle tecnologie informatiche ha mutato il mondo della produzione come quello dei consumi (dall’automazione dei processi produttivi alla simulazione dei fenomeni fisici; dall’abbattimento dei costi di comunicazione alla moneta elettronica). Tuttavia l’informazione non si riduce al suo trattamento elettronico: il controllo delle informazioni, attraverso procedure di accesso, consultazione, selezione ed estrazione (e la loro rapidità), nonché la capacità di metterle in relazione per trasformarle in ingrediente dell’innovazione – intesa come processo creativo – sono gli elementi fondamentali del progresso scientifico-tecnologico. Gli stessi requisiti (controllo e capacità di impiego creativo dell’informazione) sono indispensabili alla conquista e al presidio del potere politico (si pensi all’utilizzo dei sondaggi, dei media e ancor più della rete tramite i social) o al successo di operazioni finanziarie (con i mercati ormai on-line, in tempo reale, per l’intero arco della giornata).

L’informazione come merce pregiata, come strumento di produzione, come potenziatrice di servizi, come oggetto di contesa politica ed economica, come componente della vita quotidiana: questi aspetti giustificano la descrizione sintetica di una “fase lunga” (quanto non possiamo prevederlo, ma che certo si estenderà per parecchi anni nel nostro futuro) dello sviluppo e degli assetti socio-economici (su scala globale, sebbene in forme e dimensioni geograficamente differenziate per impatto) con la definizione di “società dell’informazione”.

 

(Giorgio Peruzio – inedito – 1995).