Un romanzo in omaggio




Stando a casa, riorganizzando la propria vita in queste circostanze difficili ed eccezionali, si riapre a tutti lo spazio per leggere.
Associandomi a simili iniziative, rendo disponibile in forma gratuita il mio primo romanzo edito, La Venere Spezia, dei cui diritti sono rientrato recentemente in possesso essendone scaduto il contratto di pubblicazione.
Si tratta del primo – e finora unico – romanzo italiano che narra del calcio femminile. Scritto e pubblicato prima che questa affascinante disciplina conquistasse la fama che merita grazie alle imprese della nazionale italiana ai mondiali di Francia del 2018.
La Venere Spezia, pubblicato per la prima volta nell’aprile 2018, anticipa, in una storia di fantasia, il professionismo delle ragazze, esalta l’autonomia e l’originalità del calcio femminile rispetto ai modelli maschili.
Un romanzo che è un inno alla bellezza: del calcio, delle donne, dei paesaggi tirrenici, dell’amore, del coraggio, dell’armonia.
Perché la bellezza salverà il mondo e il calcio femminile può esserne, come nella mia storia costruita intorno alla squadra femminile spezzina, una splendida ed efficace metafora.
Offro l’opera con una nuova copertina, in formato pdf.
Per averla, è sufficiente scrivere all’indirizzo mail giorgio@giorgioperuzionarra.it, indicando: Cognome, nome, città di residenza e richiedendo l’invio del file con la specificazione dell’indirizzo di posta elettronica sul quale si intende riceverlo. Chi lo farà, oltre alla spedizione del romanzo, leggibile su ereader, PC e Tablet, riceverà anche notizia degli articoli che, in futuro, pubblicherò sul mio blog.
Spero che la lettura vi incuriosisca. Se vi darà buone emozioni, sarò lieto di ricevere i vostri commenti.


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L’emozione di parlar del mio libro

Libreria dell’acciuga, a Cuneo, giovedì 13 febbraio. Prima presentazione pubblica del mio romanzo.

Non potendo contare sull’editore, debbo l’iniziativa al piglio della mia amica Patrizia.

Perfetto ospite Nello, libraio appassionato e sereno.

Arrivo stanco, con il peso di un periodo nel quale molto mi sono impegnato per far conoscere la mia opera, affidandomi quasi soltanto al web (sul quale i riscontri sono labili e impercettibili) perché i canali distributivi e promozionali sono monopolizzati dai grandi gruppi editoriali e propongono in prevalenza libri aderenti a modelli standard. E perché in Italia si legge poco, le librerie indipendenti faticano a campare, i piccoli editori sono schiacciati dal dominio dei grandi circuiti, il mercato è intasato da pubblicazioni a pagamento.

Un quadro fosco, che dimentico non appena si inizia l’incontro.

Nello esordisce con domande che vanno al cuore delle mie ispirazioni.

Cosa spinge un serial killer a uccidere?

Come hai scelto il personaggio principale e gli altri protagonisti?

Perché lo scenario di Firenze?

Bravo! Mi spinge a calarmi nella trama e a spiegarne ragioni e senso.

Alla prima questione rispondo che un serial killer, per definizione uno psicopatico, agisce in base a ossessioni. Tuttavia – e qui sta forse l’originalità della vicenda, che fonda il titolo, centrandolo sul movente – quando si giungerà alla conclusione dell’indagine, si scoprirà che le motivazioni dell’assassino non sono poi così perversamente logiche, che l’idea d’odio che ha guidato i delitti è assai meno definita di quanto immaginassero gli inquirenti e che la mente che se n’è saziata non è lucida come lasciava credere la dinamica rigorosa e attenta delle esecuzioni.

