Ricordi di una lunga crociera

Trascorsi un po’ di giorni e tornando alla vita quotidiana, posso tentare qualche riflessione sull’esperienza della lunga crociera che, in oltre trenta giorni sul mare, mi portò in luoghi tanto diversi tra loro e mi tenne a bordo di una città galleggiante che brulicava di persone e attività.

Restano vibranti le emozioni, quelle che accesero i sensi. Di esse narrano le impressioni scritte di getto, al rientro da ogni escursione, che già pubblicai singolarmente e che ripropongo in questo raccontino.

Una crociera che muove repentinamente da una località all’altra non ti fa conoscere davvero nessuna delle località che tocchi e calchi.

Sono visioni puntuali di siti, sfiorati o percorsi nel volgere di poche ore.

Certo la natura scuote, con i suoi panorami che improvvisamente mutano.

Altrettanto le costruzioni dell’uomo, nella storia, sia essa quella remota delle antiche civiltà o quella più recente e perfino contemporanea, sanno indurre a meravigliata ammirazione.

Tutto così di seguito entusiasma, ma anche frastorna.

Passare di alba in tramonto nelle isole caraibiche è un susseguirsi di giochi di luce, colori, profumi e stimoli che fanno confondere la memoria dei vari approdi.

Difficile decidere quale isola abbia maggior fascino, perché, in fondo, di ciascuna si coglie appena un assaggio da cui si cerca di comprendere il gusto di fondo che essa sa offrire.

Le mie cartoline di viaggio, scritte “a caldo”, ogni giorno, sono un pallido tentativo in quella direzione. Molto soggettive, molto legate alla relativa casualità del sito che ci accolse, della modalità di escursione, della congiuntura climatica, della simpatia e professionalità delle guide locali.

L’accostamento alla civiltà Maya credo mi abbia consentito, con visite ripetute, di entrare con buona profondità nella storia e cultura di quel popolo. Questa parte, per quanto ancora approssimativa, posso considerarla compiuta, un’esperienza di viaggio che – non essendo io un cultore della civiltà precolombiane – non vorrò replicare.

Giudizio sospeso sulle Canarie. Terre affascinanti e particolari, non ci sono sembrate il mare adatto alle nostre inclinazioni, con le loro spiagge vulcaniche e il vento battente.

Le città dell’Europa sono contenitori di storia e arte nelle quali le scoperte non finiscono mai. Per questo tipo di turismo la crociera non è la scelta migliore. Si finisce per perdere parte dei tesori artistici e di fermarsi in località funzionali alla navigazione ma non di particolare interesse (come Savona).

Quanto dico per le crociere vale anche per i tour organizzati che corrono tra le città d’arte. I fondisti del turismo, tra macchine fotografiche mai spente e ombrellini alla giapponese, rischiano un collasso estetico da overdose.

Meglio scegliere, rinunciando ad andare dovunque e dedicare il tempo necessario per godere dei capolavori dell’arte, per soffermarsi a vivere l’incanto della bellezza e non vederla scorrere smorta davanti a uno sguardo fuggevole.

Bene l’ho imparato da quando lasciai il lavoro e iniziai una vita che non obbedisce ai rintocchi delle ore, da quando ebbi l’opportunità di dedicarmi a conoscere Firenze, ad ammirarne l’architettura passeggiando tra i suoi palazzi, a ritornare nei suoi musei senza passare lesto da una stanza alla successiva, fermandomi davanti alle opere che parlavano al mio sentire e al mio capire.

Non vorrei esser frainteso: l’occasione della crociera propone comunque scorci urbani che forse non avrei altrimenti messo nei futuri programmi di viaggio: Bari, a esempio, che mi ha piacevolmente sorpreso con la sua città vecchia.

Le mie schede giornaliere sono tutte legate a escursioni nelle località che descrivo.

Non c’è scheda per i giorni interamente dedicati alla navigazione.

Non ci si annoia, neppure in quelle giornate.

Parlerò più avanti della vita di bordo. Ora voglio narrare delle sensazioni suscitate dall’essere in mare aperto dal risveglio alla notte successiva.

Già destarsi con la visione dell’azzurro sconfinato del mare è una condizione stupenda. Se le nuvole lo permettono, si può perfino godere dell’alba, che lancia i suoi raggi dietro alle coltri lattiginose e, piano piano, spinge la luce a impadronirsi del cielo. In un momento indeterminato e improvviso, la superficie dell’oceano, all’orizzonte, si fonde con il celeste della volta che la sovrasta. Le sfumature del blu percorrono tutto lo spartito dei colori: il tenue polvere affianca una striscia di elettrico e poi, via via, è un intersecarsi di topazio, di zaffiro, intorno a una larga macchia di smeraldo e, più lontano, domina il cobalto scuro, alonato da una pellicola d’azzurro fiordaliso che quasi stinge in un bianco fantasma, lì dove incontra il celeste pallido della fine del cielo.

Uno spettacolo sublime, nel mutamento continuo creato dal flusso delle onde, dalla variabile profondità dei fondali e dall’inseguirsi delle nubi, che si gonfiano e si lacerano per poi riproporsi, simulando figure quasi mitiche sopra di noi.

Stare a lungo lontano dalla terraferma porta a fissare gli occhi sul mare, osservando particolari altrimenti trascurati.

Passeggiando sul ponte più basso (terzo piano) si ha modo di misurare l’altezza delle onde, che, pur con un mare tranquillo, si alzano di mezzo metro almeno, schiumando sicure e possenti.

Un mattino, dopo qualche giorno di navigazione, capita di scorgere uccelli in volo. Segno che terre emerse sono vicine. Vien da pensare quale sollievo l’incontro con le creature alate portasse ai marinai che solcavano l’oceano nei secoli andati, quando partivano per terre ignote senza alcuna certezza di raggiungerle.

Forte è la sensazione del vento che ti assale quando, nel pieno dell’oceano, osi camminare sul ponte alto (piano 10). Cerchi di resistere, ma alla fine cedi e rientri al coperto, scendi le scale interne e decidi di fare la tua camminata salutare al meno esposto ponte tre.

Quando la nave lascia un porto all’ora del tramonto, gli altoparlanti fanno salire nell’aria le note di “Con te partirò”, cantata da Bocelli, ed è difficile resistere alla suggestione senza che una lacrima imperli le palpebre.

Un transatlantico da crociera è una città galleggiante. Un microcosmo nel quale migliaia di persone convivono in qualche centinaio di metri elevati su una decina di piani.

Tutto funziona grazie al lavoro duro e costante di molte centinaia di addetti, dal comandante fino a quelli che badano a pulire e riordinare camere e spazi comuni.

C’è da esser loro grati, non solo per l’abnegazione con cui si dedicano ai compiti affidati, ma pure per i sorrisi e la gentilezza che dispensano in ogni occasione.

Per intrattenere gli ospiti sono programmate continue attività di animazione, ci sono piscine, spa, palestra, teatro, sale giochi (compresi quelli d’azzardo, che sono attive soltanto durante la navigazione).

E bar, ristoranti, buffet quasi sempre aperti.

La sfida alla linea è tracotante e continua.

Si potrebbe mangiare dal mattino alla sera, senza problemi di spesa, perché il vitto è sempre compreso e solo le bevande seguono regimi specifici e differenziati per tariffa e classe di appartenenza al club.

Il popolo dei crocieristi ha una composizione sociologicamente assai singolare.

Come ovvio, in una crociera di oltre trenta giorni la prevalenza è di persone non in attività lavorativa. Pensionati con apprezzabili disponibilità economiche costituiscono, quindi, la larga maggioranza. Il livello di reddito è importante non tanto per il costo medio della crociera, il cui prezzo giornaliero è del tutto comparabile a quello di un albergo a tre stelle in una grande città (o di un cinque stelle sul Mar Rosso). Anzi, considerato che nel costo della crociera è compreso il trasporto, forse, confrontando il costo di un albergo con pensione completa e quello della nave, quest’ultimo potrebbe risultare più favorevole. Tuttavia, questo accade se il viaggio si prolunga fino oltre i 30 giorni, perché le tariffe sono via via mediamente più convenienti in proporzione alla durata della crociera. Per conseguenza, chi si imbarca su una nave transoceanica deve avere soldi da spendere. Anche perché non varrebbe la pena andare in crociera e non partecipare alle escursioni, il cui costo è salato.

Tanto precisato, torniamo al profilo dei crocieristi.

Nella maggioranza dei pensionati sono comprese persone di età decisamente avanzata e/o con non irrilevanti problemi di salute. La nave è perfettamente attrezzata per garantire la piena fruizione dei servizi anche a persone con disabilità.

Gli anziani mostrano di sapersi godere il viaggio, talora anche partecipando a escursioni e attività che, a prima vista, si direbbero loro precluse.

Rammento che lessi un servizio giornalistico nel quale si parlava di anziani che vivevano in permanenza in crociera. La tariffa dei viaggi, per loro, era inferiore a quella di una buona casa di riposo. In crociera c’è l’assistenza medica (con interventi a pagamento, ma si può rimediare con una buona assicurazione sanitaria). In crociera si può stare in compagnia, assistere a spettacoli, vedere il mondo, prendere aria buona… Insomma: se si ha denaro sufficiente è una vita certamente più allegra e varia di quella che si avrebbe anche nel più igienico e curato rifugio per anziani. Si può vendere casa e, con il ricavato, trascorrere anni in nave…

Non so se siano esagerazioni mediatiche, ma quel che ho visto mi fa pensare che l’ipotesi sia plausibile.

I pochi giovani visti in crociera ne partecipavano per frazioni (era possibile imbarcarsi in alcuni porti intermedi e altrettanto lasciare la crociera prima della méta finale).

Tra le proposte di animazione, le più gettonate erano i corsi di ballo.

E la sera, per chi voleva; teatro, discoteca, balli sui ponti.

Non posso parlarne, perché noi preferivamo riposare. Rientrare in cabina, guardare le stelle sul balcone, respirare il profumo salmastro, commentare la giornata, luoghi ed escursioni, leggere il diario di bordo e preparare le giornate successive. Poi spegnevamo la luce e ci mettevamo a dormire, dolcemente cullati dal dondolio delle onde.

In nave si perde il senso del tempo. Non ci sono urgenze, salvo le mattine in cui bisognava andare ai punti di ritrovo per la partenza di un’escursione. Anche in quel caso, tuttavia, gli orari, alla fine e tranne poche eccezioni, erano molto laschi.

Ciò rende il viaggio molto rilassante e aiuta a viver bene l’essere come “fuori dal mondo”.

Si dimentica ogni frenesia, si entra in una dimensione mentale direi “giamaicana”, accantonando crucci e orologi.

Nella mia esperienza, quando fui nel nuovo continente, smarrii il contatto con la realtà di provenienza. In nave Internet non arrivava o si prendeva – peraltro con costi elevati – con lentezza e continue cadute di linea. La TV riceveva solo stazioni locali o qualche rassegna leggera delle televisioni nazionali tedesche, inglesi, francesi. Dell’Italia si vedeva RAI 1, con una programmazione sfalsata e ridotta, nella quale non riuscivo a rintracciare notiziari.

Patii un po’ l’assenza di informazioni d’attualità.

Il servizio Intenet riservato ai social (l’unico con tariffa accettabile, peraltro anch’esso labile nella connessione) valeva proprio solamente in dimensione “social”: condividere post individuali e soggettivi. Ogni riferimento a notizie non native sui social (che so: un articolo di giornale o un blog internet) spariva nell’immancabile avvertenza: pagina non raggiungibile.

In pochi giorni ci feci il callo. Più avanti ci avvicinavamo all’Europa, dove i notiziari Tv tornavano visibili e la possibilità di rientrare nella rete telematica UE si riaffacciò.

Ritrovai e registrai la deriva politica, con il governo gialloverde che seguitava a fare propaganda, ad aizzare i rancori, del tutto lontana dal risolvere i problemi del Paese. Durante la nostra vacanza il refrain non era cambiato. M’ero solo risparmiato tristezze e rammarico.

L’ultima nota sul mio viaggio riguarda i sosia.

Anna e io ci divertiamo a notare la somiglianza tra le persone che incrociamo e altre a noi note. Un gioco che facciamo ogni volta, in vacanza.

Troviamo sempre “doppi”.

In crociera, data anche la gran quantità di imbarcati, ne abbiamo intravisti di tutti: colleghi, attori, politici. Più vecchi, un po’ più magri o più rotondi, con capigliature variabili.

Siamo rientrati a Viareggio con un angoscioso dubbio: il collega che compariva in quasi tutte le nostre vacanze, da quelle in Egitto e quelle sull’Adriatico, non s’è visto. Che sia emigrato su Marte?

A seguire, le mie impressioni sulle località visitate.

Per chi lo preferisse, sono consultabili singolarmente nelle pagine “Luoghi” del mio sito, corredate dalle più significative istantanee fotografiche che ne evidenziano ed evocano le sensazioni.

22 febbraio

Miami – Billion Dollars Legend

Miami, per come l’ho vista e mi è stata presentata, è una metafora dell’America che non posso amare.

Una città dalla storia breve e concitata.

La costruzione urbana iniziò soltanto alla fine dell’Ottocento.

Prima di allora, le coste assolate della Florida non attiravano l’insediamento dell’uomo, perché il caldo e le zanzare non ne facevano un habitat salubre.

L’evoluzione delle tecniche e della medicina e la divisione delle vocazioni commerciali donarono, decennio dopo decennio, ruoli economici e storici che portarono alla crescita esplosiva della città.

Dapprima valorizzata come ambita meta per i ricchi che sfuggivano ai freddi inverni del Nord, poi passata a paradiso per gli anziani, quindi stravolta e cambiata dalla massiccia immigrazione dei rifugiati cubani fuggiti dall’isola conquistata dal castrismo, successivamente rilanciata dalla funzione di base logistica per il commercio verso centro e sud-America, infine consacrata quale base di nuovi talenti artistici, nella moda, nella musica e nel cinema e rinvigorita l’economia del turismo, Miami, con la sua propaggine di Miami Beach, conta oggi circa 5 milioni di residenti e una ricettività turistica capace di accogliere più di 1 milione di ospiti l’anno.

La skyline cittadina è un susseguirsi di grattacieli a ridosso del mare e si caratterizza per le isole artificiali che sono divenute sedi per sfarzose abitazioni e alberghi di lusso.

La bellezza della costa affacciata sull’azzurro del golfo finisce per essere posta in secondo piano dalla gara all’esagerazione che si coglie nei profili degli edifici.

I grattacieli si arrampicano, affiancandosi e districandosi intorno a corsi intasati di traffico e, sul lato opposto, a viali pedonali stretti tra le alte facciate in vetro e metallo e le banchine che fermano le onde, in una gara disordinata a mostrarsi più slanciati, più arditi, più svettanti.

Le ville sono una successione ostensiva di grandeur e preteso pregio architettonico, in una mélange di stili che richiamano la vecchia Europa e il periodo coloniale, con gli yacht privati ancorati poco oltre i muretti d’ingresso e un irrisolto confronto tra la voglia di privacy e quella, soverchiante, di mostrarsi più ricchi dei vicini.

La vicenda di queste ville è emblematica. La loro proprietà coinvolse artisti acclamati e vincenti, che però ne fecero beni d’investimento e mai le resero loro effettiva residenza.

Il mito della ricchezza fa premio su tutto.

