Il destino del pianeta e l’economia delle fonti energetiche

Ho recentemente letto Un green new deal globale, di Jeremy Rifkin.

Un libro che consiglio a tutti.

L’autore, con l’ottimismo di chi collabora a costruire progetti di ampio respiro, in Europa e in Cina, delinea una visione planetaria di medio e lungo periodo sull’avvento della terza rivoluzione industriale, che segnerà l’abbandono dei combustibili fossili e il passaggio alle energie rinnovabili (solare ed eolico in primo luogo).

Rifkin vede all’orizzonte una società nella quale l’obiettivo della salvaguardia ecologica, l’arresto e inversione dell’emergenza climatica, cambierà, insieme all’economia, le dinamiche del lavoro e sociali.

La sua proposta vuole rilanciare l’essenza del «capitalismo sociale», un modello economico pragmatico in grado, nel breve orizzonte temporale che abbiamo di fronte, di accelerare la transizione verso un’era a emissioni prossime allo zero.

Non è facile aderire alla sua visione progressista, perché troppo poco si sta muovendo in quella direzione.

La descrizione, lucida e serena, degli scenari tecnologici, di mercato e di equilibri democratici che attraversano il saggio, ci consegna un grande dilemma, insieme portentoso e tragico, comunque straordinario e storicamente fondato.

Tutte le grandi trasformazioni economico/tecnologiche hanno comportato un massiccio intervento statale, con l’immissione di ingenti investimenti diretti e l’attrazione, altrettanto imponente, di capitali privati. Ciò fu e sarà necessario per consentire l’infrastrutturazione, materiale e culturale, che distribuisce a tutta la società i benefici delle nuove ricchezze attivate.

Il dilemma, quindi, è il seguente: sapranno i governi gestire e indirizzare le risorse, nei tempi e modi efficaci per realizzare la conversione alle nuove fonti energetiche e la creazione di una rete intelligente e flessibile per una loro efficiente e democratica distribuzione?

L’alternativa è l’avanzamento del degrado ambientale (cambiamento climatico e non solo) e l’accaparramento delle nuove ricchezze generate dal prevalere delle energie rinnovabili da parte di alcuni colossi privati, con l’esasperazione della divaricazione tra pochi ricchi sempre più opulenti e le masse impoverite.

Il tema della disuguaglianza, la scomparsa del ceto medio, il dominio dell’economia di carta (finanziarizzazione) che degrada e marginalizza il valore del lavoro, sono strettamente dipendenti da questa mutazione dei cicli di produzione legata alla sostituzione delle fonti energetiche primarie.

Questi sono i grandi temi che la politica dovrebbe affrontare.

Nessuno di essi trova spazio, se non in vuoti slogan, nei programmi delle formazioni che si sfidano in una perenna campagna elettorale, nella quale il successo di gioca su paure e risentimenti, promesse irrealizzabili, chiusure dinanzi alla dimensione globale e glocale delle questioni da cui dipendono le condizioni della vita collettiva e individuale, oggi e ancor più domani.

Che pena assistere alle urla e agli insulti!

I veri leader sono quelli capaci di trovare il consenso su progetti che, specie in tempi tormentati come quelli che viviamo, guardano a visioni di futuro, non vendendo messaggi di prosperità a breve, ma invitando all’impegno per costruire condizioni di sviluppo, libertà, equità sociale e progresso sull’orizzonte di qualche anno.

La svolta, sostiene Rifkin, è attesa tra il 2030 e il 2050.

In quale direzione, dipende da tutti noi.

C’è poco tempo, ma c’è ancora tempo per riflettere, decidere, agire.

Mettendo insieme ragione e competenze, restituendo un senso alla politica come concreta realizzazione degli ideali e non scontro emotivo tra tribù contrapposte.

L’effimero successo del “Me ne frego”

La citazione contenuta nel titolo di queste riflessioni vale, simbolicamente, a spiegare l’esito delle recenti elezioni europee nel nostro Paese.

Non per caso, rispolverare motti e stilemi della retorica fascista ha messo le ali alla conquista di ampie fasce di elettori da parte della Lega e del suo leader.

La vittoria del M5S dello scorso anno segnava il montare nel popolo dello spirito di rivalsa. C’è un largo settore della società che soffre la mancata realizzazione dell’aspirazione a poter raggiungere una condizione di tranquilla agiatezza e trasforma la frustrazione in rancore. La colpa viene addebitata ai politici, agli intellettuali, ai giornali, a tutti quelli che rappresentano il potere tradizionale. Il voto al M5S sembrava la migliore scelta per punire questi colpevoli.

Ma poi s’è visto che le cose non sono cambiate. Anzi: dove governano i 5 stelle le città precipitano, il ristagno economico e il disordine civile e materiale si impennano.

Allora il rancore vira su altri bersagli. Contro l’intrusione degli immigrati, visti come portatori di nuovi pericoli e concorrenti nell’accesso agli aiuti pubblici. Ma, soprattutto, esso alimenta l’illusione che a frenare l’economia siano i vincoli esterni. La disciplina fiscale dell’UE, le regole e la burocrazia, l’eccesso di pressione fiscale. Mostri da sconfiggere e cancellare! Questo è il nerbo delle promesse salviniane. Questo è il “me ne frego” che resuscita il simulacro dell’uomo d’azione, volitivo e possente, capace di vincere e distruggere i tentacoli vincolistici.

Il grosso del suo elettorato vive nella generazione dei baby boomers, quelli cresciuti senza eccessivi patemi e improvvisamente privati della bella vita, che pensavano di meritarsi per quel moto progressivo che vede i figli stare meglio dei padri, e che ora vivono l’incertezza nel lavoro e nel reddito e hanno figli alle prese con il precariato. Disabituati a misurarsi con la complessità, con una formazione infarcita di TV e consumismo, cercano e anelano soluzioni elementari, privilegiando quelle individuali a quelle collettive. In una deriva che fa riemergere egoismi e sentimenti ancor più sordidi. Così, nel linguaggio – complice la massificazione dei canali di comunicazione via Internet – ci si affranca (con un sospiro di bieco sollievo) dal politally correct. Non ci si vergogna del razzismo, si ricorre all’insulto, si sdogana il fascismo, il sessimo, l’omofobia. È la resuscitata litania dilagante del “me ne frego!”. I valori della Resistenza non sono dimenticati, ma semplicemente non fanno parte del bagaglio culturale di questo arcipelago di disordinate intolleranze.

E, tuttavia, le stagioni politiche sono ormai molto brevi.

Renzi prese più del 40% alle Europee 2014, quando sembrava impersonare una nuova primavera delle politiche economiche e sociali. Ma, portando solo la rottamazione del vecchio personale politico e non riuscendo a mantenere l’impegno di rianimare lo sviluppo, perse rapidamente il consenso.

Salvini vola quasi al 35%, ma dovrà ora confrontarsi con lo stesso scoglio.

Se il governo PD riuscì a riportare il segno positivo al PIL, ma in misura ancora inferiore al necessario, per quello gialloverde l’impresa è ben più ardua, con una congiuntura internazionale fiacca e un asset produttivo e competitivo nazionale ai minimi della storia.

