Barbara Baraldi: la tensione narrativa non conosce pause

Anna e io, con Barbara Baraldi, a Viareggio, Libreria La Vela

È da poco in libreria il terzo romanzo di Barbara Baraldi dedicato alla viceispettrice Aurora Scalviati, fremente investigatrice individualista e passionale, che l’esperienza e le sventure hanno fatto crescere come valente profiler.

Anche L’ultima notte di Aurora conferma l’elevata cifra stilistica della scrittrice emiliana, capace di catturare l’attenzione del lettore dalla prima all’ultima pagina, lungo le peripezie della figura centrale, sapientemente descritta nelle sue contraddizioni e nella sua inesausta ricerca di risposte che sono in parte una fuga da sé stessa. Intorno a lei, altri protagonisti si agitano, proposti in una chiave che esalta e ravviva il centro narrativo, sorretto dalla personalità complessa e tormentata di Aurora.

Non so se conoscete il gioco del “se fosse”.

In un gruppo di amici viene prescelto, a turno, un giocatore.

Gli altri concordano di individuare uno tra loro (ma potrebbe essere lo stesso giocatore) la cui identità dovrà essere scoperta dal giocatore.

Questi, per riuscirci, potrà porre agli altri quante e quali domande vuole, purché precedute dall’incipit “se fosse”.

Non è solo divertente: consente, se tutti partecipano con sincerità, di rivelare come ciascuno vede gli altri.

Nell’ipotesi che fosse stata scelta Barbara Baraldi come personaggio e il giocatore mi chiedesse “se fosse un regista?”, io risponderei “Sarebbe Kathryn Bigelow!”

La dinamica artista di San Carlos (California) è sceneggiatrice e produttrice, ma è anche l’unica donna a esser stata insignita del premio Oscar per la regia.

Dei suoi non molti film mi piace ricordarne alcuni.

In Blue Steel Jamie Lee Curtis interpreta una poliziotta che si innamora dell’uomo sbagliato.

Point break vede Keanu Reeves intrecciare un duello carico di adrenalina e sentimento con il capo della “banda degli ex-Presidenti”, un granitico Patrick Swayze, che cerca l’emozione suprema ed estrema sfidando onde gigantesche su una tavola da surf.

Strange Days è una distopia che, nell’imminenza del temuto millenium bug, vede delitti e intrighi coinvolgere personaggi sballati e schiacciati dall’alienazione sociale. Film visionario, psichedelico, dal ritmo forsennato.

Concludo con The hurt locker (6 Oscar, tra cui quello per la miglior regia e 3 altre nomination), che narra di militari americani in Iraq, mostrando l’impossibilità di tornare sereno per chi subisca traumi che lacerano l’anima, nel caleidoscopio della paura e della velocità di reazione da cui può dipendere la salvezza.

Ad accomunare le storie della Baraldi a quelle della Bigelow è l’abilità nel mantenere costante il livello di tensione nello spettatore/lettore. In un ritmo mai smarrito, ogni quadro e ogni episodio fanno scaturire domande sul senso del comportamento dei protagonisti, scavando nella psiche umana. Il filo logico si dipana tra svolte che non sconvolgono ma intrigano, impedendo di distrarsi e avvincono con il fascino di un mistero umano, troppo umano.

Nei romanzi della Baraldi le scelte e le azioni delle indagini disegnano, poco a poco, il profilo del soggetto ignoto cui Aurora da la caccia, volta per volta inducendo il lettore a confrontare i tratti dei vari protagonisti con la profilazione del killer. Un esercizio che sarà premiato solo al termine dell’avventura.

Ritmo, tensione narrativa ininterrotta, coerenza della trama e rigore della ricerca che sostiene i contenuti sono, in sintesi, i punti di forza dei romanzi di Barbara Baraldi.

Per me, che non leggo libri gialli per il gusto di sfidare l’investigatore a individuare per primo il colpevole, la narrazione di Barbara Baraldi è una sfida a capire che il viaggio è la meta. Perché ciò che affascina è seguire l’evoluzione della storia, la cui ricchezza di spunti (di riflessione, di rinvii a dilemmi dell’anima) parla all’intelligenza e alla sensibilità. Dove si giungerà alla fine del percorso, in fondo, è meno importante. Per questo, leggendo una storia che dona emozioni, si vorrebbe non finisse mai.

Aspettando, allora, di seguire una nuova storia di Aurora e… di scoprire come è cambiata dall’ingresso e dai primi passi in polizia, per diventare il genio spezzato che insegue un difficile equilibrio esistenziale e sa risolvere i casi più intricati.