Le guide turistiche ci trascinano a vedere i fasti di Fisher Island per vantare i prezzi d’acquisto dell’una o altra costruzione, citando Al Capone come Ricky Martin, Sylvester Stallone come Gloria Estefan e così via, in una girandola di cifre fino a nove zeri.

Sembra che la storia locale sia quella dei miliardari che vi sono transitati, lasciando quelle ville che continuano a passare di mano.

Un’ubriacatura di “dollars” che suona vuota e, alla fine, inconcludente.

Sarà vero che noi europei non siamo capaci di fare business con la stessa disinvoltura degli statunitensi, che lo spirito selvaggio del capitalismo qui trova modo di scatenare l’accelerazione dell’economia, tuttavia in Europa le crisi sono meno crudeli e gli ammortizzatori sociali riescono ancora a lenire gli assalti delle recessioni.

Così le roboanti cifre dei valori immobiliari mi generano sconcerto e dubbi.

Un’affermazione della nostra guida mi colpisce, perché contiene una verità e un’incombente minaccia.

“L’invenzione dell’aria condizionata ha cambiato questa parte del mondo, portandola al successo residenziale ed economico”.

È così: dove prima era quasi impossibile vivere in tutte le stagioni dell’anno, quell’invenzione ha portato l’esplosione dell’afflusso turistico e ne ha fatto un centro di sviluppo.

Ma il condizionamento dell’aria – esagerato in quantità e diffusione – genera consumi energetici spaventosamente elevati.

L’altra faccia della metafora per me negativa dell’America è qui: l’uomo, per dominare la natura, consuma con insaziabile voracità i valori ambientali.

Resta vero quel che già molti anni fa si criticava della potenza economica americana e dell’american way of life. Se quel modello di sviluppo e di vita si estendesse a tutto il globo, il nostro pianeta soffocherebbe nell’inquinamento e nelle devastazioni ambientali in pochi decenni.

Un popolo che non ha radici storiche moltiplica i grattacieli non per carenza di spazio, ma per cercare sempre più in alto un’identità che gli difetta.

Non è un esempio da imitare, ma un comportamento da correggere.

Che il Presidente Trump esca dagli accordi sul cambiamento climatico e voglia costruire muri, davvero non è bene per il nostro futuro collettivo sulla Terra.

24 febbraio

Gran Cayman – Il fascino delle onde

L’isola di Gran Cayman offre una natura ricca e assai curata a far da contorno a insediamenti in gran parte di elevato livello abitativo.

Una terra per il turismo e per le residenze di lusso.

Un lusso che qui non viene ostentato, che non ha bisogno di gareggiare per il primato.

Tutto molto discreto, in un’ovattata quiete, che viene presentata tranquilla al punto da non conoscere delinquenza.

Un paradiso fiscale, com’è universalmente noto. Ma sorprende per l’assenza della volgarità che, nell’immaginario collettivo, s’accompagna all’accumulazione della ricchezza esentasse.

Le strade sono moderne e i collegamenti efficienti.

Si può godere della bellezza di una vegetazione varia, colorata, salubre e di un mare meraviglioso nei colori e nelle dolci anse che si susseguono percorrendo l’isola da costa a costa.

Non manca il richiamo alla pirateria, nei fantocci variopinti all’esterno dei locali che propongono il ruhm.

La distesa di rocce scure e appuntite chiamata Hell è un po’ deludente. Bassi e aguzzi picchi irregolari su una limitata superficie non valgono come attrazione. Ma forse l’attitudine a esaltare anche ciò che non eccelle è retaggio coloniale dalla tradizione inglese: ricordo quanto nella vecchia Albione si magnifichi Stonehenge, che vale assai meno dei ruderi nuragici della Sardegna.

Toglie il fiato, invece, la lingua di terra sulla quale le onde dell’oceano si infrangono veementi dopo essersi orgogliosamente gonfiate in flussi corti e possenti. La schiuma si alza sulle rocce e si spezza in un vortice di spruzzi finissimi, freschi, pungenti, profumati di sale. Una fitta e bassa distesa di piante grasse arriva fino a lambire la scogliera, a mostrare come la natura sappia racchiudere in spazi angusti i contrasti più arditi.

Viene voglia di fermarsi ore ad ammirare questo spettacolo: una miniatura di burrasca, una danza d’acqua e di brezza.

Certamente la parte più affascinante della gita.

Poi le coste continuano a fare capolino tra la vegetazione e le case costruite con il mare quasi all’uscio.

Il tempo di vedere, al volo, sculture lignee di animali locali, con un grande caimano grigio che occhieggia immobile sotto palme verde smeraldo.

Infine una sosta in spiaggia prima che la lancia ci riporti alla nave.

25 febbraio

Jamaica – Musica e allegria

La Giamaica è terra di contraddizioni. Qui la povertà c’è e anche in una visita turistica affrettata si percepisce nello sfilare delle bidonville a lato delle carreggiate che il nostro bus percorre.

Nonostante questo, il tratto distintivo, come per altri popoli caraibici e sudamericani di origine africana, cielo, mare e sole generano una cultura orientata a vivere con allegria.

Il tempo, come lo conosciamo nelle società industriali e postindustriali, qui non ha senso. Minuti o ore non misurano i momenti, che sono tutti vissuti in un eterno e dilatato presente.

Jamaica no problem è uno slogan per i turisti che trova radici nell’atteggiamento dei residenti locali.

Si canta, si balla, si cerca d’esser felici. Anche solo con quel che si ha.

I dieci minuti nei quali l’autista promette di portarci al catamarano che ci aspetta sono in realtà oltre un’ora, con tanto di imbottigliamento nel traffico in prossimità di un punto di gran richiamo turistico. Ma non fa nulla. Si canta e si ascolta il racconto della voce calda e lievemente roca del nostro driver e le sue esortazioni a sentirci, per questo giorno, una grande famiglia felice, in pieno spirito giamaicano.

Anche in Giamaica la natura offre incantevoli giochi di palmizi, di fiori, di vie che costeggiano strette rive affacciate sull’azzurro intenso e cangiante del mare.

Le cascate del fiume Dunn deludono per quanto l’iconografia turistica le aveva esaltate.

Di altezza esigua e profondità limitata non emozionano gran ché.

La spiaggia sottostante è amichevole e suggestiva, con le sue acque invitanti.

Il pezzo forte della gita, per noi, è il rientro sul catamarano.

Seduti sulla prua, veniamo schiaffeggiati dagli spruzzi delle onde che alzano e scuotono simpaticamente il battello.

In mano stringiamo il bicchiere con il punch al ruhm del quale ci deliziamo. La musica ci circonda e muove alla danza, nel precario equilibrio sul ponte oscillante.

Divertimento puro.

Reggae ma non solo.

Poi si deve rientrare, con nel sangue quel ritmo e la bellezza di un popolo e della sua terra assolata e ventosa.

27 febbraio

Belize – Tripudio della vegetazione

Una nazione giovane che percorriamo nella sua parte settentrionale.

Vediamo in città un’architettura post-coloniale, priva di fronzoli, poi alberghi a cinque stelle più simili ai resort del Mar Rosso che a quelli sontuosi dei più ricchi Paesi caraibici.

Le strade sono poco curate, con frequenti tratti scabri. I dossi si susseguono, a imporre velocità moderata.

Fuori dai centri abitati, baracche sparse mostrano una povertà non dissimulata e dignitosa.

In bus, ci dirigiamo al sito Maya di Altun Ha.

Sarà una visita non entusiasmante, perché si tratta di poche piramidi in rovina intorno a una spianata che si apre nella foresta.

Anche l’illustrazione di storia e architettura non riesce a catturare l’attenzione, in un inglese veloce e urlato.

La parte migliore del viaggio è lo spettacolo della foresta, che si staglia quasi fin ai margini del mare e intorno al grande fiume. Alberi di svariata foggia e colori dolci, in mille toni di verde e di giallo. Le mie infime conoscenze botaniche non mi consentono di citare le specie vegetali, ma resto incantato dall’intreccio tra tronchi robusti e rami attorcigliati con fogliame a formare siepi o chiome tra le quali balenano i raggi del sole. La foresta è rigogliosa ma non fitta, permette di camminare sotto gli alberi e apre spazio alla vista e alla curiosità.

Secondo il racconto della guida, anche la fauna locale offre varietà di specie, selvagge come meno pericolose, ma il tour odierno non ci porta a incrociarle.

Si rientra a Belize City con un giro al mercatino del porto.

Guardando le bancarelle e i negozi abbiamo la conferma che il turismo in Belize non ha ancora raggiunto le vette che questo mare dai riflessi di smeraldo può richiamare.

La costa non ha un pescaggio sufficiente per l’attracco delle grandi navi da crociera, che restano ancorate al largo.

Le lance guizzano veloci dalle banchine ai transatlantici, con i passeggeri accalcati e ormai stanchi per le escursioni.

Il vento soffia forte, le onde danzano intorno agli scafi, mentre le nubi si gonfiano, sembrano impadronirsi del cielo e negare il dominio del sole. Ma sul mare aperto tutto cambia in un attimo e nuovamente la volta celeste si apre ai raggi della sfera rovente che gli antichi indigeni adoravano come loro Dio.

Il sole si libera e le onde si tingono di barbagli luminosi.

La visione del mare è il respiro dell’infinito.

28 febbraio

Costa Maya – Mare d’incanto e vestigia Maya

Costa Maya è il nome di un attracco turistico creato appositamente per l’ancoraggio delle grandi navi da crociera.

Vi giungiamo al mattino, poco dopo il levar del sole, affiancando altri due transatlantici che navigano su rotte simili alla nostra.

Il mare inizia a tingersi d’ogni tonalità dell’azzurro. In pieno pomeriggio sarà una luminosa distesa turchese, ravvivata da sfumature più scure e sbuffi bianchi di schiuma.

Un incanto.

Lasciato il terminal, fitto di negozi per turisti (invero dai prezzi piuttosto alti), dirigiamo in bus verso il villaggio di Chacchoben, antico insediamento Maya scoperto di recente e non ancora del tutto portato alla luce.

I Maya furono un popolo debole e sfortunato. Vivevano nella giungla, di quel che nella giungla si trova.

Come era bassa la vegetazione, anche i Maya avevano bassa statura. Agricoltori e cacciatori, furono invasi da popoli guerrieri, fino all’arrivo degli spagnoli. Il loro Dio principale, identificato nel sole, veniva raffigurato bianco e barbuto; i sacerdoti e i re erano ornati di piume di serpente. Fernan Cortes, il conquistador del Messico, che allora non aveva ancora preso quel nome, era bianco e barbuto e venne accolto come personificazione del dio solare. Gli spagnoli vedevano nell’immagine del serpente il simbolo del demonio.

Volontà di dominio, brama di ricchezza e simbologia religiosa scatenarono la furia dei colonizzatori e in breve, complici le malattie importate dall’Europa, gli indigeni Maya vennero quasi totalmente sterminati.

Ne sopravvivono piccole comunità nei villaggi della costa Maya, ancora legati alla loro lingua e alle loro tradizioni, a vivere mangiando mais e frutta e gli animali della foresta, compresi iguana, scimmie e serpenti.

A Chacchoben si possono vedere le piramidi funerarie, parzialmente restaurate nella foresta. Nel sito è ben evidente l’organizzazione della vita antica, con lo spazio per il mercato e le costruzioni celebrative. Molte montagnole indicano la presenza di altri templi, ancora ricoperti di vegetazione e detriti.

Di notevole interesse è la varietà delle piante che si alzano a fecondare la giungla.

Alberi da frutta, altri velenosi le cui radici sono avvinte agli alberi della medicina, in una sorprendente simbiosi tra il male e il suo antidoto. Poi alberi da cui trarre una poltiglia che vale per creare una specie di chewing gum da unire al mais fermentato o da impiegare per legare il cemento.

Palme con le cui foglie si costruivano (e ancora lo si fa) tetti per le capanne.

Tutte queste informazioni le dobbiamo al buon Moysia, simpatico e attento nel suo ruolo di guida del nostro gruppo di gitanti.

Il gioco di sfumature verdi e gialle tra il fogliame, al perenne cambiare della luce del cielo,

I tronchi, da cui partono sciarade di radici affioranti o nascoste, sono lisci e duri o scavati e anneriti, con nidi di termiti, quando non cavi a celare l’acqua che arriva dal sottosuolo.

La visita scorre veloce, poi il bus ci riporta alla base.

E qui, risalendo sulla nave, il nostro sguardo si ferma, rapito e ammaliato dalle onde di un turchese via via più intenso, in attesa del tramonto.

1° marzo

Cozumel – Fascino e storia a Chichén Itzà

La tre giorni dedicata a visitare l’archeologia Maya si conclude, come in crescendo rossiniano, con il sito di Chichén Itzà, che ne è la massima espressione.

Nel viaggio d’avvicinamento, la nostra guida, Carlos, messicano di Merida con ascendenti indigeni, ci racconta scorci di storia e di cultura, stupendoci con le conoscenze astronomiche del popolo Maya, a fondare la loro complessa numerologia: una matematica simbolica capace di contare fino quasi all’infinito.

Ma prima, una curiosità.

“Chicle”, il nome che universalmente indica la gomma da masticare (il chewing gum degli anglofoni) è temine maya. Nella lingua di questo antico popolo “Chi” significa “bocca” e “cle” sta per “masticare”. I maya usavano una gomma ricavata da un albero, simile al caucciù, per ripulire i denti dopo i pasti. “Chicle”, appunto. Un vago richiamo onomatopeico, come altri loro termini, quali il nome del dio della pioggia, chiamato “Chaka”.

Va ricordato che, come molti popoli antichi, i Maya erano politeisti, o meglio panteisti, cioè credevano manifestazioni divine fenomeni e parti della natura: il sole, la luna, la pioggia, il fuoco, il vento, il giaguaro, il serpente, tra i principali.

Il calendario maya era sdoppiato. C’era quello civile (Haab) e quello rituale (Tzolkin). Il primo riusciva a centrare i 365 giorni della rivoluzione solare, il secondo si ispirava ai cicli lunari e si chiudeva sui 260 giorni (13 cicli) corrispondenti alla fase dalla fecondazione alla nascita.

Per l’identificazione delle date era preso a base un inizio, posto in un giorno (13 agosto 3.113 A.C.) che segnava l’inizio del loro mondo. A partire da esso, contando lo scorrere del tempo in giorni, i due calendari si affiancano, formando secoli pari a 52 dei nostri anni e riuscendo, con grande precisione, a cogliere la successione delle rivoluzioni lunare e terrestre.

Per misurare giorni, anni ed ere, la loro matematica usa simboli (punti, linee, geroglifici) che, mediante ordinate successioni di segni, sa individuare precisamente ogni giorno su un arco temporale di 190.000 anni.

Cercando di afferrare queste rivelazioni, entriamo nel sito.

Chichén Itzà fu il principale insediamento Maya, centro del commercio di quel popolo, forte, al suo apogeo, di 50.000 abitanti.

La deforestazione da loro stessi scatenata per estrarre il liquido che mutavano in gomme e poltiglie commestibili come in collante per stucco, portò al decadimento della città, che era quasi deserta all’arrivo degli invasori spagnoli.

Nel frattempo, i Maya erano stati sconfitti e dominati dai Toltechi, che scesero dall’altopiano centrale messicano.

