Cercando una gemma sommersa – Promozione del romanzo in @book

La musica è magia, cambia la realtà.

Il tempo si è fermato, ma il Paradiso di ghiaccio gela i sentimenti, la vita di puro piacere estetico non è eterna felicità.

Maghi musicali fuggono su altri mondi, inseguiti da quelli fedeli al Creatore Bizz.

Altre potenze li impegnano in aspre battaglie.

Il confine tra divinità e magia si fa sottile e sfuma.

Una nuova e originale saga letteraria fantasy.

 

Solo in ebook su Amazon

€  2,99 al link https://www.amazon.it/dp/B07HJ29ZJG

In gara quale Bestseller nel cassetto 2018.

La classifica sarà decisa dal numero di acquisti e dalle recensioni positive sul sito Amazon.

Chi possiede un Kindle può acquisirlo direttamente sul dispositivo.

Chi non lo possiede può leggerlo tramite l’applicazione Kindle, scaricabile gratuitamente per sistemi Windows, IOS, Android dagli store Microsoft, Apple, Google

Una divagazione Fantasy

 

 

La mia prima pubblicazione originale in @book è un romanzo giovanile, che ho recentemente rivisto per affinarne la stesura, mantenendo ispirazione e impianto originario.

A ispirarmelo fu la passione per la musica rock, in particolare quella definita “progressive”.

Un genere che portò molti gruppi a una ricerca esasperata di nuovi sentieri dell’espressione artistica attraverso le note. Quasi potesse nascere una Nuova Musica, capace di essere sintesi di tutta quella che l’aveva preceduta, in un processo palingenetico in parte simile a quello che musicisti sinfonici, come Bruno Maderna, Luciano Berio, Edgar Varèse, sembrarono avviare alla metà del Novecento, ispirando successivamente la musica dodecafonica e la breve stagione della musica concreta di Pierre Schaeffer e Pierre Henry.

Il progressive rock si infranse sul limite della sua smisurata ambizione. I gruppi che lo animavano si sciolsero o finirono per ripetere sé stessi. Un’ondata alta e finita.

La loro vicenda mi ispirò, nella seconda metà degli anni settanta, una fantastica saga nella quale la musica assumeva poteri magici e a sovrintenderla (almeno nella sua versione pop e rock, fino al progressive) arrivava un geniale scienziato, ossessionato dall’estetica della musica.

Questo scienziato, noto come “il professor Bizz”, con i suoi straordinari poteri, si era creato un mondo personale (che aveva battezzato Azzurra Fantasia Eterna, una delle tante dimensioni parallele dell’universo), aveva rapito tutti i più grandi musicisti, ve li aveva portati, offrendo loro l’immortalità in cambio della loro incessante produzione musicale.

Questo Paradiso sospeso nell’immobilità del tempo iniziò a stare stretto ad alcuni dei geni della musica che, appresa la forza della magia musicale, tentarono la fuga del dominio del Creatore Bizz (come ormai, nella sua fenomenale follia, si era autonominato).

Su questo sfondo, sviluppai nella mia immaginazione giovanile fantastiche storie di fughe, lotte, conflitti, su e giù per le tante dimensioni parallele dell’universo, nelle quali i musicisti incrociavano Dei e semidei, cavalieri, maghi e ogni sortilegio o leggenda.

Avevo interi quaderni di appunti e molti spunti che erano rimasti a correre nella mia mente.

Alcuni tra essi confluirono nel romanzo “Cercando una gemma sommersa”, che vede oggi la pubblicazione.

Io sono molto cambiato da quando inventai quelle storie. Nonostante questo, mi è piaciuto rileggere il romanzo, correggerlo con la maturità degli anni e la consapevolezza stilistica che mi viene dal lavoro sviluppato per la pubblicazione del mio primo libro andato in stampa de in vendita qualche mese addietro.

Il mondo fantastico della magia musicale continua a contenere molte storie non ancora scritte.

Vi ritornerò se la quest della gemma sommersa (una cantautrice fuggita dal Palazzo che non esiste, inseguita da altri musicisti con altalenanti intenzioni e sensibilità) troverà un pubblico di lettori.

Per una delle bizzarre vie dell’editoria italiana, il romanzo esce ora esclusivamente in versione digitale presso Amazon per la Lupi Editore, nell’ambito di un concorso per inediti.

Saranno gli acquisti e le recensioni a deciderne la sorte.

Spero di aver incuriosito gli amici che seguono il mio sito.

Se qualcuno ama il Fantasy (genere che oggi, dal boom dei romanzi di Tolkien fino alla saga del Trono di Spade, va per la maggiore) la mia vena narrativa ne propone una versione originale e assi particolare.

Il romanzo in @book è disponibile per l’acquisto al link riportato qui sotto.

Dalla pagina indicata è possibile leggere gratuitamente un ampio estratto della parte iniziale del romanzo.

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Coltivare R.O.S.E.

Questo è il mio primo racconto ispirato dalla passione sociale con cui guardo alle dinamiche politiche e culturali.

