Un corteo di ragazzi

Cinquantacinque anni fa ero come voi. Quindicenne, indignato, ingenuo, con tanta voglia di cambiare il mondo, di portare giustizia, equità, pace. Allora, affascinato da un comunismo che esisteva soltanto in un astratto ideale. Aderii a un movimento che non aveva lo stile organizzativo di un partito politico, ma era, come qualcuno acutamente lo definì, “uno stato d’animo”.

C’era tanta passione, tanta voglia di essere ascoltati e il rifiuto di una cultura bloccata.

Difficile, impossibile fare paragoni tra ora e allora. La storia non si ripete. La società è cambiata.

La mia generazione ha perso.

Dal perbenismo ottuso che ignorava diritti civili e perpetuava un mix di clientelismo e affarismo celati nelle pieghe dell’etica vetero cattolica, tutto è cambiato per poi precipitare nei miti del consumismo praticato in un vortice di egoismi, chiusure e rancori.

Vedo sfilare i ragazzi di oggi, con le loro facce pulite, gli occhi ancora capaci di meraviglia.

Per loro è naturale la diversità. Come stare dalla parte dei più deboli. Perché, a loro volta, si sentono discriminati, inascoltati. E non vogliono essere deboli.

Per loro la pace è una condizione esistenziale, molto più che un programma politico.

Cosa ne verrà?

Non lo so.

Ma questi giovani mi piacciono. Come me tanti anni prima sfilano con piccoli cartelli improvvisati. Esitano nell’urlare slogan. Sono soprattutto coinvolti dal condividere un sentimento che chiamano anche obiettivo, un momento di espressione collettiva.

Spero in loro soprattutto per l’altra emergenza che sfida il futuro. L’ambiente che soffoca. Salvare la natura, rendere vivibili le città.

Perché ne va della loro sopravvivenza. Loro non hanno paura di perdere gli stolti privilegi di comportamenti ad alta intensità energetica. Perché non li hanno e perché quelli che hanno rischiano di isolarli.

Quanta differenze tra gli incontri in cui ciascuno guarda il proprio smartphone e un corteo nel quale ci si guarda l’un l’altro e si cammina tenendosi vicini, con gli occhi avidi di protagonismo insieme.

Globalizzazione: pericoli/opportunità

Dinanzi alla miseria dell’offerta politica che ha condotto ai recenti esiti elettorali, ci si interroga su riferimenti ideali e visione di futuro capaci di riaccendere speranze, mobilitare le menti e le passioni.

Nel vasto mosaico di opinioni e proposte, il tema della globalizzazione vede schierarsi una folta schiera di avversatori della più diversa origine.

Alla globalizzazione vengono addebitati la distruzione delle economie locali, la dilagante dicotomia tra grandi ricchezze e crescita della povertà, l’impoverimento del ceto medio, la perdita di identità culturale dei popoli, il cambiamento climatico e via elencando.

Da ultimo, dopo la pandemia e con l’esplosione della guerra scatenata dalla Russia in Ucraina, la dipendenza da fornitori di energia (ma anche di fondamentali materie prime alimentari) lontani, egoisti e cinici, tale da innescare effetti moltiplicatori dell’inflazione e da far schizzare il costo delle bollette e del carrello della spesa.

Gli effetti sono tutti veri, evidenti e brucianti. Ma davvero la globalizzazione ne è causa? 

Lungo la storia millenaria della civiltà, raggiungere altri mondi, incontrando altre culture e traendone insegnamenti ed esperienze, è stato motore di progresso. Certo ne sono venute le nefandezze del colonialismo, la diffusione di virus prima sconosciuti ai popoli che ne caddero vittima, il susseguirsi di guerre per la conquista dell’egemonia, il controllo di territori e ricchezze. Tuttavia, alla fine, a prevalere, ad affermarsi sul lungo periodo, sono state la crescita di conoscenza e abilità, la disponibilità di materie prime che, intrecciandosi con grande duttilità, hanno portato a nuove scoperte e un complessivo innalzamento del potenziale scientifico ed economico del mondo. In modo diseguale, ma a somma innegabilmente positiva.

L’enciclopedia Treccani così definisce la globalizzazione: Termine adoperato, a partire dagli anni 1990, per indicare un insieme assai ampio di fenomeni, connessi con la crescita dell’integrazione economica, sociale e culturale tra le diverse aree del mondo.

La globalizzazione altro non è che la fase suprema della disponibilità dello scambio esteso a tutto il pianeta. Fermarla significa frenare (o, addirittura, fare arretrare) il progresso.

Se ne deve dedurre che il diavolo si traveste da progresso?

O piuttosto il problema è il segno della globalizzazione?

Un processo naturale di feconda contaminazione tra culture è stato piegato da una logica dominante alla supremazia del mercantilismo esasperato che tutto divora, nella famelica smania di consumo che ha conquistato menti e comportamenti sull’intero pianeta. L’imperativo era produrre quantità maggiori a costi decrescenti, vendere senza tregua rendendo obsolescenti i prodotti nel minor tempo possibile per sostituirli con altri dall’analoga funzionalità ma resi appetibili da innovazioni minimali. Una competizione sfrenata, nella quale mastodontici player del mercato dettano le regole, con livelli di concentrazione del potere e dei profitti via via più accentuati, mentre i consumatori subiscono il fascino del mantra dell’avere: se non hai questo o quel prodotto non sei nessuno.

Risultati: masse accecate dalla rincorsa al superfluo, affermazione del consumo usa e getta, creazione di agglomerati di potere sovranazionale, progressiva e rapida distruzione dell’equilibrio ambientale.

Lo strumento che ha governato questo perverso processo è la finanziarizzazione dell’economia. Per accelerare la concentrazione di ricchezza, creando proventi per immensi investimenti che rafforzano il potere di chi ne dispone, il denaro genera denaro, in modo sempre più sganciato e indipendente dalla base materiale dell’economia. In parallelo, veicolando una distribuzione internazionale del lavoro che specializza i ruoli produttivi, privilegiando quelli a più elevata intensità tecnologica e i servizi rispetto alle produzioni primarie e secondarie, il valore del lavoro manuale viene sminuito e si determinano le condizioni per pagarlo sempre meno.

Qui stanno i nodi che provocano gli effetti malevoli imputati alla globalizzazione.

Per combatterli ci sono due strade, diverse e alternative tra loro.

La prima è tentare di tornare indietro. Opporsi alla globalizzazione rinchiudendosi nel provincialismo, puntare sull’autosufficienza, recuperando produzioni che sono state decentrate all’estero, sostenendo i prodotti locali e cercando di farseli bastare. In parallelo alla limitazione dell’immigrazione, al rifiuto di accogliere culture nate oltre i confini, al nostalgico richiamo di bei tempi passati.

Questo egoismo miope vive nell’ottica della coalizione che ha vinto le elezioni il 25 settembre e, in particolare, nella sua versione più coerente, della forza preminente nella formazione di destra-centro che ispira e innerva il nuovo governo italiano. Tipico aver varato il Ministero dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare. Nella concezione della premier e del suo ministro, sovranità alimentare significa espandere le quantità di produzione nazionale fino a renderla sufficiente alla domanda nazionale del settore. Rifiutando gli accordi della Politica Agricola Comune (e sottacendo che anche l’Italia ne riceve ingenti sussidi per il mondo contadino nazionale), retrocedendo le politiche di incentivo alle produzioni ecosostenibili e a quelle per il miglioramento dell’igiene alimentare, della salubrità individuale e collettiva. Una logica corporativa ispirata da una visione autarchica. Non per caso, in linea con l’ideologia che accompagnò la militanza dei suoi leader.

Non diversamente saranno affrontate le politiche ambientali, quelle del lavoro, della sanità, dell’istruzione, della ricerca scientifica, dell’innovazione tecnologica, della cultura. Senza dimenticare il versante dei diritti civili e i meccanismi di funzionamento della democrazia rappresentativa.

La via alternativa è imporre un cambiamento di direzione al processo di globalizzazione. La nuova attenzione che si impone alla ridefinizione delle filiere delle produzioni, dall’energia, all’agricoltura, all’industria, con il recupero di capacità produttiva in ambiti comunitari se non nazionali, permette di restituire enfasi al valore dell’economia materiale, facendo retrocedere la rapacità del capitalismo finanziario. Grandi investimenti sono necessari. Gli investimenti pubblici devono tornare a essere leve di sviluppo restituendo un compito (e un potere) di indirizzo al mercato, dando priorità agli interessi collettivi su quelli privati e individuali. Energia, innovazione scientifica e tecnologica, sanità, infrastrutture, istruzione e formazione, risanamento idrogeologico, ma anche rifacimento del patrimonio edilizio, risanamento urbanistico, guida a nuovi sistemi di mobilità sono terreni che richiedono finanziamenti pubblici, quali promotori e attrattori di investimenti privati dentro obiettivi socialmente definiti e controllati.

In tale riallocazione di risorse e obiettivi c’è lo spazio per ridare dignità al lavoro, a partire dal lavoro manuale, che deve crescere in qualità avvalendosi delle potenzialità offerte dalla scienza.