La prossima legge finanziaria metterà alle corde Salvini. Non ha programmi, né risorse, per invertire la rotta dell’economia italiana.

Oltre l’espressione del rancore, i cittadini chiedono che lo sviluppo riparta e che distribuisca i suoi frutti in modo meno ineguale di come sta accadendo per le dinamiche spontanee del mercato finanziarizzato.

A parole si può fingere di recuperare “indipendenza”, ma la globalizzazione non può essere chiusa come i porti. L’autarchia non è possibile per nessuno. Non sarà l’UE a imporre il fiscal compact ma la tagliola del mercato sui tassi di interesse del debito a rendere impervio lo sforamento della spesa in deficit.

Per Salvini il dilemma sarà tra una politica avventurosa in dispregio dei vincoli, con la conseguenza di un disastro finanziario che porterà un domani di lacrime e sangue, oppure una legge di bilancio responsabile e avara. In entrambi i casi, portando la responsabilità del governo, questo dissolverà il grosso del consenso elettorale leghista al primo appuntamento successivo.

Tranne decida, da giocatore di poker, di far saltare il banco. Basterà premere per un’attuazione del contratto di governo tutta sbilanciata verso le istanze leghiste fino a provocare la crisi. Elezioni anticipate in autunno lo vedrebbero ancora vincitore, con la rendita dell’illusione che ha suscitato. A quel punto, la legge finanziaria potrebbe essere “alleggerita” delle promesse troppo costose, rinviate a un orizzonte quinquennale affidato a un governo (di destra-centro) più coeso dell’attuale.

Sull’altro versante, a conferma che gli elettori manifestano i loro sentimenti quando pensano che le elezioni poco influiscano sul quotidiano (così sono percepite quelle per il Parlamento europeo), ma prestano attenzione al buon governo per quelle più vicine alla vita di tutti i giorni, il centro-sinistra tiene a livello amministrativo. Tipico il caso di Bari, con un sindaco eletto con una maggioranza totalmente opposta al responso elettorale europeo.

Come può, in prospettiva, tornare competitiva sul piano nazionale un’alleanza alternativa al centro destra, posto che la parabola pentastellata sembra avviata a un inarrestabile declino?

Se si guarda a Milano e a Firenze, si vede che aree che mantengono un buon andamento economico e amministrazioni attente a garantire sviluppo equilibrato e modernizzazione sono quelle nelle quali il centro-sinistra resta maggioritario.

Tenere insieme politica (come mediazione positiva con funzioni regolatrici e redistributive), economia (come valorizzazione delle vocazioni sostenute da iniziativa privata, ricerca e innovazione), società civile (come espressione delle istanze collettive e territoriali) è la scommessa per un futuro nel quale lo sviluppo sia declinato in chiave di sostenibilità ambientale e sociale e di passaggio dal consumerismo all’uso etico delle risorse.

La Lega è lontana da questa sensibilità, il M5S insegue strane chimere di decrescita, il centro sinistra, a sua volta, sembra ancora legato a radici che affondano nel secolo passato.

Personalmente, sono convinto che debba nascere un soggetto nuovo, in parte recuperando e rimescolando l’attuale quadro di partiti e movimenti, ma altrettanto (e forse più) scaturendo da movimenti profondi della società, tra i quali il primo germoglio sembra la passione dei ragazzi che scendono nelle piazze con Friday for future.

Poco meno di un anno fa scrissi un racconto nel quale affidavo a un vecchio professore torinese un’analisi e una sorta di proposta profetica.

Lo ripropongo alla lettura di chi ne sarà curioso.

Chissà se fioriranno ROSE.

L’urlo del popolo non è motore della storia

Secondo l’Enciclopedia Treccani, il popolo è l’insieme delle persone che vivono nella stessa area e condividono tradizioni e culture che ne fanno una comunità omogenea. Giuridicamente, il popolo è l’insieme di individui con diritto di cittadinanza in un determinato Stato.

La Costituzione italiana attribuisce la sovranità al popolo, che la esercita attraverso le istituzioni di rappresentanza politica.

Se s’approfondisce il significato di queste definizioni, si scopre  che il termine “popolo” raccoglie in un’entità collettiva una somma di innumerevoli diversità.

La comunità “popolo”, infatti, è tutto men che omogena. Non per pignoleria l’articolo 3 della nostra Costituzione garantisce ai cittadini pari diritti “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.”

Questa disomogeneità, che è la condizione naturale delle persone e frastaglia la società, toglie valenza politica alla pretesa ideologia autodefinitasi “populista”.

Abbiamo molti esempi nel passato. I popoli non fanno la storia, la cui dinamica dipende dallo slancio vincente di élite capaci di rendersi interpreti dei movimenti profondi che agitano e rimescolano la società, nell’incrocio tra evoluzione tecnologico/produttiva e culture di massa (al plurale!).

Quando la crisi dei modelli politici ed economici cancella le élite che li avevano proposti e guidati e non emergono altre classi dirigenti, viene il tempo delle paure e dei rancori. Un tempo che può vedere il popolo (indistinto) calcare e riempire le piazze per urlare sconcerto e collera. Per distruggere quel che si odia senza ben aver chiari obiettivi e punti d’arrivo. Quello è il tempo in cui s’apre lo spazio al populismo. Perché il popolo non segue ragione e neppure sentimento (un senso affettivo che in politica può tramutarsi in ideale). Il popolo si raccoglie intorno a emozioni. Si perde, in quel momento, ogni logica di interesse collettivo (di gruppo, di mestiere, di generazione, fino a quello generale) per far prevalere il travolgimento istantaneo di un prepotente desiderio di affermazione e rivalsa. A quest’onda irrazionale parlano i leader populisti, riempiendo il vuoto di politica con la politica del proclama e l’immagine dell’uomo forte. Quando vincono, portando tragedie immani. Così furono nazismo, fascismo, l’ottobre russo e la rivoluzione culturale cinese, così furono il peronismo e le dittature personali in tante nazioni post-coloniali.

Vedo i tratti di questa fase di vuoto di identità e di prospettiva, di questa nuvola che oscura il futuro nel movimento dei gilet gialli, come già nell’elettorato che portò Trump alla Casa Bianca e nel consenso di chi applaude (e voterà) Salvini.

In Italia, il CENSIS ci spiega che il rancore s’è cristallizzato in un incattivimento diffuso, nel quale chi più sta in basso nella scala sociale, avendo diritti di cittadinanza, più protesta non tanto per avere, quanto per punire chi ha e per tenere lontano chi non solo non ha reddito ma neppure diritti.

Nel suo rapporto annuale il CENSIS sostiene che la risposta a questa implosione sta nel restituire dignità e spazio al lavoro.

Certo, la dignità e il ruolo del lavoro, come strumento di inclusione sociale oltre che di creazione di beni e servizi, è problema centrale.

Non credo, però, che basti mettere più investimenti in formazione e scuola per risolverlo.

Il lavoro che manca (non c’è per chi lo cerca, non ci sono competenze là dove ne emerge la domanda nel nuovo millennio) dipende dall’assenza di una chiara prospettiva di sviluppo.