Mi svegliai una mattina attraversato da una strana inquietudine. Sogni e lettura delle cronache dei giorni precedenti si intrecciavano confusamente. Dopo un agitato dormiveglia rimasi a letto a rimuginare i pensieri. Mi vennero considerazioni e un’ispirazione che darà il titolo al racconto.

Vi offro questo inedito per comunicare, in forma letteraria, “pensieri e parole” di chi vorrebbe volgere in positivo la risposta alla crisi di valori, al tramonto degli ideali del novecento, allo sconcerto per la velocità e la profondità dei mutamenti che ci circondano.

 

Coltivare R.O.S.E.


Arcadio Vinetti richiuse la sua Ypsilon Platinum stando attento a non sbattere la portiera. L’aveva ritirata dalla filiale di vendita poco più di una settimana prima e voleva conservarne l’integrità e la purezza. Impresa difficile nel vortice della vita cittadina, ma, per sua fortuna, si era nelle settimane centrali di agosto e il traffico metropolitano di Torino stava ai minimi termini.

Anche la zona blu era sospesa, così da non obbligarlo a cercare un parchimetro che avrebbe inghiottito le monetine con le quali preferiva pagare il caffè del mattino.

Abbassò gli occhi verso l’orologio al polso: le sette di sera.

Pochi passanti, bar chiusi, un sottile velo d’afa che accompagnava il calar del sole.

Attraversò a passo lesto, schivando una Smart blu oltremare che sfrecciava sul corso Moncalieri ben oltre i limiti di velocità per saltare l’incrocio su corso Fiume prima che il giallo del semaforo cambiasse in rosso.

“Imbecille!” pensò. Cosa gli premeva tanto? Un appuntamento galante o il rendez vous per l’aperitivo con gli amici? Probabilmente a renderlo aggressivo era la permanenza in città quando la maggioranza dei torinesi stava in ferie.

Arcadio, invece, preferiva rimanere al lavoro ad agosto. Era l’occasione per godere delle bellezze del centro senza la pressione della folla e la frenesia della competizione che spingeva tutti a correre, a fuggire gli sguardi, a rimanere sempre connessi.

Per ammirare il fascino discreto di piazza Carignano, gioiellino incastonato sulla via Accademia delle Scienze poco dopo l’incanto di fama mondiale del Museo Egizio.

Perfino il profilo austero e quasi tronfio della grande Piazza San Carlo cambiava, assumendo un’aura risorgimentale nei colori delicati delle pareti laterali, lambiti dai raggi obliqui del tramonto a circondare poche decine di turisti intorno al bronzeo monumento equestre caro alla cultura sabauda.

Accantonò quei pensieri: la sua passeggiata era finita e doveva dedicarsi all’intervista.

Strana ora gli aveva fissato l’anziano professore.

Si era documentato prima di chiedergli l’incontro. Ogni sera verso le otto il professore scendeva, superava il ponte Umberto I e percorreva corso Cairoli e poi il lungo Po Diaz per raggiungere piazza Vittorio Veneto, dove si concedeva un bitter a uno dei tavolini del bar sull’angolo della via Po, salutava amici e conoscenti e andava a cena, sul tardi, in un ristorantino poco lontano, dove spesso incontrava altri che, come lui, erano stati docenti alle Facoltà Umanistiche dell’Università di Torino.

Poiché certo quell’abitudine non sarebbe stata sacrificata per un giovane cronista on line, il colloquio non poteva durare più di quaranta minuti.

Si affrettò, controllando i nomi sui campanelli.

Il professor Carlo Coreglio abitava al piano alto.

Al telefono glielo aveva chiarito, non senza precisare, in un moto di vezzo inconsapevole, che aveva scelto quell’alloggio perché gli offriva ogni giorno la vista del Po, con l’effetto “sempre vivace” delle sue acque screziate dalla luce prima dell’imbrunire.

Arcadio guardò in alto. Dalla strada non si riusciva a vedere sui balconi alla sommità dell’edificio, ma immaginò il professore con i gomiti poggiati sulla ringhiera ad ammirare il panorama, approfittando della giornata calda e serena.

«Vinetti?» lo sorprese la voce nel citofono, appena un istante dopo il trillo grave del campanello.

«Sono io, professore.»

«Terzo piano, la aspetto» replicò l’ospite nell’accento metallico del comunicatore.

Arcadio prese l’ascensore.

Il professore aveva la porta socchiusa e quando il giovane uscì sul pianerottolo la spalancò, ricevendolo con un sorriso cortese e misurato.

«Venga.»

Il giornalista seguì il professore attraverso uno stretto corridoio e poi venne fatto accomodare su una poltroncina imbottita in uno studio affacciato verso la strada.

Oltre la piccola finestra si stagliavano la parte nord del parco del Valentino e, in lontananza, le costruzioni massicce dell’ultimo tratto di corso Massimo D’Azeglio.

«Mi ha stupito la sua richiesta» esordì il professore.

Arcadio lo fissò. Nonostante la sua giovane età aveva imparato, con anni di esperienza alla ricerca di notizie e opinioni, a delineare il carattere delle persone che incontrava.

