Pisa – Sculture all’aperto

Pisa – Veduta di Piazza dei miracoli – La torre pendente e il Duomo

La città di Pisa ospita installazioni provvisorie della scultrice boema Anna Chromy. L’autrice si è da tempo stabilita a Pietrasanta, nei cui laboratori e fonderie ha proseguito la sua opera, trovando in terra di Versilia gli stimoli per la maturazione del senso plastico che sa conferire ai suoi bronzi.

Anna Chromy è la scultrice che può vantare il maggior numero di sculture permanenti poste in Europa e Cina.

Pisa ospita in questo periodo, nelle sue vie e piazze, una interessante rassegna di sculture della Chromy.

Già arrivando dalla stazione si viene accolti dal Susyphus. Proseguendo nella passeggiata si incontrano altre sculture, che culminano, rientrando verso la ferrovia, nell’Alcyon, nel quale i corpi dei due coniugi, con la figlia di Eolo già chimericamente mutata in uccello e Ceice lanciato a raggiungerla uscendo dagli inferi dove la collera di Zeus l’aveva sospinto.

Una scultura che vive della plastica ricerca di un’unione tra i corpi di due amanti tanto belli e sfortunati, nell’armonia tra le curve dei muscoli e dei gesti che nell’aria si inseguono.

L’arte riluce nel bronzo modellato.

Sisyphus
Don Giovanni
Ulysses
Prometheus
Chronos
Alcyon

Bari – Visita alla città vecchia

Dal molo d’attracco della nave da crociera alla città vecchia è una passeggiata di pochi minuti.

Per questo, è sconsigliabile accettare le offerte di tour che sommergono gli ignari turisti in arrivo all’uscita del terminal portuale, siano esse di trenini o risciò o altro. Non fanno risparmiare tempo né energie, ma spillano denaro per un presunto avvicinamento ai luoghi di interesse e per sommarie informazioni storico-culturali.

Nella città vecchia i poli d’attenzione sono raccolti in un fazzoletto.

Per prima la cattedrale di San Nicola, di stile romanico, edificata per raccogliere il corpo mortale del santo, che è tale sia per i cattolici che per gli ortodossi. La chiesa, infatti, ospita riti di entrambe le religioni. Imponente e austera, contiene il baldacchino di marmo più antico di tutta la Puglia: un ciborio posto sull’altare centrale.

L’altra cattedrale, dedicata a San Sabino, è quasi altrettanto antica e anch’essa di stile romanico, con l’icona della Madonna dell’Odegitria, che da il nome alla piazza che ospita il tempio.

Il Castello Svevo ha il profilo squadrato e rude di una fortezza romanica, ricostruito dagli Svevi, da cui deriva la sua denominazione. Purtroppo le mura non sono in sicurezza e ne è preclusa la visita.

Comminare tra le strette vie della Bari vecchia è scoprire un microcosmo di negozi e attività tradizionali, come quella – celebrata dal turismo – delle signore che tirano a mano la pasta fatta in casa per trarne, con abili movimenti di coltellini, le famose orecchiette pugliesi. Ci colpisce in particolare una graziosa piazzetta, detta Largo Albicocca e dedicata agli innamorati. D’obbligo un selfie per le coppie che fanno rivivere ogni giorno il loro amore, come Anna e Giorgio.

Poco oltre il confine tra la Bari vecchia e la Bari nuova abbiamo le vie eleganti con i negozi delle firme luxury, sotto palazzi tra i quali sfilano belle sagome liberty. Da segnalare quelle di Palazzo Fizzarotti e di Palazzo Mincuzzi.

Poco più centrale si può ammirare l’ingresso dell’Università Aldo Moro, intitolata al tormentato leader che si interrogava e cercava nuovi equilibri politici nel dopoguerra, fino a finire nel mirino spietato delle Brigate Rosse.

La via Sparano si chiude nel piazzale Aldo Moro, di fronte alla stazione centrale delle ferrovie, linda e ordinata.