L’élite che deve nascere giocherà il suo ruolo sul disegno di un’economia sociale orientata alla qualità, alla sostenibilità ambientale, alla circolazione, integrazione e diffusione della conoscenza. Occorre una visione del futuro che risponda all’esigenza di continuare a creare ricchezza senza esaurire le risorse e redistribuendola secondo criteri più equi.

La politica non è somma di tutte le istanze e i bisogni, ma sintesi tra esse nel segno dell’interesse della maggioranza delle persone, senza schiacciare per questo meriti e necessità degli altri.

Una politica alta che richiede il concorso non dei soli politici, ma del meglio delle intelligenze e delle risorse culturali e materiali.

Finché non ci si arriverà, il populismo, con le sue chimere e promesse ammantate dell’altro mito “sovranista”, ruggirà nelle piazze e nelle urne elettorali. Distendendo la sua ala a rubare l’alba e facendo correre la società verso il dirupo della disgregazione e della miseria.

I 40.000 del 10 novembre in piazza Castello

Con la manifestazione che portò 40.000 persone al centro della capitale piemontese, intorno alla parola d’ordine “SI-TAV”, Torino torna a muovere la storia, innescando processi capaci di incidere nella dinamica socio-politica dell’intero Paese.

Non è davvero poco per una città che attraversa una lunga fase di declino, con il tramonto del duopolio tra sinistra riformista e grande capitale che ha finito per consegnarla al governo dello scontento e a farne terreno di sperimentazione della sedicente “decrescita felice”.

Non ero a Torino, sabato 10 novembre. Ci manco da due anni ma ne seguo le peripezie tenendomi informato, la amo e ne soffro il declino, che iniziò con la fine dell’industrialismo di massa.

Se ancora ci vivessi avrei partecipato alla manifestazione convocata dalle “madamin” sotto la simbolica insegna “SI TAV”.

Ho letto i post e i commenti, ho guardato video e fotografie.

Un successo di presenze, una lezione di garbata e educatissima protesta. Molto torinese.

Ma anche emblematica di questi tempi, quindi con una valenza più generale.

Il Paese è attraversato dalla controrivoluzione reazionaria. Non sembri un ossimoro. Il coagulo di proteste, malcontenti, paure, egoismi, vindici strali che stanno alla base del  governo – e del consenso – per Lega e M5S trova fondamento nell’illusorio richiamo a un mondo che non c’è più. Quello di un Paese tutto sommato tranquillo, non ricco ma con discreta diffusione di sicurezza economica, fuori dall’onda delle migrazioni esterne, della globalizzazione, dove la competizione (anche questa concentrata sul mercato interno) si giocava sulla capacità di arrangiarsi (declinata in varie versioni, dall’assistenzialismo nel meridione al nord-est operoso e insofferente del fisco), senza grossi investimenti.

Così la forma rivoluzionaria di una propaganda giacobina, tradotta, appena possibile, in misure che irridono la complessità parlando alla pancia degli elettori afferma valori reazionari: chiusura, nazionalismo, razzismo, rifiuto della mediazione, sprezzo della scienza e della competenza.

Ma dall’altra, ben individuata nella manifestazione di Torino, emerge soltanto una controrivoluzione moderata. Non si intravede progetto alternativo perché ci si limita a propugnare la continuità di uno sviluppo che garantiva benessere e coesione: alta velocità, infrastrutture, grandi eventi, investimenti in arte e cultura, nel segno dell’apertura e dell’unione europea.

Non per caso questi valori mobilitano quei settori della società che erano rimasti silenti e temono oggi la decrescita che colpirebbe anche loro.

Temi che non affascinano i giovani, che suonano lontani a quanti hanno perso il lavoro o che subiscono il degrado delle periferie.

Mi sembra, in sintesi, che in campo si confrontino due conservatorismi: uno apertamente regressivo, l’altro illuso sulla linearità dello sviluppo e della storia.

Credo che il crollo dei valori e delle ideologie sia, invece, il risultato di uno sviluppo che, sebbene forte e impetuoso, ha polarizzato la società: pochi ricchi sempre più ricchi; aumento dei poveri; arretramento dei settori mediani che, perdendo la corrente ascensionale (nel reddito e nella considerazione sociale) si vivono come impoveriti.

Il resto, compresa la guerra intestina tra i poveri vecchi e nuovi (col suo corredo di razzismo, sovranismo, sessismo e omofobia) non è che conseguenza di tale fenomeno.

Se questa è la genesi dell’attuale crisi, la sfida che si presenta alla ricostruzione di una politica “alta” e “morale” è di disegnare un modello di crescita che intervenga non solo sulle determinanti della ricchezza (conciliandole con la sostenibilità ambientale) ma anche su quelle della redistribuzione (rendendole coerenti con la sostenibilità sociale).

È giusto combattere l’idiozia della “decrescita felice”, ma occorre sapervi contrapporre la “crescita equa”.

Consiglio a chi già dipinge il “movimento del 10 novembre” che ha riempito la piazza Castello a Torino come la riscossa delle forze della modernità di dedicarsi all’elaborazione di una proposta innovativa più ampia e più ambiziosa.

Perché c’è bisogno di un orizzonte di speranza concreta e fattibile, nella quale coinvolgere i giovani e gli esclusi.

Dove nasce l’ondata populista/sovranista e come superarla

Il crescente successo dei movimenti populisti e sovranisti viene spiegato sempre più spesso facendo ricorso ai criteri della psicologia comportamentale o, in ogni caso, sul piano del sentimento di massa, quasi che tutto riposi sulla prevalenza di reazioni pulsionali alla percezione di pericoli (sentiti come tali anche quando non reali).

Così la mano dura contro l’immigrazione sarebbe la risposta alla sensazione che gli stranieri possano non solo invadere il territorio ma anche violentare e travolgere usi, costumi e cultura indigeni.

Queste analisi si limitano a valutare gli effetti di fenomeni che derivano da altre radici, scambiando le cause con atteggiamenti collettivi che sono certamente riconducibili ad automatismi mentali che confluiscono in passioni e si alimentano di identità di appartenenza. Analisi insufficienti, restando a valle di ciò che quegli effetti ha provocato.

Quasi sempre le spiegazioni di psicologismo sociale invitano gli avversari del populismo sovranista a comprendere le ragioni delle pulsioni securitarie per fornir loro risposte di segno diverso. Cioè a inseguire i vincitori sul loro terreno, dimenticando che la pulsione pretende soddisfazione immediata e privilegia le scorciatoie, rifiutando la complessità e la mediazione.

Invece la temperie storica è assai complessa, esige articolazione di scelte e mediazioni, esercizio del pensiero speculativo. Se non si riuscirà a dare coscienza della complessità come inevitabile percorso per non soccombere al declino (sociale e individuale) ogni battaglia è perduta e la società sarà condannata a frantumarsi fino a esplodere nel vortice del particolarismo che soffoca e impedisce ogni progetto evolutivo.

Per riuscirci, occorre comprendere come siamo giunti a questo punto.