Carlo Coreglio vantava un curriculum accademico molto ricco. Aveva insegnato storia delle dottrine politiche all’Università di Torino per più di trentacinque anni. Aveva sfiorato, appena quarantenne, la presidenza delle Facoltà Umanistiche e, dopo aver perso la sfida per l’incarico, si era dedicato totalmente allo studio e all’insegnamento. Aveva pubblicato molti saggi, scritto per molte riviste. Dopo il pensionamento aveva tenuto seminari, era stato oratore in innumerevoli convegni, aveva collaborato con la Fondazione Agnelli e con alcune società di ricerca storica.

Non si era mai esposto politicamente, resistendo a ogni sollecitazione.

Studioso a tutto tondo, esprimeva pareri e proponeva analisi che consegnavano più domande di quelle cui aveva provato a rispondere.

Perché, sosteneva, compito di un docente non è fornire ricette, ma insegnare a cucinare.

Il giovane cercò di inquadrarlo.

Un omino magro, di altezza media, con una peluria grigia, morbida e scarruffata, intorno alla bocca e sul mento, in una pallida imitazione di barba e baffi alla Ryan Gosling invecchiato.

Si era seduto a sua volta su una poltroncina foderata in un tessuto a larghe falde verticali, ocra e verde olivina.

Sembrava stanco, ma la sua voce era ferma quando chiese: «Crede che le mie idee interessino a qualcuno?»

L’improvviso rovesciamento di ruolo, con l’intervistato a porre domande, spiazzò Arcadio.

«Ho letto la sua affermazione sulla pagina cittadina di Repubblica» rispose. «Da parte sua è coraggioso liquidare “il pensiero politico esaurito con la fine del millennio”. Di lei si parlò come di uno strenuo difensore della continuità dell’opposizione tra destra e sinistra.»

Coreglio lo catturò con i suoi occhi acquosi ma ancora pungenti. Aspettava un chiarimento che non era ancora giunto.

Il giornalista lo accontentò, muovendosi nervosamente.

«Sono certo che lei sia in grado di dirci cosa c’è al posto di quel che è finito. Questo può interessare i lettori.»

Il professore sorrise.

«In un giornale on line?»

Condì la nuova domanda con ironia, a manifestare tutte le sue perplessità.

«Anche i lettori della stampa elettronica sono curiosi.» Arcadio reagì con fastidio, il fossato generazionale si era spalancato tra di loro. Seppe replicare con altrettanto sarcasmo. «Perfino intelligenti, guardi un po’.»

Coreglio deglutì, poi sorrise, divenendo più conciliante.

«Mi perdoni, Vinetti. Ho lasciato l’Università da diversi anni, perdendo l’occasione di frequentare i giovani. Non credo siano ignoranti, ma fatico a cogliere in loro interesse per l’approfondimento.»

Il giornalista ritrovò vigore. Una scarica di adrenalina gli attraversò le vene. Sentì di aver ripreso il controllo del confronto.

«Esser veloci e multitasking non significa non voler capire. Aver perso riferimenti e fiducia non è rinuncia al futuro.»

«Bene!»

Il vecchio si lasciò andare all’indietro contro lo schienale, come in un moto di sollievo.

«Forse» aggiunse con un tono apertamente amichevole «potrò esprimere quel che penso e sperare che qualcuno lo legga.»

Vinetti, con l’esperienza del mestiere, comprese che l’incontro prometteva esiti insperati. Poteva contare sull’alleanza tra il suo scopo di proporre un punto di vista non convenzionale e il desiderio del professore di far uscire dal cassetto qualche nuova teoria.

«Sono qui a intervistarla perché scommetto che lei sarà originale e incisivo. Il mio pezzo non cadrà nel vuoto!»

Coreglio assentì col capo, poi socchiuse le palpebre, come a raccogliere le idee.

Vinetti fece un lungo respiro, dilatando i polmoni. Estrasse di tasca un registratore e lo pose sul tavolino che lo separava dal professore.

«Cominciamo» annunciò, soffiando nel dispositivo.

«Torino, 18 agosto 2018, intervista al professor Carlo Coreglio.»

Il vecchio piegò le labbra, a confermare di essere pronto.

«Professore, lei ha recentemente sostenuto che le categorie di “destra” e “sinistra” non valgono più. Prima la pensava diversamente. Perché ha cambiato idea?»

L’intervistato mosse le spalle di scatto. Il taglio aggressivo del quesito, tipicamente giornalistico, lo disturbava.

Storse involontariamente il naso. Per fortuna non aveva di fronte una telecamera.

Scelse di non evitare l’equivoco.

«Fino alla fine del secolo scorso valeva la distinzione acutamente illustrata da Norberto Bobbio. Per semplificare, il filosofo affermava che, data per acquisita una comune fede democratica nella quale erano condivisi valori di fondo, la sinistra privilegiava l’eguaglianza alla libertà, mentre la destra praticava l’opzione opposta. Semplice, chiaro, efficace. Ma al cambiare del contesto storico, sociale, economico anche la cultura muta parametri. La cultura politica non fa eccezione.»