Così la costruzione più imponente, scoperta alla fine dell’Ottocento, è una piramide dall’architettura che risente dell’impostazione tolteca, pur mantenendo l’ispirazione rituale Maya.

Una piramide che, come recentemente scoperto, venne edificata intorno ad un’altra più piccola, che, a sua volta, ne conteneva una terza, in una sorta di gigantesca matrioska.

La piramide di Kukulcan (che per i toltechi era invece dedicata al dio serpente Quetzalcoatl) evidenzia una serie di gradoni a base 52, sviluppata per nove piani fino a simboleggiare i mesi dell’anno, sovrastata da un parallelepipedo che consente di completare esattamente la numerazione dei giorni.

Lungo i suoi gradini sono scolpite incisioni stilizzate che richiamano, anche grazie a una sapiente inclinazione delle pareti diagonali che cattura i raggi del sole, la danza del dio serpente. I gradini sono stretti, tali da costringere i sacerdoti che li salivano ad alternare i piedi in un moto oscillatorio che imita quello del serpente.

La piramide è imponente e carica di fascino, eretta in posizione orientata a segnare, nel ricorrere del solstizio, l’esatta divisione tra le pareti illuminate e quelle in ombra: la vita svolta nella morte, che non ne è l’epilogo, ma l’inizio di un ciclo purificato dal passaggio nell’inframondo.

Questa credenza ancor oggi fonda il culto della “Santa Muerte”, celebrato in Messico l’ultimo giorno di ottobre con una devozione religiosa cui suona a oltraggio l’adesione al mito di Halloween, importato dai gringos nordamericani e sguaiatamente festeggiato subito dopo, ai primi di novembre.

Chichén Itzà conserva l’assetto di città, in una pianta con un ampio spazio per il mercato, tra colonne che un tempo reggevano coperture in legno e la lunga piazza rettangolare dove si svolgeva la gara rituale della pelota, che culminava con il sacrificio agli Dei del capitano della squadra vincente, massimo onore per richiedere la benevolenza celeste. Non una tenzone sportiva, come la concepisce il mondo moderno, ma un esercizio di abilità che, nei solstizi, al 21 di marzo e di settembre, voleva ingraziare i favori degli Dei alla comunità.

Peccato che la solennità e lo spirito dell’antica cultura vengano traditi e turbati dal mercatino diffuso che ha invaso il sito.

Artigiani e commercianti espongono bancarelle di fortuna e stanziali tra i monumenti e inseguono i turisti con ammiccamenti per piazzare la loro merce.

Sarebbe stato meglio tenerli all’esterno, magari ampliando l’area mercatale che circonda l’ingresso al parco, ma ormai non si riuscirà più a estrometterli. Il bisogno di lavoro è troppo, in un Paese dove ancora la maggioranza della popolazione è povera.

La nostra visita è agevolata dal rapido correre delle nubi, con un vento che amichevolmente porta momenti d’ombra e folate piacevoli e profumate di foresta a mitigare la calura delle ore centrali.

Il rientro ci vede stanchi e le seggiole del bus, rinfrescato dal condizionamento, sono un rifugio per oltre due ore lungo strade dritte e chiare.

Concludiamo l’escursione sul traghetto, tenendo il viso al vento e respirando l’aria salmastra del golfo caraibico.

3 marzo

Miami viva com’è

Miami non è solo ostentazione, sfarzo, mito della ricchezza agognata ed esaltata.

È anche il quartiere Art Déco, con le sue costruzioni basse, discrete, slanciate a imitazione delle navi che arrivavano in porto.

È una lunga spiaggia, profonda, con sabbia finissima, aperta sull’oceano e le sue onde ampie e invitanti.

È il rilancio e il ringiovanimento fondati sull’industria del godimento estetico: musica, moda, fotografia, cinema.

Il richiamo che ne alimenta la vivacità è il viale lungo l’oceano, popolato di locali dove si danza e si fa festa dalla sera fino alla mattina.

Vista di domenica, perfino il traffico sembra non pesare.

Viene da ricordare che il popolamento di queste terre non nasce con l’arrivo degli europei. Qui c’erano popolazioni indigene, in larga parte estinte per le sconosciute malattie portate dal vecchio continente.

L’unica tribù che riuscì a sopravvivere furono i Seminole, che dall’attuale Georgia scesero in Florida e resistettero alle guerre scatenate dal presidente Jackson, rifugiandosi nelle paludi, dove sapevano sopravvivere alla malaria e alla febbre gialla. Sfinirono le truppe confederali e ottennero di mantenere una loro indipendenza, non firmando mai trattati di pace (e di sottomissione) al governo statunitense. Aprirono casinò quando il gioco d’azzardo ancora era proibito e si arricchirono, arrivando a diventare proprietari e gestori del circuito degli Hard Rock Cafè, con gli spettacoli e le sale da gioco che ancora ne fanno un gruppo privilegiato.

Tornando alla città come la vediamo, resta l’esagerazione dei grattacieli, come l’insistenza sul consumo esasperato e la non superata voglia di bevande gassate e ghiacciate e di cibo ipercalorico.

Lontano dalle nostre inclinazioni.

Nel viaggio cerchiamo l’emozione della natura, che qui non vibra. O il respiro della storia, che qui è schiacciata sul presente e sulla non sopita ossessione anticastrista della comunità degli esuli cubani.

Da domani, via verso altre isole caraibiche e mari dai mille riflessi del blu.

4 marzo

Bahamas, Pearl Island – Inebriante

All’arrivo a Nassau le Bahamas ci presentano una città graziosa. Appena fuori dal porto, oltre l’area shopping, strade ordinate e basse casette.

Quando costeggiamo la riva della città, saliti su un battello che ci porterà all’odierna destinazione, possiamo ammirare il profilo delicato ed elegante delle residenze turistiche. Costruzioni dall’architettura morbida, colori tenui a combattere il caldo, tetti dalle spiovenze discrete.

Su un lato l’imponente maxi-albergo, articolato su tre grattacieli color corallo, due dei quali collegati da un corridoio sospeso, non turba il paesaggio.

Nella rada stanno ancorati vari yacht di notevole dimensione e tonnellaggio, a evidenziare la ricchezza di chi sceglie questa méta per le proprie vacanze.

Un doppio ponte, su cui corrono le auto a corsie alternate, conferma l’ordinata gestione del traffico cittadino.

Il battello solca acque stupende, in cui prevalgono toni di turchese.

Intorno all’isola principale scorgiamo altri isolotti coperti da vegetazione che arriva a lambire le rive.

Uno di essi è il sito assegnato alla nostra giornata di relax caraibico.

Pearl Island è un’isola minuta e consacrata al turismo.

Estesa per poche centinaia di metri in lunghezza e meno di cento metri in profondità, ospita sul versante rivolto a Nassau un faro che sovrasta un rustico ristorantino, dove consumeremo il pranzo caraibico, spiagge attrezzate a disposizione dei gitanti e infine un bar.

Dal faro la vista è un incanto. Su ogni lato il mare invita ad ammirare la bellezza dei colori e delle placide onde.

Dopo aver mangiato il cibo speziato e dolce, ci accomodiamo sui lettini disposti su uno spiazzo da cui si scende dolcemente a una piccola spiaggia sabbiosa. La sabbia è finissima e chiara, le acque fresche e limpide.

Il primo pomeriggio sarà ombreggiato da folte nubi che porteranno anche un po’ di pioggerella. Più tardi il sole tornerà ad affermarsi e i colori riprenderanno vigore, esplodendo la meraviglia tra cielo e mare.

Ogni angolo, tra palme e gazebo, prospettive del reef e dell’oceano, invoglia a cercare inquadrature per foto suggestive.

Inebriante è l’aggettivo più adatto per rendere le sensazioni che questo luogo sa dare.

Qui il relax è un dlizioso obbligo, baciati dal sole, dal vento, dal profumo del sale.

A testimoniare che i turisti vi arrivano da ogni angolo del mondo, un palo sostiene sottili cartelli di legno che indicano le distanze di significative località. Nassau dista appena 8 km, New York 1768, Stoccarda 7694, Miami 296, Toronto 2067, per Roma l’iscrizione è ormai scrostata.

S’è fatta l’ora del rientro.

Con un pizzico di rammarico, torniamo al battello, dove ancora godremo lo schiaffo del vento sulle onde, mentre il sole inizia a scendere.

Più tardi, mentre la nave sta salpando, il disco rosso-arancio offrirà lo spettacolo del tramonto tropicale.

Quanto son belle le Bahamas!

6 marzo

Repubblica Dominicana – Si va per mare

La Repubblica Dominicana, sul suo versante settentrionale, ci accoglie spalancando le nubi un attimo dopo l’alba e offrendo l’ascesa del disco giallo e imperioso che illumina il mare, tingendolo d’un impasto tra banana e vermiglio.

Approdiamo ad Amber Cove, piccolo porto creato da pochi anni in una località deliziosa dove il turismo è leggero e ricercato.

L’escursione di oggi sarà in mare, su un catamarano.

Il viaggio in bus verso Playa Dorada ci mostra un Paese operoso e ancora povero.

Nella Repubblica Dominicana la vegetazione è fitta e varia, colorata ed estesa dalle alture alla costa. Il bosco vi diventa subito foresta e le aree brulle sono risultato del disboscamento.

Puerto Plata, la città che attraversiamo, è viva e già un po’ caotica, con molti negozi di vicinato accanto a qualche centro commerciale, le scuole, il tribunale.

Playa Dorada è zona cui si accede tramite ingressi sorvegliati, fitta di resort e con un grande green per il golf.

Ci imbarchiamo su un vivace natante. Non c’è molo e saliamo direttamente dall’acqua, con le gambe a bagno.

L’escursione sarà divertente.

Il mare ci accoglie stupendo: limpido, seducente nei suoi riflessi turchese ed azzurro, lievemente increspato.

Non riusciremo a vedere i delfini, ma le trasparenze della superficie marina, aperte su fondali poco profondi, ci permetteranno di cogliere i guizzi di pesci dalle fogge e pigmentazioni diverse.

La traversata tra le onde e sotto il sole caraibico è avvincente e cattura la nostra attenzione sullo spettacolo dei colori che cambiano col vento e nel trascorrere delle ore.

Si mangia sul natante, ancorati in una baia di sogno.

In questo panorama da favola anche il cibo sembra più buono.

Dopo il pasto non si lesina il punch di cola e ruhm, a mettere allegria.

Si apre la vela e inizia il giro di ritorno.

I ragazzi dell’equipaggio, gentili e simpatici, improvvisano una danza sulla plancia del catamarano. Il più robusto ci stupisce con il suo travestimento da Gloria Gaynor, mentre risuonano le note di I will survive.

Si ride, si balla e si ammira l’elastica agilità di Palito e Nicole, scatenati nella Macarena a saltellare sui bordi della scaletta per la discesa.

Infine si deve correre al bus e raggiungere la nave, salendo appena in tempo per riprendere la rotta verso un’altra isola.

Siamo carichi di sale, di sole, di gioia, con gli occhi e il cuore sazi di meraviglie e pace.

Amare il mondo ed esserne felici, sapendo che queste bellezze dovranno essere difese contro la voracità del mercantilismo e il mutamento climatico che incombe.

7 marzo

Isole Vergini Britanniche – Virgin Gorda, aspra e affascinante

Virando a Sud, lasciata Hispaniola e il suo dolce paesaggio di verde affacciato sull’azzurro, le Antille diventano piccole isole di roccia con bassa vegetazione che si alzano nel mare.

Ci fermiamo poco nelle Isole Vergini Britanniche, facendo scalo a Tortola.

Qui ci salutano le sule, che volano quasi a sfiorare la nostra nave, impegnata in manovra d’attracco.

Presto ci imbarchiamo per raggiungere Virgin Gorda, più minuta e selvaggia, a racchiudere scorci di insospettabile bellezza.

Una natura aspra, poco amichevole per l’uomo, ma che offre visioni mozzafiato, con sentieri che si snodano tra pietre imponenti, cacti e altre piante grasse (agave, aloe?), fiori coloratissimi nel rosso e nel giallo, costeggiando dirupi.

La discesa si chiude a Devil’s Bay, piccola baia dalle acque cristalline che si insinuano tra scogli levigati e multiformi, subito dopo una minuscola piscina costretta in un anfratto che viene enfaticamente definito grotta. La linea irregolare e discontinua delle formazioni naturali regala viste suggestive, tra ombre e improvvise aperture alla luce del sole.

Sul vicino versante troviamo una spiaggia più tradizionale, denominata The Bath. Massi giganteschi movimentano il paesaggio e le acque color dello smeraldo chiamano ad accogliere i turisti.

Purtroppo il tempo proposto è breve e si deve rientrare. Del resto, alle quattro del pomeriggio i servizi della spiaggia chiudono e gli inservienti sono assai rigidi. L’impressione è che il turismo locale sia ricco e che chi vi lavora non sia troppo accomodante verso gli ospiti, tanto che perfino lo Shopping Center dell’area portuale chiude assai presto, come ci accorgeremo tra poco.

La gita si conclude con un punch ruhm prima di risalire sul bus. E qualche compagno di viaggio sembra non reggerlo bene, scambiando l’allegria per sguaiatezza.

Il tempo di qualche foto, poi la delusione dei mancati acquisti e di nuovo la nave salpa.

8 marzo

St. Marteen – Un gioiello abusato e forse perduto

St. Marteen è una piccola isola antillana divisa tra Olanda e Francia in base a un trattato che viene vantato come il più antico tra quelli che decisero le spartizioni delle colonie tra gli Stati europei.

Fu Colombo a scoprirla, ma gli spagnoli, per cui l’esploratore genovese conduceva le sue spedizioni, lasciarono presto l’isola, dove la maggiore ricchezza, costituita dall’industria del sale, si andava esaurendo.

Nel secolo scorso l’isola iniziò a diventare ambita meta per vacanze al sole e al mare, facendo del turismo una fiorente industria.

A dimostrare la prevalenza del turismo nordamericano, tanto nella zona olandese che in quella francese, tutti gli esercizi commerciali recano scritte e indicazioni in lingua inglese. L’orografia di St. Marteen presenta una successione di bassi monti che si alternano tra le coste. La parte olandese è ordinata e mostra costruzioni distribuite con discreta grazia lungo le colline. Al contrario, quella francese è densamente urbanizzata, con case basse e poco eleganti.

La capitale dell’area francese, Marigot, è una città che non offre particolari attrazioni, tutta proiettata intorno al porto, che si apre verso Simpson Bay, un’ampia baia fittamente popolata di imbarcazioni.

L’odierna escursione è un flop clamoroso. Si attraversa l’isola sull’unica strada centrale, intasata di traffico e soggetta a lunghe soste per consentire il transito delle maggiori imbarcazioni in uscita dalla baia che impongono l’alzata del ponte levatoio.

Unica nota di spicco è una zona collinare nella quale grandi e colorate iguane prendono il sole sui rami di bassi alberi, mimetizzandosi tra il fogliame.

Ci conducono a Marigot, senza alcun indirizzo verso luoghi significativi (ammesso ve ne siano) e con l’unico sbocco di un mercatino disordinato, con bancarelle che espongono le stesse merci (ai medesimi prezzi) che si trovano nei duty free a ridosso del molo da crociera, spacciando per artigianato ciò che è merce standardizzata per il business dei souvenir dozzinali.