A scatenare l’ansia sicuritaria non sono gli immigrati (pochi o tanti, sono anch’essi un effetto) ma alcuni radicali mutamenti nelle dinamiche che segnarono lo sviluppo nel ventesimo secolo (con derivazioni sin dalla rivoluzione industriale nata nel secolo precedente).

Tre di essi sono materiali, il quarto sovrastrutturale ma intimamente legato a quelli materiali.

I fattori causali sono strettamente intrecciati, in una coerenza storica che non è solo sincronica ma anche logica. Per questo li indico secondo una gerarchia di valenza.

Al vertice individuo la finanziarizzazione dell’economia. Il volano del valore, che l’industrialismo fondava sulla produzione di beni, si è spostato sul versante del mercato finanziario, nel quale le aspettative sostituiscono le transazioni di beni reali.

Poi viene la caduta dell’intensità di lavoro nella formazione del capitale. Razionalizzazione organizzativa, automazione, robotizzazione, hanno diminuito la quantità di lavoro umano necessaria nella produzione di beni (e ormai anche dei servizi) e disarticolato i processi produttivi, con la tendenziale estinzione dei grandi complessi che occupano nello stesso luogo molte migliaia di lavoratori.

Al terzo posto, parallela e quindi conseguente al mutamento appena citato, si determina la redistribuzione dei ruoli produttivi a livello mondiale. Dopo l’emergere dei NIC (Paesi di nuova industrializzazione), si affermano nuove grandi potenze, in grado di produrre non solo quantità ma anche qualità, in virtù della loro densità demografica, della loro disciplina, delle capacità finanziarie concentrate: la Cina, l’India. A sfidare i grandi del ventesimo secolo: USA, potenze europee (associate non troppo saldamente nell’UE), il Giappone, la Russia (già Unione Sovietica). La produzione industriale si sposta a Oriente, cambiando drasticamente il peso dei grandi competitori sul mercato globale.

Da ultimo, in ordine di tempo ma come corollario quasi inevitabile ai primi due fenomeni, si afferma la prevalenza del contenuto seduttivo a quello funzionale nella determinazione delle scelte di consumo.

Vale la pena soffermarsi su questo aspetto.

Con una produzione che eccede il bisogno di consumo, la spinta alla sostituzione, alla sovrapposizione, al possesso superfluo diventa decisiva per la collocazione delle merci.

Le tecniche promozionali si affinano e, grazie alla pervasività della comunicazione digitale, fanno ampio e crescente ricorso alla profilazione: per proporre vendite toccando tasti dei quali si conosce la sensibilità dei destinatari, per riconfezionare merci capaci di incontrare i gusti del pubblico.

Nella nuova situazione, finanziarizzazione e passaggio del potere di mercato dal produttore al mediatore, spingono alla concentrazione. Pochi grandi colossi, forti del predominio tecnologico e della massa di capitale posseduto, dominano il mondo, ben più degli Stati nazionali.

Intanto l’esplosione dei consumi, l’imitazione dei modelli di vita dispendiosa impattano sull’ecosistema, con il CO2 che compromette l’equilibrio climatico, la deforestazione, le crisi idriche e di siccità, l’urbanizzazione caotica, le massicce migrazioni.

Le guerre e i conflitti etnici si innestano su questo tessuto.

Le dinamiche produttive e distributive polarizzano le condizioni sociali individuali. Il ceto medio si assottiglia, favorendo ristrette cerchie di ricchi sempre più ricchi e allargando l’area della povertà.

La povertà percepita, inoltre, è ben più vasta di quella assoluta, giacché l’impossibilità di accesso a consumi superflui viene sentito come privazione dei desideri e l’impoverimento relativo viene vissuto come marginalità sociale. A questo sentimento concorre il venir meno di parte dei servizi pubblici, compressi dai deficit statali.

Le dinamiche descritte precipitano sulla vita quotidiana. Non è più vero che i figli avranno una vita migliore di quella dei padri, scatenando la frustrazione e la rabbia degli uni e degli altri.

Come si vede, non è l’ingresso di migranti a togliere il lavoro e a turbare la quiete dei Paesi occidentali. Né il loro afflusso potrà essere bloccato da misure repressive e di controllo se non si interverrà sulle cause che lo determinano.

Concentrarsi sulle misure di contenimento degli effetti dei fenomeni richiamati può forse mitigarli ma non impedirà che essi si ripropongano, aggravandosi nel tempo.

La crisi nata nel 2008 ha radici strutturali che non sono state risolte con la ripresa congiunturale degli ultimi anni. In Italia come nel resto del mondo, anche se per il nostro Paese debolezze di fondo del tessuto economico rendono più acute le difficoltà.

Nasce forte l’esigenza di un programma politico capace di incidere sui fattori che stanno imprimendo allo sviluppo i segni della catastrofe ambientale e dell’ineguaglianza sociale.

Per esigenze di giustizia e di conservazione del pianeta, per restituire una speranza al futuro dell’uomo.

Dinanzi alla complessità dei problemi l’orizzonte strategico dovrà riempirsi di interventi specifici, mirati su traguardi parziali, prestando attenzione alla loro coerenza con il disegno generale.

L’utopia positiva verso cui tendere è un mondo nel quale le immense potenzialità della tecnologia e della scienza siano incanalate a garantire un contenuto etico allo sviluppo. L’uso assennato, razionale e illuminato delle risorse può offrire cibo, salute e istruzione a tutta la popolazione mondiale, arrivando anche – tramite la diffusione della cultura dell’integrazione e della moderazione – a frenare gli opposti disastri demografici della denatalità e della sovrappopolazione. Soltanto così l’incontro tra culture diverse si potrà risolvere in cooperazione e scambio, favorendo la pace e aumentando la sicurezza internazionale e interna ai singoli Paesi.

A contrastare il predominio dell’economia di carta su quella reale possono valere interventi fiscali, da concordare almeno a livello UE, tali da incentivare gli investimenti in produzioni coerenti con la sostenibilità ambientale e sociale.

Altrettanto un sistema di tassazione, incentivi, commesse per grandi piani a indirizzo pubblico, potrebbe favorire attività a intensità di lavoro qualificato, bilanciando e accompagnando l’automazione e robotizzazione di quello povero e usurante.

Per riequilibrare i poteri di scambio andranno avviati programmi di infrastrutture e riqualificazione edilizia e ambientale, guidati da direttive pubbliche e controllati attraverso rendicontazioni sociali puntuali e diffuse nel corpo della società civile.

Appare decisivo suscitare una riflessione collettiva sui modelli di consumo. Si tratta di una sfida culturale da cui dipende il destino del mondo. Bisogna spostare i comportamenti dal consumo effimero e dissipativo a quello utile, ambientalmente sostenibile, orientato alla valorizzazione della persona umana. Dall’avere più cose nel più breve tempo possibile all’avere utilità per sé e una buona vita di relazione.

Oggi si pone la realizzazione personale nell’esibizione dell’avere, nella visione che propugno la realizzazione diviene potenziamento dell’essere, passando dall’omologazione imitativa dell’influencer di turno alla gioia dell’espressione del sentimento interiore.