Altrettanto oscillante è l’andamento delle indagini, tanto che la strategia adottata proprio in ragione del supposto movente produrrà effetti diversi da quelli attesi e, scatenando reazioni e comportamenti imprevisti, finirà per produrre l’esito positivo dell’inchiesta attraverso una strada diversa da quella programmata. Il vicequestore vincerà, alla fine, grazie a conseguenze laterali delle sue scelte. Una implicita conferma della legge di Dunn: non c’è programmazione che tenga dinanzi a una bella botta di culo! A patto di saperla riconoscere e afferrare.

Il mio profiler ha una genesi singolare. Mia moglie Anna, qualche anno addietro, mi chiedeva di narrarle storie per accompagnarla al sonno. Eravamo in vacanza a Cervia. Decisi di tentare un taglio giallo all’affabulazione.

Improvvisai storielle di delitti, cui doveva trovare la soluzione il giovane commissario Diomede Gabuzzi, appena approdato alla Questura di Forlì.

Quelle brevi narrazioni mi parvero buone basi per autentici romanzi gialli.

Qualche tempo dopo frugai nella memoria e le tradussi in appunti.

Nella mia mente Diomede Gabuzzi cominciò a diventare un personaggio sempre più individuato: la sua biografia, il suo percorso, le sue indagini.

Quando finalmente ebbi il tempo e la serenità per dedicarmi a scrivere romanzi, non poteva che esserne il protagonista.

Non principale nel mio primo romanzo edito, La Venere Spezia, che narrava di calcio femminile ed era un giallo anomalo.

Conquistò le luci della ribalta venendo promosso vicequestore a Firenze e venendo sfidato dal serial killer che cercava di mascherare i suoi delitti spacciandoli per morti naturali.

Intorno a lui molti sono i protagonisti, con divagazioni che li distendono come liane intorno al tronco della narrazione.

L’amicizia, l’amore, la competizione, l’orgoglio, la lealtà, il coraggio animano le loro relazioni. Il mio romanzo non è una caccia al colpevole ravvivata da colpi di scena, bensì il dipanarsi di azioni e sentimenti che si intrecciano con la dimensione sociale delle tematiche che li muovono.

Firenze? La città della bellezza e della storia. Dell’intelligenza e dell’arte. Dove ad ogni angolo sta in agguato la sindrome di Stendhal. Un luogo che racchiude magia, fascino, ma anche misteri. Perfetta come sfondo di un giallo, ispiratrice di una trama misteriosa che si affaccia all’attenzione del vicequestore Gabuzzi: un’inchiesta secondaria che cresce in tensione e rilevanza via via che nuovi elementi si aggiungono, fino a un esito vibrante, ma forse non definitivo.

Ecco, sento che l’emozione mi sta riempendo. Tremo, non nella voce e neppure nell’apparenza dei gesti. Intimamente. L’ispirazione è un rapimento: ricordarla, descriverla, riviverla, è il flashback dilatato di un’esperienza suprema.

Quando una storia prende l’abbrivio devi seguirla, assecondarla, offrirle le tue passioni, cercare la forma per renderne insieme l’essenzialità e l’accidentalità, la puntualità e l’incertezza cronologica, l’importanza e l’irrilevanza.

La storia ti prende e ti costringe a non lasciarla. Fino alla fine. Avevi in mente una traiettoria, ma la strada tra la partenza e l’arrivo sarà differente, più tortuosa e varia, ricca di asperità e di inversioni. Non ti perderai, se sai mantenere la coerenza del racconto, potrai arrivare al traguardo che t’eri fissato, ma sarai diverso da quello che eri quando ti sei messo in cammino. Il tuo cuore avrà battuto di gioia e di trepidazioni, le tue mani faticheranno a tornare ferme dopo i fremiti dei sentimenti che hai riversato sulla tastiera.

Come tremarono le mie dita, stringendo la penna, mentre scrivevo le dediche agli amici che mi porgevano la copia del mio libro.

Che bello firmare, seduto tra pareti piene di libri, vedendo negli occhi degli amici che l’incontro aveva lasciato anche a loro sensazioni positive. Un legame rinnovato dalla forza delle emozioni.