La crociera nella baia altro non è che un lento giro di quaranta minuti in una distesa di barche che non colpiscono per varietà e bellezza, anche perché, se si volesse cercare l’eccellenza nautica, abbiamo in Italia cantieri e fiere che espongono natanti ben più notevoli di quelli ancorati a St. Marteen.

L’attitudine a preferire l’ostentazione della ricchezza alle meraviglie della natura, del resto, è bene simboleggiata dal vanto della spiaggia di Maho Beach, reclamizzata per l’ebrezza di vedersi volare gli aerei in atterraggio tanto vicini che sembra di toccarli: invece del piacere del canto delle onde e del profumo del mare, si preferisce il brivido del rombo dei reattori e delle scariche del gas di propulsione! Che tristezza!

Nel noioso ritorno in bus, la caduta di stile della gita si svela senza pudicizia quando l’audioguida impiega oltre la metà dell’esposizione in una insulsa propaganda delle merci di St. Marteen, dai formaggi francesi (!) alla gioielleria venduta al netto dell’imposta, perché l’isola è porto franco.

Può darsi che l’infelice escursione sia dovuta alla cattiva scelta del tour operator locale, ma l’impressione che suscita quest’isola è quella di una delle tante meraviglie caraibiche che, anziché valorizzare e coltivare la bellezza naturalistica, ahimè, l’abbia forzata, pompando il turismo e l’inurbamento oltre i limiti della salvaguardia dell’ambiente. Non solo non credo che a St. Marteen si viva come in paradiso (contrariamente alle affermazioni trionfalistiche dell’audioguida), ma anche il godimento della vacanza non raggiunge qui le vette delle altre perle di questo incantevole mare che abbiamo incontrato nella nostra lunga vacanza.

9 marzo

Antigua – Felicità nel vento sulle onde

Spiace essere rimasti in questo splendido arcipelago per poche ore.

Abbiamo ammirato e goduto del paesaggio delle sue isole, del suo mare dai riflessi ammalianti soltanto da lontano, su un catamarano lanciato a cavalcare le onde ballerine e veementi.

Tutto s’è risolto in questa emozionante e coinvolgente esperienza. Bellissima, tonificante, ma troppo poco per Antigua, che ci pare offrire davvero molto e vorremo ritrovare in una prossima occasione.

Saliamo a bordo del catamarano di mattina presto. Torneremo alla nave giusto poco prima della partenza.

Sarà l’escursione più entusiasmante del nostro viaggio. Adrenalinica, spumeggiante, coinvolgente: difficile darne l’impressione con la valenza semantica degli aggettivi.

Viene in mente, per definirla, il titolo di un bel film di Johnatan Demme: Something wild, virato in italiano in Qualcosa di travolgente: sono adatte entrambe le versioni.

Quando si naviga con la faccia rivolta verso il vento, ci si tiene ai corrimani delle sponde per resistere all’urto del balzo contro le onde schiumanti e indomite, si è travolti dall’emozione di un rapporto vero con il mare, la sua forza, il suo profumo selvaggio e avvolgente.

L’impeto sibilante carico di sale ti percuote le nari ed entra con la sua dolce violenza direttamente nei polmoni. Gli spruzzi freschi si frangono sulla tolda e bagnano la pelle arroventata dal sole.

Un paradisiaco abbraccio di Nettuno, bonariamente infingardo ad avvertirti di non sfidare la sua collera quando monterà.

Forse per la prima volta, comprendo cosa sia vivere il mare, andando al largo e gettando a riva la paura.

Insieme a sensazioni indimenticabili di pura fisicità, l’animo si delizia di poesia scoprendo la successione delle sfumature sul mare, dal più chiaro turchese al più profondo cobalto, passando per le mille tonalità disegnate dallo zigzagare schiumante delle onde, dal passaggio veloce delle nubi, dall’alternarsi dei fondali e dell’infittirsi delle alghe.

Segue la pausa a Green Island, con la gioia di una piccola spiaggia dalla sabbia fina e morbida e dalle acque fresche e limpidissime.

Il bagno è puro piacere e il sole è sempre più caldo, ma non lo soffriamo grazie alla brezza che ne mitiga l’attacco.

Un’altra meraviglia è rimanere immobili con i piedi nell’acqua, a rimirare il lento nuotare di piccoli pesciolini: argentati, azzurri con la pinna gialla o striati in giallo e nero, mentre altri, cortissimi e neri, guizzano a nascondersi sotto le grandi pietre a pelo della superfice marina.

È l’ora di gustare il pasto caraibico preparato con cura dai nostri accompagnatori. Prelibato il pollo speziato alla maniera caraibica, buono tutto il resto. L’ambiente di sogno concilia l’appetito.

Più tardi, nuovamente navigando spediti intorno alle insenature, sorbiremo anche il ruhm, ad allietare ancor più questa gita indimenticabile.

Ci resterà nel cuore e ci farà nostalgia il mare di Antigua, con la voglia di ritrovarlo e di conoscere meglio anche le sue terre.

In conclusione, merita rimarcare la professionalità simpatica e attenta del team della compagnia Excellence, i giovani che hanno gestito il catamarano e l’intera escursione con l’allegria e la maestria che l’anno resa unica e formidabile-

Oh, si! I love Antigua!

16 marzo

Santa Cruz de Tenerife – Dal mare a centro città

Complici varie circostanze, abbiamo scelto di fare una visita non organizzata nella cittadina, senza addentrarci nell’isola di Tenerife.

L’abitato di Santa Cruz è facilmente raggiungibile dal porto con una breve passeggiata.

La città offre alcuni monumenti di interesse, specie sulla piazza rivolta al mare.

Da lì si può risalire una lunga direttrice pedonale, con prevalenza di costruzioni moderne e alcune sopravvivenze di edilizia coloniale, talora quasi barocca.

Calle Castillo è una via dedicata allo shopping, piena di negozi di abbigliamento, accessori, gioielleria, articoli sportivi e souvenir. L’IVA ribassata delle Canarie sollecita gli acquisti dei turisti e tra la folla si vedono numerosi di essi con borse che recano i marchi degli esercizi di vendita.

Questo corso urbano, per posizione, struttura e caratteristiche, ricorda la via Toledo di Napoli. Fatti salvi minor eleganza e respiro storico, il paragone regge.

L’angolo più suggestivo di Santa Cruz si incontra all’auditorium.

Un progetto di Santiago Calatrava ultimato nel nuovo secolo, che rappresenta uno dei capolavori dell’architettura contemporanea.

Il teatro si affaccia verso il mare con la sua sagoma vagamente futurista, con la grande volta aperta e lanciata verso il cielo e le scalinate che ne attraversano una galleria aperta, con vista sia verso l’oceano che verso l’interno.

Il mare è seducente come sa esserlo l’Atlantico con i suoi riflessi scuri e maestosi.

La proiezione verso l’interno introduce un piccolo parco che contiene una minuscola baia circondata da un muretto di pietre, dov’è esposto un geometrico monumento di Cesar Manrique, circondato da aiuole fiorite e ordinate.

Rientriamo nel centro storico percorrendo il viale assolato.

La giornata ci ha offerto temperature primaverili e luce stupenda, che fa brillare l’azzurro dal cielo al mare.

Festeggio il mio compleanno, per la prima volta fuori dall’Europa, pranzando con Anna in un ristorante indiano e godendo del sapore forte e intrigante delle salse.

Anche girare per conto nostro è un bel modo di scoprire parti di mondo.

17 marzo

Lanzarote – La meraviglia di fiori e piante

Lanzarote è una piccola isola delle Canarie caratterizzata dalla natura vulcanica.

Vi si trovano oltre cento vulcani, non più in attività. Il più alto tra essi ha la sommità poco oltre i 600 metri, così il nostro tour è un saliscendi tra basse elevazioni, in prevalenza ormai arrotondate e con fianchi brulli o coperti da bassa vegetazione.

La terra naturalmente concimata dai residui lavici è propizia per lo sviluppo delle specie vegetali.

Sebbene io non sia esperto né appassionato di botanica, ho ammirato sorpreso e incantato i giochi dei colori tra foglie e fiori, intorno a palmeti e altri alberi cui non so dare nome.

Le palme sono per la maggior parte basse e con foglie più scure di quelle cui siamo abituati nei Paesi tropicali, ma non mancano quelle che si lanciano verso il cielo.

L’isola presenta paesaggi aspri, il vento batte possente e freddo, facendo rimpiangere il clima caldo che abbiamo lasciato da pochi giorni.

Dall’alto del belvedere, nella mattinata battuta dal vento che scuote la foschia a pelo d’acqua, il paesaggio assume tinte e  contorni quasi lunari.

A qualificare la gita è l’arrivo a Jamos de Agua. Si tratta di una grotta che esce dalle profondità vulcaniche, famosa perché in un laghetto affiorante vivono minuscoli granchi bianchi e ciechi, il cui habitat naturale sono le profondità oceaniche e che soltanto qui si possono vedere sopra il livello del mare, nell’oscurità poco illuminata dal sole che si insinua tra le fratture delle rocce.

L’opera dell’uomo, sulla base dell’architettura progettata dal poliedrico e maggior artista di Lanzarote, ha reso Jamos de Agua un piccolo gioiello.

La grotta è suggestiva e sale verso una piscina ornamentale dalle acque celesti che brillano in contrasto al buio delle viscere terrestri e al bianco della vasca e dei bordi. Tutto intorno è un rifulgere di colori forti o delicati di ogni varietà di fiori e foglie, di tronchi nodosi o lisci, scuri e ruvidi o levigati e algidi.

Poi, a ulteriormente affascinare, c’è un auditorium scavato nell’anfratto, con le sedute a semicerchio che scendono verso il palcoscenico, sotto pareti e volta di pietra lavica che negano ogni eco, con effetto di fonoassorbenza. In alto, sotto il lucernario costituito da una breccia nella volta, sta una sospensione di linee e frecce, frutto dell’estro dell’artista.

Nuovamente all’aperto, inseguiamo scorci e prospettive che donano gli sfondi del cielo e del mare dietro aiuole e alberi.

Materiale per scatenare la fantasia alla ricerca di fotografie d’effetto.

L’alternarsi dei toni di luce nel rapido scorrere delle nuvole sotto l’impeto del vento rende il gioco ancor più seducente.

Il vento, che alle Canarie è protagonista e oggi si fa sentire, con le frecce del suo alito, che ci pare gelido.

La nave rolla e vibra. Partiamo.

Addio, Lanzarote, terra di pale eoliche e impianti di desalinizzazione.

Un’isola che non è in sintonia con le nostre corde, troppo aspra e fredda, ma di cui ricorderemo la perla che l’inventiva del suo geniale figlio ha saputo creare. Quel Cesar Manrique cui va anche riconosciuto il gran merito di aver sostenuto e vinto la battaglia per impedire che sull’isola venissero eretti cartelloni pubblicitari, al fine di preservare la purezza del paesaggio. Un esempio che sarebbe bello venisse seguito nei molti luoghi che, nel mondo, la natura e la storia rende indimenticabili.

19 marzo

Malaga – Varietà di stili

Malaga riuscirà ad affascinarsi, anche se l’approdo del mattino ci lasciò perplessi.

Il porto ci presenta la visione di aree merci e lunghi moli, che si aprono davanti a palazzi moderni, alti e massicci a fronteggiare il mare.

Forse per il cielo nuvoloso, ancora non sappiamo intuire la parte antica e artistica.

Poi le nubi si ritireranno, offrendoci una volta azzurra ad accompagnare il tour nella città storica.

Entro un raggio ristretto troveremo architetture che si sono succedute e intrecciate, di pari passo con l’evoluzione della storia.

Dapprima il bus ci porta sulla collina lungo una strada erta, che sfida la perizia del conducente.

Arriviamo a Gibralfaro, “roccia di luce”, nell’antico significato fenicio, antica fortezza che domina la città e guarda sulla baia. I folti boschi che coprono le pendici impediscono di vedere verso la zona storica e la visione dell’insieme di Malaga non esprime le bellezze che ci attendono.

Da lì scendiamo a visitare l’Alcazaba, che fu dimora dei signori arabi prima della vittoria dei cattolici che portò l’area sotto il dominio dei re spagnoli. La costruzione è ancora tipicamente moresca, nella pianta e nelle decorazioni, con cortili nei quali non può mancare lo scorrere dell’acqua, a ricordare l’attenzione e la cura che vi prestava un popolo costretto ad affrontare il deserto. Notiamo le volte, i motivi matematici degli intarsi e il delicato fluire delle greche che decorano gli archi, sagomandone il profilo.

Il giardino che circonda l’Alcazaba raccoglie alberi e fiori che carezzano di profumo, dona i colori che variano dal rosso intenso dei garofani al fioco lavanda dei gladioli, espone l’eleganza dei tronchi di eucalipto, l’austero fogliame dei pini, l’ampio ventaglio delle palme, qualche esplosione di piante grasse.

Al termine della discesa, percorriamo a piedi il centro, un’ampia zona pedonale che si snoda tra vie pulite e ancora capaci di ricordare il passato della città, con palazzi dalle facciate barocche e moresche. La Plaza de la Merced, dove nacque Pablo Picasso, con al centro un obelisco alto e squadrato, dedicato ai morti della ribellione antimonarchica, ospita vari esercizi e il modernissimo Starbuck, dove le consumazioni sono piuttosto care, allineate ai prezzi del circuito in tutto il mondo, sta proprio alle spalle della statua del poeta, seduto immobile su una panchina, disponibile a farsi fotografare con ogni turista di passaggio.

Finalmente giungiamo alla maestosa Cattedrale di Nostra Signora dell’Incarnazione, che concentra, nella sua architettura e nel suo interno, tutti gli stili che qui hanno creato arte.

I successivi interventi, peraltro, non sono giunti a conclusione, tanto che viene chiamata “la Manquita” (la Monca)

La croce davanti all’ingresso è il marchio della vittoria della cristianità nella guerra per la conquista di Malaga. Un’esplicita affermazione del primato spagnolo e castigliano per non consentire l’ambiguità nella simbologia religiosa, nonostante il campanile sia l’evidente trasformazione di una torre di impronta chiaramente araba.

L’interno è denso di arte della cristianità, dedicata a Cristo, alla Madonna e ai Santi, nella progressione delle navate.

Le colonne e le volte si alzano solenni sopra i corridoi, mentre ogni cappella mostra quadri coordinati intorno a episodi di vita e miracoli del culto cristiano.

Impressiona il grande organo, con le sue numerose e possenti canne, che sanno echeggiare in un’acustica ben ricavata negli spazi della cattedrale.

Notevole il coro, costruito a partire dalla fine del XVI secolo con stalli e statue in legni pregiati (mogano, cedro e granadillo).

C’è ancora qualche minuto per ammirare palazzi liberty sulla prospettiva che dal centro punta al viale a mare.

Quando rientriamo sulla nave, la sagoma del campanile e delle alte cupole della cattedrale ci fanno guardare verso la zona storica che abbiamo visitato.

Sarà un ricordo dolce e forte di questo pezzo di Andalusia.

21 marzo

Marsiglia – Facciate francesi e vento dal nord

Marsiglia si presenta come una lunga striscia di moli portuali. Attracchiamo al nuovo porto, dietro la zona commerciale.

La città è relativamente lontana e per raggiungerla è necessario un transfer per superare la grigia area dei magazzini.

Il cielo è terso e azzurro e si rispecchia in un mare intenso, color topazio. La giornata è fredda, perché la costa è battuta dal vento che scende da nord. Questo renderà la nostra gita più breve, perché il clima non invoglia a lunghe passeggiate.