Su questa strada è fondamentale l’investimento in cultura, dalla scuola alle espressioni artistiche, dal turismo consapevole alla coscienza dei valori del territorio naturale e costruito.

Tutto questo è ciò che riassumo sotto l’emblema del “Nuovo Rinascimento”. Un governo della complessità che punta a garantire “la vita buona” ai cittadini e, grazie ai beni e servizi che la rendono praticabile, a riqualificare l’offerta produttiva, rendendo competitivo ciò che è utile e bello.

Come arrivare a un obiettivo tanto ambizioso?

Costruendo il programma con il concorso delle intelligenze, delle aspirazioni e delle energie di quei segmenti e settori della società che rifiutano di farsi travolgere dalla deriva di quella maggioranza veloce, impulsiva, insofferente, irosa e talora violenta che detta ritmi e contenuti sui social, che anima il rifiuto di confrontarsi con la complessità brandendo le proprie convinzioni armate dalla paura e dai particolarismi.

Scienziati, pensatori, professionisti, imprenditori, artisti, amministratori pubblici, singoli intellettuali che siano interessati e disponibili a costruire insieme un grande progetto di salvezza del Paese e del pianeta potranno essere mobilitati a stilare il manifesto del Nuovo Rinascimento. Intorno al manifesto e per dare corpo al suo spirito sarà costituito un “Think tank” (un gruppo esperto, aperto e dialogante con i movimenti che agiscono nella società) che scriverà il programma e ne seguirà le fasi di realizzazione.

Movimenti legati a singole istanze saranno sostenuti per la realizzazione di “single issue”: nel settore ambientale, culturale, dei diritti civili e sui vari aspetti della vita sociale. A titolo di esempio: per contrastare l’espansione del consumo dissipativo (e l’indirizzo inefficace delle risorse sociali e individuali) vanno valorizzate le associazioni dei consumatori; per la riqualificazione ambientale del territorio vanno sostenuti i comitati locali; per far crescere la cultura dell’essere vanno potenziati i circuiti del benessere e gli spazi per l’espressione sportiva e artistica dei giovani.

La sintesi di queste iniziative, la valorizzazione dei loro successi come dimostrazione che le cose possono essere affrontate e risolte positivamente, facendone elementi che concorrono ad allargare il consenso intorno al programma generale, dovrà trovare forme politiche nuove.

Tutto questo chi lo può fare, visto che partiti e movimenti sono impegnati nella polemica spicciola, nelle reciproche invettive, nel porre l’orizzonte di misura del consenso non oltre il prossimo appuntamento elettorale?

Non si esagera a considerare epocale il passaggio storico nel quale siamo entrati. Se al suo sbocco vi sarà l’implosione (che significa moltiplicazione dei conflitti, declino, forse nuove guerre) o una nuova fase di prosperità e di pace dipende anche dall’emergere (purtroppo per nulla scontato) di una politica “alta” che dia consapevolezza ai popoli e li guidi sulla via del progresso.

Non si scorge, nel panorama internazionale, nessuna personalità che risponda al bisogno di leadership e carisma capaci di accendere volontà e fantasia di impegno per un mondo migliore.

Per farla emergere occorre uscire dalla nostalgia di quel che non è più attuale: non la socialdemocrazia del novecento, non il liberalismo. Tanto meno – è ovvio dalle premesse di questo articolo – la finta modernità del sovranismo o del nazionalismo regressivo.

In un mio breve racconto ho schematizzato, in versione letteraria, il mio pensiero. (in questo stesso sito: http://giorgioperuzionarra.it/2018/08/20/coltivare-r-o-s-e/)

C’è bisogno di un movimento che sappia “coltivare ROSE”, nel senso di:

programma strategico: Rinascimento Orizzonte Sviluppo Europa;

passione ideale: Ragione Ottimismo Sentimento Empatia;

azione sociale: Rete Organizzazione Solidarietà Equità.

Un sogno?

Certo il dibattito in quel che resta della sinistra italiana, oscillando dal rimpianto di Berlinguer al grigio fascino di Macron, è deprimente.

Credo, tuttavia, che nel malessere dei nostri tempi vibri una forte domanda implicita di buona politica, a mantenere viva la voglia di poter guardare al futuro.

Se il mio scritto darà un piccolo contributo a suscitare riflessioni e a rinnovare contenuti e modi della politica, vorrà dire che il sogno non appartiene solo a me.

Perché quando si lancia un sassolino a scuotere il mare in bonaccia non si fa altro che evocare il montare dello onde, quello che porterà energia e aria frizzante, carica di profumo salmastro a riempire i polmoni, a deliziare gli occhi, a far volare la fantasia.

Qualcuno verrà a coltivare ROSE?

Matrimonio memorabile o superspot all’ennesima potenza?

È stata sotto gli occhi (e nelle orecchie) dell’Italia (e del mondo) la cerimonia matrimoniale del duo Fedez – Chiara Ferragni.

Un evento che (in termini di quantità e di visibilità) ha ampiamente sovrastato ogni altra notizia.

Viene stimato che il matrimonio (spettacolare) abbia sviluppato un valore d’impatto mediatico (traduzione italiana dell’acronimo MIV, utilizzato come metro dalle società di marketing) equivalente a 46 milioni di euro. A tanto ammonta il ritorno di ricavo atteso dagli sponsor che hanno partecipato (finanziariamente e con i loro marchi) all’evento.

Tutto questo grazie alle visualizzazioni on line, che sono ormai il maggior veicolo pubblicitario.

Confesso che mi era ignota la forza esplosiva degli eventi costruiti sulla moltiplicazione dello sponsorship.

Veicolata soprattutto dalla rete e dalle sue applicazioni più ritmate e colorate. Come Instagram, nella quale brevi filmati compaiono per essere distribuiti in rete e rimanervi non oltre 24 ore (dopodiché scompaiono, non potendo neppure essere salvati su archivi personali).

Questo evento – che costringe anche me, lontanissimo da ogni interesse al fatto in sé, a cercare di capirne la portata – mi pare una efficace metafora dei nostri tempi.

Da un lato abbiamo l’esempio di come la rinuncia consapevole e deliberata alla propria privacy si può trasformare in un guadagno (economico) direttamente proporzionale alla curiosità che si può catturare intorno a sé.

Dall’altro abbiamo la massimizzazione della velocità che travolge ogni approfondimento.

Vediamo il primo aspetto.

In un mondo sempre connesso la vita di ciascuno di noi è potenzialmente visibile all over the world.

Per quanto le norme in materia di riservatezza (codici della privacy) siano rigorose e garantiste, la pervasività della tecnologia nella quale siamo immersi rende le nostre azioni, le nostre parole, i nostri contatti prede della raccolta di informazioni, catturate in qualche applicazione o sito, facendole finire nell’universo infinito dei big data. Inutile aver negato consensi per tutto ciò che non è strettamente necessario a ottenere i servizi acquistati o a far funzionare gli aggeggi di cui ci serviamo. L’Internet delle cose, per offrire le comodità che ci semplificano molte attività, raccoglie informazioni, immagini, suoni. Le transazioni on line (non solo quelle commerciali, ma anche quelle relazionali) fanno altrettanto.