Tornando verso la città vecchia, percorriamo viale Cavour, con altre costruzioni liberty che conducono fino al Teatro Petruzzelli, alle sedi della Banca d’Italia e della Camera di Commercio, e infine al Teatro Margherita.

La nostra passeggiata si è conclusa e possiamo riattraversare la città vecchia e poi tornare verso il porto.

Nelle orecchie ci risuona il tipico dialetto locale, con le sue simpatiche cantilene.

Napoli – Passeggiando leggeri

Napoli è città di cultura antica, dove l’intelligenza vivace dei suoi figli tinge d’ironia la modernità, mantenendola umana.

Torniamo volentieri in questa città che amiamo. Forse, non la capiremo mai per davvero.

Ci conquistò, anche lontani, la melopea mediterranea che nacque nella fucina di Napoli Centrale e trovò in Pino Daniele la sua massima espressione. Ci mosse a commossa ammirazione la comicità sottile e pungente di Massimo Troisi.

Però Napoli è molto di più.

Lo si vede passeggiando per le sue vie, incontrando la fantasia delle insegne dei negozi, ammirando la disinvolta capacità dei napoletani di vestire con naturale eleganza l’accostamento di colori e accessori che altrove parrebbero stonati.

Dal porto si può salire velocemente a piedi dietro al Castel Nuovo.

La nostra breve visita, non avendo tempo per riaccostarci ai luoghi che conservano ed espongono sublimi bellezze artistiche, si dipana tra via Toledo e via Chiaia, respirando l’atmosfera del sabato pomeriggio nella passeggiata partenopea.

Caffè al Gambrinus, a lato della piazza del Plebiscito, poi un gigantesco cono da Infante, maestro della gelateria.

Soddisfatto il palato, possiamo ammirare palazzi e vie, orecchiare le simpatiche cadenze della parlata locale, guardare la folla che sciama senza fretta.

Vorremmo visitare la basilica di San Francesco, ma piazza del Plebiscito è occupata per metà, proprio sul lato del tempio, da una esposizione dell’Esercito Italiano, che ne deturpa il profilo. Spiace sia stato scelto proprio questo luogo per l’iniziativa. Come una poesia strappata. Rinunciamo, rinviando alla prossima occasione.

Anche il giardino del Molosiglio è chiuso per lavori e non possiamo rinnovare l’attraversamento tra i suoi alberi frondosi.

Neppure ci accorgiamo dei chilometri che iniziano a pesare sulle nostre gambe. Non ci si stufa mai di muoversi dentro queste contrade che evocano sole e musica.

Prima di ritornare alla nave, perché la partenza incombe, volgiamo lo sguardo al Vesuvio, simbolo del fuoco che anima queste terre, inquieto e irriverente, coraggioso e affascinante, millenario e attuale.

Dalla tolda, in attesa che i motori spingano il transatlantico verso il largo, abbiamo il tempo di godere del tramonto dietro il Maschio Angioino.

Silenziosamente, depositiamo il nostro “arrivederci” sui placidi flutti dal molo Berevello verso il cuore della città.

Savona – Il mare della Liguria

La città di Savona non si segnala per particolari pregi artistici o storici.

Se ci si giunge, come noi, da una crociera che ci portò ai Caraibi e, più recentemente, a Malaga, il confronto non sarà generoso.

Tuttavia, questa cittadina gode di un clima favorevole, che attrae nella sua provincia il flusso turistico in arrivo da tutto il Piemonte e, in parte, dalla Lombardia.

Fortuna vuole che Savona ci riceva nello splendore del cielo e del mare, in una giornata ventosa ma, anche per questo, carica di luce che rende più vividi i colori.

Dal porto la passeggiata verso il centro si snoda per la via Paleocapa, porticata e con palazzi che presentano graziosi mosaici e balconi sagomati. Il teatro Chiabrera e il palazzo municipale sono il fulcro di piazzette simpatiche, mentre il duomo sta a lato della via Sisto. La Cattedrale dell’Assunta contiene una serie di cappelle laterali tematiche, delle quali apprezzo particolarmente quella dedicata a Nostra Signora della Misericordia, con un altare dorato circondato da sculture marmoree. Di fianco, oltre il cortile, sta l’ingresso della cappella Sistina, così chiamata in onore di papa Sisto IV.