Prendiamo il trenino turistico, che si arrampica verso Notre Dame de la Garde.

La cattedrale si presenta orgogliosa sulla cima della collina, con il campanile sovrastato dalla Madonna dorata, che risplende, là in alto.

L’architettura della chiesa è grandiosa, l’interno meno notevole, ma i mosaici sulle volte disegnano linee e colori affascinanti.

Dallo spiazzo sottostante possiamo vedere la città a 360 gradi. L’ampio golfo circonda la città e le sue appendici portuali.

Tornati in pianura, dinanzi al vecchio porto, iniziamo a percepire il respiro francese di Marsiglia.

Lo si coglie nelle facciate dei palazzi di primo Novecento, con le pareti dai colori delicati e gli stretti e lunghi balconi in ferro, sagomati come i francesi amano averli.

La sera, il sole cala lentamente, allungando la scia dei suoi raggi ormai d’arancio sulla superficie del mare, con un effetto scenico che incanta.

Quando si fa buio, il plenilunio di primavera regala l’ennesima emozione, rifulgendo dal cielo al mare, con riflessi d’argento.

Il transatlantico salpa.

Domani ci sveglieremo in Italia.

È un mese esatto da quando la lasciammo.

22 marzo

Savona – Il mare della Liguria

La città di Savona non si segnala per particolari pregi artistici o storici.

Se ci si giunge, come noi, da una crociera che ci portò ai Caraibi e, più recentemente, a Malaga, il confronto non sarà generoso.

Tuttavia, questa cittadina gode di un clima favorevole, che attrae nella sua provincia il flusso turistico in arrivo da tutto il Piemonte e, in parte, dalla Lombardia.

Fortuna vuole che Savona ci riceva nello splendore del cielo e del mare, in una giornata ventosa ma, anche per questo, carica di luce che rende più vividi i colori.

Dal porto la passeggiata verso il centro si snoda per la via Paleocapa, porticata e con palazzi che presentano graziosi mosaici e balconi sagomati. Il teatro Chiabrera e il palazzo municipale sono il fulcro di piazzette simpatiche, mentre il duomo sta a lato della via Sisto. La Cattedrale dell’Assunta contiene una serie di cappelle laterali tematiche, delle quali apprezzo particolarmente quella dedicata a Nostra Signora della Misericordia, con un altare dorato circondato da sculture marmoree. Di fianco, oltre il cortile, sta l’ingresso della cappella Sistina, così chiamata in onore di papa Sisto IV.

L’emozione più grande la troviamo nella passeggiata a mare, con il lungo viale che scende da Palazzo Priamar e si snoda fino a lato del centro cittadino.

Come in tutta la Liguria, il litorale sabbioso è stretto, così che il nastro pedonale e ciclabile si trova proprio a ridosso della distesa, dove le onde muovono candida schiuma a infrangersi lente sulla battigia e portano profumi e suoni di serenità e infinito.

Il tono dell’azzurro è meraviglioso, fino a fondere cielo e mare sulla linea dell’orizzonte.

Si può dimenticare la città, con il traffico della provinciale che la attraversa poco più in là, respirare a pieni polmoni l’aria salmastra e iodata.

Il bello della Liguria, che i suoi paesini ripropongono in mille sfaccettature, dalla riviera di ponente a quella di levante, sta in questi panorami.

23 marzo

Napoli – Passeggiando leggeri

Napoli è città di cultura antica, dove l’intelligenza vivace dei suoi figli tinge d’ironia la modernità, mantenendola umana.

Torniamo volentieri in questa città che amiamo. Forse, non la capiremo mai per davvero.

Ci conquistò, anche lontani, la melopea mediterranea che nacque nella fucina di Napoli Centrale e trovò in Pino Daniele la sua massima espressione. Ci mosse a commossa ammirazione la comicità sottile e pungente di Massimo Troisi.

Però Napoli è molto di più.

Lo si vede passeggiando per le sue vie, incontrando la fantasia delle insegne dei negozi, ammirando la disinvolta capacità dei napoletani di vestire con naturale eleganza l’accostamento di colori e accessori che altrove parrebbero stonati.

Dal porto si può salire velocemente a piedi dietro al Castel Nuovo.

La nostra breve visita, non avendo tempo per riaccostarci ai luoghi che conservano ed espongono sublimi bellezze artistiche, si dipana tra via Toledo e via Chiaia, respirando l’atmosfera del sabato pomeriggio nella passeggiata partenopea.

Caffè al Gambrinus, a lato della piazza del Plebiscito, poi un gigantesco cono da Infante, maestro della gelateria.

Soddisfatto il palato, possiamo ammirare palazzi e vie, orecchiare le simpatiche cadenze della parlata locale, guardare la folla che sciama senza fretta.

Vorremmo visitare la basilica di San Francesco, ma piazza del Plebiscito è occupata per metà, proprio sul lato del tempio, da una esposizione dell’Esercito Italiano, che ne deturpa il profilo. Spiace sia stato scelto proprio questo luogo per l’iniziativa. Come una poesia strappata. Rinunciamo, rinviando alla prossima occasione.

Anche il giardino del Molosiglio è chiuso per lavori e non possiamo rinnovare l’attraversamento tra i suoi alberi frondosi.

Neppure ci accorgiamo dei chilometri che iniziano a pesare sulle nostre gambe. Non ci si stufa mai di muoversi dentro queste contrade che evocano sole e musica.

Prima di ritornare alla nave, perché la partenza incombe, volgiamo lo sguardo al Vesuvio, simbolo del fuoco che anima queste terre, inquieto e irriverente, coraggioso e affascinante, millenario e attuale.

Dalla tolda, in attesa che i motori spingano il transatlantico verso il largo, abbiamo il tempo di godere del tramonto dietro il Maschio Angioino.

Silenziosamente, depositiamo il nostro “arrivederci” sui placidi flutti dal molo Berevello verso il cuore della città.

25 marzo

Bari – Visita alla città vecchia

Dal molo d’attracco della nave da crociera alla città vecchia è una passeggiata di pochi minuti.

Per questo, è sconsigliabile accettare le offerte di tour che sommergono gli ignari turisti in arrivo all’uscita del terminal portuale, siano esse di trenini o risciò o altro. Non fanno risparmiare tempo né energie, ma spillano denaro per un presunto avvicinamento ai luoghi di interesse e per sommarie informazioni storico-culturali.

Nella città vecchia i poli d’attenzione sono raccolti in un fazzoletto.

Per prima la cattedrale di San Nicola, di stile romanico, edificata per raccogliere il corpo mortale del santo, che è tale sia per i cattolici che per gli ortodossi. La chiesa, infatti, ospita riti di entrambe le religioni. Imponente e austera, contiene il baldacchino di marmo più antico di tutta la Puglia: un ciborio posto sull’altare centrale.

L’altra cattedrale, dedicata a San Sabino, è quasi altrettanto antica e anch’essa di stile romanico, con l’icona della Madonna dell’Odegitria, che da il nome alla piazza che ospita il tempio.

Il Castello Svevo ha il profilo squadrato e rude di una fortezza romanica, ricostruito dagli Svevi, da cui deriva la sua denominazione. Purtroppo le mura non sono in sicurezza e ne è preclusa la visita.

Comminare tra le strette vie della Bari vecchia è scoprire un microcosmo di negozi e attività tradizionali, come quella – celebrata dal turismo – delle signore che tirano a mano la pasta fatta in casa per trarne, con abili movimenti di coltellini, le famose orecchiette pugliesi. Ci colpisce in particolare una graziosa piazzetta, detta Largo Albicocca e dedicata agli innamorati. D’obbligo un selfie per le coppie che fanno rivivere ogni giorno il loro amore, come Anna e Giorgio.

Poco oltre il confine tra la Bari vecchia e la Bari nuova abbiamo le vie eleganti con i negozi delle firme luxury, sotto palazzi tra i quali sfilano belle sagome liberty. Da segnalare quelle di Palazzo Fizzarotti e di Palazzo Mincuzzi.

Poco più centrale si può ammirare l’ingresso dell’Università Aldo Moro, intitolata al tormentato leader che si interrogava e cercava nuovi equilibri politici nel dopoguerra, fino a finire nel mirino spietato delle Brigate Rosse.

La via Sparano si chiude nel piazzale Aldo Moro, di fronte alla stazione centrale delle ferrovie, linda e ordinata.

Tornando verso la città vecchia, percorriamo viale Cavour, con altre costruzioni liberty che conducono fino al Teatro Petruzzelli, alle sedi della Banca d’Italia e della Camera di Commercio, e infine al Teatro Margherita.

La nostra passeggiata si è conclusa e possiamo riattraversare la città vecchia e poi tornare verso il porto.

Nelle orecchie ci risuona il tipico dialetto locale, con le sue simpatiche cantilene.

27 marzo

S’arriva a Venezia.

Si lascia il transatlantico.

Si conclude un’avventura.

Si spediscono i bagagli a casa e si tiene solo il necessario. Perché a Venezia merita sempre trascorrere qualche giorno, specie di marzo.

Rispetto alla crociera, tutta un’altra storia.

Magia delle calli e sinfonia dei musei.

Degna e splendida conclusione di una bellissima vacanza.

Piazza Vittorio, l’impronta di Torino

Piazza Vittorio Veneto è il luogo che più amo di Torino.

Per i torinesi è “Piazza Vittorio” (e basta), anche perché la sua prima denominazione fu “piazza Vittorio Emanuele I”, ma la dedica al re sabaudo venne sostituita nel primo Novecento con quella celebrativa della battaglia contro gli austriaci nella Prima guerra mondiale.

Nacqui nella periferia torinese, ma sin dai tempi del liceo il mio legame con la città passava per il centro, per quell’area dall’architettura sobria ed elegante che si distendeva, regolare e squadrata, sull’antica pianta romana e sui successivi innesti napoleonici e sabaudi.

Non amavo gli spazi più esibiti e didascalici, come le grandi piazze Castello e San Carlo, ma piuttosto quelli più raccolti nei quali si respirava la storia, come il piccolo gioiello ch’è Piazza Carignano, tra il teatro omonimo, nel palazzo che fu sede del primo parlamento piemontese e nazionale e il museo del Risorgimento.

Qualche anno dopo scoprii piazza Vittorio.  Mi colpirono la profondità prospettica e la sua geometria.

Un caro amico e maestro me ne raccontò la storia e mi illustrò le sue particolarità.

La piazza nacque negli anni Venti dell’Ottocento. Fu uno degli accessi previsti dal piano urbanistico napoleonico, mai realizzato, che venne in parte ripreso dai Savoia. Rappresentò il passaggio tra il paesaggio collinare, il fiume e la città, tanto che inizialmente era conosciuta come piazza del Po.

Divenne un grande spazio aperto, tanto che nessun monumento ne interruppe la linearità larga ed estesa. Per questa sua peculiarità fu per un breve periodo piazza d’armi, ma presto cambiò nella sede prescelta per eventi che raccolgono gran pubblico. A lungo vi si tenevano le manifestazioni del carnevale, con tanto di carri ed esposizioni. Ancor oggi è la tribuna per i fuochi d’artificio sul Po la notte di San Giovanni.

Inoltre – scattano qui ricordi della mia giovinezza – è il luogo deputato per le grandi manifestazioni: i cortei studenteschi del ‘68 e tutte le sfilate del Primo Maggio, con le bandiere, i canti, l’allegria e la voglia di un mondo migliore e più giusto. Il mio primo Primo Maggio per mano a mio padre, lui con il fazzoletto rosso al collo e lo sguardo fiero, io, appena sei anni, quasi nascosto dallo striscione su cui campeggiava il nome della fabbrica nella quale mio papà era delegato sindacale. Si partiva da piazza Vittorio, allora come credo ancor oggi.

Quel mio maestro, che mi indusse a scrivere per la rivista che lui dirigeva – e fu il primo a valorizzare la mia vocazione letteraria e di corsivista critico – mi spiegò anche una meraviglia della piazza che pochi conoscono.

Se ci si mette con le spalle a via Po e si guarda la piazza in direzione del ponte Vittorio Emanuele I, le due file di colonne appaiono perfettamente allineate, senza spazio tra loro. Un’illusione ottica straordinaria, in tutto simile a quella che si genera, prendendo l’adeguata posizione, nella piazza San Pietro a Roma.

Un effetto che deriva dalla geometria costruita sull’esedra alberata che scendeva dal ponte all’ingresso della città storica e che l’architetto Giuseppe Frizzi creò compensando progressivamente, nell’altezza dei colonnati, la differenza di oltre sette metri tra l’accesso da via Po e il fondo della piazza sulla riva del fiume.

Tutto congiurava per rendere, nel mio cuore e nel mio spirito, quella piazza il segno di Torino e delle mie radici.

Le mie passeggiate in città trovavano nel suo riferimento un richiamo irresistibile.

Nella mia memoria resta impresso il momento in cui vi portai Anna, che avevo da poco conosciuto. Uscimmo dall’ufficio e la guidai attraverso il classico percorso: i pesanti portici di via Roma, l’attraversamento arioso di Piazza Castello, poi la camminata nei colori delicati di via Po e infine l’imbocco che schiude la vista verso il Po e la collina, sulla spianata di piazza Vittorio.

Era autunno inoltrato, il clima era freddo e umido.

Entrammo al Caffè Elena, lo storico bar affacciato sul lato sinistro dei portici, locale un tempo frequentato e amato da Cesare Pavese.

Un’altra chicca della tradizione di Torino, incastonato nella piazza cinta da colonne più grande d’Europa.