I dati sono raccolti, anche se c’è l’impegno a non diffonderli e non utilizzarli se non per la specifica finalità che li ha generati. Stanno in qualche server, conservati per un tempo difficile da stimare. Nessuno può ricavarne nulla se non in malafede.

Ma la vera debacle della privacy deriva da nostri comportamenti, spesso poco consapevoli e quasi sempre imprudenti. C’è l’esibizionismo spontaneo che alimenta i social, ci sono i consensi a condivisioni e accessi che si presentano motivati da servizi ricevuti gratuitamente.

Le nostre vite finiscono in rete o in segmenti di essa che non sappiamo immaginare.

L’elaborazione dei big data crea la profilazione delle persone, restituisce proposte di servizi – parte gratuita, parte a pagamento – seducenti per chi le riceve (che lo sono proprio grazie alla profilazione preliminare, via via più raffinata acquisendo le risposte in successione che ne riceve).

L’uso spregiudicato della propria vita da parte degli influencer monetizza la cessione di privacy. Ormai la figura del testimonial del brand s’è evoluta in quella del testimonial “di stile”. Fino a ieri il modello recitava in uno spot, ora la figura di tendenza interpreta sé stessa in ogni momento della giornata, dando risalto mediatico a tutti i servizi e prodotti (e ai relativi marchi) che la popolano.

Così l’influencer più scaltra rende un momento la cui essenza sentimentale dovrebbe essere intima preziosa tribuna per l’esposizione di tutti gli oggetti del desiderio con i quali i tanti follower potranno giocare a sentirsi protagonisti (e/o emuli) della loro beniamina. Non scandalizziamoci: la maggior parte delle cerimonie di matrimonio, nella storia e nel presente, sono realizzate come ostentazione verso gli invitati, confinando i sentimenti degli sposi nel retro. Con la differenza che le persone comuni spendono fortune per quelle cerimonie, mentre i divi ne fanno occasione di lauto profitto.

C’è dunque da imparare che in questa società dell’informazione (e dello spettacolo) un po’ tutti dovremmo sapere “vendere” l’accesso alla nostra privacy ottenendo qualcosa in cambio.

Caduta l’illusione di poter erigere barriere invalicabili alla nostra sfera privata, diventa esercizio d’intelligenza capire dove cedere e con quale contropartita. Un uso consapevole delle informazioni personali (delle quali, ricordiamolo, siamo gli unici proprietari ultimi non solo per disposizione normativa ma anche in via di fatto) significa padroneggiarne anche la dimensione economica. Per fare un esempio banale: le torrette di erogazione del wifi gratuito in alcune città (New York, tra le altre) da parte di Google esigono una registrazione e comportano che la navigazione sia tracciata dal fornitore del servizio.

Alcune associazioni di consumatori stanno ponendo la questione: invece di difendere (ahimè, invano) per principio la riservatezza a tutto tondo, pare loro più saggio definire i confini della cessione di parte dei dati personali (per tali intendendo anche comportamenti di spesa e preferenze) con un equivalente contropartita di servizi gratuiti.

Concludo questa parte ricordando che tutti già “recitiamo” nella nostra vita per difendere o praticare un ruolo e il confine tra ciò che siamo e ciò che rappresentiamo è labile e mobile. Spostare il palcoscenico della recita dalla ristretta cerchia delle nostre frequentazioni a quello più ampio del web può esser più impegnativo, ma potrebbe darci anche vantaggi. Sempre che si resti pienamente consapevoli delle proprie scelte.

Essere osservati non può fa paura quando si mantengono comportamenti etici. Rimanere sé stessi anche al centro di una folla sconosciuta e curiosa non è esercizio impossibile. La sfida è non farsi impaurire dalla visibilità né farsi fagocitare dalla smania di apparire.

Sull’altro versante, troviamo l’effetto del canale sul contenuto veicolato.

L’informazione (che può essere notizia, opinione, o semplicemente immagine o video senza parlato) si riduce a un lampo, che viene visto e magari perso per sempre.

Non è concesso il tempo di riflettere. Fa premio l’impressione istantanea.

Il rapporto con il mondo transita attraverso un videogame incessante.

Il pubblico è ridotto a bersaglio di luci, lustrini, urla e sensazioni da stordimento. Nella continua rincorsa dall’una a quella seguente.

Diventa facile, in questa sarabanda, consolidare tifoseria e appartenenze: nello sport, nello spettacolo, nella politica. Se non si ha tempo di valutare e confrontare si finirà sempre per ricordare soltanto le “apparizioni informative” che sostengono quel che già pensiamo: il fenomeno che la psicologia definisce ricorrenza di bias confermativi.

Il bombardamento di notizie spezzettate e strappate al contesto porta più confusione che sapere.

L’informazione diventa “dato digitale”, affidandone l’elaborazione agli automatismi, creando una nuova religione praticata prima che teorizzata: ciò che viene definito “dataismo”.

Roberto Calasso, nel suo ultimo scritto, “L’innominabile attuale” spiega con una citazione (di Yuval Noah Harari, brillante storico e pensatore israeliano) i rischi che ne derivano.

Riporto testualmente:

«Gli umanisti pensavano che le esperienze avvengono in noi e che dovremmo trovare all’interno di noi stessi il significato di tutto ciò che accade, infondendo così significato nell’universo. I dataisti credono che le esperienze sono prive di valore se non sono condivise e non occorre – anzi non si può – trovare significato all’interno di noi stessi. Occorre soltanto che registriamo e connettiamo la nostra esperienza al grande flusso di dati, e gli algoritmi scopriranno il suo significato e ci diranno cosa fare».

E poi aggiunge, colpendo un nervo scoperto dei meccanismi di formazione del consenso:

“«Nel passato la censura ha operato bloccando il flusso di informazione. Nel ventunesimo secolo, la censura opera sommergendo la gente con informazione irrilevante.» Teorema da cui discende un corollario: «Oggi avere potere significa sapere che cosa ignorare». È una glossa a un nuovo Machiavelli – e come tale va presa sul serio.”

Difficile esser più chiari e illuminanti.

Fermare questa deriva è arduo.

Perché chi detiene mezzi e potere ha l’interesse a perpetuare e rendere dominante il bombardamento delle “apparizioni informative”. Il consumo incalzante di informazioni (avere notizie sempre “nuove” che si succedono a ritmo frenetico) genera l’obsolescenza immediata dei prodotti e dei servizi, il desiderio di sostituirli con quelli di ultima uscita. Quindi, stimola la bulimia di consumo, il desiderio di “avere”, base del consumismo dissipativo.

Come si vede il filo del ragionamento riannoda il valore metaforico dell’evento che fornisce il pretesto delle mie osservazioni: le vite ridotte a flussi di dati, i dati usati come fattori scatenanti del consumo.

Il contrario dello sviluppo sostenibile, della coscienza ecologica, dell’attenzione al contenuto e alla qualità etica e umana dei beni.