L’emozione più grande la troviamo nella passeggiata a mare, con il lungo viale che scende da Palazzo Priamar e si snoda fino a lato del centro cittadino.

Come in tutta la Liguria, il litorale sabbioso è stretto, così che il nastro pedonale e ciclabile si trova proprio a ridosso della distesa, dove le onde muovono candida schiuma a infrangersi lente sulla battigia e portano profumi e suoni di serenità e infinito.

Il tono dell’azzurro è meraviglioso, fino a fondere cielo e mare sulla linea dell’orizzonte.

Si può dimenticare la città, con il traffico della provinciale che la attraversa poco più in là, respirare a pieni polmoni l’aria salmastra e iodata.

Il bello della Liguria, che i suoi paesini ripropongono in mille sfaccettature, dalla riviera di ponente a quella di levante, sta in questi panorami.

Marsiglia – Facciate francesi e vento dal nord

Marsiglia si presenta come una lunga striscia di moli portuali. Attracchiamo al nuovo porto, dietro la zona commerciale.

La città è relativamente lontana e per raggiungerla è necessario un transfer per superare la grigia area dei magazzini.

Il cielo è terso e azzurro e si rispecchia in un mare intenso, color topazio. La giornata è fredda, perché la costa è battuta dal vento che scende da nord. Questo renderà la nostra gita più breve, perché il clima non invoglia a lunghe passeggiate.

Prendiamo il trenino turistico, che si arrampica verso Notre Dame de la Garde.

La cattedrale si presenta orgogliosa sulla cima della collina, con il campanile sovrastato dalla Madonna dorata, che risplende, là in alto.

L’architettura della chiesa è grandiosa, l’interno meno notevole, ma i mosaici sulle volte disegnano linee e colori affascinanti.

Dallo spiazzo sottostante possiamo vedere la città a 360 gradi. L’ampio golfo circonda la città e le sue appendici portuali.

Tornati in pianura, dinanzi al vecchio porto, iniziamo a percepire il respiro francese di Marsiglia.

Lo si coglie nelle facciate dei palazzi di primo Novecento, con le pareti dai colori delicati e gli stretti e lunghi balconi in ferro, sagomati come i francesi amano averli.

La sera, il sole cala lentamente, allungando la scia dei suoi raggi ormai d’arancio sulla superficie del mare, con un effetto scenico che incanta.

Quando si fa buio, il plenilunio di primavera regala l’ennesima emozione, rifulgendo dal cielo al mare, con riflessi d’argento.

Il transatlantico salpa.

Domani ci sveglieremo in Italia.

Malaga – Varietà di stili

Malaga riuscirà ad affascinarsi, anche se l’approdo del mattino ci lasciò perplessi.

Il porto ci presenta la visione di aree merci e lunghi moli, che si aprono davanti a palazzi moderni, alti e massicci a fronteggiare il mare.

Forse per il cielo nuvoloso, ancora non sappiamo intuire la parte antica e artistica.

Poi le nubi si ritireranno, offrendoci una volta azzurra ad accompagnare il tour nella città storica.

Entro un raggio ristretto troveremo architetture che si sono succedute e intrecciate, di pari passo con l’evoluzione della storia.

Dapprima il bus ci porta sulla collina lungo una strada erta, che sfida la perizia del conducente.

Arriviamo a Gibralfaro, “roccia di luce”, nell’antico significato fenicio, antica fortezza che domina la città e guarda sulla baia. I folti boschi che coprono le pendici impediscono di vedere verso la zona storica e la visione dell’insieme di Malaga non esprime le bellezze che ci attendono.