L’esempio, tra i tanti, ma rilevante per la sua centralità, è proprio quello delle politiche alimentari. L’obiettivo di offrire a tutti cibo sano e sostenibile non potrà essere raggiunto estendendo produzioni e superfici coltivate a quanti oggi operano nel settore, ma sostenendo l’agricoltura di qualità, quella che unisce il benessere del consumatore alla salvaguardia dell’ambiente.

Il cibo, come da tempo ci insegna Slow Food, deve essere buono, pulito e giusto.

Buono: ingredienti grezzi prodotti nel rispetto della natura, dei produttori, della salute dei consumatori

Pulito: prodotto con metodi naturali che garantiscono varietà, biodiversità, a basso impatto ambientale nell’intero ciclo di vita, in ambiente sano.

Giusto: non contraffatto, non adulterato, non sofisticato. Ottenuto con un’equa distribuzione del valore lungo tutta la filiera di produzione

Il cibo sano e sostenibile privilegia la qualità come valore, anche pagandolo più del prodotto industriale di massa. Si combatte la fame nel mondo potenziando le colture (e le culture) locali e non omologando metodi di produzione finalizzati a moltiplicare quantità a prezzi più bassi, foriere di diete malsane e di spreco.

Le immense sfide che attendono l’umanità non hanno dimensione puntuale. Il cambiamento climatico non può essere fermato dentro un determinato confine, la salute collettiva non si tutela chiudendo le frontiere.

Sono sfide da affrontare con l’intelligenza e la passione dell’universalismo. Si vinceranno soltanto mettendo a frutto il meglio che le tante culture sanno esprimere, favorendone l’integrazione. Coniugando politiche dall’orizzonte lungo e una progressiva trasformazione dei comportamenti. Perché non esistono soluzioni locali, ma la soluzione non arriverà senza la somma di interventi puntuali dentro un quadro di interventi sistemici complesso e saggiamente coordinato.

La globalizzazione non è il nemico della giustizia sociale.

Essere per l’apertura verso il mondo è battersi per il progresso in ottica solidale.

Essere per la chiusura è il rifiuto del futuro e l’abdicazione al governo del cambiamento.

Questa antinomia, forse, in questo nostro Ventunesimo Secolo, è la versione della contrapposizione ideale tra progressismo (orientato a una rivoluzione gentile) e conservatorismo (con le sue derive reazionarie).

Il Novecento è finito

Vasilij Kandinskij: Composizione – Museo del Novecento – Milano

C’è uno scontro generazionale sottotraccia. Non ancora evidente, perché la rivoluzione gentile dei ragazzi e delle ragazze è schiacciata dal rancore, dalle paure e dalla rabbia dei baby boomers e della generazione X.

La resa dei conti è solo rinviata.

Nella prima parte di un romanzo utopico che sto scrivendo si narra di due milioni di giovani che, il 26 ottobre 2030, provenendo da ogni parte d’Europa, si raccolgono a Berlino, luogo simbolo, verso la porta di Brandeburgo, risoluti a farsi sentire urlando “Il tempo è scaduto!”

Una giovane bisessuale, alta, magra, con la pelle scura, dal palco, da voce ai sentimenti dei manifestanti.

Inizia a parlare, a tracciare la rotta per quel movimento che è maturato, che ha la forza per vincere e deve trasformarla in capacità. Deve accettare di farsi politica per superare la politica pregna di interessi e mezzucci, deve imporre scelte dove impera la pratica dei rinvii.

Arriva alle conclusioni, semplici e chiare: «Il tempo della delega ai nostri padri è scaduto. Non sanno essere, perché inseguono l’avere. Ci offrono proprietà strappate allo scopo supremo, che è quello di divenire, di rinnovarsi nel ciclo del riuso e della riproduzione naturale. Non le vogliamo. Vogliamo vivere e amarci. Amare il pianeta nel quale e dal quale siamo nati. Noi sappiamo quel che vogliamo. Siamo uniti da questa certezza davanti a governi, politicanti, imprenditori, filosofi, intellettuali che si dibattono nell’incertezza e non agiscono, lasciando morire il mondo un po’ alla volta. Il tempo è scaduto!».

Fiction!

Giò Pomodoro: Sfera n. 5 – Museo del Novecento – Milano

Tuttavia, se precipitiamo dai voli della fantasia alle miserie del presente, ci accorgiamo che qualche premessa per quel futuro immaginato non manca.

L’esito elettorale italiano del 25 settembre non si spiega analizzandolo in sé, come fosse episodio puntuale.

Sul piano nazionale, esso segue altri sconvolgimenti nella distribuzione del consenso quali il voto per il Parlamento Europeo 2014 (trionfo di Renzi alla guida del PD) e le elezioni politiche 2018 che portarono l’exploit del Movimento 5 Stelle, con il connesso momentaneo protagonismo della Lega di Salvini, ben più dinamico del suo peso parlamentare.

La sostanziale stabilizzazione del PD (dopo la debacle renziana del Referendum istituzionale) poco sotto il 20% nasconde notevoli migrazioni anche nella composizione del suo elettorato, mentre tutto intorno il panorama è terremotato.

Inoltre, le tendenze devono essere colte anche nel quadro internazionale.

Il quadriennio della presidenza Trump negli USA non è passato indolore e l’approdo di Biden alla Casa Bianca non ritrova lo smalto da potenza egemone né risolve le crisi interne.

In Europa le forze collocate all’estrema destra crescono e cessano di essere irrilevanti per la formazione dei governi, come sta accadendo in Svezia, com’è già stato in Austria, come potrebbe avvenire in Spagna. Senza dimenticare l’irrigidimento di esperimenti di democrazia illiberale, da Orban alla Polonia. O il radicamento del partito di Marine Le Pen in Francia.

La pandemia e ora la guerra che insanguina un Paese europeo esasperano fratture sociali le cui radici stanno nel modello economico dominante a livello globale, fondato sul primato dell’economia di carta. La finanziarizzazione ha veicolato la moltiplicazione e l’accentuazione delle disuguaglianze, tra aree geografiche e sociali, con un manipolo di Paperoni sempre più ricchi a fronte dell’impoverimento del ceto medio, dell’allargamento della precarietà e insicurezza del lavoro (e del reddito), mentre quote crescenti di popolazione precipitano in condizione di povertà.

Lo sgretolamento della società industriale viene sostituita da quella “società liquida”[1] il cui valore preminente è il consumo. Avere e consumare divengono le condizioni per vedersi riconosciuto un ruolo sociale, apparire è il desiderio per sfuggire all’alienazione.

Le ideologie, con la loro oggettivazione organizzativa mirata alla conquista e controllo del potere, affogano nel nuovo mantra del consumismo.

La sovrastruttura politica viene superata dall’onda dei tempi.

Qui sta il corto circuito della crisi di rappresentanza.

Valutato questo scenario, per comprendere il successo di Fratelli d’Italia (e il fallimento di quanti volevano impedirlo) occorre il coraggio dello scandalo: cambiare prospettiva per non farsi ingannare dagli occhiali del tradizionalismo.

Nel mondo sommariamente descritto – il mondo nel quale viviamo – richiamarsi a schemi ed esperienze del passato, per quanto tragiche, eroiche o gentili, non crea consenso, forse neppure attenzione, se non in cerchie ristrette.

L’andamento elettorale (in Italia e non solo) ha definitivamente chiuso il Novecento, con le sue creature storico-ideologiche: fascismo, comunismo, ma anche liberalismo e solidarismo cristiano.

La vittoria delle destre (e, tra esse, di quella apparentemente più solida e meglio organizzata) altro non è che la somma tra un elettorato schierato su quel versante e segmenti popolari in sofferenza che si oppongono ai governi dell’emergenza e dei tecnici.

In sintesi: tra opposti conservatorismi prevale quello meno ideologico e più legato agli interessi materiali diretti (a breve).

C’è del vero nell’affermazione che l’elettorato vuol “provare” chi non ha condiviso responsabilità di governo durante le recenti emergenze, nella speranza che le risolva con ricette alternative, senza chiedersi se siano realizzabili.

Dinanzi alle incertezze quotidiane, al rischio di perdere quel che si ha o di non raggiungere quel che si era sperato, la maggioranza dei votanti cerca risposte facili e immediate. Non importa se illusorie. La rabbia e la paura prevalgono sulla ragione: si vota contro (il governo e chi l’ha sostenuto), si vota per (qualcuno che sembra forte, deciso, non compromesso con la gestione precedente), o non si vota (astenendosi).

Nella psicologia individuale divorata dal rancore è più facile cercare vendetta che mobilitarsi per il riscatto.

Le stagioni politiche sono brevi, legate al successo di un leader cui si chiede la soluzione rapida dei problemi immediati.

Come osserva Giuliano Amato, in una recente intervista, non c’è più la Politica, cioè la capacità di mobilitare speranze e voglia di fare intorno a un progetto di futuro.

Mi torna alla mente la considerazione di Alessandro Baricco, in un suo brillante articolo: il mondo è guidato (ancora) da un’intelligenza del Novecento.

Concordo.

Manca una classe dirigente del XXI Secolo.