L’imitazione dei modelli mediatici, siano essi Chiara Ferragni o Cristiano Ronaldo (per citare degli esempi), spinge alla perdita della soggettività, in un circuito di omologazione il cui sbocco è l’isolamento nella folla dei follower, ciascuno a inseguire un medesimo mito, ma tutti dannatamente soli.

Qualcuno penserà che le mie considerazioni derivino dall’età, che non mi consente di stare al passo con il ritmo del ventunesimo secolo. Mi vedrà fuori dal tempo e, di conseguenza, fuori gioco.

Dissento. Il ventunesimo secolo ci interroga sul futuro del pianeta e dell’umanità, le risposte non potranno venire dal tritatutto dell’informazione/spettacolo, dalla velocità che irride la complessità spacciando banalità per semplificazione.

Forse sono un illuso a credere che sia ancora possibile frenare e ritrovare poli di aggregazione fondati sulla ricerca dell’essere, sul senso di armonia tra l’uomo e l’ambiente naturale e costruito, sull’incontro con persone reali e non virtuali, in luoghi fisici e non digitali.

Certo, l’evoluzione tecnologica fornisce strumenti ed è intelligente cercare di comprenderli e usarli, a patto di mantenere autonomia di scelta, guidati da finalità soggettivamente determinate.

Non essendo illimitato il tempo a disposizione, resto convinto che sia meglio leggere un libro piuttosto che guardare filmati su Instagram, incontrare persone piuttosto che chattare con la testa china su uno smartphone.

Illuso o no, continuo a credere che l’ottimismo non sarà schiacciato del cinismo, che la voglia di sapere per decidere vincerà sulla frenesia che fa divorare dati e informazioni senza trarne vera conoscenza.

I Bilanci sociali dell’INPS Piemonte

Uno degli impegni più coinvolgenti, difficile ma appassionante, della mia attività presso la Direzione regionale piemontese dell’INPS fu il coordinamento dell’attività di redazione del bilancio sociale, annualmente pubblicato dalla Direzione e dal Comitato Regionale.
La rendicontazione sociale deve consentire ai portatori di interesse (che, nel caso dell’INPS, coincidono praticamente con tutti i settori della popolazione) di conoscere l’impiego e l’impatto delle risorse gestite per la fornitura dei servizi istituzionali che sono affidati all’Istituto.
Quando mi venne proposto di occuparmene, promossi un’estensione della rendicontazione sul versante del servizio di analisi dell’evoluzione della società locale (e della sua economia) attraverso l’elaborazione dell’eccezionale fonte costituita dagli archivi dell’INPS. Grazie al miglioramento dello stato di aggiornamento dei database e alle potenzialità elaborative delle nuove tecnologie di trattamento, tentai di basare questo lavoro sull’universo dei dati e non – come sono soliti i servizi statistici – sulla verifica campionaria.
Mi dedicai a questa attività per sei anni (dal bilancio riferito al 2010, pubblicato l’anno successivo, al bilancio per il 2015, pubblicato nel 2016, ultimo nel quale lavorai nel periodo centrale dell’anno nel quale divenivano disponibili i dati).
Parlo di coordinamento ma, in verità, molta parte del lavoro di analisi la svolsi personalmente e gran parte dei commenti li scrissi direttamente. Ciò precisato, chiarisco che i colleghi citati quali collaboratori fornirono comunque preziosi e importanti contributi di un lavoro che, senza di loro e senza la fornitura di dati dal servizio statistico nazionale, non avrebbe il valore e la profondità che riuscì a raggiungere.
Mi piace mettere a disposizione di chi vorrà vederli, due di quei Bilanci Sociali.
Sono volumi pesanti di cifre e tabelle, ma credo che la loro rilevanza si colga nei commenti, sintetici e senza infingimenti diplomatici, che individuano fenomeni socialmente significativi, per la società piemontese e talora come epifenomeni di problematiche di portata nazionale.
Propongo quello del 2013, del quale segnalo l’analisi sulla dinamica del mercato del lavoro, che tutela le coorti d’età mature e non solo esclude ma schiaccia, respinge ed espelle i giovani. Un andamento che le più accreditate statistiche ufficiali nazionali riconobbero solo l’anno successivo.
Propongo anche quello del 2015, dove si propone una valutazione sull’impatto della riforma pensionistica varata sul finire del 2011 (legge Fornero), che individua i punti di sofferenza ma anche il raggiungimento della fase di assestamento delle sue norme, con il superamento della fase di emergenza.
Sono letture difficili, che riguardano argomenti complessi, ma chi è interessato ai temi potrà trovarvi stimoli di assoluta attualità.

 

TestoBS2013Piemonte

BS2015PiemonteTestoDef

Lotta all’evasione contributiva

Tanta parte della mia vita professionale fu dedicata alla vigilanza ispettiva sulla regolarità dei comportamenti in materia di assicurazioni sociale e, in parte, di rispetto dei diritti dei lavoratori.
Poiché alla mia attività di ispettore e poi di dirigente INPS si accompagnò sempre la passione per lo studio e la ricerca sociale, misi la mia esperienza sul campo e le mie conoscenze accademiche a disposizione della ricerca di proposte per dare efficacia alle misure volte a garantire la regolarità nel rispetto delle leggi previdenziali.
Nel 1997 pubblicai una ricerca, commissionatami dal sindacato dei pensionati della CGIL, che riassumeva un quadro di misure, normative e culturali, che potevano segnare una svolta nella politica di vigilanza e prevenzione.
Molte tra esse restano drammaticamente attuali, forse da ulteriormente mirare per restituire visibilità e diritti alle ampie fasce di lavoratori confinati nel precariato quando non nell’economia totalmente sommersa, magari confinante con quella criminale.
Altro che jobs act o decreto dignità!
Vale la pena di riproporre la lettura di quella relazione.