Da lì scendiamo a visitare l’Alcazaba, che fu dimora dei signori arabi prima della vittoria dei cattolici che portò l’area sotto il dominio dei re spagnoli. La costruzione è ancora tipicamente moresca, nella pianta e nelle decorazioni, con cortili nei quali non può mancare lo scorrere dell’acqua, a ricordare l’attenzione e la cura che vi prestava un popolo costretto ad affrontare il deserto. Notiamo le volte, i motivi matematici degli intarsi e il delicato fluire delle greche che decorano gli archi, sagomandone il profilo.

Il giardino che circonda l’Alcazaba raccoglie alberi e fiori che carezzano di profumo, dona i colori che variano dal rosso intenso dei garofani al fioco lavanda dei gladioli, espone l’eleganza dei tronchi di eucalipto, l’austero fogliame dei pini, l’ampio ventaglio delle palme, qualche esplosione di piante grasse.

Al termine della discesa, percorriamo a piedi il centro, un’ampia zona pedonale che si snoda tra vie pulite e ancora capaci di ricordare il passato della città, con palazzi dalle facciate barocche e moresche. La Plaza de la Merced, dove nacque Pablo Picasso, con al centro un obelisco alto e squadrato, dedicato ai morti della ribellione antimonarchica, ospita vari esercizi e il modernissimo Starbuck, dove le consumazioni sono piuttosto care, allineate ai prezzi del circuito in tutto il mondo, sta proprio alle spalle della statua del poeta, seduto immobile su una panchina, disponibile a farsi fotografare con ogni turista di passaggio.

Finalmente giungiamo alla maestosa Cattedrale di Nostra Signora dell’Incarnazione, che concentra, nella sua architettura e nel suo interno, tutti gli stili che qui hanno creato arte.

I successivi interventi, peraltro, non sono giunti a conclusione, tanto che viene chiamata “la Manquita” (la Monca)

La croce davanti all’ingresso è il marchio della vittoria della cristianità nella guerra per la conquista di Malaga. Un’esplicita affermazione del primato spagnolo e castigliano per non consentire l’ambiguità nella simbologia religiosa, nonostante il campanile sia l’evidente trasformazione di una torre di impronta chiaramente araba.

L’interno è denso di arte della cristianità, dedicata a Cristo, alla Madonna e ai Santi, nella progressione delle navate.

Le colonne e le volte si alzano solenni sopra i corridoi, mentre ogni cappella mostra quadri coordinati intorno a episodi di vita e miracoli del culto cristiano.

Impressiona il grande organo, con le sue numerose e possenti canne, che sanno echeggiare in un’acustica ben ricavata negli spazi della cattedrale.

Notevole il coro, costruito a partire dalla fine del XVI secolo con stalli e statue in legni pregiati (mogano, cedro e granadillo).

C’è ancora qualche minuto per ammirare palazzi liberty sulla prospettiva che dal centro punta al viale a mare.

Quando rientriamo sulla nave, la sagoma del campanile e delle alte cupole della cattedrale ci fanno guardare verso la zona storica che abbiamo visitato.

Sarà un ricordo dolce e forte di questo pezzo di Andalusia.

Lanzarote – La meraviglia di fiori e piante

Lanzarote è una piccola isola delle Canarie caratterizzata dalla natura vulcanica.

Vi si trovano oltre cento vulcani, non più in attività. Il più alto tra essi ha la sommità poco oltre i 600 metri, così il nostro tour è un saliscendi tra basse elevazioni, in prevalenza ormai arrotondate e con fianchi brulli o coperti da bassa vegetazione.

La terra naturalmente concimata dai residui lavici è propizia per lo sviluppo delle specie vegetali.

Sebbene io non sia esperto né appassionato di botanica, ho ammirato sorpreso e incantato i giochi dei colori tra foglie e fiori, intorno a palmeti e altri alberi cui non so dare nome.

Le palme sono per la maggior parte basse e con foglie più scure di quelle cui siamo abituati nei Paesi tropicali, ma non mancano quelle che si lanciano verso il cielo.