Diomede, il nome del commissario Gabuzzi



Durante la gita a Venezia, visitando la Galleria dell’Accademia, mi imbattei in un quadro di Vincenzo Giacomelli, intitolato Diomede fugge nascondendo il Palladio.
Coincidenza inattesa!
La tela è dedicata all’eroe il cui nome scelsi per il protagonista centrale dei miei romanzi.
Diomede è una figura mitica. Nacque in esilio, figlio di uno dei Sette Campioni che combatterono Tebe e che sulle mura della città trovò la morte. Il giovane Diomede, insieme ai figli degli altri Epigoni, vendicò la morte del padre Tideo, ma nello scontro cadde anche suo zio Egialeo, così che a Diomede venne affidata la reggenza di Argo.
Dopo vari scontri in terra greca, ormai consacrato eroe e valente guerriero, Diomede partecipò, insieme agli altri regnanti delle città elleniche, all’assedio di Troia. Egli rappresentò il modello di impavido combattente, abile e coraggioso, che non arretra neppure di fronte agli Dei (la mitologia spiega come le divinità non mancavano di immischiarsi direttamente nelle vicende umane, con risvolti cruenti e spesso boccacceschi).
Quando Achille si ritirò sdegnato dal conflitto, Diomede, che non riuscì a dissuadere l’alleato dal rifiuto di assecondare Agamennone, si trovò a essere il maggiore eroe greco nel campo di battaglia. Duellò con Enea e, nello scontro, ferì Afrodite, che proteggeva il prode principe troiano.
L’Iliade narra poi dell’incontro tra Diomede e il licio Glauco, e della loro decisione di rinunciare a combattersi e di scambiarsi le armi per il rispetto dei genitori che avevano condiviso l’ospitalità.
In tale episodio già si intravede la profonda sensibilità e lungimiranza del re di Argo.
Sul finire della guerra, insieme all’amico Ulisse, con il quale condivideva il benevolo aiuto di Atena, rubò alla città nemica la statua del Palladio, dedicata proprio alla dea della sapienza e delle arti, perché l’indovino Eleno attribuiva la vittoria della lunga guerra a chi avesse posseduto quella scultura.
Terminato il conflitto in Asia minore, altre tragedie e garbugli di vendette attendevano Diomede, inseguito dalla collera di Afrodite, fino a spingerlo a lasciare la Grecia. Attraversato il Mediterraneo, giunse sulla sponda occidentale dell’Adriatico e vi portò le conoscenze e la cultura d’origine. Fondò alcune città: tra esse Brindisi e Benevento.
In quella che sarebbe divenuta Italia, l’eroe greco mutò le proprie attitudini: non più guerriero, ma ormai civilizzatore, tanto da guadagnarsi rispetto e devozione tra i popoli che lo conobbero.
Questa seconda natura del figlio di Tideo e Deipile determinò la scelta del nome di battesimo del futuro commissario Gabuzzi.
Plinio Gabuzzi discendeva da una famiglia di insegnanti.
Suo padre, Ermenegildo, aveva rotto la tradizione dell’insegnamento, finendo impiegato al catasto di Modena. Un grave errore d’incuria (rovesciò un botticino di inchiostro su originali di mappa) lo aveva retrocesso al lavoro di copia (manuale) di atti.
Scontento della situazione, Ermenegildo –un impenitente irrequieto – lasciò il lavoro statale e visse di piccoli impieghi. Per questo, Plinio dovette sudarsi la laurea in lettere, che venne solo all’età di 29 anni, condannandolo, ante litteram, all’occupazione precaria nella scuola.
Dopo un periodo difficile, Plinio ottenne un incarico di supplenza prolungata in un paese marsicano, Celano, a 800 metri sul livello del mare, nel cuore del parco nazionale d’Abruzzo.
Plinio insegnava lettere in una scuola media. Titolare della cattedra era un’anziana zitella inabilitata da una bronchite trascurata. La supplenza, per Plinio, venne prorogata per l’intero anno, rinnovata quello successivo, e aprì la strada all’incarico fisso, quando la vecchia titolare si rassegnò alla pensione.
Nel piccolo paese, Plinio conobbe una sartina, Biancadora Nunno, e presto la sposò.
Quando si annunciò la prossima nascita di un maschietto, Plinio, cultore di letteratura classica, appassionato di mitologia ed epica, volle chiamarlo Diomede, come il re civilizzatore, già guerriero e poi benefattore di Ancona, dove Plinio trascorse i primi anni di insegnamento in varie scuole private.
Diomede, nei suoi primi anni, conobbe il freddo rigido della Marsica.
Dopo il quinto compleanno del bambino, il padre conquistò finalmente un insegnamento a Formigino e tornò a risiedere a Modena, portandovi la moglie, incinta di una bimba che, alla nascita, venne chiamata Eliodea.
Diomede era uno studente modello. Frequentò il liceo scientifico, rifiutando le vocazioni classiche cui il padre voleva rivolgerlo. Nonostante quella scelta, la sua tesina pro-maturità inorgoglì Plinio. Fu dedicata a un modello di analisi delle ricorrenze dei personaggi nella mitologia greca. L’ipoteca del nome, quindi, sembrava avere qualche efficacia.
Dopo la maturità, Diomede si iscrisse a Giurisprudenza, quindi fece il servizio militare, vincendo un bando di iscrizione all’Accademia Militare, dove si laureò in sociologia dell’investigazione criminale con una tesi in Profilazione probabilistica nella lotta al crimine economico.
La sua strada era tracciata, come il destino avesse aperto un cono di luce al suo cammino.
Superò brillantemente il concorso per ufficiale di Polizia e venne inviato al corso biennale specialistico in Metodologia delle scienze investigative.
Fu parte di una classe affiatata e vivace, nella quale svettava su tutti una specie d’amazzone altoatesina: Klausa Rottenschneider.
Durante la festa di diploma del secondo anno, nella classe crebbe la voglia di celebrare il successo con un viaggio all’estero.
Klausa indicò Amsterdam ed ebbe il consenso di Diomede, ma i compagni optarono a larga maggioranza per Miami.
Klausa andò comunque – da sola – ad Amsterdam.
Diomede seguì gli amici a Miami.
Lì giunto, tuttavia, non volle, come loro, vagare per spiagge e locali, ma preferì conoscere l’anima oscura della città.
Lo aiutò un poliziotto italo-americano, nativo di Charleston e trasferito nella metropoli della Florida all’età di ventott’anni. Glenn Baronni, nipote di un lontano cugino di mamma Biancadora, era un tipo rude, ma buono.
Accompagnò Diomede in alcuni bar nella zona del porto, ai bassifondi.
La seconda sera, Diomede vi conobbe una giovane: Malisa Daqueros. Era una prostituta, come scoprì con una certa sorpresa. “Come in una canzone di De André”, pensò quando lei glielo confidò. La giovane portava sulle spalle tutte le disgrazie della famiglia da cui proveniva.
Parlarle fu una nuova lezione. Superando le difficoltà della lingua, perché la donna parlava spagnolo e il suo inglese era men che elementare, comprese che dietro scelte scellerate si nasconde spesso la sfortuna o la disperazione, o entrambe. Capì come le persone che vivono ai margini della società non sono tutte anime nere, ma talora portano in sé tenerezza e valori umani, costrette a difenderli strenuamente nello squallido ambiente nel quale sono condannate a vivere.
Gabuzzi divenne consapevole che l’umanità non si divide per linee nette, che è necessario cogliere le sfumature.
Anche a fini investigativi ne ricavò rinnovate capacità: di profilazione, di relazione, di distinzione dei livelli di responsabilità. Non aveva la presunzione (errata) di poter giudicare, ma quella (positiva) di saper individuare autori e intenzionalità dei crimini.
Fu una vacanza assai formativa.
Come l’antico eroe di cui aveva preso il nome, lasciare la terra natia e immergersi in una nuova realtà lo aveva cambiato e arricchito.
Tornato in patria, fu assegnato alla Questura di Forlì, con la qualifica di vicecommissario.
Il suo primo maestro (in verità il suo primo capo, che non aveva gran voglia di far da precettore e neppure ne mostrava le qualità) fu il commissario Edmondo Calecchi. Aveva 58 anni e la pensione nel mirino. Lasciò spazio al giovane, che trovò un buon aiuto nell’ispettore Pieramedeo Pelpo, ufficiale con una ricca esperienza, sebbene di insufficiente cultura.
Da piccoli casi Gabuzzi maturò esperienza per misurarsi con situazioni più delicate.
La storia della sua maturazione, dei suoi amori, dei suoi successi e delle traversie che lo ostacolarono, è tutta nei romanzi che la mia fantasia produce.
Quello che andò in stampa lo scorso anno, #LaVenereSpezia, si colloca nella fase conclusiva del suo percorso emiliano; quello prossimo a uscire, #Moventeoperniente, apre il periodo toscano, a seguito della promozione a vicequestore aggiunto in Firenze e cronologicamente segue il precedente. Altri sono in attesa, legati alla prosecuzione della carriera, ma anche, in flashback, alle indagini giovanili in terra di Romagna e d’Emilia.
Spero che questo personaggio riesca a trovare lettori che ne apprezzeranno le doti professionali, umane e morali.
Non un eroe mitico, ma un uomo responsabile, attento, sensibile. Presuntuoso nel senso dantesco, di chi ritiene di poter affrontare e vincere le difficoltà; cosciente dei suoi limiti, capace di circondarsi di collaboratori e amici che condividono la sua passione per l’intelligenza e l’equilibrio.
Quelle doti che il Questore Ettore Burnidei gli richiede e che vedrà in lui, affidandogli la neonata Squadra Scientifica Investigativa della Polizia fiorentina: osservazione, analisi, intuito, immaginazione.

La Basilica dei Frari

A Venezia c’è uno scrigno di tesori artistici che viene spesso sottovalutato e tralasciato dai turisti, attratti dalla bellezza sognante e magica delle calli e dalla maestosità poetica di Piazza San Marco.

Nel sestiere di San Polo, l’imponente Basilica di Santa Maria Gloriosa dei Frari presenta una facciata austera, alta e severa, che non fa sospettare la straordinaria bellezza che il visitatore troverà al suo interno.

Dedicata all’Assunta, il suo altare principale reca una grande rappresentazione della Madonna che si deve al Tiziano. Il mio rammarico è non averla potuta ammirare, perché coperta dalle opere di restauro ora in corso.

Difficile ricordare tutte le opere pittoriche e scultoree raccolte in questo luogo dove il culto e il raccoglimento sono promossi dalla forza dell’arte di ispirazione religiosa.

Per prima cosa, va notata l’architettura gotica, risultato della ricostruzione del XVI secolo: dona al complesso una luminosità che, cambiando al virare del sole attraverso le finestre e i rosoni, crea suggestioni d’incanto tra i pavimenti, le volte e i gioielli d’arte raggiunti dai raggi celesti.

Percorrendo la navata centrale, dall’ingresso, troviamo, a sinistra, il monumento a Canova, eretto dai suoi allievi in omaggio al maestro delle sculture marmoree.

Sul lato opposto, il monumento a Tiziano, creato nel marmo da Luigi, Pietro e Andrea Zandomeneghi. Il pittore viene celebrato coronato d’alloro e circondato da allegorie (Natura universale, Genio del sapere, Pittura, Scultura, Grafica e Architettura). A lato del basamento, altre statue contrapposte rappresentano i due imperatori che ne apprezzarono il talento: Carlo V e Ferdinando I d’Austria, mentre cinque bassorilievi ricordano capolavori dipinti dal grande artista, con al centro, proprio sopra la statua di Tiziano, l’Assunta, cioè proprio la grande tela posta all’apice del presbiterio della basilica.

Nella chiesa sono conservati altri illustri resti, cui vengono dedicati importanti monumenti funerari. Tra essi trovo significativo quello per il Doge Giovanni Pesaro, composto da Baldassarre Longhena, Melchior Bartel e Bernardo Falcone. La scultura è carica di un’intensità capace di emozionare come nessuna descrizione saprebbe rendere.

Di notevole pregio e bellezza è il coro ligneo posto al centro della basilica e sovrastato da un organo. Vi si entra e si è colpiti dalle linee scure e nette dell’intaglio.

La basilica si segnala per i molti e soavi dipinti che vi sono esposti. Provo a citare quelli che più mi hanno impressionato, oltre all’Assunta di Tiziano: La presentazione di Gesù al tempio, di Giuseppe Porta detto il Salviati; il Martirio di Santa Caterina di Jacopo Negretti, detto Palma il giovane; la Pala Pesaro di Tiziano.

Il chiostro non è accessibile, ma lo si può rimirare dalla chiesa, con le sue sculture slanciate e l’elegante colonnato.

Prima di uscire, merita soffermarsi sull’Altare del Crocifisso, che si deve a Baldassarre Loghena e Giusto Le Court. Si trova a sinistra dell’ingresso della basilica e, per questa posizione, rischia di non essere quasi visto. Scendendo la navata, rivolti alla porta d’accesso, lo troviamo in fondo, alla nostra destra. Un ultimo sguardo, nel gioco delle luci e delle ombre, ancora ci delizia per accompagnarci all’aperto.

La basilica è molto più di quel che son riuscito a narrare. Merita una visita e tutta l’attenzione e la passione che l’arte sa suscitare nelle anime sensibili.

Mio papà somigliava a Paul Newman

Così sembrava a me. Forse solo a me. C’è una vecchia foto di mio padre giovane, con i capelli corti e dritti sulla testa. Ha gli occhi chiari. Come quelli di Paul Newman. Sinceri e intelligenti, per nulla sfuggenti. Mio papà aveva la carnagione scura, a contrasto con l’azzurro delle sue iridi, ma in quella foto biancoenero l’illuminazione gli fa sembrare anche le guance e la fronte più pallide. Resto convinto: somiglia a Paul Newman.

Mio papà lavorava sodo e lo si vedeva raramente a casa. Avevo poche occasioni di giocare con lui. Solo qualche volta mi portava sulla sua bicicletta la domenica.

Quando cominciai a essere grandicello mi portava con sé al circolo della bocciofila. Lui gareggiava con gli amici; io guardavo, poi trovavo una pista libera e provavo a bocciare con le mie sfere leggere di plastica compatta.

Lui beveva il chinotto e qualche volta ci provavo anch’io, però ero ancora quasi bambino e il più delle volte ripiegavo sull’orzata.

Quanto sia stato importante per la mia formazione, per la mia vita, lo compresi soltanto quando un terribile male lo portò via a soli 62 anni. Fino ad allora la mia vita poteva considerarsi una lunga vacanza: nessuna vera responsabilità affettiva, la possibilità di seguire le mie inclinazioni, nessun disegno per il mio futuro.

Quando se ne andò dovetti preoccuparmi di seguire mia madre. Con il suo pessimismo rischiava di precipitare in una definitiva fase di depressione. Riuscii a salvarla, ma mai a cambiare la sua visione cupa del mondo.

Dall’influenza di quella paura per il mondo mi liberai faticosamente. E fu l’esempio silenzioso di mio padre a consentirmelo.

Lui aveva una grande fiducia negli altri. Perfin troppa e si prese delle belle fregature da presunti amici.

Lo vidi con la faccia scura e lo sconcerto sul volto solo una volta. Ero ancora bambino, ma lo ricordo bene.

Lui era membro di “commissione interna” nella fabbrica dove lavorava. Era un operaio professionale, iscritto al PCI e alla CGIL. Aveva organizzato lo sciopero per il contratto. Erano stagioni di lotta sindacale molto dura. Dopo tre giorni di sciopero compatto, il quarto giorno mio padre si trovò solo, mentre tutti i suoi compagni, senza dirgli nulla, rientrarono al lavoro, cedendo alle pressioni del “padrone”.

Mio padre non pianse, almeno non davanti a me. Ma la sua espressione recitava dolore e rabbia per quello che avvertì come un tradimento. Non poteva sopportarlo. Si licenziò, cambiò fabbrica (era un valente operaio professionale e all’epoca, anche se “politicamente segnalato” si trovava lavoro perché l’economia girava a pieno ritmo).

Mio padre aveva fatto il partigiano a diciotto anni e aveva rischiato la vita. Quando gli chiedevo, curioso, come fosse la guerriglia contro i tedeschi, lui mi raccontava dell’amicizia con i suoi compagni, che avevano pochissime munizioni e cercavano di evitare gli scontri a fuoco. Non mi descrisse battaglie, non rivelò se aveva dovuto uccidere qualche nemico. Quel che mi ripeté due volte fu il racconto di quando catturarono un coniglio (o forse era un gatto?) e lo arrostirono sulla legna. Finalmente potevano mangiare, in montagna si campava di fortuna.

Quando entrava in un bar, dopo dieci minuti, mia papà aveva già iniziato a conversare con qualcuno, anche se non ci aveva mai messo piede prima. Forse, come lamentava mia madre, era un po’ superficiale e qualche volta rischiava brutte figure. Ma era buono, intelligente e tutti quelli che lo conoscevano gli volevano bene.