LottaEvasioneContributiva_071997

Il Welfare esploso

La previdenza sociale è la speranza del futuro. Si risparmia per avere certezza di risorse quando non avremo più le forze per procurarcele lavorando.
Siccome da giovani, in una naturale illusione di eternità istantanea, si preferisce impiegare quel che si guadagna per progetti immediati, la previdenza obbligatoria fu una conquista sociale di civiltà che portò, con l’accantonamento di parte dei salari o dei ricavi professionali, alla salvaguardia delle condizioni di vecchiaia, malattia, infortunio, disoccupazione, vedovanza.
Il sistema previdenziale è un meccanismo a orologeria. Il suo disegno viene realizzato in un momento diverso e lontano da quello del suo effetto. Se la società muta rapidamente, rischia di rivelarsi squilibrato, inadeguato, deficitario, economicamente insostenibile.
Poiché la società e l’economia videro profondi, rapidi e violenti cambiamenti avviati dalla seconda metà XX secolo e divenuti impetuosi negli anni recenti, il sistema previdenziale italiano ha mostrato nel tempo crepe e fratture che imposero interventi radicali.
Negli anni novanta si aprì un aspro confronto tra i sostenitori del sistema retributivo (ancorare le pensioni alle ultime retribuzioni) e quelli del sistema contributivo (calcolare le pensioni sul monte contributivo versato nella carriera lavorativa).
Altro aspetto rilevante fu l’età pensionabile in relazione alla speranza di vita.
Ancora oggi polemiche e conflitti sono vivacemente aperti su questi temi.
Partecipai a quelle discussioni.
Lo feci cercando di capire il funzionamento del sistema pensionistico, al di là delle ideologie e delle convenienze di gruppo e/o personali.
Compresi che il sistema retributivo (come un’età pensionabile reale media decisamente bassa) aveva una radice storico-sociale prima ancora che una valutazione di sostenibilità economica. Era il risarcimento che la società offriva alle coorti che avevano sostenuto con il proprio lavoro la ricostruzione post-bellica e lo sviluppo dell’industria di massa.
Ma già negli anni novanta questa equazione non funzionava più. Si avvantaggiavano di quel sistema soprattutto gruppi diversi da quelli per i quali era pensato.
Bisognava cambiare per evitare il tracollo.
Ricordo che, allora, svolgevo il ruolo di dirigente sindacale CGIL. Fui mandato a tenere assemblee nelle fabbriche per discutere della questione pensionistica, in una stagione nella quale la politica esaminava varie ipotesi di riforma.
Poiché avevo studiato e volevo contribuire a diffondere consapevolezza e ragione e non fare propaganda, iniziai i miei interventi (usando, ovviamente, il gergo sindacale) dicendo:
“compagni e amici, il problema della pensioni non è un problema dei padroni, è un problema nostro.” E poi via, a spiegarne i termini e a cercare una via equa, socialmente ed economicamente sostenibile, per la riforma.
Molta acqua è passata sotto i ponti, molte riforme sono state varate, stop and go, scaloni e scalini, fratture generazionali e quant’altro. Grandi rabbie, grandi passioni, grandi promesse elettorali.
Tutto questo sarebbe stato assai meno drammatico se la riforma Dini avesse riportato al sistema contributivo per tutti.
Buttare la croce addosso a Elsa Fornero è ingeneroso e oggettivamente immotivato. Drastiche misure erano inevitabili. Fecero male e non risolsero solo perché rimasero l’unica riforma del governo Monti sul piano dell’economia, mentre sarebbe stato necessario inserirla in un coraggioso piano di rilancio e revisione delle politiche di aiuti alle imprese.
Non voglio entrare nelle dispute attuali, se non per osservare che, nuovamente, non può esistere un sistema previdenziale che regge se l’economia arranca, che la prima vera riforma previdenziale è garantire alti tassi di occupazione e buoni livelli di sviluppo del PIL.
Credo di fare cosa utile, ripubblicando una mia ricerca che spiega, con la forza dei dati oggettivi ricavati dalle statistiche reali estratte dagli archivi INPS, la situazione alla base delle riforme (di quelle già varate e di un’altra che dovrà rimettere le cose a posto).
Una ricerca che trovò, allora, l’apprezzamento del professor Onorato Castellino, il maggiore esperto della materia dell’epoca e della professoressa Chiara Saraceno, sociologa della famiglia, di genere e della povertà.

Q10_WelfareEsploso

Società dell’informazione

Ripropongo un lemma che composi per la GDE UTET e che rimase inedito perché ritenuto di insufficiente interesse.

Credo che la definizione del nostro mondo (come si è andato configurando negli anni Novanta e che si è definitivamente affermato nel XXI secolo) mantenga pienamente la sua efficacia.

 

società dell’informazione

Viene così definita, ad iniziativa di larga parte della letteratura sociologica, la società destinata a succedere alla società industriale.

Essa si caratterizza per la perdita di centralità del settore secondario dell’economia. Già dagli anni Ottanta negli Stati Uniti oltre il 60% del PIL proveniva dal settore dei servizi ed il peso del “terziario”, genericamente inteso, tendeva ad espandersi raggiungendo proporzioni anche maggiori. Lo stesso fenomeno, negli anni seguenti, e a ritmo meno intenso, si registrò negli altri principali Paesi ad economia avanzata. In un primo tempo, ciò portò alla coniazione del termine di “società post-industriale” per descrivere la nuova formazione socio-economica. La coscienza dell’importanza di garantire un solido tessuto destinato alla produzione di beni – che, in effetti, cresceva a livello mondiale, redistribuendo funzioni e spostando la manifattura verso i Paesi di nuova industrializzazione – portò a politiche volte a sostituire attività industriali i cui fattori di costo spingevano alla automazione e alla delocalizzazione degli impianti con altre, sempre di natura industriale, a maggior contenuto progettuale e a più alto valore aggiunto. Divenne quindi d’uso corrente la definizione di “società neo-industriale”, per indicare quelle economie avanzate che operavano il rilancio del settore secondario effettuando la riconfigurazione della sua composizione settoriale e il correlato innalzamento degli standard tecnologici e dei paradigmi organizzativi. Tuttavia anche tale definizione apparve presto riduttiva e incapace di riassumere la dinamica incessante della competizione globale, che riassegna continuamente ruoli e ranghi nei singoli rami merceologici e che rischia di sottendere classificazioni gerarchiche rigide in un panorama contraddistinto da forte flessibilità.

La definizione di “società dell’informazione” assume, pertanto, maggiore efficacia descrittiva e sfugge a ogni intento comparativo tra l’uno e l’altro Paese. Infatti, la caratteristica fondamentale del tumultuoso ciclo di innovazione permanente (di processi, di prodotti, di assetto dei mercati, della stessa cultura materiale) che ha preso l’avvio dalla seconda metà degli anni Ottanta è di essere veicolato dalla diffusione e dalla possibilità di impiego delle informazioni.

Il carattere pervasivo delle tecnologie informatiche ha mutato il mondo della produzione come quello dei consumi (dall’automazione dei processi produttivi alla simulazione dei fenomeni fisici; dall’abbattimento dei costi di comunicazione alla moneta elettronica). Tuttavia l’informazione non si riduce al suo trattamento elettronico: il controllo delle informazioni, attraverso procedure di accesso, consultazione, selezione ed estrazione (e la loro rapidità), nonché la capacità di metterle in relazione per trasformarle in ingrediente dell’innovazione – intesa come processo creativo – sono gli elementi fondamentali del progresso scientifico-tecnologico. Gli stessi requisiti (controllo e capacità di impiego creativo dell’informazione) sono indispensabili alla conquista e al presidio del potere politico (si pensi all’utilizzo dei sondaggi, dei media e ancor più della rete tramite i social) o al successo di operazioni finanziarie (con i mercati ormai on-line, in tempo reale, per l’intero arco della giornata).

L’informazione come merce pregiata, come strumento di produzione, come potenziatrice di servizi, come oggetto di contesa politica ed economica, come componente della vita quotidiana: questi aspetti giustificano la descrizione sintetica di una “fase lunga” (quanto non possiamo prevederlo, ma che certo si estenderà per parecchi anni nel nostro futuro) dello sviluppo e degli assetti socio-economici (su scala globale, sebbene in forme e dimensioni geograficamente differenziate per impatto) con la definizione di “società dell’informazione”.

 

(Giorgio Peruzio – inedito – 1995).