«La prego di non farci perdere nelle teorie dei grandi sistemi» lo interruppe il giornalista, che aveva l’esigenza di un linguaggio immediato per non allontanare i lettori. «Ci sono ancora una sinistra e una destra?»

Coreglio quasi sbuffò. Voleva strappargli una tesi scandalosa? Decise di assecondarlo.

«Oggettivamente non ci sono.»

«Ma molti continuano a definirsi appartenenti alla destra o alla sinistra» obiettò Vinetti.

«Da scienziato distinguo tra le aspirazioni e i comportamenti reali.»

Il giornalista gongolò. Il tono era netto, quello di uno “scienziato” che osava tralasciare le sfumature e brandiva la spada della polemica. Perfetto per un pezzo pepato.

«Allora quali etichette descrivono gli attuali schieramenti?»

«C’è molta confusione: nelle analisi, nelle proposte, nelle azioni.» Il professore ci prendeva gusto. Vinetti sapeva di poter giocare con la sua astinenza da protagonismo. Doveva solo evitare che venisse fuori la prosopopea dell’erudizione, materia giornalisticamente impresentabile.

«Mi chiede di definire la natura di quanti si contendono il consenso e il governo? Direi che siamo alle prese con forme diverse di conservatorismo. Chi vorrebbe rifarsi a classi sociali che sono state smembrate dalla rivoluzione digitale e chi vorrebbe ritornare a un mondo più lento e a comunità chiuse.»

Vinetti rilanciò.

«Molti reclamano di essere liberi dalle vecchie credenze e appartenenze e di fondare la loro linea su forme di democrazia partecipativa che seleziona per volere popolare le politiche da attuare.»

«Balle!»

Il professore sbottò. La provocazione aveva colto nel segno.

«C’è una ricerca del consenso costruita cavalcando il risentimento di quanti non si sentono rappresentati. Nel vuoto di progetti che restituiscano prospettive di miglioramento delle condizioni economiche e di sicurezza, vince chi alimenta la protesta. Non per fare, ma per cercare di addossare agli avversari le colpe di quel che non va. Un rimpiattino penoso.»

«Non è la forma attuale di destra contro sinistra?» lo stuzzicò Arcadio.

«Destra e sinistra sono estinte perché la società che le esprimeva non c’è più. Siamo in un magma indistinto. La società liquida crea correnti esistenziali frammentate e volubili, la cui rappresentanza politica è perennemente mobile.»

La luce che filtrava dalla finestra si stava attenuando, stendendo una penombra ambigua nella stanza.

Vinetti cercò di stringere l’intervistato a concetti meno sfumati.

«Ci sarà ben un’aspettativa più forte delle altre che determina la vittoria di una formazione politica in grado di portarla avanti. Almeno come programma, se non come realizzazione.»

Coreglio negò l’ipotesi, scuotendo lateralmente il capo.

«Oggi vince chi riesce a sommare frammenti di desideri diversi, a volte alternativi o incompatibili l’uno con l’altro. Tanto le stagioni politiche sono brevi e tutta si gioca su promesse più che su atti concreti.»

Mancava qualcosa, pensò il giornalista. Ricordò la lezione registrata che si era procurato dopo aver notato la citazione di Repubblica. Carlo Coreglio, pur nella freddezza del rigore scientifico con cui insegnava, colpiva perché anche le sue analisi più crude non precipitavano nel pessimismo. Per questo voleva intervistarlo, per trovare spunti positivi. Invecchiando, la sua vena si era ingrigita?

Tentò nuovamente di raddrizzare il colloquio.

«Professore, ci sta dicendo che non abbiamo speranze, che la dispersione delle figure sociali ci consegna un presente ingovernabile? Siamo condannati al declino?»

«Nient’affatto!» protestò il vecchio.

Così dicendo si alzò.

Quasi incurante del giovane, si diresse alla finestra e guardò in direzione del fiume. Scostò la tendina e, preso atto che le nubi avevano preceduto il tramonto e imbrunito il cielo, premette l’interruttore. Le lampade a soffitto illuminarono la stanza.

«Occorre accendere la luce quando il buio avanza!»

L’esclamazione plateale sembrò rimbalzare sulle pareti.

«Chi può farlo, secondo lei?»

Vinetti fremeva di eccitazione. Forse sarebbe riuscito a trascinare Coreglio nell’agone politico, a portarlo a schierarsi come mai aveva fatto in passato.

«Non saprei» lo deluse il professore. «Non vedo nessuno. Ma…» lasciò la frase sospesa.

Il giornalista assecondò l’effetto scenico, chiedendosi come avrebbe potuto riprodurlo in un testo scritto.

«Ci indichi questo interruttore!»

«La speranza per il mondo è trovare una via per riconciliare economia, ambiente e comunità nel segno della scienza.»

«Professore, sembra una formula generica e scontata!» La protesta di Arcadio era spontanea, si sentiva deluso sia in chiave professionale che personale.

Coreglio lo sorprese.