Il Duemila ci presenta una nuova complessità, confusa dietro la banalizzazione di ogni problema. Per comprenderla non servono twist e post, battute e lazzi, ma paziente – e faticosa – riflessione.

Il rifiuto della complessità produce i risultati che vediamo: non solo quello elettorale, ma pure nella dialettica sociale e nel deterioramento del civismo.

 Questo dilagante rifiuto è la sconfitta della sinistra, che della complessità coglie solo i doveri del presente (contingente) e non i semi di innovazione possibile. La sinistra (non solo italiana) non sa spiegare la complessità del Duemila perché la interpreta con le lenti del Novecento, quindi non sa leggerne natura e dimensione. Conseguentemente, è incapace di trovare una visione del governo del cambiamento come processo sociale ed economico e non come lento movimento compresso dalle presunte compatibilità.

Per questo sconfiggere il sovranismo, fermare le derive autoritarie, non verrà dalla discussione sulla rifondazione della Sinistra.

Ecco che devo fare scandalo: la Sinistra è ormai fuori dal Tempo della Storia. Superata, perché occorre trovare nuove formule adeguate al Ventunesimo Secolo, fondate su una visione della società del domani.

Restituire un ruolo alla Politica come strumento di affermazione dell’interesse generale nel rispetto dei diritti individuali è possibile soltanto ponendo al centro dei suoi obiettivi la salvezza del pianeta, che è condizione per la salvezza dell’Umanità.

Non esiste soluzione alle disuguaglianze, alla pratica dei diritti, al perseguimento della pace se non si inverte il processo di degrado dell’ecosistema che ci ospita.

L’ambientalismo non come rivendicazione politica, come bandiera ideologica, ma bensì pratica collettiva rivolta a un nuovo modello di creazione, distribuzione e utilizzo delle risorse.

Ha ragione Carlin Petrini: non bastano le politiche governative se non cambia la cultura materiale delle persone. I comportamenti individuali dovranno riorientarsi in logica di sostenibilità. Senza sacrificare il piacere: del cibo, del viaggiare, dell’arte, dello sport, della convivialità.

Ben al di là di una transizione, occorre una rivoluzione: costruita dal basso, con nuove pratiche di vita, di lavoro, di svago, di interazione; promossa e governata da istituzioni tornate credibili e autorevoli perché ancorate a una visione progettuale del futuro.

La leadership del Ventunesimo Secolo non potrà che nascere dalle generazioni dei nativi digitali, quelli che hanno i piedi nel nuovo tempo e per questo nella testa le domande e le risposte per risolvere le immani questioni che sono loro consegnate dalle generazioni precedenti (che, dobbiamo onestamente riconoscerlo, hanno fallito!).

Nuove leadership che ridefiniranno la filosofia della politica, oltre lo schema destra/sinistra, retaggio di un secolo breve ormai consegnato alla Storia.

Ripiegando sulle angosce immediate, ecco una sommaria agenda per le opposizioni (quelle parlamentari e quelle dei movimenti).

La destra che ha conquistato il governo non ha convenienza a rotture del quadro istituzionale, ha interesse a mostrarsi responsabile e legittimata a collocarsi nel quadro delle alleanze e delle relazioni geostrategiche atlantica ed europea, né intende rischiare di vedersi negare le quote di finanziamenti di fonte UE per il PNRR.

Non sono alle viste un nuovo fascismo né una nuova Costituzione antidemocratica.

I diritti civili andranno difesi, ma anche su questo terreno il nuovo governo si muoverà con prudenza sul terreno normativo, al di là degli eccessi verbali e delle iniziative estemporanee di qualche esponente locale.

I veri pericoli sono altri.

Sul piano sociale l’inasprimento delle campagne contro l’immigrazione, additata come causa dell’impoverimento della popolazione nazionale. Ne perderemo la vitalità dello scambio di esperienze e culture, quel clima cosmopolita che si respira a Milano, unica vera città metropolitana d’Italia.

Sul versante economico avremo: l’accentuazione dell’iniquità fiscale; l’accoglimento delle istanze delle corporazioni (balneari, taxisti, sindacati clientelari, ordini professionali, ecc.); l’indebolimento dei vincoli ambientali e sociali all’esercizio di impresa; la privatizzazione di servizi essenziali, come la sanità.

E, soprattutto, verranno il freno alla riconversione energetica con il recupero della produzione da fonti fossili, la difesa di produzioni ad elevato impatto ambientale.

In sintesi: il danno della stagione del governo di destra sarà un arretramento del Paese, sempre meno al passo con i tempi, chiuso in sé stesso, ancorato al passato nelle politiche economiche e sociali e nella cultura, sempre più in affanno, perdendo la straordinaria chance di modernizzazione e progresso offerta dai fondi europei e nazionali attivati dopo la grande crisi pandemica.  

Ma intanto, potrà germogliare, nell’onda spontanea dei nuovi comportamenti dei giovani e nel farsi movimento collettivo dei loro desideri e speranze, la traduzione del nuovo idealismo ambientalista e solidale in espressione politica.

Dall’ingenua e ancora frammentaria protesta dei Fridays for future, dall’illuministico tentativo dei Volt, dalle mille aggregazioni informali di chi non si sente rappresentato, qualcosa nascerà.

La speranza nella nascita di una nuova filosofia della politica non può che essere affidata alle nuove generazioni.

Toccherà ai giovani reclamare e conquistare il potere, nel nome del rifiuto della frenesia del consumo dissipatorio e della costruzione di un futuro nel quale lo sviluppo, nel rispetto della natura, veda la tecnologia come strumento guidato dall’umanesimo e la condivisione divenga la pratica che garantisce l’equità e l’espressione dei diritti.

Per farlo, dovranno dialogare con la scienza, mettere a frutto le competenze, sapendo distinguere tra obiettivi strategici, definiti dalla Politica, e gestione dei progetti a essi coerenti, rimessi al governo contingente.


[1] Nel senso inteso da Zygmunt Bauman nei suoi numerosi studi dedicati a tale tema.

Michelangelo Pistoletto: Ragazza che scappa – Museo del Novecento – Milano

Se la mia analisi è corretta, quale impegno tocca a chi, come me, non ha più l’età per partecipare alla creazione di nuovi soggetti collettivi e vive l’irrequietezza dell’insufficienza del presente?

Non credo di poter andare oltre l’analisi, in attesa che maturi la Politica per il Ventunesimo Secolo.

Posso, tuttavia, disegnare nella fantasia un futuro possibile.

Scrivo romanzi.

Accantonando, per diversa ispirazione, la mia vocazione di giallista, ne ho scritto uno quasi autobiografico, alla cui conclusione ho inserito un’appendice che riporta l’immaginario articolo di un filosofo della politica che recita, parlando della rivoluzione che i giovani potranno portare:

“Il principio di condivisione può assumere valenza generale, fino a diventare l’ideale che fonda il modello di gestione del rapporto con l’ambiente, che va preservato per vivervi bene senza distruggerlo. Altrettanto per vedere l’altro (e il diverso) come partner anziché nemico. O per stemperare la competizione (professionale, accademica, ma anche sessuale) in un esercizio di sfida leale”.

Il romanzo, per ora, non è pubblicato, ma inviato a un premio letterario di caratura nazionale.

La nuova fatica letteraria cui mi sto dedicando, che ho citato in apertura disegna mondo nel quale, poco prima della metà del secolo, il processo che auspico sia in pieno svolgimento. In questo universo parallelo il potere politico è conteso tra due opposti ambientalismi: quello mirato allo sviluppo in chiave di sostenibilità e quello orientato alla decrescita graduale come unica strada per il ripristino delle compatibilità ecologiche.

Cerco di tratteggiare, con esempi e quadri di vita, come potrebbe essere questo mondo futuro, non privo di contraddizioni e drammi, ma indirizzato sui binari della rinascita.

Un sogno?

Le invenzioni dell’intelletto hanno segnato il progresso dell’umanità.

Giorgio De Chirico: Canto d’amore – Museum of Modern Art – New York

Cosa venire a cercare?

Gli artisti sanno essere profetici. Evocativi, ma anche espressione del loro tempo.

Era il 1988. Franco Battiato, già affermato, elitario e misticamente passionale, cantava:

“Questo secolo ormai alla fine

saturo di parassiti senza dignità

mi spinge solo ad essere migliore

con più volontà.”

Siamo nel secolo seguente a quello che lui vedeva spegnersi nella tristezza, nell’ignavia, nella miope difesa di rendite di posizione.

Siamo, nel nostro Paese, all’ennesimo corto circuito tra le emergenze e l’incapacità di praticare politiche orientate al futuro.

Assistiamo, nel mondo, a una drammatica carenza di leadership, di visione, di progettualità.

Mentre la catastrofe climatica avanza e la guerra torna a insanguinare perfino l’Europa.

Resto convinto – e l’intreccio delle crisi economiche, sociali, geopolitiche, sanitarie e, in ultima analisi, culturali – che i tumultuosi eventi che hanno cambiato la faccia del mondo impongano l’adozione di nuovi paradigmi e l’elaborazione di nuove strategie di ampio respiro.