#giorgioperuzionarra

A figura intera

Susan Vreeland: La Passione di Artemisia

Il libro racconta la biografia di Artemisia Gentileschi dalla giovinezza alla morte del padre, Orazio, pittore come anche lei riuscì a divenire, contro tutti gli ostacoli, le convenzioni, le discriminazioni e le vessazioni che una donna del secolo XVII incontrava per potersi affermare come persona, come artista, come intellettuale.

Segnalo questo testo perché è, insieme, un’opera letteraria di grande levatura e l’introduzione al genio artistico dello straordinario talento pittorico di Artemisia.

Il filo che unisce i due piani – letteratura e storia dell’arte – è quello della passione.

La si coglie nella capacità dell’autrice di narrare la storia e i travagli di una vita come dall’interno, con un sapiente uso della prima persona. Le vicende tragiche e il coraggio di Artemisia ne emergono con grande vividezza, arrivando al cuore del lettore.

La passione della Vreeland avvolge e sostiene quella della sua protagonista, facendone scaturire il nucleo centrale dell’inquieto furore artistico che anima l’esistenza di Artemisia Gentileschi, guidandone i passi, unendo istinto e paziente ricerca della perfezione. Fino a ottenere il riconoscimento del suo valore con l’ingresso all’Accademia fiorentina e l’incontro con i mecenate che le consentirono di dedicarsi in forma professionale alla pittura.

Il tratto caratterizzante dell’opera della Gentileschi è l’emozione che traspone nelle figure rappresentate: non con perfezione fredda ma con l’intento deliberato di rappresentarne sentimenti, ardori, pulsioni, desideri.

Questa intensità ha evidentemente coinvolto la Vreelend, armando la sua penna dell’ispirazione che rende affascinante la narrazione e cattura l’attenzione sino all’ultima pagina, suscitando la curiosità di vedere le opere che vi sono citate e partecipando ai turbamenti della grande pittrice.

Canzoni nella vita e nella storia

“Il romanzo della canzone italiana[1]” di Gino Castaldo è un libro che si legge in un susseguirsi di ricordi ed emozioni.

Per quelli come me, nati negli anni Cinquanta, cresciuti con l’ideale di un mondo più libero e giusto, nutriti a rock e cantautori, passati attraverso il tramonto dell’orizzonte rivoluzionario del ’68 e approdati a una maturità più moderata ma ancora attenta ai valori, la narrazione dell’autore accende il falò della storia attraverso il filtro della musica.

“È solo musica leggera”, come canta Fossati, “ma la dobbiamo imparare”.

E vale la pena anche di capirla, di interpretare l’impatto culturale delle canzonette, che sono molto di più che questo.

Castaldo lo fa, con passione, con meticolosa ricostruzione, legandole in chiave tematica più che temporale.

Ne vien fuori un romanzo che è la storia dell’evoluzione della società, recitata dal succedersi delle mode musicali e dalla capacità degli interpreti, autori ma anche soltanto esecutori, d’essere epigoni dei desideri, delle aspirazioni, dei sentimenti collettivi.

Piacevole da leggere, il libro svela episodi poco noti e aiuta a meglio comprendere quei versi e note che furono colonna sonora dei nostri momenti migliori o che ci consolarono quando la vita girava storta.

Forse esagerando, talvolta, sensi e valenza, ma certamente facendo emergere quanto l’arte, nella forma della canzone abbia saputo rappresentare, questo libro ci accompagna a ripercorrere una lunga fase del cammino del Paese, dal miracolo economico al declino post-industriale, e della nostra vita.

 

[1] Gino Castaldo: Il romanzo della canzone Italiana – Ed. Einaudi – 2018

Gianrico Carofiglio

Poiché la mia vena narrativa volge il timone sempre più nettamente verso il genere poliziesco, ho deciso di leggere le opere degli autori italiani che vanno per la maggiore nei vari rami del genere “giallo”.

Carofiglio, che è un ex magistrato, si cimenta nel legal thriller.

Confesso che prima d’ora non conoscevo la sua prosa.

Ho scelto, per questo, il suo primo romanzo: “Testimone inconsapevole”.

Ne sono rimasto conquistato.

Non tanto per la storia in sé. La trama non è particolarmente originale, non c’è suspense e manca l’adrenalina.

Il romanzo è la descrizione di un percorso. Capita che si maturi per eventi inattesi, per un vento che investe attraversando la strada polverosa della vita.

Così accade all’avvocato Guerrieri. Persona schiacciata dalla mediocrità delle sue scelte, dall’incapacità di prendere decisioni coraggiose, ma, soprattutto, dal rifiuto di guardare dentro sé stesso e di trarne la forza che può nascere solo dall’accettazione di sé e dalla voglia di prendere in mano il futuro.