Stando in piedi, con la schiena rivolta al tavolino, sollevò entrambe le braccia e portò le mani all’altezza della bocca.

«L’Italia può contare sulla storia, sul paesaggio, sulla sua cucina, sull’ingegno e sulla fantasia. Puntare sulla cultura e sulla tradizione attraverso le nuove tecnologie potrebbe far rifiorire i nostri talenti.»

Vinetti spostò il registratore, per metterlo in direzione della voce del professore. Il vecchio si stava infervorando, ma ancora non gli offriva materiale da scoop. Tornò a pungolarlo.

«Belle parole. Ma sono auspici astratti.»

«Mai stato a Firenze?»

Coreglio strinse gli occhi, con lo sguardo malizioso di un bambino che prende in castagna un adulto.

Non attese la risposta e proseguì.

«La maestosa eleganza che racchiude è l’esempio di ciò che fu e dovrebbe rinverdire. Tante volte mi sono chiesto come uomini tanto litigiosi siano riusciti a costruire quella meraviglia di città. Forse proprio il loro carattere non consentì di farne il dominus dei loro tempi.»

Il giornalista continuò a premere l’intervistato, con tono sempre più insistente.

«Tutto qui? Nostalgia degli anni d’oro dei Medici?»

«Caro ragazzo, nessuna nostalgia.»

Il professore riprese posto sulla poltroncina, costringendo il giovane a riportare il dispositivo di registrazione nella posizione precedente.

«La risorsa nascosta del nostro Paese è il suo tessuto urbano. Il mondo scoppia gonfiando le megalopoli e cerca soluzioni per rendere umana la vita nelle città. Qui è possibile costruire la ricetta vincente: investire sulla vivibilità urbana, inventare servizi e prodotti che migliorano la vita dei cittadini delle nostre affascinanti città e venderli a tutto il mondo.»

Arcadio sobbalzò.

«Sta proponendo un programma di politica economica?»

«Chiamiamola un’intuizione» si schermì Coreglio.

Leggendo curiosità e stupore sul volto del giovane intervistatore, giocò la carta che aveva tenuto coperta.

«Ma il vero problema è come far emergere questi temi. Il cerchio della mia analisi sul declino dei movimenti politici del novecento si chiude: nessuno tra essi, nessun leader che agisca nella loro logica vorrà impegnarsi a proporre una visione coraggiosa di lungo periodo.»

Arcadio ripassò mentalmente le risposte che aveva snocciolato il suo interlocutore. Aveva la sensazione di essere guidato verso una linea di confine, allettato da un passaggio che ancora gli veniva celato. Doveva varcare quella soglia.

«Professore, non vorrà rifugiarsi nel pessimismo!»

Il vecchio sorrise e si mise più comodo. Era il momento, pensò. Perché lì voleva arrivare.

«Dovrà nascere un movimento che ancora non esiste. Si respira la sua necessità: vive nelle aspirazioni di molti che rifiutano la fine della storia e il rinculo della civiltà. Da studioso parlo di movimento e non di dottrina o di partito: un movimento è l’espressione informale di istanze collettive più o meno determinate. Raccoglierlo in una formazione politica significa tradurlo in rappresentanza e farla contendente del potere.»

«Se lei lo percepisce» obiettò Arcadio «qualcuno se ne starà facendo interprete…»

Il sorriso del professore assunse una piega insieme amara e insinuante.

«Quel che io so è che per nascere dovrà viaggiare sui binari della comunicazione politica dell’era digitale. Dovrà sapere evocare ed emozionare. I contenuti potranno anche venire dopo, perché la sua forza originaria starà nel sentimento collettivo. John Kennedy sedusse il suo elettorato con il richiamo della “nuova frontiera”. Oggi serve di più: lo slogan si deve tradurre in un nome. Capace di conquistare: non più ideologia ma idea di speranza.»

Sospirò profondamente. Si voltò, allungando la mano verso un cassetto sul mobile alla parete. Lo aprì e ne trasse un foglietto ripiegato.

Un’ispirazione rapì Arcadio. Con gesto fulmineo puntò il telefono cellulare verso il professore e scattò un’istantanea. Il momento nel quale il vecchio professore guardava sul foglietto, stendendolo davanti alle iridi frementi.

«Vuole rivelarmi l’idea che ha in mente?»

Coreglio lo fissò. La sua mente vagò per un attimo nel mare infinito delle filosofie che aveva studiato, poi si concentrò sulla suggestione che l’aveva travolto, sorgendo dal profondo della sua natura, in un lampo improvviso tra cervello e cuore.

«Un mio giovane collega, col quale condivisi alcune delle riflessioni che le propongo, esperto di semiotica, mi disse che un’idea non trova ascolto se non si traduce in una sigla, che dev’essere affascinante e carica di significati. La mia idea è che il programma di rilancio dell’Italia sia un nuovo Rinascimento…»

«Ancora Firenze!» lo interruppe il giornalista «Romantico ma antico…»

«Infatti», confermò Coreglio «ho pensato a un simbolo diverso per promuoverlo. Al movimento che potrà venire suggerisco di battezzarsi ROSE.»