Non sarà possibile vincere le sfide senza ritorno di un pianeta che geme e rischia il tracollo ambientale e umano applicando le ricette del Ventesimo Secolo. Gli ideali che lo hanno animato sono stati travolti dal venir meno dei loro presupposti materiali e culturali.

Per questo la guida del necessario rilancio non può essere affidata a pretesi leader seduti sulle idee del passato. Che rischiano di lasciare il campo ad altri capipopolo votati all’oscurantismo, sopprimendo le libertà e i diritti civili.

Serve all’Italia (e al mondo) una rivoluzione dei modelli di produzione, di consumo, di distribuzione. Serve l’affermazione del primato dei beni comuni, dell’investimento sul futuro, della reimpostazione del rapporto tra umanità e natura in chiave di armonia e di crescita sostenibile.

La cosiddetta agenda Draghi era ed è una linea di difesa, utile ma insufficiente.

Soltanto misurando gli obiettivi sul lungo periodo possono davvero emergere le differenze tra le proposte: non promesse elettorali in gran parte illusorie, ma misure per collocare il contenimento delle emergenze in una prospettiva di economia circolare, di solidarietà comunitaria, di valorizzazione della creatività e del talento per la liberazione del valore anche esistenziale delle innovazioni nelle quali la tecnologia sia governata dai bisogni e dai tempi dell’umanità e non dall’obiettivo della massimizzazione dei profitti.  

Non vedo partiti o movimenti che tentino risposte a questa domanda “alta” di politica.

Non trovo sedi per poterne davvero discutere.

E mi domando, nella disgregazione che ha frantumato classi sociali e tradizioni politiche collettive, lasciando spazio a richiami tribali e a nostalgie di chiusura localista e particolarista, se nascerà un fulcro di raccolta dei “senza rappresentanza”. Penso a chi vive ai margini della società (e che raramente partecipa al voto), ma soprattutto ai giovani, quelli che magari vanno all’estero per trovare sbocchi occupazionali confacenti alle loro aspirazioni.

Perché l’altra mia convinzione è che, se c’è una speranza per il futuro, essa riposi sull’assunzione di protagonismo delle generazioni che sono native digitali, per le quali i confini geografici sono labili, l’incontro tra diversità è una ricchezza e non fa paura.

I giovani, per riuscire a vivere la loro vita in una condizione di continua precarietà, hanno imparato a usare senza avere, a condividere tutto (fino, scandalosamente, agli spazzolini da denti), a cambiare casa, nazione, amici, lavoro. A rispettare la natura. A puntare alle emozioni prima che al guadagno.

Confesso: non li frequento (per ragioni anagrafiche e per condizione esistenziale), li osservo, con curiosità e ammirazione. Forse esagerando le aspettative.

C’è un protagonista che ricompare in un mio racconto e in due romanzi non ancora pubblicati che da voce alle mie ottimistiche proiezioni.

Il professor Coreglio, ormai in pensione, indica nelle generazioni nate dalla metà degli anni Ottanta il serbatoio della futura classe dirigente, perché esse vivono esperienze di socializzazione e di maturazione individuale e collettiva nel pieno del secolo corrente.

Dopo aver spiegato perché le filosofie politiche del Ventesimo Secolo si sono infrante sull’incompatibilità tra consumerismo dissipatorio e limite delle risorse, sottolinea come i giovani abbiano abbandonato il mito della proprietà in favore dell’accessibilità. Il loro governo, quando finalmente arriveranno a fondarlo, si caratterizzerà intorno all’obiettivo ideale dell’armonia: tra umanità e pianeta, tra identità sessuali diverse, tra nazioni, tra sviluppo economico e benessere esistenziale, tra progresso ed equità sociale.

Pecco di eccesso di ottimismo? Esorcizzo il dramma presente sognando un’utopia?

Forse.

I versi di Battiato che citai in premessa sono parte del testo di “E ti vengo a cercare”.

Nel 1981 il maestro catanese scrisse “Povera Patria”, amara constatazione del degrado morale e materiale di questo nostro travagliato Paese.

Concludeva: “La primavera intanto tarda ad arrivare”.

Ci ha lasciato versi e musica stupendi, per goderne la bellezza, ma anche per riflettere.

Per non perdere l’orizzonte del futuro.

E oggi cosa verrei a cercare?

La primavera che ancora spero arrivi sulle ali della gioventù che saprà fare suo il mondo, salvando sé stessa, i figli che verranno e anche noi che non riusciamo a uscire dalle gabbie di vecchie ideologie e di comportamenti inconciliabili con la sopravvivenza della Terra e dell’umanità.

Il futuro si avvia. Verso una società sostenibile

La società dell’informazione sta per cedere il passo alla società sostenibile.

La sostenibilità non è più uno slogan o l’oggetto di estenuanti trattative nei consessi internazionali.

A renderla un percorso e un obiettivo concreto e praticabile stanno intervenendo fattori di enorme rilievo.

Prima leva: la grande finanza. Sostenibilità è diventato un criterio discriminante per valutare (e quindi effettuare) l’impiego dei capitali. I grandi fondi d’investimento e le maggiori istituzioni finanziarie condizionano la destinazione dei capitali al rispetto di parametri di sostenibilità ambientale e, seppure con minor rigore, sociale.

Secondo atout: il segno dei colossali piani di rilancio delle maggiori economie. Dal Next Generation UE al piano di aiuti di Biden masse consistenti di finanziamento verranno convogliati nella green economy. Anche la Cina muove nella stessa direzione e gli altri partner internazionali non potranno sottrarsi ai vincoli degli accordi per la lotta all’emergenza climatica.

La potente spinta di tali tendenze sta già inducendo le grandi imprese, comprese quelle ancora dipendenti o impegnate nei combustibili fossili, a convertire modelli produttivi e attività per ridurre il loro impatto di CO2 e privilegiare input energetici da fonti rinnovabili.

Fare affari facendo (anche) il bene del mondo sta diventando un mantra, che trova praticabilità nella convinzione, suffragata da concreti esempi, che le attività in chiave di green economy sanno generare profitti e creano nuovi sbocchi occupazionali, con un saldo potenzialmente positivo rispetto alle attività che declinano e saranno abbandonate.

Senonché, affidare la grande trasformazione del modello di sviluppo alla deriva dell’economia non è saggio né prudente.

La storia del capitalismo insegna che l’istinto del mercato non porta equilibrio allo sviluppo e che proprio i passaggi di radicale innovazione creano fratture sociali e finiscono per moltiplicare le disuguaglianze. Da ultimo, ce lo ricorda l’esasperata finanziarizzazione che ha concentrato potere e profitti in parallelo all’espandersi della povertà e dell’emarginazione.

Le forze del mercato devono essere incanalate e guidate dai custodi dell’interesse collettivo. Giusto che i Consigli d’amministrazione badino alla remuneratività del capitale, purché essa rispetti i vincoli del benessere sociale (oltre a quelli della compatibilità ecologica).

Non deve accadere che la velocità del cambiamento travolga (ancora una volta) gli assetti sociali. Occorre una diffusa consapevolezza della svolta strategica cui andiamo incontro. Perché al rinnovamento del modo di produzione dovrà aggiungersi la revisione dei comportamenti di consumo, frenando la rincorsa all’avere, alla dissipazione delle risorse, alla rapida obsolescenza dei prodotti/servizi e alla superficialità insoddisfatta nel loro uso.

Siamo in una fase di transizione. Dobbiamo garantire che a guidarla siano la competenza, la responsabilità, la moderazione. Queste tra qualità vanno richieste ai leader che dovranno gestirla attraverso politiche concertate e autorevoli, forti della titolarità delle ingenti immissioni di liquidità e finanziamenti pubblici deliberati per superare l’emergenza sanitaria.

Dentro la transizione, che occuperà non pochi anni, ci sarà lo spazio per far emergere una nuova leva di dirigenti cui chiedere il disegno di una società prospera, equa e solidale. Una nuova classe dirigente, giovane, cresciuta con la dimestichezza delle tecnologie, una naturale vocazione ambientalista, la sensibilità all’umanesimo come fondamento dello sviluppo sostenibile.

Per arrivare a tutto questo, è decisiva la partecipazione cosciente e attenta di tutti i cittadini.

Le considerazioni che ho svolto mi inducono all’impegno in una associazione culturale che ritiene la scienza e l’arte veicoli per promuovere la prevalenza dell’essere sull’avere e l’evoluzione delle idee attraverso la valorizzazione delle vocazioni e dei sentimenti.

L’associazione Medusa (società versiliese di cultura) promuoverà, nel corso dell’anno, varie iniziative, nelle quali sarà centrale il tema della sostenibilità, intesa come ecologia individuale e sociale, perché l’arte e la cultura hanno il compito di muovere alla ricerca dell’essere, a suscitare la voglia di godere la bellezza, la commozione, l’amore.

La poliedrica produzione intellettuale e artistica dell’associazione può essere vista sul sito www.associazionemedusa.it.

Per parte mia, oltre a contribuire alla sua attività, indicherò, attraverso il mio sito, gli incontri tematici promossi dall’associazione. La pandemia vieta di svolgere i convegni in presenza. Questo è un limite ma anche un’opportunità. Gli incontri on line sono aperti e anche gli amici esterni al territorio versiliese potranno parteciparvi.