L’isola presenta paesaggi aspri, il vento batte possente e freddo, facendo rimpiangere il clima caldo che abbiamo lasciato da pochi giorni.

Dall’alto del belvedere, nella mattinata battuta dal vento che scuote la foschia a pelo d’acqua, il paesaggio assume tinte e  contorni quasi lunari.

A qualificare la gita è l’arrivo a Jamos de Agua. Si tratta di una grotta che esce dalle profondità vulcaniche, famosa perché in un laghetto affiorante vivono minuscoli granchi bianchi e ciechi, il cui habitat naturale sono le profondità oceaniche e che soltanto qui si possono vedere sopra il livello del mare, nell’oscurità poco illuminata dal sole che si insinua tra le fratture delle rocce.

L’opera dell’uomo, sulla base dell’architettura progettata dal poliedrico e maggior artista di Lanzarote, ha reso Jamos de Agua un piccolo gioiello.

La grotta è suggestiva e sale verso una piscina ornamentale dalle acque celesti che brillano in contrasto al buio delle viscere terrestri e al bianco della vasca e dei bordi. Tutto intorno è un rifulgere di colori forti o delicati di ogni varietà di fiori e foglie, di tronchi nodosi o lisci, scuri e ruvidi o levigati e algidi.

Poi, a ulteriormente affascinare, c’è un auditorium scavato nell’anfratto, con le sedute a semicerchio che scendono verso il palcoscenico, sotto pareti e volta di pietra lavica che negano ogni eco, con effetto di fonoassorbenza. In alto, sotto il lucernario costituito da una breccia nella volta, sta una sospensione di linee e frecce, frutto dell’estro dell’artista.

Nuovamente all’aperto, inseguiamo scorci e prospettive che donano gli sfondi del cielo e del mare dietro aiuole e alberi.

Materiale per scatenare la fantasia alla ricerca di fotografie d’effetto.

L’alternarsi dei toni di luce nel rapido scorrere delle nuvole sotto l’impeto del vento rende il gioco ancor più seducente.

Il vento, che alle Canarie è protagonista e oggi si fa sentire, con le frecce del suo alito, che ci pare gelido.

La nave rolla e vibra. Partiamo.

Addio, Lanzarote, terra di pale eoliche e impianti di desalinizzazione.

Santa Cruz de Tenerife – Dal mare a centro città

Complici varie circostanze, abbiamo scelto di fare una visita non organizzata nella cittadina, senza addentrarci nell’isola di Tenerife.

L’abitato di Santa Cruz è facilmente raggiungibile dal porto con una breve passeggiata.

La città offre alcuni monumenti di interesse, specie sulla piazza rivolta al mare.

Da lì si può risalire una lunga direttrice pedonale, con prevalenza di costruzioni moderne e alcune sopravvivenze di edilizia coloniale, talora quasi barocca.

Calle Castillo è una via dedicata allo shopping, piena di negozi di abbigliamento, accessori, gioielleria, articoli sportivi e souvenir. L’IVA ribassata delle Canarie sollecita gli acquisti dei turisti e tra la folla si vedono numerosi di essi con borse che recano i marchi degli esercizi di vendita.

Questo corso urbano, per posizione, struttura e caratteristiche, ricorda la via Toledo di Napoli. Fatti salvi minor eleganza e respiro storico, il paragone regge.

L’angolo più suggestivo di Santa Cruz si incontra all’auditorium.

Un progetto di Santiago Calatrava ultimato nel nuovo secolo, che rappresenta uno dei capolavori dell’architettura contemporanea.

Il teatro si affaccia verso il mare con la sua sagoma vagamente futurista, con la grande volta aperta e lanciata verso il cielo e le scalinate che ne attraversano una galleria aperta, con vista sia verso l’oceano che verso l’interno.

Il mare è seducente come sa esserlo l’Atlantico con i suoi riflessi scuri e maestosi.