Arcadio corrugò la fronte, deluso.

«Il nome di un fiore. Demodé.» La girò sullo scherzo. «Perché non giglio?»

«Non capisci!» Il tono era di rimprovero, lo stesso che il professore aveva usato per i suoi studenti che confondevano i concetti. «Tutte lettere maiuscole e puntate. Un acronimo!»

«R.O.S.E.» accettò il giovane «Le iniziali di quali parole?»

Il professore allargò ancor più il suo foglietto.

«Parole che illustrano i riferimenti del progetto: Rinascimento Orizzonte Sviluppo Europa.» Con evidente entusiasmo proseguì d’un fiato, mentre il suo dito scorreva sotto le parole schematizzate sull’appunto che aveva scritto come promemoria. «Quello potrebbe essere il nome del movimento, ma le sue iniziali evocano anche lo spirito e le direttrici d’azione del programma. Lo spirito si riassume in Ragione Ottimismo Sentimento Empatia. I punti d’azione sociale sono Rete Organizzazione Solidarietà Equità.»

Ripiegò il foglietto e si abbandonò sulla poltroncina. Era scesa la sera, nonostante l’ora avanzata non sembrava ricordarsi della sua passeggiata quotidiana al di là del fiume. Aveva finalmente dato voce all’idea cha da giorni gli ronzava in testa, come una reazione civile alla baraonda dell’imbarbarimento della dialettica sociale e politica.

Arcadio annotò un appunto.

Il professore lo scrutò, aspettando che gli dicesse qualcosa.

Poi, non sopportando oltre il silenzio, liberò la domanda: «Pubblicherà l’intervista? La ritiene interessante?»

Il giovane giornalista piegò il capo, increspando le labbra in un sorriso a mezza bocca.

«Lo farò. Lei dice cose diverse da quelle che siamo soliti sentire e che rimbalzano sui media. Non so se lasceranno il segno o saranno considerate bizzarrie.»

«Le fantasie di un vecchio professore fermo a studiare nel suo eremo» osservò Coreglio.

Arcadio aveva un’ultima curiosità.

«Mi dica, chi vedrebbe a guidare questo movimento che ipotizza?»

«Un outsider!» rispose secco il professore.

Arcadio non lasciò la presa.

«Non se la cavi con un’ovvietà! Mi dia un profilo…»

Coreglio non si sottrasse. Schioccò le dita e si pronunciò.

«Nessuno che sia stato prima in politica. Almeno, non con ruoli rilevanti. Magari un direttore di museo. Un mestiere per il quale ci vuole buona cultura, gusto della bellezza, competenze gestionali, doti relazionali.»

«Molto preciso!» Il giornalista azzardò l’affondo. «Ha in mente un nome?»

«Non conosco direttori di museo» chiarì Coreglio. «Mi ha chiesto un profilo, le ho indicato quello più coerente con la mia utopia.»

«Grazie, professore.»

Vinetti intascò il registratore, si levò in piedi e gli porse la mano.

A sua volta, il vecchio alzò la sua destra per stringere quella che gli veniva offerta.

«Mi andava di parlare» confessò. «Se rimarrò inascoltato non ne soffrirò. In una lunga vita di studi ho imparato, ho sbagliato, ho dato e avuto. Va bene così. Non cerco i riflettori della ribalta.»

Arcadio lo guardò, vestendo quasi d’affetto la stima che era cresciuta durante il colloquio.

«Professore, non garantisco che le sue tesi faranno scalpore, ma posso affermare che non sono banali. Cercherò di renderle al meglio.»

«Sei un bravo ragazzo!»

Arcadio aveva in mente il titolo del suo servizio.

“Coltivare R.O.S.E.”

Il vecchio meritava quel guizzo.

Quando tornò all’auto, Arcadio guardò in alto.

Il professor Coreglio si era sporto dal balcone, poteva intravederne la testa curvata verso la strada. Come se stesse cercandolo con l’attenzione che un genitore (o un nonno) riserva al figlio (o al nipote).

Arcadio accennò un saluto con la mano. Non ricevette risposta, forse il vecchio non riusciva a vederlo.

Scivolò al volante della Ypsilon con un empito di tenerezza a suggellare l’incontro.

 

Il commissario Gabuzzi e Armonia

Ecco un racconto inedito, fresco di tastiera.

Vi si trovano i trascorsi e un accenno al futuro del Commissario Gabuzzi.