Invito tutti a seguire le segnalazioni che proporrò.

Dopo l’emergenza sanitaria ci vuole un progetto di futuro

Vedere in lontananza l’uscita dal tunnel non significa aver trovato la strada.

Ora che il contagio sembra placarsi, che l’emergenza sanitaria pare prossima a chiudersi, si anima la discussione sulla “fase due”. Quella che lentamente, con aperture a macchia di leopardo, nella moltiplicazione di misure precauzionali, allenterà la stretta. Quella che metterà alla prova la capacità di adottare comportamenti improntati alla prudenza, ancora soggetti al dovere del distanziamento sociale, in forme che consentano la ripresa produttiva e un minimo di vita di relazione, di espressione corporea, di riaccostamento alla cultura e alla cura del corpo.

La mente non potrà rilassarsi, perché tutte le azioni con cui cercheremo di recuperare la nostra compiuta dimensione nelle sue articolazioni esistenziale, professionale, affettiva, ludica, saranno condizionate dalla paura del virus: del suo riaccendere focolai di pericolo.

Inevitabilmente, dall’angoscia del dramma sanitario transiteremo ai travagli del collasso dell’economia.

Ma qui sta un punto cardine del nostro futuro.

Come non potremo ritornare ai comportamenti ante COVID-19, così l’economia non potrà rincorrere i paradigmi che la guidavano prima della crisi.

Il mondo sta repentinamente cambiando e non sarà più come lo conoscevamo.

Scriveva Alessandro Baricco, in un suo brillante articolo, che il mondo è guidato (ancora) da un’intelligenza del Novecento. Concordo. Manca una classe dirigente del XXI Secolo.

E oggi (dal momento in cui si avvierà la ripartenza del tessuto industriale e commerciale) la sfida impone la gestione di un cambiamento radicale e generale.

Sconfiggeremo il COVID-19 (speriamo del tutto e al più presto), ma dobbiamo esser pronti a prevenire e combattere altre insorgenze virali ad alto impatto.

Questo richiede investimenti nel sistema sanitario, ma anche nelle procedure di controllo dei movimenti e dei contatti (senza cancellare i diritti alla privacy).

Quindi: strutture di medicina avanzata e di ricerca, nuove tecnologie di tracciamento e informazione, innovazione legislativa.

Ma anche revisione dei criteri di aggregazione umana. Difficile che il futuro possa contemplare i raduni di massa: forse è finito il tempo degli stadi stracolmi, delle adunate nelle piazze, dei grandi concerti sui prati.

E altrettanto: la spinta all’inurbamento selvaggio, con le periferie metropolitane ad altissima densità demografica, dovrà invertire la rotta. Perché lì la disperazione sociale, intrisa di miseria e ambizioni frustrate di popoli fuggiti dalle lande disperse del mondo, non è solo un orrore etico, ma anche un potenziale bacino di contagi.

Si possono fare mille esempi di quel che cambierà: il turismo, la somministrazione di cibo e bevande, i criteri di mobilità individuale e collettiva, la diffusione del telelavoro, la digitalizzazione dei servizi (a partire da quelli pubblici), l’impulso a un nuovo salto in avanti nella robotizzazione delle attività di produzione diretta, la formazione on line (da quella di base a quella specialistica e professionale), la distribuzione degli eventi di sport e spettacolo (inclusi quelli a maggior valenza culturale) e molto altro.

Pensiamo ai valori abitativi. Credo che la domanda di residenzialità subirà profonde mutazioni. Le famiglie, ammaestrate dalla lunga permanenza a casa e dal timore che tale situazione potrebbe ripetersi nel corso della vita, cercheranno sistemazioni che offrano: uno spazio attrezzabile a ufficio mobile (collegabile in remoto per il lavoro, per lo studio dei figli); apertura verso l’esterno (terrazzi, cortili); maggiore indipendenza (meno appartamenti in condominio, più residenze autonome); vicinanza a negozi e servizi essenziali, senza eccessivo decentramento e isolamento; salubrità ambientale. Caratteristiche oggi difficili da reperire e abbinare ad altri valori non rinunciabili (stanza per i figli, due o più servizi, box, ecc). Questo prelude a forte turbolenza sul mercato immobiliare, tanto da farmi ritenere che l’accesso alla casa dovrà, in futuro, esser incanalato in contratti volti al riuso e a una maggiore mobilità: leasing più che acquisto, un po’ come già oggi sta accadendo per l’automobile. Un sistema che permetterebbe anche il passaggio ad abitazioni adeguate alle fasi di vita: per il singolo, per la coppia giovane, per il periodo con figli, per quello in cui si torna ad essere in due, per la vecchiaia. Un passaggio che implica la creazione di complessi immobiliari forti detentori di un patrimonio abitativo articolato da vendere in concessioni temporanee redditizie ma convenienti per gli utilizzatori e da manutenere e rinnovare progressivamente in linea con i progressi della bioedilizia e della domotica.

Ho soltanto provato a immaginare una rivoluzione settoriale, come molte altre verranno.

Tutto andrà immaginato e riprogettato nello scenario tecnologico ormai acquisito e in via di incessante evoluzione.

Accettando che alcuni settori dell’economia sono destinati a un declino inarrestabile e probabilmente veloce, mentre altri sono destinati a crescere.

Trovo assai inadeguato lo scontro sulle modalità di finanziamento della risalita. Titoli emessi a livello europeo sono certamente più forti (e di più immediata disponibilità) piuttosto che crediti scaturiti dal rafforzamento del bilancio UE, ma comunque i soldi arriveranno e saranno tanti: whatever it takes, secondo la ormai nota frase di Mario Draghi. L’Europa (come tutto il mondo) sarà inondata di liquidità: verso il reddito di chi l’ha perduto e verso le iniziative imprenditoriali.

Tuttavia, come sul breve periodo non ci saranno vincoli all’indebitamento pubblico, il problema non è recuperare qualche punto di PIL.

In ballo c’è e ci sarà molto di più.

Verrà sconvolto il modello di sviluppo.

Pensare di ripristinare quello bloccato dall’emergenza sanitaria è illusorio e suicida.

La storia insegna che dopo una grave caduta dei mercati tocca all’iniziativa pubblica rigenerare la domanda. La prospettiva di un grande piano di “ricostruzione” europeo (“un nuovo piano Marshall”, come si vaticina) è corretta e affascinante.

In tale direzione non sarà sufficiente che gli investimenti risanino e recuperino e potenzino strutture e infrastrutture che si sono rivelate inadeguate: sanità, reti viarie e autostrade dell’informazione.

Occorre che gli investimenti pubblici orientino tutto il mercato, generando domanda che traini anche gli investimenti privati.

Abbiamo l’occasione per la riconversione verde dell’economia. Il green new deal timidamente approvato in sede comunitaria può diventare il faro nella rotta per la crescita sostenibile.

Intorno alla riconversione della produzione energetica, con l’abbandono progressivo, irreversibile e veloce dei combustibili fossili, vanno ridisegnate le coordinate della società del futuro.

Innescando dinamiche che agevolano lo sviluppo in logica di sostenibilità non solo ambientale, ma pure sociale, riducendo il gap nella distribuzione dei suoi frutti tra le varie componenti professionali, generazionali, territoriali. In una dialettica economica nella quale tramonta la finanziarizzazione esasperata a favore dell’investimento produttivo in beni e servizi.

Per questo accanto all’azione di governo della transizione pare necessario che le migliori risorse e intelligenze vengano chiamate a concorrere a un progetto di futuro di lungo periodo. I politici sono condizionati dalle scadenze elettorali, gli amministratori delle società pensano al bilancio annuale (quando non alla “trimestrale”): entrambi hanno visioni limitate, a corto orizzonte.

Circa due anni fa formulai un auspicio per il nostro Paese. L’articolo è ancora visibile sul mio sito (http://giorgioperuzionarra.it/2018/08/04/il-nuovo-rinascimento/)

Proponevo per l’Italia di raccogliere i migliori cervelli e le migliori competenze del Paese: imprenditori, amministratori pubblici, professionisti, politici illuminati, urbanisti, economisti, artisti, sociologi, ecc. Poiché la prospettiva disegnata apre ad una nuova leadership culturale del nostro Paese, sarebbe bello battezzarlo il “Club del Nuovo Rinascimento”.

Non un gruppo di pensatori votato alla filosofia del possibile ma una risorsa di intelligenza collettiva, scientifica e umanistica, per tracciare il progetto strategico di rilancio dell’Italia. Divenendo la fonte di ispirazione per il programma di un governo che guarda al medio periodo e supera la logica delle emergenze e del prossimo appuntamento elettorale e che seguiterà a fornire materiali per la sua attuazione ed evoluzione.

Credo che siano mature le condizioni per creare un simile laboratorio di idee a livello europeo.

Se è vero che una delle chiavi per un futuro migliore è evitare che l’urbanizzazione degradi le metropoli a megalopoli ingovernabili e pericolose, la dimensione della città media europea, carica di storia, cultura, radici, valori è il luogo più adatto a definire nuovi modelli di vivibilità urbana. Modelli che implicano interventi multistrato: di strutture, infrastrutture, istruzione, organizzazione, cultura. Modelli che costituiranno essi stessi un prodotto complesso e pregiato da vendere a livello mondiale.