La proiezione verso l’interno introduce un piccolo parco che contiene una minuscola baia circondata da un muretto di pietre, dov’è esposto un geometrico monumento di Cesar Manrique, circondato da aiuole fiorite e ordinate.

Rientriamo nel centro storico percorrendo il viale assolato.

La giornata ci ha offerto temperature primaverili e luce stupenda, che fa brillare l’azzurro dal cielo al mare.

Festeggio il mio compleanno, per la prima volta fuori dall’Europa, pranzando con Anna in un ristorante indiano e godendo del sapore forte e intrigante delle salse.

Anche girare per conto nostro è un bel modo di scoprire parti di mondo.










Antigua – Felicità nel vento sulle onde

Spiace essere rimasti in questo splendido arcipelago per poche ore.

Abbiamo ammirato e goduto del paesaggio delle sue isole, del suo mare dai riflessi ammalianti soltanto da lontano, su un catamarano lanciato a cavalcare le onde ballerine e veementi.

Tutto s’è risolto in questa emozionante e coinvolgente esperienza. Bellissima, tonificante, ma troppo poco per Antigua, che ci pare offrire davvero molto e vorremo ritrovare in una prossima occasione.

Saliamo a bordo del catamarano di mattina presto. Torneremo alla nave giusto poco prima della partenza.

Sarà l’escursione più entusiasmante del nostro viaggio. Adrenalinica, spumeggiante, coinvolgente: difficile darne l’impressione con la valenza semantica degli aggettivi.

Viene in mente, per definirla, il titolo di un bel film di Johnatan Demme: Something wild, virato in italiano in Qualcosa di travolgente: sono adatte entrambe le versioni.

Quando si naviga con la faccia rivolta verso il vento, ci si tiene ai corrimani delle sponde per resistere all’urto del balzo contro le onde schiumanti e indomite, si è travolti dall’emozione di un rapporto vero con il mare, la sua forza, il suo profumo selvaggio e avvolgente.

L’impeto sibilante carico di sale ti percuote le nari ed entra con la sua dolce violenza direttamente nei polmoni. Gli spruzzi freschi si frangono sulla tolda e bagnano la pelle arroventata dal sole.

Un paradisiaco abbraccio di Nettuno, bonariamente infingardo ad avvertirti di non sfidare la sua collera quando monterà.

Forse per la prima volta, comprendo cosa sia vivere il mare, andando al largo e gettando a riva la paura.

Insieme a sensazioni indimenticabili di pura fisicità, l’animo si delizia di poesia scoprendo la successione delle sfumature sul mare, dal più chiaro turchese al più profondo cobalto, passando per le mille tonalità disegnate dallo zigzagare schiumante delle onde, dal passaggio veloce delle nubi, dall’alternarsi dei fondali e dell’infittirsi delle alghe.

Segue la pausa a Green Island, con la gioia di una piccola spiaggia dalla sabbia fina e morbida e dalle acque fresche e limpidissime.

Il bagno è puro piacere e il sole è sempre più caldo, ma non lo soffriamo grazie alla brezza che ne mitiga l’attacco.

Un’altra meraviglia è rimanere immobili con i piedi nell’acqua, a rimirare il lento nuotare di piccoli pesciolini: argentati, azzurri con la pinna gialla o striati in giallo e nero, mentre altri, cortissimi e neri, guizzano a nascondersi sotto le grandi pietre a pelo della superfice marina.

È l’ora di gustare il pasto caraibico preparato con cura dai nostri accompagnatori. Prelibato il pollo speziato alla maniera caraibica, buono tutto il resto. L’ambiente di sogno concilia l’appetito.

Più tardi, nuovamente navigando spediti intorno alle insenature, sorbiremo anche il ruhm, ad allietare ancor più questa gita indimenticabile.

Ci resterà nel cuore e ci farà nostalgia il mare di Antigua, con la voglia di ritrovarlo e di conoscere meglio anche le sue terre.

In conclusione, merita rimarcare la professionalità simpatica e attenta del team della compagnia Excellence, i giovani che hanno gestito il catamarano e l’intera escursione con l’allegria e la maestria che l’anno resa unica e formidabile-

Oh, si! I love Antigua! 