Questione di stile

Un editore cui inviai il manoscritto del mio terzo romanzo mi rispose che il mio lavoro era “godibile, appassionante”, ma viziato da un linguaggio arcaico e da “nomi rococò”. Mi propose un editing “robusto” per superare questi difetti e rendere il romanzo “divertente e attuale”.

Ho rifiutato. Non per supponenza: so bene che ogni manoscritto necessita di revisione attenta, che un buon editing è anche assai formativo per l’autore, utile a farlo maturare e migliorare.

Ma la possibilità di narrare creazioni immaginative, di costruire una storia coerente e viva, è indissolubilmente legata alla personale espressione dell’autore.

Il mio stile necessita di progressi, ma non potrà non mantenere due tratti caratteristici.

L’uno è la ricerca della terminologia e della costruzione che diano chiarezza alla vicenda, che facciano vibrare la psicologia e i sentimenti dei protagonisti, che diano una rappresentazione quasi cinematografica delle scene.

Questo può somigliare a una letteratura dei tempi passati. Forse scavare tra i sinonimi, cercar gli aggettivi che colorano la trama, attardarsi nelle inquadrature di sfondo, può riuscire tedioso ai lettori che desiderano arrivare presto all’esito dell’azione.   

Tuttavia, senza l’esplodere dei particolari, la storia avanzerebbe più esile, i personaggi si presenterebbero più opachi.

Non saprei scrivere con un linguaggio secco, tutto ritmo ad imitazione dei giochi elettronici tutti forgiati sullo scatto e la velocità.

Non obbedisco alle regole omologanti che piegano la narrativa di genere ad obbedire all’impoverimento del dizionario e le trame a proporre colpi di scena secondo cadenze da manuale.

Il secondo elemento tipico – e irrinunciabile – delle mie storie è l’uso di una nomenclatura volutamente eccentrica. I nomi propri che attribuisco agli interpreti affondano le radici nella mitologia anziché rifarsi alle icone americane. Talora poi – e qui entriamo nel gioco che fa ridere la mia penna – i cognomi sono evocativi, con un pizzico d’ironia. Con la nomenclatura mi diverto, convinto che un nome fuori dal comune resterà nella memoria del lettore (a condizione, ovviamente, che il personaggio gli abbia comunicato emozioni e l’abbia affascinato) più di un “Mario Rossi”.

Una delle domande più ricorrenti rivolte a uno scrittore lo interroga sugli autori che lo hanno ispirato. E la domanda si fa tanto più insistente in relazione al modo di scrivere (lo stile, appunto) piuttosto che ai temi.

Io non saprei indicare miei riferimenti stilistici. Mi emozionano i poeti ermetici e apprezzo i giallisti scandinavi. Potrei citare tanti autori, di epoche e generi diversi, ma di nessuno mi pare di seguire le orme.

Definire il mio personale stile è esercizio che lascio volentieri ai lettori cui piacerà farlo.

Nelle mie opere – che seguiterò a scrivere per il gusto di mettere in pagine ordinate le cavalcate della mia fantasia – resteranno, spero via via confortate da belle esperienze di editing condiviso, timbri cui sono legato: nomenclatura bizzarra, amore per la parola, note introspettive, istantanee ambientali, esposizione del mood delle figure in scena.

Soltanto con queste pennellate saprei offrire storie che propongo non per sfidare il lettore nell’indagine fino all’inseguimento del finale, ma come un viaggio di scoperta e di continuo rilancio dello sguardo oltre l’orizzonte. Dove l’epilogo è l’introduzione a nuove domande, alla possibilità di una nuova storia.