Gli accade di doversi cimentare, dapprima di malavoglia, ma via via con sincera passione, con un caso difficile da cui dipende la vita di una persona che rischia di esser travolta dalla facile ricerca del mostro come risposta a un delitto efferato.

Cresce, in lui, la consapevolezza di quanto può impegnarsi e giocare nella giostra del processo. Altrettanto cresce la sua dimensione di uomo, la riconquista della dignità personale. La perizia professionale che riesce a esprimere si fonda su una ritrovata fiducia sulle proprie doti etiche e morali. Le vicende esistenziali si intersecano, anche nel riemergere dei ricordi, con la trama gialla.

Il racconto descrive l’evoluzione dell’uomo e dell’avvocato. Il romanzo procede e la tensione umana monta fino a impennarsi nel finale, con toni che muovono a commozione ancor più che ad ammirazione per la finezza argomentativa dell’arringa.

Un bel romanzo, che travalica ampiamente i confini della narrativa di genere per diventare un racconto di vita, degno della miglior letteratura mainstream.

Non solo letteratura

Una delle domande ricorrenti (obbligate?) che vengono proposte agli scrittori durante le interviste riguarda le loro letture.
Cosa leggi, chi ti ha influenzato, a quali autori si ispirano il tuo stile e il tuo genere?
La risposta non è facile. Tutti pensiamo di essere del tutto originali, sol perché quando iniziamo a scrivere seguiamo un’idea e delle sensazioni istantanee e mai abbiamo in mente altre opere o altri autori.
Riflettendo a posteriori, rileggendo quel che abbiamo scritto con sufficiente distacco, ci accorgiamo, del contrario: molte letture, recenti o passate, hanno lasciato il segno nei nostri pensieri e nel nostro agire, riversandosi poi anche negli scritti che produciamo.
Fatto quest’esercizio, possiamo accostarci alla domanda con meno imbarazzo e tentare una risposta sincera, che sarà utile a chi ci interroga come anche a noi stessi.
Per parte mia, guardandomi nello specchio dell’anima, scopro che influenze profonde mi son venute non solo da alcuni scrittori, ma altrettanto – son certo ancor più – da saggi su temi disparati.
Ecco il ricordo del libro che più amai leggere: Le nozze di Cadmo e Armonia, di Roberto Calasso.
Un’opera stupenda per la capacità di portare il lettore nell’atmosfera incantata, nella torbida leggiadria della mitologia greca attraverso la quale si colgono le basi della nostra cultura. Mito e storia, psicologia fitta di contrasti e amicizie e amori incredibili. Decritti con una pulizia ed eleganza linguistica che non teme pari. Un’atmosfera che mi rapì e che torna in sottofondo quando la mia fantasia vola sulla tastiera. Un saggio che ha la il fascino estasiante e rilassante di un romanzo
Restando alla saggistica, la mia propensione a disegnare scenari, a immaginare le evoluzioni del quadro storico nel quale collocare la mia trama certamente risente degli studi e delle intuizioni dei grandi sociologi e architetti visionari. I primi a illustrare le dinamiche dei rapporti sociali, le derive e le fratture del sentire collettivo e delle loro radici materiali. I secondi a descrivere come l’ambiente costruito non sia antinomico a quello naturale e come l’urbanesimo possa essere guidato dentro la progettazione di città intenzionali.
Né posso dimenticare gli economisti che mi insegnarono a capire che il mercato non è mera somma di comportamenti individuali (e neppure razionali), i testi di diritto che delineano le regole della cittadinanza e, soprattutto, gli storici che svolgono il filo delle fasi che hanno portato ai nostri tempi. Cito, per tutti, Fernand Braudel, la cui lettura mi avvinse quasi più che quella dei romanzi d’avventura.
Sulla base di queste premesse sarei pronto a rivelare quali scritti letterari prediligo, chiarendo che finora mi sono nutrito più di studi scientifici che di romanzi.

 

Ricordando Ursula Le Guin

Ursula Kroeber Le Guin se n’è andata il 24/1/2018
La sua opera andò molto oltre la letteratura di genere. La sua fantasia animò mondi che facevano emozionare, riflettere e cantavano di sentimenti nobili, di amore e comprensione, di compassione e passione, di avventura e intelligenza. La amai sin dalla lettura di “La mano sinistra delle tenebre“, il primo dei suoi romanzi che incontrai nella mia frequentazione della letteratura fantastica. Subito compresi che lei si elevava dal “genere” e che meritava di essere considerata una grande della letteratura senza aggettivi.

Eccezionale, tra le sue opere, “La falce dei cieli” dove i sogni del protagonista cambiano continuamente il mondo nel quale si risveglia.
Grazie, Ursula, per averci regalato sogni, utopie, buone sensazioni, domande a cui cercare risposte anche nella nostra vita sociale.