Accordarsi sulla creazione della rete di prossima generazione (5G) è quasi facile, se paragonato all’impegno di rendere le città accoglienti per tutti quelli che vogliono viverci.

La consapevolezza della portata della sfida impone che venga giocata a livello europeo, perché nessuno Stato nazionale potrà vincerla davvero. Non sarà un gioco a somma zero. Se affrontato mettendo in competizione sistemi nazionali, i più forti potrebbero sopravvivere, ma ne usciranno più fragili dinanzi alle potenze maggiori: la Cina, gli USA, prime tra esse, ma anche i colossi transnazionali come Amazon, Google, Facebook, Apple, Alibaba, e altri meno noti.

Se, invece, risorse e progettualità avranno una dimensione continentale, le sinergie sapranno guidare l’offerta dal lato della domanda (prevalentemente collettiva), generando accumuli e moltiplicatori di accelerazione della crescita senza tentazioni inflazionistiche. L’unico modo, peraltro, per rientrare gradualmente dall’espansione dei disavanzi statali originati dal finanziamento della “ripartenza”.

La task force affidata dal governo Conte a Vittorio Colao è una buona scelta, ma soffre di essere finalizzata all’organizzazione e progettazione della “fase due” e dal confinamento in ambito nazionale.

Se l’Italia vuole avere un ruolo in Europa – candidandosi, coma la sua tradizione storica merita, alla leadership culturale di un “nuovo Rinascimento” – affianchi alla battaglia sugli Eurobond la proposta di creare un think tank europeo per dotarsi una visione di futuro da tradurre in progetti di crescita sostenibile.

Non dimentichiamo che le grandi svolte sono sempre nati da grandi idee e da grandi movimenti di consenso a obiettivi che univano cambiamento delle condizioni materiali a valori ideali. Fu così per la ricostruzione dopo il secondo dopoguerra, per la nuova frontiera kennediana, per l’uguaglianza di genere, per la lotta contro le discriminazioni. Non sarà diverso per salvare il pianeta e mitigare le disuguaglianze, verso un mondo a misura umana.

Friday for Future e Sardine – Arriva una nuova generazione

Non ho figli, non ho nipoti, da molto tempo ho lasciato l’insegnamento all’Università.

Quindi non ho consuetudine con i giovani e davvero non posso dire di conoscerli.

Eppure, quando, qualche settimana fa, mi inserii nel corteo degli studenti, nella prima manifestazione di Friday for Future a Viareggio, ho provato buone sensazioni, come non mi accadeva da molti anni.

Respirai lo stesso clima che avevo vissuto – allora da protagonista, ingenuo e pieno di speranze e di ardore giovanile – cinquant’anni prima, al mio primo corteo studentesco, a Torino.

Come allora, ciò che animava la scelta di far sentire collettivamente la propria voce era, insieme, il rifiuto dello stato delle cose e il desiderio di imporre una svolta: verso un mondo più giusto, più vicino al sentimento, aperto alla fantasia, alla spontaneità, alla leggerezza.

Una confusione ideale non riconducibile a precisi programmi, sebbene nell’assoluta chiarezza su quello che tutti volevano rovesciare.

Basta: alla polluzione atmosferica, alla distruzione della natura, al consumo sfrenato, al tetro dominio dell’economia astratta.

Successivamente sono venute le Sardine.

Anch’esse confusamente e gioiosamente schierate contro le negatività. Basta: alla semina dell’odio, alla violenza verbale e fisica, alla politica sguaiata e infarcita di fake news, al razzismo e all’egoismo.

Questi ragazzi, figli del ventunesimo secolo, la parte più giovane dei millenials, mostrano il candore dei figli dei fiori degli anni Sessanta, certo con meno illusioni e maggiore esperienza (filtrata dalla storia delle generazioni precedenti).

Tradizionalmente, l’ingresso dei giovani nell’arena sociale arriva con forme irruente, travalica i confini del confronto civile, scatena la naturale insofferenza verso le regole dei genitori.

Stavolta pare tutto il contrario.

Mentre la società degli adulti ribolle di rabbia e pulsioni, nelle quali il malcontento e l’inquietudine si tramutano in comportamenti tribali e nell’odio contro gli avversari (veri o presunti), i più giovani interpretano la gentilezza, la comprensione, la saggezza.

Ciò che immediatamente mi colpì, quando arrivai in piazza Mazzini e la disorganizzazione regnava sovrana, tanto da farmi supporre (erroneamente) che il corteo non potesse formarsi, fu l‘allegro stupore con il quale i ragazzi e le ragazze si incontravano e si riconoscevano.

Era tutto un domandarsi reciprocamente: anche tu qui? Per poi abbracciarsi e trovare naturale essere lì, insieme, per la Terra, per la solidarietà, per sentirsi in grado di partecipare alle scelte sul destino del mondo.

Quasi nessuno teneva china la testa sul telefono cellulare. Gli occhi cercavano gli occhi, per avere conferma di non essere soli, non aver sbagliato a scendere in piazza, per entrare tutti insieme nella Storia. Con il sorriso, l’entusiasmo, una nuova consapevolezza. L’emozione di una prima volta che non può essere vissuta per delega.

Come me e tanti miei coetanei, cinquant’anni prima.

Confermo: non conosco i giovani, non ho nessuna certezza su quel che faranno e diverranno.

Ma nei loro sguardi e nei loro gesti, titubanti e sinceri, decisi e lievi, ho visto una luce capace forse di sconfiggere le nubi che oscurano questi tempi tormentati.

Il destino del pianeta e l’economia delle fonti energetiche

Ho recentemente letto Un green new deal globale, di Jeremy Rifkin.

Un libro che consiglio a tutti.

L’autore, con l’ottimismo di chi collabora a costruire progetti di ampio respiro, in Europa e in Cina, delinea una visione planetaria di medio e lungo periodo sull’avvento della terza rivoluzione industriale, che segnerà l’abbandono dei combustibili fossili e il passaggio alle energie rinnovabili (solare ed eolico in primo luogo).

Rifkin vede all’orizzonte una società nella quale l’obiettivo della salvaguardia ecologica, l’arresto e inversione dell’emergenza climatica, cambierà, insieme all’economia, le dinamiche del lavoro e sociali.

La sua proposta vuole rilanciare l’essenza del «capitalismo sociale», un modello economico pragmatico in grado, nel breve orizzonte temporale che abbiamo di fronte, di accelerare la transizione verso un’era a emissioni prossime allo zero.

Non è facile aderire alla sua visione progressista, perché troppo poco si sta muovendo in quella direzione.

La descrizione, lucida e serena, degli scenari tecnologici, di mercato e di equilibri democratici che attraversano il saggio, ci consegna un grande dilemma, insieme portentoso e tragico, comunque straordinario e storicamente fondato.

Tutte le grandi trasformazioni economico/tecnologiche hanno comportato un massiccio intervento statale, con l’immissione di ingenti investimenti diretti e l’attrazione, altrettanto imponente, di capitali privati. Ciò fu e sarà necessario per consentire l’infrastrutturazione, materiale e culturale, che distribuisce a tutta la società i benefici delle nuove ricchezze attivate.

Il dilemma, quindi, è il seguente: sapranno i governi gestire e indirizzare le risorse, nei tempi e modi efficaci per realizzare la conversione alle nuove fonti energetiche e la creazione di una rete intelligente e flessibile per una loro efficiente e democratica distribuzione?

L’alternativa è l’avanzamento del degrado ambientale (cambiamento climatico e non solo) e l’accaparramento delle nuove ricchezze generate dal prevalere delle energie rinnovabili da parte di alcuni colossi privati, con l’esasperazione della divaricazione tra pochi ricchi sempre più opulenti e le masse impoverite.

Il tema della disuguaglianza, la scomparsa del ceto medio, il dominio dell’economia di carta (finanziarizzazione) che degrada e marginalizza il valore del lavoro, sono strettamente dipendenti da questa mutazione dei cicli di produzione legata alla sostituzione delle fonti energetiche primarie.

Questi sono i grandi temi che la politica dovrebbe affrontare.

Nessuno di essi trova spazio, se non in vuoti slogan, nei programmi delle formazioni che si sfidano in una perenna campagna elettorale, nella quale il successo di gioca su paure e risentimenti, promesse irrealizzabili, chiusure dinanzi alla dimensione globale e glocale delle questioni da cui dipendono le condizioni della vita collettiva e individuale, oggi e ancor più domani.

Che pena assistere alle urla e agli insulti!

I veri leader sono quelli capaci di trovare il consenso su progetti che, specie in tempi tormentati come quelli che viviamo, guardano a visioni di futuro, non vendendo messaggi di prosperità a breve, ma invitando all’impegno per costruire condizioni di sviluppo, libertà, equità sociale e progresso sull’orizzonte di qualche anno.

La svolta, sostiene Rifkin, è attesa tra il 2030 e il 2050.

In quale direzione, dipende da tutti noi.

C’è poco tempo, ma c’è ancora tempo per riflettere, decidere, agire.