St. Marteen – Un gioiello abusato e forse perduto

St. Marteen è una piccola isola antillana divisa tra Olanda e Francia in base a un trattato che viene vantato come il più antico tra quelli che decisero le spartizioni delle colonie tra gli Stati europei.

Fu Colombo a scoprirla, ma gli spagnoli, per cui l’esploratore genovese conduceva le sue spedizioni, lasciarono presto l’isola, dove la maggiore ricchezza, costituita dall’industria del sale, si andava esaurendo.

Nel secolo scorso l’isola iniziò a diventare ambita meta per vacanze al sole e al mare, facendo del turismo una fiorente industria.

A dimostrare la prevalenza del turismo nordamericano, tanto nella zona olandese che in quella francese, tutti gli esercizi commerciali recano scritte e indicazioni in lingua inglese. L’orografia di St. Marteen presenta una successione di bassi monti che si alternano tra le coste. La parte olandese è ordinata e mostra costruzioni distribuite con discreta grazia lungo le colline. Al contrario, quella francese è densamente urbanizzata, con case basse e poco eleganti.

La capitale dell’area francese, Marigot, è una città che non offre particolari attrazioni, tutta proiettata intorno al porto, che si apre verso Simpson Bay, un’ampia baia fittamente popolata di imbarcazioni.

L’odierna escursione è un flop clamoroso. Si attraversa l’isola sull’unica strada centrale, intasata di traffico e soggetta a lunghe soste per consentire il transito delle maggiori imbarcazioni in uscita dalla baia che impongono l’alzata del ponte levatoio.

Unica nota di spicco è una zona collinare nella quale grandi e colorate iguane prendono il sole sui rami di bassi alberi, mimetizzandosi tra il fogliame.

Ci conducono a Marigot, senza alcun indirizzo verso luoghi significativi (ammesso ve ne siano) e con l’unico sbocco di un mercatino disordinato, con bancarelle che espongono le stesse merci (ai medesimi prezzi) che si trovano nei duty free a ridosso del molo da crociera, spacciando per artigianato ciò che è merce standardizzata per il business dei souvenir dozzinali.

La crociera nella baia altro non è che un lento giro di quaranta minuti in una distesa di barche che non colpiscono per varietà e bellezza, anche perché, se si volesse cercare l’eccellenza nautica, abbiamo in Italia cantieri e fiere che espongono natanti ben più notevoli di quelli ancorati a St. Marteen.

L’attitudine a preferire l’ostentazione della ricchezza alle meraviglie della natura, del resto, è bene simboleggiata dal vanto della spiaggia di Maho Beach, reclamizzata per l’ebrezza di vedersi volare gli aerei in atterraggio tanto vicini che sembra di toccarli: invece del piacere del canto delle onde e del profumo del mare, si preferisce il brivido del rombo dei reattori e delle scariche del gas di propulsione! Che tristezza!

Nel noioso ritorno in bus, la caduta di stile della gita si svela senza pudicizia quando l’audioguida impiega oltre la metà dell’esposizione in una insulsa propaganda delle merci di St. Marteen, dai formaggi francesi (!) alla gioielleria venduta al netto dell’imposta, perché l’isola è porto franco.

Può darsi che l’infelice escursione sia dovuta alla cattiva scelta del tour operator locale, ma l’impressione che suscita quest’isola è quella di una delle tante meraviglie caraibiche che, anziché valorizzare e coltivare la bellezza naturalistica, ahimè, l’abbia forzata, pompando il turismo e l’inurbamento oltre i limiti della salvaguardia dell’ambiente. Non solo non credo che a St. Marteen si viva come in paradiso (contrariamente alle affermazioni trionfalistiche dell’audioguida), ma anche il godimento della vacanza non raggiunge qui le vette delle altre perle di questo incantevole mare che abbiamo incontrato nella nostra lunga vacanza.