Ricordo come fui orgoglioso quando – avevo sei anni – mi portò con sé al corteo del primo maggio. Bandiere rosse e cori. Credo che anche lui fosse orgoglioso di avere un figlioletto che partecipava con interesse a un rito collettivo del popolo che voleva riscattarsi e ottenere riconosciuti i propri diritti.

Lui mi insegnò la sensibilità e l’attenzione alle vicende collettive, alle dinamiche sociali.

Lui mi insegnò che fraternità vuol dire comprensione e rispetto, non falsa gentilezza, non condiscendenza verso comportamenti irresponsabili.

Io feci il ’68 e lui, ch’era rimasto comunista riformista, che viveva la passione politica come pratica del buon senso e della mediazione, non mi rimproverò mai la mia giovanile ubriacatura, tutta intellettuale, nell’estremismo.

Compresi che aveva sempre avuto ragione. Non sul piano concettuale, non sulle teorie. Io studiai più di lui, imparai a leggere l’evoluzione sociale, arrivai a interiorizzare mediazione e moderazione pur in una tendenza alla rivoluzione come cambiamento storico non lineare, che nulla c’entra con la violenza.

Lui aveva ragione nel comportamento.

Feci mio il suo ottimismo.

Quando morì scrissi per lui una poesia.

Ricordando la sua educazione a guardare avanti a pensare che “si può” (molto prima che Obama coniasse lo slogan Yes we can), a praticare il coraggio di decidere, a non fuggire dinanzi ai problemi e alle svolte, scrissi questi versi, che conservano, per me, intatto valore:

Che pure ho imparato dal tuo sguardo franco,

dal tuo andare incontro al domani,

come affrontare la Città,

vedendo l’Uomo capace di camminare

anche con il vento nelle orecchie,

a tenere e non temere la linea del destino.

Perché mio papà somigliava a Paul Newman, ma era molto di più che una opaca immagine di un grande attore.

E se quando rivedo le interpretazioni di Paul Newman, c’è un’emozione particolare che mi attraversa il cuore e la mente, la ragione non sta solo in quei personaggi forti e contradditori che sapeva interpretare.

Cercando una gemma sommersa – Promozione del romanzo in @book

La musica è magia, cambia la realtà.

Il tempo si è fermato, ma il Paradiso di ghiaccio gela i sentimenti, la vita di puro piacere estetico non è eterna felicità.

Maghi musicali fuggono su altri mondi, inseguiti da quelli fedeli al Creatore Bizz.

Altre potenze li impegnano in aspre battaglie.

Il confine tra divinità e magia si fa sottile e sfuma.

Una nuova e originale saga letteraria fantasy.

 

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In gara quale Bestseller nel cassetto 2018.

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Una divagazione Fantasy

 

 

La mia prima pubblicazione originale in @book è un romanzo giovanile, che ho recentemente rivisto per affinarne la stesura, mantenendo ispirazione e impianto originario.

A ispirarmelo fu la passione per la musica rock, in particolare quella definita “progressive”.

Un genere che portò molti gruppi a una ricerca esasperata di nuovi sentieri dell’espressione artistica attraverso le note. Quasi potesse nascere una Nuova Musica, capace di essere sintesi di tutta quella che l’aveva preceduta, in un processo palingenetico in parte simile a quello che musicisti sinfonici, come Bruno Maderna, Luciano Berio, Edgar Varèse, sembrarono avviare alla metà del Novecento, ispirando successivamente la musica dodecafonica e la breve stagione della musica concreta di Pierre Schaeffer e Pierre Henry.

Il progressive rock si infranse sul limite della sua smisurata ambizione. I gruppi che lo animavano si sciolsero o finirono per ripetere sé stessi. Un’ondata alta e finita.

La loro vicenda mi ispirò, nella seconda metà degli anni settanta, una fantastica saga nella quale la musica assumeva poteri magici e a sovrintenderla (almeno nella sua versione pop e rock, fino al progressive) arrivava un geniale scienziato, ossessionato dall’estetica della musica.

Questo scienziato, noto come “il professor Bizz”, con i suoi straordinari poteri, si era creato un mondo personale (che aveva battezzato Azzurra Fantasia Eterna, una delle tante dimensioni parallele dell’universo), aveva rapito tutti i più grandi musicisti, ve li aveva portati, offrendo loro l’immortalità in cambio della loro incessante produzione musicale.

Questo Paradiso sospeso nell’immobilità del tempo iniziò a stare stretto ad alcuni dei geni della musica che, appresa la forza della magia musicale, tentarono la fuga del dominio del Creatore Bizz (come ormai, nella sua fenomenale follia, si era autonominato).

Su questo sfondo, sviluppai nella mia immaginazione giovanile fantastiche storie di fughe, lotte, conflitti, su e giù per le tante dimensioni parallele dell’universo, nelle quali i musicisti incrociavano Dei e semidei, cavalieri, maghi e ogni sortilegio o leggenda.

Avevo interi quaderni di appunti e molti spunti che erano rimasti a correre nella mia mente.

Alcuni tra essi confluirono nel romanzo “Cercando una gemma sommersa”, che vede oggi la pubblicazione.

Io sono molto cambiato da quando inventai quelle storie. Nonostante questo, mi è piaciuto rileggere il romanzo, correggerlo con la maturità degli anni e la consapevolezza stilistica che mi viene dal lavoro sviluppato per la pubblicazione del mio primo libro andato in stampa de in vendita qualche mese addietro.

Il mondo fantastico della magia musicale continua a contenere molte storie non ancora scritte.

Vi ritornerò se la quest della gemma sommersa (una cantautrice fuggita dal Palazzo che non esiste, inseguita da altri musicisti con altalenanti intenzioni e sensibilità) troverà un pubblico di lettori.

Per una delle bizzarre vie dell’editoria italiana, il romanzo esce ora esclusivamente in versione digitale presso Amazon per la Lupi Editore, nell’ambito di un concorso per inediti.

Saranno gli acquisti e le recensioni a deciderne la sorte.

Spero di aver incuriosito gli amici che seguono il mio sito.

Se qualcuno ama il Fantasy (genere che oggi, dal boom dei romanzi di Tolkien fino alla saga del Trono di Spade, va per la maggiore) la mia vena narrativa ne propone una versione originale e assi particolare.

Il romanzo in @book è disponibile per l’acquisto al link riportato qui sotto.

Dalla pagina indicata è possibile leggere gratuitamente un ampio estratto della parte iniziale del romanzo.

https://www.amazon.it/dp/B07HJ29ZJG

 

Coltivare R.O.S.E.

Questo è il mio primo racconto ispirato dalla passione sociale con cui guardo alle dinamiche politiche e culturali.

Mi svegliai una mattina attraversato da una strana inquietudine. Sogni e lettura delle cronache dei giorni precedenti si intrecciavano confusamente. Dopo un agitato dormiveglia rimasi a letto a rimuginare i pensieri. Mi vennero considerazioni e un’ispirazione che darà il titolo al racconto.

Vi offro questo inedito per comunicare, in forma letteraria, “pensieri e parole” di chi vorrebbe volgere in positivo la risposta alla crisi di valori, al tramonto degli ideali del novecento, allo sconcerto per la velocità e la profondità dei mutamenti che ci circondano.

 

Coltivare R.O.S.E.


Arcadio Vinetti richiuse la sua Ypsilon Platinum stando attento a non sbattere la portiera. L’aveva ritirata dalla filiale di vendita poco più di una settimana prima e voleva conservarne l’integrità e la purezza. Impresa difficile nel vortice della vita cittadina, ma, per sua fortuna, si era nelle settimane centrali di agosto e il traffico metropolitano di Torino stava ai minimi termini.

Anche la zona blu era sospesa, così da non obbligarlo a cercare un parchimetro che avrebbe inghiottito le monetine con le quali preferiva pagare il caffè del mattino.

Abbassò gli occhi verso l’orologio al polso: le sette di sera.

Pochi passanti, bar chiusi, un sottile velo d’afa che accompagnava il calar del sole.

Attraversò a passo lesto, schivando una Smart blu oltremare che sfrecciava sul corso Moncalieri ben oltre i limiti di velocità per saltare l’incrocio su corso Fiume prima che il giallo del semaforo cambiasse in rosso.

“Imbecille!” pensò. Cosa gli premeva tanto? Un appuntamento galante o il rendez vous per l’aperitivo con gli amici? Probabilmente a renderlo aggressivo era la permanenza in città quando la maggioranza dei torinesi stava in ferie.

Arcadio, invece, preferiva rimanere al lavoro ad agosto. Era l’occasione per godere delle bellezze del centro senza la pressione della folla e la frenesia della competizione che spingeva tutti a correre, a fuggire gli sguardi, a rimanere sempre connessi.

Per ammirare il fascino discreto di piazza Carignano, gioiellino incastonato sulla via Accademia delle Scienze poco dopo l’incanto di fama mondiale del Museo Egizio.

Perfino il profilo austero e quasi tronfio della grande Piazza San Carlo cambiava, assumendo un’aura risorgimentale nei colori delicati delle pareti laterali, lambiti dai raggi obliqui del tramonto a circondare poche decine di turisti intorno al bronzeo monumento equestre caro alla cultura sabauda.

Accantonò quei pensieri: la sua passeggiata era finita e doveva dedicarsi all’intervista.

Strana ora gli aveva fissato l’anziano professore.

Si era documentato prima di chiedergli l’incontro. Ogni sera verso le otto il professore scendeva, superava il ponte Umberto I e percorreva corso Cairoli e poi il lungo Po Diaz per raggiungere piazza Vittorio Veneto, dove si concedeva un bitter a uno dei tavolini del bar sull’angolo della via Po, salutava amici e conoscenti e andava a cena, sul tardi, in un ristorantino poco lontano, dove spesso incontrava altri che, come lui, erano stati docenti alle Facoltà Umanistiche dell’Università di Torino.

Poiché certo quell’abitudine non sarebbe stata sacrificata per un giovane cronista on line, il colloquio non poteva durare più di quaranta minuti.

Si affrettò, controllando i nomi sui campanelli.

Il professor Carlo Coreglio abitava al piano alto.

Al telefono glielo aveva chiarito, non senza precisare, in un moto di vezzo inconsapevole, che aveva scelto quell’alloggio perché gli offriva ogni giorno la vista del Po, con l’effetto “sempre vivace” delle sue acque screziate dalla luce prima dell’imbrunire.

Arcadio guardò in alto. Dalla strada non si riusciva a vedere sui balconi alla sommità dell’edificio, ma immaginò il professore con i gomiti poggiati sulla ringhiera ad ammirare il panorama, approfittando della giornata calda e serena.

«Vinetti?» lo sorprese la voce nel citofono, appena un istante dopo il trillo grave del campanello.

«Sono io, professore.»

«Terzo piano, la aspetto» replicò l’ospite nell’accento metallico del comunicatore.

Arcadio prese l’ascensore.

Il professore aveva la porta socchiusa e quando il giovane uscì sul pianerottolo la spalancò, ricevendolo con un sorriso cortese e misurato.

«Venga.»

Il giornalista seguì il professore attraverso uno stretto corridoio e poi venne fatto accomodare su una poltroncina imbottita in uno studio affacciato verso la strada.

Oltre la piccola finestra si stagliavano la parte nord del parco del Valentino e, in lontananza, le costruzioni massicce dell’ultimo tratto di corso Massimo D’Azeglio.

«Mi ha stupito la sua richiesta» esordì il professore.

Arcadio lo fissò. Nonostante la sua giovane età aveva imparato, con anni di esperienza alla ricerca di notizie e opinioni, a delineare il carattere delle persone che incontrava.

Carlo Coreglio vantava un curriculum accademico molto ricco. Aveva insegnato storia delle dottrine politiche all’Università di Torino per più di trentacinque anni. Aveva sfiorato, appena quarantenne, la presidenza delle Facoltà Umanistiche e, dopo aver perso la sfida per l’incarico, si era dedicato totalmente allo studio e all’insegnamento. Aveva pubblicato molti saggi, scritto per molte riviste. Dopo il pensionamento aveva tenuto seminari, era stato oratore in innumerevoli convegni, aveva collaborato con la Fondazione Agnelli e con alcune società di ricerca storica.

Non si era mai esposto politicamente, resistendo a ogni sollecitazione.

Studioso a tutto tondo, esprimeva pareri e proponeva analisi che consegnavano più domande di quelle cui aveva provato a rispondere.

Perché, sosteneva, compito di un docente non è fornire ricette, ma insegnare a cucinare.

Il giovane cercò di inquadrarlo.

Un omino magro, di altezza media, con una peluria grigia, morbida e scarruffata, intorno alla bocca e sul mento, in una pallida imitazione di barba e baffi alla Ryan Gosling invecchiato.

Si era seduto a sua volta su una poltroncina foderata in un tessuto a larghe falde verticali, ocra e verde olivina.

Sembrava stanco, ma la sua voce era ferma quando chiese: «Crede che le mie idee interessino a qualcuno?»

L’improvviso rovesciamento di ruolo, con l’intervistato a porre domande, spiazzò Arcadio.

«Ho letto la sua affermazione sulla pagina cittadina di Repubblica» rispose. «Da parte sua è coraggioso liquidare “il pensiero politico esaurito con la fine del millennio”. Di lei si parlò come di uno strenuo difensore della continuità dell’opposizione tra destra e sinistra.»

Coreglio lo catturò con i suoi occhi acquosi ma ancora pungenti. Aspettava un chiarimento che non era ancora giunto.

Il giornalista lo accontentò, muovendosi nervosamente.

«Sono certo che lei sia in grado di dirci cosa c’è al posto di quel che è finito. Questo può interessare i lettori.»

Il professore sorrise.

«In un giornale on line?»

Condì la nuova domanda con ironia, a manifestare tutte le sue perplessità.

«Anche i lettori della stampa elettronica sono curiosi.» Arcadio reagì con fastidio, il fossato generazionale si era spalancato tra di loro. Seppe replicare con altrettanto sarcasmo. «Perfino intelligenti, guardi un po’.»

Coreglio deglutì, poi sorrise, divenendo più conciliante.

«Mi perdoni, Vinetti. Ho lasciato l’Università da diversi anni, perdendo l’occasione di frequentare i giovani. Non credo siano ignoranti, ma fatico a cogliere in loro interesse per l’approfondimento.»

Il giornalista ritrovò vigore. Una scarica di adrenalina gli attraversò le vene. Sentì di aver ripreso il controllo del confronto.

«Esser veloci e multitasking non significa non voler capire. Aver perso riferimenti e fiducia non è rinuncia al futuro.»

«Bene!»

Il vecchio si lasciò andare all’indietro contro lo schienale, come in un moto di sollievo.

«Forse» aggiunse con un tono apertamente amichevole «potrò esprimere quel che penso e sperare che qualcuno lo legga.»

Vinetti, con l’esperienza del mestiere, comprese che l’incontro prometteva esiti insperati. Poteva contare sull’alleanza tra il suo scopo di proporre un punto di vista non convenzionale e il desiderio del professore di far uscire dal cassetto qualche nuova teoria.

«Sono qui a intervistarla perché scommetto che lei sarà originale e incisivo. Il mio pezzo non cadrà nel vuoto!»

Coreglio assentì col capo, poi socchiuse le palpebre, come a raccogliere le idee.

Vinetti fece un lungo respiro, dilatando i polmoni. Estrasse di tasca un registratore e lo pose sul tavolino che lo separava dal professore.

«Cominciamo» annunciò, soffiando nel dispositivo.