Mettendo insieme ragione e competenze, restituendo un senso alla politica come concreta realizzazione degli ideali e non scontro emotivo tra tribù contrapposte.

Contro le Bestie (che ruggiscono nel web)

Sto scrivendo un romanzo giallo incentrato sul contrasto a una organizzazione criminale che lucra nel mercato della moda low cost, sia con classici atti delittuosi che grazie a un complesso sistema di manipolazione delle menti dei potenziali clienti diffuso sui social con inserimento di messaggi di persuasione occulta infiltrati sotto falsa identità (di influencer), moltiplicazione di troll, falsi profili, falsi commenti.

L’efficacia di tali operazioni deriva dall’analisi dei comportamenti degli utenti e la successiva elaborazione di forme di messaggio plasmate per catturare i consensi.

Durante una delicata riunione del gruppo investigativo, il Procuratore Capo di Lucca si lascia andare a uno sfogo.

Il Dottor D’Archilana ha passato i 60 anni, fuma la pipa, non si vergogna della sua pancetta, veste un po’ all’antica, proviene da una famiglia di magistrati, come indica anche il nome Giusto, che suo padre gli impose alla nascita. Non fece mai carriera come le sue doti parevano meritare perché rifiutò di partecipare ai giochi di corrente o di legarsi a qualche potentato.

Gode di grande stima per le sue esternazioni sul costume e la società, sempre equilibrate e acute.

Nell’incontro, il pool deve decidere la strategia processuale, giacché l’organizzazione criminale è stata individuata e i suoi componenti identificati, sebbene non ancora catturati (e probabilmente fuggiti all’estero).

I Servizi segreti hanno comunicato che l’inchiesta sull’avvenuta e accertata manipolazione debba essere secretata.

I Magistrati accolgono l’ordine con imbarazzo e fastidio. Il caso ha grande rilievo, svolgere dibattimenti a porte chiuse e negare la pubblicità alla vicenda non sarà agevole.

Giusto D’Archilana inserisce nella discussione alcune considerazioni che ritenga valgano a orientare le scelte.

ESTRATTO dal Romanzo “Nero come la moda” (in corso di composizione)

(…)

«Viviamo tempi travagliati, strani e difficili. L’aspirazione alla notorietà si traduce in comportamenti individualisti che annullano la soggettività. Un ossimoro che descrive una pericolosa realtà. La voglia di essere riconosciuti sfocia nella assimilazione dentro gruppi a matrice imitativa. Si insegue l’illusione del successo scimmiottando le icone dello sport, dello spettacolo, della moda. Come falene attirate dalla luce, i giovani e tutti quelli che vorrebbero esserlo o fermare lo scorrere delle stagioni, cercano simboli e gesti che appaghino il bisogno di apparenza.

Ormai, per la maggior parte delle persone, la vita diviene frenetico inseguimento alla visibilità. Il senso di solitudine viene mitigato dall’affiliazione tribale, nell’inesausta ricerca di protagonismo sulle scene del villaggio globale, nel quale ciascuno sgomita nell’indistinta pletora dei concorrenti, sedicenti amici. Prevalgono i sentimenti di rancore e invidia, istinti violenti contro chi appare godere di una fortuna che si pensa di meritare e ci si vede negata. Questo sfocia nell’odio verso chi non può o non vuole salire sul medesimo palcoscenico del nulla, dove di rappresenta l’adesione ai modelli proposti dall’influencer di turno.

Così la popolazione è esposta all’imposizione dell’istante, che tutto risolve. Il tempo è una linea indistinta di presente, successione di attimi senza filo logico. La storia è abolita, non solo nella dimensione collettiva, ma anche a livello personale. Il futuro sembra troppo lontano per dedicarvi anche solo una frazione delle proprie risorse, tutte assorbite nell’adrenalinico lampo che accende il momento di esaltazione.

L’universo comunicante bombarda con l’inarrestabile cascata delle domande di presenza, da esaudire con l’adesione e il possesso: di oggetti, di eventi, di accessori, di frasi ripetute e rimbalzate, in una sarabanda che stordisce. Una marea montante di sollecitazioni, di realtà aumentata gonfia di desideri aumentati.

Una dinamica che spalanca lo spazio all’intrusione degli stregoni che virano la pubblicità in sofisticati imbrogli mediatici, arrivando a vette di circonvenzione che superano ogni malata fantasia di dominio. Fenomeni che non si combattono contrapponendo strepiti a urla. Neppure affermando illuministicamente il primato della ragione.

C’è un confine sottile tra convincimento e circonvenzione. Per dare verità giuridica alla realizzazione della seconda, agiremmo su capitoli penali assai labili e incerti. Se noi mandassimo a processo, sotto i riflettori dell’opinione pubblica, le azioni di persuasione occulta, non faremmo un buon servizio al Paese. Proprio chi subisce la manipolazione sarebbe pronto a negarlo, per non ammettere la propria debolezza.

I dibattimenti vedrebbero la feroce difesa degli imputati, pronti a porre l’accento sulla capacità di conquistare legittimamente il consenso delle masse, che cedono a richiami diffusi senza malizia e in buona fede. Ne verrebbe fuori una babele di polemiche, tali da confondere i profani. Finiremmo per alimentare stati d’animo che rafforzano i pericoli delle campagne malevole via web. Anziché far crescere la prudenza nell’accostamento ai messaggi delle sirene ammaliatrici, generemo un fastidioso rumore di fondo sul quale il canto ingannatore si alzerebbe ancora più forte«.

«Dove vuole arrivare, dottor D’Archilana?» Domandò il Procuratore Vettini, che paventava una ritirata, incompatibile con l’obbligatorietà dell’azione penale.

Il Procuratore mordicchiò il cannello della pipa, ne aspirò il profumo di tabacco che, sebbene spento da oltre due ore, gli mandava ancora il sentore dolce, che aveva l’effetto di rasserenarlo.

Capì che doveva sforzarsi di chiarire come una scelta di apparente viltà fosse, al contrario, un sussulto di coraggio.

«Propongo di archiviare le ipotesi di reato ideologico insite nel comportamento criminale del gruppo degli imputati».

Seguì una breve e concitata disputa.

Fu nuovamente D’Archilana a illustrare l’orizzonte di approdo dell’indagine, appoggiandosi al sostegno manifestato dal suo pari grado fiorentino Brunello Boggiardi.

«Chiedo di far prevalere le ragioni della quiete sociale su quella dell’applicazione astratta e ottusa dei Codici. Ciascuno degli imputati è colpevole di altre, più definite e gravi, fattispecie di reato. Perseguiamoli per quelle. Sono sufficienti a punirli adeguatamente.

L’AISI ci assicura che le forze dell’ordine ripristineranno la legalità, chiudendo le attività di manipolazione on line. La Polizia sta distruggendo le ramificazioni criminali sul territorio. Tutto questo, cioè la cessazione del progetto e delle attività illegali, è ancor più importante della punizione dei colpevoli.

In quest’epoca di tempeste mediatiche, spetta allo Stato di proteggere la serenità dei cittadini, la correttezza e trasparenza della comunicazione, anche contro i loro istinti e a loro insaputa. Sempre che non finisca anch’esso travolto dalla deriva di rivalsa antistituzionale che smarrisce i valori del rispetto, della democrazia, della convivenza civile.

Sta a noi amministrare la Giustizia con la saggia consapevolezza della temperie storica».

Ruotò lo sguardo sui presenti.

L’autorevolezza della sua statura morale, la profondità di pensiero che aveva mostrato, conquistarono i colleghi, in un passaggio che tutti avevano compreso come drammatico e forse paradigmatico dell’affermazione della società dell’informazione, che aveva ormai sostituito la modernità industriale e ancora non riusciva a evolvere nella società della conoscenza.

La strada era tracciata.

Il colonnello Radi, che aveva recapitato la decisione dell’AISI, sorrise al Procuratore capo di Lucca. Da freddo dirigente dei Servizi, tenne le labbra serrate e rigide. Ma era pur sempre un moto di ringraziamento per aver disinnescato un possibile conflitto tra pubblici poteri.

Il vicequestore Gabuzzi scelse di non intervenire nella discussione. Non voleva interferire nelle decisioni dei Magistrati. Lo sbocco della riunione favoriva il suo impegno nella caccia agli imputati, contenendo l’attenzione dei mass media su fenomeni tipicamente delittuosi. Rimanevano nel limbo temi che potevano indurre confusione e panico, forieri di pressioni che avrebbero finito per intorbidare e intralciare le investigazioni che lui coordinava.

Attese la conclusione dell’incontro, poi, congedandosi, si permise di sussurrare al Procuratore D’Archilana la sua soddisfazione.

«Conoscevo di fama la sua lungimiranza. Lei è uomo che non si lascia sedurre dal gusto di comparire in vetrina e va alla sostanza dei suoi doveri. Sono lieto di averla conosciuta e di vederla garantire una gestione dell’inchiesta prudente ed efficace insieme. Le sono grato per aver reso meno gravoso il mio lavoro per completare lo smantellamento dell’organizzazione criminale e la cattura dei suoi membri».

D’Archilana lo fissò, socchiudendo gli occhi, con espressione furba.