Spero incuriosisca sulle sue indagini (una pubblicata, una scritta e sottoposta a editori, una terza in via di stesura, le altre presenti nella mia fantasia e pronte a essere riversate nelle rispettive trame)

Il commissario Gabuzzi e Armonia

Dal romanzo non edito “Cercando una gemma sommersa”

Questo romanzo è di genere fantasy.
Lo scrissi molti anni fa e ora l’ho rivisto. Prima o poi lo proporrò a qualche editore specializzato.
Ne estraggo la prima parte di un capitolo

41.
L’imponenza architettonica del Palazzo delle Scienze si staccava nettamente nel generale grigiore delle costruzioni circostanti.
Quanto tutte le altre obbedivano a rigorosi criteri di efficienza e alternavano parallelepipedi funzionali senza alcuna concessione all’estetica, quel Palazzo possedeva forme, colori, riflessi, che gli conferivano un’alienità a un tempo solenne e briosa, come il tempio irriverente dedicato all’ingegno umano contro l’assenza totale, nella zona, di luoghi deputati alla rappresentazione di culti divini.
Era un alternarsi difficilmente definibile di corridoi sospesi, di triangolazioni piramidali che si reggevano su angoli impossibili, di colonne che si perdevano dietro pareti trapezoidali.
Le sue mura rilucevano di pietre levigate, di opalescenze multicolori e vibranti al riflesso del cielo che andava imbrunendo. Aggiungevano lusso e classe le vetrate alle finestre, trasparenze fumé che nulla lasciavano intravedere dell’interno.
Il gioco fantasmagorico delle fontane che si rincorrevano intorno al viale d’ingresso, creando immagini cangianti a ogni spruzzo, come un incessante susseguirsi di figure mitiche o geometriche esprimeva l’originalità artistica di quella meraviglia.
Lester e Deuca, costeggiandolo al piccolo trotto, rimasero senza fiato e non poterono impedirsi di volgere il capo e di forzare gli occhi a rimirarne ogni particolare, sinché non furono nuovamente inghiottiti da muri monocromi che vennero subiti quasi con angoscia, dopo quelle forme d’eccitante fantasia inverata.
«Capita a tutti, la prima volta.» Tranit colse le loro emozioni e le commentò, non si capiva se volesse confortarli o imbarazzarli. «E’ un capolavoro che rapisce e ammalia nella sua bizzarria. Pochi sanno che continua a crescere: ogni scoperta degli scienziati viene celebrata dall’aggiunta di nuove invenzioni creative, da piccoli elementi sino a intere sezioni. Forse un giorno il grande spazio che gli è riservato non basterà e per crescere dovrà divorare le costruzioni intorno o magari svettare più alto nel cielo.»
«Bello, inatteso!» Lester lo riconobbe, del tutto sincero e ammirato. L’arte, nelle sue innumerevoli manifestazioni, non poteva lasciarlo indifferente. Quando diventava sfida alle convenzioni, tentativo di creazioni del tutto originali, gli scatenava sensazioni vivissime.
Il desiderio di paragonarle alla musica, di renderle in musica. L’arte come rappresentazione metaforica della realtà, la musica ispirata da altra arte. Una mediazione della mediazione, ma anche una serie di trasfigurazioni legate da una tensione multidirezionale, una spirale che si ribaltava senz’alcuna soluzione di continuità.
C’era stato un breve periodo, in quella vita che gli si affacciava nuovamente alla memoria, “prima” – e finalmente il tempo assumeva un senso riconoscibile – di arrivare al Palazzo Che Non Esiste, in cui aveva letto avidamente i testi dei critici, aveva tentato di capire se l’estro creativo può essere compiutamente definito, se ne sia individuabile il rapporto con tutto ciò che dall’esterno ha concorso a forgiarlo e plasmarlo, riconoscerne gli elementi – perché questo, in realtà, gli interessava – per “finalizzarlo”. Una crisi d’identità (qualcuno diceva: di ruolo) che lo portava a pensare di dover costruire forme musicali nuove, mai sperimentate prima. Anzi: una musica nuova, che l’elettronica rendeva possibile, se correttamente innestata sulla ricchezza delle molte tradizioni accumulate in secoli d’esperienza. Ma rinunciò: era un compito superiore alle sue capacità, o forse un proposito pazzesco. L’arte non è scienza. L’ispirazione germoglia improvvisa come un fiore selvatico, da un seme distrattamente lasciato dal vento, ribelle ad assecondare ogni programma.
Certo: un’evoluzione successiva al rock (termine onnicomprensivo che la semantica corrente impiegava per definire tutta la musica moderna basata su sequenze ritmiche) e alle sue illusorie deviazioni “psichedeliche” s’era avuta. Accanto alla musica più facile, una serie di battiti iterativi spogliati d’ogni fraseggio melodico, erano venute strutture più complesse; l’elettronica scavava dentro la classicità, il digitale offriva sfumature inusitate, i gruppi agivano come grandi orchestre in sedicesimo del futuro.