«Torino, 18 agosto 2018, intervista al professor Carlo Coreglio.»

Il vecchio piegò le labbra, a confermare di essere pronto.

«Professore, lei ha recentemente sostenuto che le categorie di “destra” e “sinistra” non valgono più. Prima la pensava diversamente. Perché ha cambiato idea?»

L’intervistato mosse le spalle di scatto. Il taglio aggressivo del quesito, tipicamente giornalistico, lo disturbava.

Storse involontariamente il naso. Per fortuna non aveva di fronte una telecamera.

Scelse di non evitare l’equivoco.

«Fino alla fine del secolo scorso valeva la distinzione acutamente illustrata da Norberto Bobbio. Per semplificare, il filosofo affermava che, data per acquisita una comune fede democratica nella quale erano condivisi valori di fondo, la sinistra privilegiava l’eguaglianza alla libertà, mentre la destra praticava l’opzione opposta. Semplice, chiaro, efficace. Ma al cambiare del contesto storico, sociale, economico anche la cultura muta parametri. La cultura politica non fa eccezione.»

«La prego di non farci perdere nelle teorie dei grandi sistemi» lo interruppe il giornalista, che aveva l’esigenza di un linguaggio immediato per non allontanare i lettori. «Ci sono ancora una sinistra e una destra?»

Coreglio quasi sbuffò. Voleva strappargli una tesi scandalosa? Decise di assecondarlo.

«Oggettivamente non ci sono.»

«Ma molti continuano a definirsi appartenenti alla destra o alla sinistra» obiettò Vinetti.

«Da scienziato distinguo tra le aspirazioni e i comportamenti reali.»

Il giornalista gongolò. Il tono era netto, quello di uno “scienziato” che osava tralasciare le sfumature e brandiva la spada della polemica. Perfetto per un pezzo pepato.

«Allora quali etichette descrivono gli attuali schieramenti?»

«C’è molta confusione: nelle analisi, nelle proposte, nelle azioni.» Il professore ci prendeva gusto. Vinetti sapeva di poter giocare con la sua astinenza da protagonismo. Doveva solo evitare che venisse fuori la prosopopea dell’erudizione, materia giornalisticamente impresentabile.

«Mi chiede di definire la natura di quanti si contendono il consenso e il governo? Direi che siamo alle prese con forme diverse di conservatorismo. Chi vorrebbe rifarsi a classi sociali che sono state smembrate dalla rivoluzione digitale e chi vorrebbe ritornare a un mondo più lento e a comunità chiuse.»

Vinetti rilanciò.

«Molti reclamano di essere liberi dalle vecchie credenze e appartenenze e di fondare la loro linea su forme di democrazia partecipativa che seleziona per volere popolare le politiche da attuare.»

«Balle!»

Il professore sbottò. La provocazione aveva colto nel segno.

«C’è una ricerca del consenso costruita cavalcando il risentimento di quanti non si sentono rappresentati. Nel vuoto di progetti che restituiscano prospettive di miglioramento delle condizioni economiche e di sicurezza, vince chi alimenta la protesta. Non per fare, ma per cercare di addossare agli avversari le colpe di quel che non va. Un rimpiattino penoso.»

«Non è la forma attuale di destra contro sinistra?» lo stuzzicò Arcadio.

«Destra e sinistra sono estinte perché la società che le esprimeva non c’è più. Siamo in un magma indistinto. La società liquida crea correnti esistenziali frammentate e volubili, la cui rappresentanza politica è perennemente mobile.»

La luce che filtrava dalla finestra si stava attenuando, stendendo una penombra ambigua nella stanza.

Vinetti cercò di stringere l’intervistato a concetti meno sfumati.

«Ci sarà ben un’aspettativa più forte delle altre che determina la vittoria di una formazione politica in grado di portarla avanti. Almeno come programma, se non come realizzazione.»

Coreglio negò l’ipotesi, scuotendo lateralmente il capo.

«Oggi vince chi riesce a sommare frammenti di desideri diversi, a volte alternativi o incompatibili l’uno con l’altro. Tanto le stagioni politiche sono brevi e tutta si gioca su promesse più che su atti concreti.»

Mancava qualcosa, pensò il giornalista. Ricordò la lezione registrata che si era procurato dopo aver notato la citazione di Repubblica. Carlo Coreglio, pur nella freddezza del rigore scientifico con cui insegnava, colpiva perché anche le sue analisi più crude non precipitavano nel pessimismo. Per questo voleva intervistarlo, per trovare spunti positivi. Invecchiando, la sua vena si era ingrigita?

Tentò nuovamente di raddrizzare il colloquio.

«Professore, ci sta dicendo che non abbiamo speranze, che la dispersione delle figure sociali ci consegna un presente ingovernabile? Siamo condannati al declino?»

«Nient’affatto!» protestò il vecchio.

Così dicendo si alzò.

Quasi incurante del giovane, si diresse alla finestra e guardò in direzione del fiume. Scostò la tendina e, preso atto che le nubi avevano preceduto il tramonto e imbrunito il cielo, premette l’interruttore. Le lampade a soffitto illuminarono la stanza.

«Occorre accendere la luce quando il buio avanza!»

L’esclamazione plateale sembrò rimbalzare sulle pareti.

«Chi può farlo, secondo lei?»

Vinetti fremeva di eccitazione. Forse sarebbe riuscito a trascinare Coreglio nell’agone politico, a portarlo a schierarsi come mai aveva fatto in passato.

«Non saprei» lo deluse il professore. «Non vedo nessuno. Ma…» lasciò la frase sospesa.

Il giornalista assecondò l’effetto scenico, chiedendosi come avrebbe potuto riprodurlo in un testo scritto.

«Ci indichi questo interruttore!»

«La speranza per il mondo è trovare una via per riconciliare economia, ambiente e comunità nel segno della scienza.»

«Professore, sembra una formula generica e scontata!» La protesta di Arcadio era spontanea, si sentiva deluso sia in chiave professionale che personale.

Coreglio lo sorprese.

Stando in piedi, con la schiena rivolta al tavolino, sollevò entrambe le braccia e portò le mani all’altezza della bocca.

«L’Italia può contare sulla storia, sul paesaggio, sulla sua cucina, sull’ingegno e sulla fantasia. Puntare sulla cultura e sulla tradizione attraverso le nuove tecnologie potrebbe far rifiorire i nostri talenti.»

Vinetti spostò il registratore, per metterlo in direzione della voce del professore. Il vecchio si stava infervorando, ma ancora non gli offriva materiale da scoop. Tornò a pungolarlo.

«Belle parole. Ma sono auspici astratti.»

«Mai stato a Firenze?»

Coreglio strinse gli occhi, con lo sguardo malizioso di un bambino che prende in castagna un adulto.

Non attese la risposta e proseguì.

«La maestosa eleganza che racchiude è l’esempio di ciò che fu e dovrebbe rinverdire. Tante volte mi sono chiesto come uomini tanto litigiosi siano riusciti a costruire quella meraviglia di città. Forse proprio il loro carattere non consentì di farne il dominus dei loro tempi.»

Il giornalista continuò a premere l’intervistato, con tono sempre più insistente.

«Tutto qui? Nostalgia degli anni d’oro dei Medici?»

«Caro ragazzo, nessuna nostalgia.»

Il professore riprese posto sulla poltroncina, costringendo il giovane a riportare il dispositivo di registrazione nella posizione precedente.

«La risorsa nascosta del nostro Paese è il suo tessuto urbano. Il mondo scoppia gonfiando le megalopoli e cerca soluzioni per rendere umana la vita nelle città. Qui è possibile costruire la ricetta vincente: investire sulla vivibilità urbana, inventare servizi e prodotti che migliorano la vita dei cittadini delle nostre affascinanti città e venderli a tutto il mondo.»

Arcadio sobbalzò.

«Sta proponendo un programma di politica economica?»

«Chiamiamola un’intuizione» si schermì Coreglio.

Leggendo curiosità e stupore sul volto del giovane intervistatore, giocò la carta che aveva tenuto coperta.

«Ma il vero problema è come far emergere questi temi. Il cerchio della mia analisi sul declino dei movimenti politici del novecento si chiude: nessuno tra essi, nessun leader che agisca nella loro logica vorrà impegnarsi a proporre una visione coraggiosa di lungo periodo.»

Arcadio ripassò mentalmente le risposte che aveva snocciolato il suo interlocutore. Aveva la sensazione di essere guidato verso una linea di confine, allettato da un passaggio che ancora gli veniva celato. Doveva varcare quella soglia.

«Professore, non vorrà rifugiarsi nel pessimismo!»

Il vecchio sorrise e si mise più comodo. Era il momento, pensò. Perché lì voleva arrivare.

«Dovrà nascere un movimento che ancora non esiste. Si respira la sua necessità: vive nelle aspirazioni di molti che rifiutano la fine della storia e il rinculo della civiltà. Da studioso parlo di movimento e non di dottrina o di partito: un movimento è l’espressione informale di istanze collettive più o meno determinate. Raccoglierlo in una formazione politica significa tradurlo in rappresentanza e farla contendente del potere.»

«Se lei lo percepisce» obiettò Arcadio «qualcuno se ne starà facendo interprete…»

Il sorriso del professore assunse una piega insieme amara e insinuante.

«Quel che io so è che per nascere dovrà viaggiare sui binari della comunicazione politica dell’era digitale. Dovrà sapere evocare ed emozionare. I contenuti potranno anche venire dopo, perché la sua forza originaria starà nel sentimento collettivo. John Kennedy sedusse il suo elettorato con il richiamo della “nuova frontiera”. Oggi serve di più: lo slogan si deve tradurre in un nome. Capace di conquistare: non più ideologia ma idea di speranza.»

Sospirò profondamente. Si voltò, allungando la mano verso un cassetto sul mobile alla parete. Lo aprì e ne trasse un foglietto ripiegato.

Un’ispirazione rapì Arcadio. Con gesto fulmineo puntò il telefono cellulare verso il professore e scattò un’istantanea. Il momento nel quale il vecchio professore guardava sul foglietto, stendendolo davanti alle iridi frementi.

«Vuole rivelarmi l’idea che ha in mente?»

Coreglio lo fissò. La sua mente vagò per un attimo nel mare infinito delle filosofie che aveva studiato, poi si concentrò sulla suggestione che l’aveva travolto, sorgendo dal profondo della sua natura, in un lampo improvviso tra cervello e cuore.

«Un mio giovane collega, col quale condivisi alcune delle riflessioni che le propongo, esperto di semiotica, mi disse che un’idea non trova ascolto se non si traduce in una sigla, che dev’essere affascinante e carica di significati. La mia idea è che il programma di rilancio dell’Italia sia un nuovo Rinascimento…»

«Ancora Firenze!» lo interruppe il giornalista «Romantico ma antico…»

«Infatti», confermò Coreglio «ho pensato a un simbolo diverso per promuoverlo. Al movimento che potrà venire suggerisco di battezzarsi ROSE.»

Arcadio corrugò la fronte, deluso.

«Il nome di un fiore. Demodé.» La girò sullo scherzo. «Perché non giglio?»

«Non capisci!» Il tono era di rimprovero, lo stesso che il professore aveva usato per i suoi studenti che confondevano i concetti. «Tutte lettere maiuscole e puntate. Un acronimo!»

«R.O.S.E.» accettò il giovane «Le iniziali di quali parole?»

Il professore allargò ancor più il suo foglietto.

«Parole che illustrano i riferimenti del progetto: Rinascimento Orizzonte Sviluppo Europa.» Con evidente entusiasmo proseguì d’un fiato, mentre il suo dito scorreva sotto le parole schematizzate sull’appunto che aveva scritto come promemoria. «Quello potrebbe essere il nome del movimento, ma le sue iniziali evocano anche lo spirito e le direttrici d’azione del programma. Lo spirito si riassume in Ragione Ottimismo Sentimento Empatia. I punti d’azione sociale sono Rete Organizzazione Solidarietà Equità.»

Ripiegò il foglietto e si abbandonò sulla poltroncina. Era scesa la sera, nonostante l’ora avanzata non sembrava ricordarsi della sua passeggiata quotidiana al di là del fiume. Aveva finalmente dato voce all’idea cha da giorni gli ronzava in testa, come una reazione civile alla baraonda dell’imbarbarimento della dialettica sociale e politica.

Arcadio annotò un appunto.

Il professore lo scrutò, aspettando che gli dicesse qualcosa.

Poi, non sopportando oltre il silenzio, liberò la domanda: «Pubblicherà l’intervista? La ritiene interessante?»

Il giovane giornalista piegò il capo, increspando le labbra in un sorriso a mezza bocca.

«Lo farò. Lei dice cose diverse da quelle che siamo soliti sentire e che rimbalzano sui media. Non so se lasceranno il segno o saranno considerate bizzarrie.»

«Le fantasie di un vecchio professore fermo a studiare nel suo eremo» osservò Coreglio.

Arcadio aveva un’ultima curiosità.

«Mi dica, chi vedrebbe a guidare questo movimento che ipotizza?»

«Un outsider!» rispose secco il professore.

Arcadio non lasciò la presa.

«Non se la cavi con un’ovvietà! Mi dia un profilo…»

Coreglio non si sottrasse. Schioccò le dita e si pronunciò.

«Nessuno che sia stato prima in politica. Almeno, non con ruoli rilevanti. Magari un direttore di museo. Un mestiere per il quale ci vuole buona cultura, gusto della bellezza, competenze gestionali, doti relazionali.»

«Molto preciso!» Il giornalista azzardò l’affondo. «Ha in mente un nome?»

«Non conosco direttori di museo» chiarì Coreglio. «Mi ha chiesto un profilo, le ho indicato quello più coerente con la mia utopia.»

«Grazie, professore.»

Vinetti intascò il registratore, si levò in piedi e gli porse la mano.

A sua volta, il vecchio alzò la sua destra per stringere quella che gli veniva offerta.

«Mi andava di parlare» confessò. «Se rimarrò inascoltato non ne soffrirò. In una lunga vita di studi ho imparato, ho sbagliato, ho dato e avuto. Va bene così. Non cerco i riflettori della ribalta.»

Arcadio lo guardò, vestendo quasi d’affetto la stima che era cresciuta durante il colloquio.

«Professore, non garantisco che le sue tesi faranno scalpore, ma posso affermare che non sono banali. Cercherò di renderle al meglio.»

«Sei un bravo ragazzo!»

Arcadio aveva in mente il titolo del suo servizio.

“Coltivare R.O.S.E.”

Il vecchio meritava quel guizzo.

Quando tornò all’auto, Arcadio guardò in alto.

Il professor Coreglio si era sporto dal balcone, poteva intravederne la testa curvata verso la strada. Come se stesse cercandolo con l’attenzione che un genitore (o un nonno) riserva al figlio (o al nipote).

Arcadio accennò un saluto con la mano. Non ricevette risposta, forse il vecchio non riusciva a vederlo.

Scivolò al volante della Ypsilon con un empito di tenerezza a suggellare l’incontro.

 

Il commissario Gabuzzi e Armonia

Ecco un racconto inedito, fresco di tastiera.

Vi si trovano i trascorsi e un accenno al futuro del Commissario Gabuzzi.

Spero incuriosisca sulle sue indagini (una pubblicata, una scritta e sottoposta a editori, una terza in via di stesura, le altre presenti nella mia fantasia e pronte a essere riversate nelle rispettive trame)

Il commissario Gabuzzi e Armonia