«Gabuzzi, lei è giovane e so che si muove con molta disinvoltura. Continui! Anche tra noi querce già secolari il buonsenso sa accompagnarsi alla fantasia».

Si guardarono, sorridendo.

Generazioni e mestieri diversi che si scoprivano anche più che alleati.

(…)

Se siete arrivati a legger fin qui, comprenderete come lo spunto del mio romanzo echeggi fenomeni assai attuali e che mettono a rischio i valori su cui si fonda la nostra Repubblica, nata dalla Resistenza.

Ogni allusione è voluta….

E se vi incuriosisce il romanzo nella sua complessità, rivelo che contiene la quarta inchiesta del vicequestore Diomede Gabuzzi.

La prima venne pubblicata nel 2018: un giallo anomalo dedicato alla bellezza del calcio femminile, delle coste tirreniche, del coraggio di perseguire l’essere piuttosto che l’avere.

(La Venere Spezia – Ed. Scatole Parlanti, acquistabile in libreria, su richiesta oppure on line su

https://www.scatoleparlanti.it/prodotto/la-venere-spezia/

https://www.ibs.it/venere-spezia-libro-giorgio-peruzio/e/9788832810912

https://www.mondadoristore.it/La-venere-Spezia-Giorgio-Peruzio/eai978883281091

https://www.lafeltrinelli.it/libri/peruzio-giorgio/venere-spezia/9788832810912

La seconda inchiesta, con il titolo L’onda del movente sarà pubblicato da Parallelo45 Edizioni, in libreria prossimamente (ottobre 2019 ?) e narra della caccia a un serial killer sullo sfondo delle meraviglie di Firenze.

La terza inchiesta è scritta e attende nel mio cassetto percorsi di pubblicazione, se troverò lettori che apprezzano il personaggio del vicequestore Gabuzzi e il mio stile letterario (Delitti e ricette, ambientato a Viareggio, dove vivo).

La quarta, come già anticipato, è in via di stesura (Nero come la moda, si svolge tra Firenze e il mondo).

Se vi va di commentare lo stralcio che ho proposto, di avanzare critiche o suggerire variazioni, ve ne sarà grato. Sul sito, in calce all’articolo, c’è, per questo, un apposito form.

L’effimero successo del “Me ne frego”

La citazione contenuta nel titolo di queste riflessioni vale, simbolicamente, a spiegare l’esito delle recenti elezioni europee nel nostro Paese.

Non per caso, rispolverare motti e stilemi della retorica fascista ha messo le ali alla conquista di ampie fasce di elettori da parte della Lega e del suo leader.

La vittoria del M5S dello scorso anno segnava il montare nel popolo dello spirito di rivalsa. C’è un largo settore della società che soffre la mancata realizzazione dell’aspirazione a poter raggiungere una condizione di tranquilla agiatezza e trasforma la frustrazione in rancore. La colpa viene addebitata ai politici, agli intellettuali, ai giornali, a tutti quelli che rappresentano il potere tradizionale. Il voto al M5S sembrava la migliore scelta per punire questi colpevoli.

Ma poi s’è visto che le cose non sono cambiate. Anzi: dove governano i 5 stelle le città precipitano, il ristagno economico e il disordine civile e materiale si impennano.

Allora il rancore vira su altri bersagli. Contro l’intrusione degli immigrati, visti come portatori di nuovi pericoli e concorrenti nell’accesso agli aiuti pubblici. Ma, soprattutto, esso alimenta l’illusione che a frenare l’economia siano i vincoli esterni. La disciplina fiscale dell’UE, le regole e la burocrazia, l’eccesso di pressione fiscale. Mostri da sconfiggere e cancellare! Questo è il nerbo delle promesse salviniane. Questo è il “me ne frego” che resuscita il simulacro dell’uomo d’azione, volitivo e possente, capace di vincere e distruggere i tentacoli vincolistici.

Il grosso del suo elettorato vive nella generazione dei baby boomers, quelli cresciuti senza eccessivi patemi e improvvisamente privati della bella vita, che pensavano di meritarsi per quel moto progressivo che vede i figli stare meglio dei padri, e che ora vivono l’incertezza nel lavoro e nel reddito e hanno figli alle prese con il precariato. Disabituati a misurarsi con la complessità, con una formazione infarcita di TV e consumismo, cercano e anelano soluzioni elementari, privilegiando quelle individuali a quelle collettive. In una deriva che fa riemergere egoismi e sentimenti ancor più sordidi. Così, nel linguaggio – complice la massificazione dei canali di comunicazione via Internet – ci si affranca (con un sospiro di bieco sollievo) dal politally correct. Non ci si vergogna del razzismo, si ricorre all’insulto, si sdogana il fascismo, il sessimo, l’omofobia. È la resuscitata litania dilagante del “me ne frego!”. I valori della Resistenza non sono dimenticati, ma semplicemente non fanno parte del bagaglio culturale di questo arcipelago di disordinate intolleranze.

E, tuttavia, le stagioni politiche sono ormai molto brevi.

Renzi prese più del 40% alle Europee 2014, quando sembrava impersonare una nuova primavera delle politiche economiche e sociali. Ma, portando solo la rottamazione del vecchio personale politico e non riuscendo a mantenere l’impegno di rianimare lo sviluppo, perse rapidamente il consenso.

Salvini vola quasi al 35%, ma dovrà ora confrontarsi con lo stesso scoglio.

Se il governo PD riuscì a riportare il segno positivo al PIL, ma in misura ancora inferiore al necessario, per quello gialloverde l’impresa è ben più ardua, con una congiuntura internazionale fiacca e un asset produttivo e competitivo nazionale ai minimi della storia.

La prossima legge finanziaria metterà alle corde Salvini. Non ha programmi, né risorse, per invertire la rotta dell’economia italiana.

Oltre l’espressione del rancore, i cittadini chiedono che lo sviluppo riparta e che distribuisca i suoi frutti in modo meno ineguale di come sta accadendo per le dinamiche spontanee del mercato finanziarizzato.

A parole si può fingere di recuperare “indipendenza”, ma la globalizzazione non può essere chiusa come i porti. L’autarchia non è possibile per nessuno. Non sarà l’UE a imporre il fiscal compact ma la tagliola del mercato sui tassi di interesse del debito a rendere impervio lo sforamento della spesa in deficit.

Per Salvini il dilemma sarà tra una politica avventurosa in dispregio dei vincoli, con la conseguenza di un disastro finanziario che porterà un domani di lacrime e sangue, oppure una legge di bilancio responsabile e avara. In entrambi i casi, portando la responsabilità del governo, questo dissolverà il grosso del consenso elettorale leghista al primo appuntamento successivo.

Tranne decida, da giocatore di poker, di far saltare il banco. Basterà premere per un’attuazione del contratto di governo tutta sbilanciata verso le istanze leghiste fino a provocare la crisi. Elezioni anticipate in autunno lo vedrebbero ancora vincitore, con la rendita dell’illusione che ha suscitato. A quel punto, la legge finanziaria potrebbe essere “alleggerita” delle promesse troppo costose, rinviate a un orizzonte quinquennale affidato a un governo (di destra-centro) più coeso dell’attuale.

Sull’altro versante, a conferma che gli elettori manifestano i loro sentimenti quando pensano che le elezioni poco influiscano sul quotidiano (così sono percepite quelle per il Parlamento europeo), ma prestano attenzione al buon governo per quelle più vicine alla vita di tutti i giorni, il centro-sinistra tiene a livello amministrativo. Tipico il caso di Bari, con un sindaco eletto con una maggioranza totalmente opposta al responso elettorale europeo.

Come può, in prospettiva, tornare competitiva sul piano nazionale un’alleanza alternativa al centro destra, posto che la parabola pentastellata sembra avviata a un inarrestabile declino?

Se si guarda a Milano e a Firenze, si vede che aree che mantengono un buon andamento economico e amministrazioni attente a garantire sviluppo equilibrato e modernizzazione sono quelle nelle quali il centro-sinistra resta maggioritario.

Tenere insieme politica (come mediazione positiva con funzioni regolatrici e redistributive), economia (come valorizzazione delle vocazioni sostenute da iniziativa privata, ricerca e innovazione), società civile (come espressione delle istanze collettive e territoriali) è la scommessa per un futuro nel quale lo sviluppo sia declinato in chiave di sostenibilità ambientale e sociale e di passaggio dal consumerismo all’uso etico delle risorse.

La Lega è lontana da questa sensibilità, il M5S insegue strane chimere di decrescita, il centro sinistra, a sua volta, sembra ancora legato a radici che affondano nel secolo passato.

Personalmente, sono convinto che debba nascere un soggetto nuovo, in parte recuperando e rimescolando l’attuale quadro di partiti e movimenti, ma altrettanto (e forse più) scaturendo da movimenti profondi della società, tra i quali il primo germoglio sembra la passione dei ragazzi che scendono nelle piazze con Friday for future.

Poco meno di un anno fa scrissi un racconto nel quale affidavo a un vecchio professore torinese un’analisi e una sorta di proposta profetica.

Lo ripropongo alla lettura di chi ne sarà curioso.

Chissà se fioriranno ROSE.