I GENUS PASSAGE per primi, quando, ancora sconosciuti, avevano rivoluzionato il mondo pop, mantenendo le promesse dell’esordio con la stupenda maturità del loro terzo album “Fifthteenth century seen by electric music”. Poi via via tutto il resto che ne era seguito, con nuovi talenti che si cimentavano nell’opera di rinnovamento, da soli o in gruppo, componendo, scomponendo, rimescolando jam session. Musica etnica e world music, rivisitazione delle sinfonie del diciannovesimo secolo, jazz rivoltato nelle sue varie versioni.
Più sale d’incisione che concerti. I dischi, i raffinati nastri che riprendevano il loro valore contro la perversione dei “video”, restituendo autonomia al suono, al valore dell’ascolto. Una spaccatura verticale tra i fautori del sincretismo spettacolare (premiati dal mercato) e quelli della “divisibilità” (come era stata definita la scelta di puntare sullo sviluppo della musica incontaminata dalla commistione e dal compromesso con altre forme di rappresentazione e spettacolo) che godevano dei propri risultati e rivaleggiavano in preziosismi, con una dedizione quasi maniacale. Qualche rara trasmigrazione tra i due campi.
Per Lester giunse la consacrazione con il FLYING CARAVAN, mentre già nuovi vertici di ricercatezza toccavano il RAIN OF FLIGHT di George Elbooz, il geniale violinista formatosi nel GENUS PASSAGE, di Jonas Weiga e altri, o gli italiani di EQUITA’, o la fredda perfezione dell’impasto tra vecchi padri e giovani emergenti del FROZEN RAFT. Ma i nomi sarebbero stati tanti, troppi per ricordarli tutti, ciascuno con proprie prerogative e contributi meritevoli di riconoscimento.
Quando il fervore pareva giunto a un punto di non ritorno, ma anche di innegabile stasi creativa, quando tutto girava un po’a vuoto, avvitandosi nel tentativo mai dichiarato eppure rincorso oltre l’orizzonte (la “Nuova Musica”), che rimaneva inafferrabile oltre un diaframma non ancora compreso, tutto sparì.
Il ricordo emergeva confuso, perfino lancinante.
Un risucchio. Non era giorno né notte, non fu un luogo preciso e non vennero sensazioni fisiche. Uno stridio come d’immani correnti d’aria che si urtassero con una consistenza al di là dell’immaginabile.
D’un tratto non ci fu più nulla. Una babele di linee e spruzzi colorati, zigzaganti. L’impressione di un grande sonno che ricomponeva l’essere, selezionando rigidamente, portando al culmine la divisibilità.
E infine un risveglio che già diede l’impressione di esser sempre stati “lì”, senza un “prima”, una storia, un passato. Sempre lì, per sempre, senza fine, senza un “dopo”, un divenire, un futuro.
Un Palazzo lussuoso e spoglio. Una successione di specchi, di cuscini, di tappeti, di quadri, di candelabri, di tende, di giardini.
E tutti gli strumenti che si potessero desiderare. E griglie d’ascolto alle pareti. E tutti i musicisti che militavano nella corrente della divisibilità (o almeno sembravano tutti. Comunque tanti e tanti).
Tutto era musica. Concerti, rielaborazioni, esperienze. Godimento totale del dare e ricevere musica, che assorbiva in sé tutte le altre sensazioni. Ricordava: mangiare e fare all’amore, passeggiare, dormire… non sognare, però, così ricordava.
Sensazioni subordinate, in qualche modo sospese sulla musica, che era in ogni cosa.
E fuori, oltre le grandi vetrate chiare del Palazzo, un cielo di freddo azzurro, la luce di un sole invernale su una sconfinata distesa di ghiaccio. Macchie più scure, così lontane da non essere distinguibili. Solo macchie, nel ghiaccio.
Azzurra Fantasia Eterna. Con tale nome l’aveva indicata il Creatore, presentandosi loro nell’unico sogno, ricorrente, che era dato avere e ripercorrere.
“Sono il Professor Bizz, il vostro Creatore, – aveva detto – grazie a me avete l’eternità e la musica. Compensatemi con la vostra musica e la vostra fedeltà.”
La sua tunica era azzurra, il volto affilato e indefinibile.
“L’arte non è scienza”, ripensò Lester. Ora l’arditezza architettonica intravista invertiva l’affermazione, trasformandola in domanda: la scienza può diventare arte? E la magia, tra l’una e l’altra?
Soprattutto, gli salì la voglia di suonare. Suonare qualcosa di nuovo evocato dall’inaspettata meraviglia.
«Cosa studiano i vostri scienziati?» Domandò Deuca, tanto per rompere la sensazione di imbarazzo che la stordiva.
«Non ci sono limiti alle loro ricerche.» Il mercante ostentò la sua soddisfazione d’essere ambasciatore dell’intelligenza applicata. «Nessuno al di fuori conosce precisamente l’oggetto e lo sviluppo delle discipline. Se ne vedono assai raramente risultati concreti. E’ alta teoria quella che vive nelle menti e negli strumenti via via più perfezionati al Palazzo delle Scienze. Vi si interrogano i misteri della vita e del cosmo. Prima o poi ci regaleranno la chiave per valicare il confine delle conoscenze tra l’uomo e gli Dei. allora saremo potenti, non ci sarà prodigio in grado di intimorirci…»
«Credevo Tarnova interamente concentrata sui problemi del presente.» Deuca lo interruppe, colpita dalla rivelazione di fatti mai usciti dalle mura della città. «Quelli del proprio sviluppo economico, commerciale, politico.»
«Così lasciamo pensare gli stranieri e pure la maggioranza dei nostri concittadini.»