L'onda del movente



Guardo e sfoglio il mio secondo romanzo edito e vorrei potesse arrivare a esser conosciuto dal pubblico.
L’ho riletto, ne ho assaporato i tanti motivi, resto orgoglioso della coerenza e tenuta della trama.
Potrà piacere a chi ama il genere poliziesco, ma spero venga letto con uno sguardo più ampio e il gusto di coglierne i risvolti relazionali e sociali.
Si scrive trasfigurando le proprie esperienze, i voli della fantasia mantengono un filo sottile, quasi invisibile e mai reciso, con il passato e la storia vissuta.
Per questo nel mio romanzo echeggiano alcuni dei dilemmi della società contemporanea e altrettanto, attraverso la galleria di personaggi e le vicende in cui sono immersi, rappresento contraddizioni, pulsioni e desideri, speranze e frustrazioni, voglia di lieto fine che si misura, tuttavia, con l’imperfezione che rende ancor più affascinante il viaggio della vita.
Ora il romanzo entra nel circuito distributivo.
La navicella è fragile, ma spero che saprà reggere l’urto del mercato, dominato da omologazione guidata dai colossi che lo controllano e plasmano i gusti del pubblico.
Altre onde da affrontare, potenti e a me sconosciute, diverse da quella del movente.

#londadelmovente

#gialloitaliano

#instabook

#firenze

#leggeresempre

Il libro può essere acquistato on line. Indico, in calce, i link ai venditori più noti.

Può anche essere ordinato in libreria. Una scelta che preferisco, specie scegliendo le librerie indipendenti. La sopravvivenza delle librerie indipendenti è un baluardo della cultura. La presenza di librai appassionati è l’unico possibile veicolo per consentire la conoscenza di autori non sostenuti dalle grandi case editrici e dai circuiti mediatici che tendono a omologare comportamenti e visioni, appannando e insterilendo il panorama della letteratura (e della cultura in senso lato).

Per questo mi piacerebbe che chi vuol leggere il mio romanzo si rivolgesse alle librerie indipendenti e, se lo troverà interessante e piacevole, ne parlasse ai suoi amici, ne promuovesse la diffusione.

E sarei davvero lieto di ricevere commenti, comprese le critiche, che certo aiutano a comprendere i propri limiti e a tentare di migliorarsi.

https://www.ibs.it/onda-del-movente-libro-giorgio-peruzio/e/9788885503175

https://www.amazon.it/Londa-del-movente-Giorgio-Peruzio/dp/8885503179

https://www.librerie.coop/libri/9788885503175-londa-del-movente-parallelo45-edizioni

https://www.mondadoristore.it/L-onda-del-movente-Giorgio-Peruzio/eai978888550317

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Conseguenze laterali

Il lavoro di correzione delle bozze di stampa mi ha offerto l’opportunità di una nuova rilettura del mio romanzo.

L’intervallo di tempo tra la stesura definitiva e l’ultima revisione mi ha consentito di cogliervi una chiave che era rimasta implicita.

Dinanzi a situazioni critiche, le moderne discipline di scienza organizzativa suggeriscono di praticare il “pensiero laterale”.

L’onda del movente narra di una vicenda nella quale scelte e iniziative finalizzate a raggiungere determinati obiettivi originano conseguenze diverse da quelle attese. È così per le strategie dell’indagine, a scatenare comportamenti che ne complicano gli sviluppi. Si scoprirà, alla fine, che altrettanto è accaduto all’assassino seriale.

Ma, quasi per paradosso, tante “conseguenze laterali” volgeranno l’intreccio verso la soluzione del caso, anche se attraverso percorsi eccentrici, frutto, nella svolta decisiva, proprio dell’adozione di un pensiero laterale.

Anche per fortunate circostanze, che raddrizzeranno errori di prospettiva.

Insomma, più che di eterogenesi dei fini, la trama racconta come successi e insuccessi derivino dalla concatenazione tra scelte intenzionali, tentativi traversi, capacità di afferrare opportunità e capricci della fortuna.

Legge di Dunn e razionalità nutrita da una buona dose di fantasia! Perché la vita non scorre su vie lineari.

In fondo, la formula che il Questore Burnidei chiede al vicequestore Gabuzzi, nominandolo a capo della neocostituita Squadra Scientifica Investigativa, di applicare: Osservazione, Analisi, Intuito, Immaginazione.

Un invito che Diomede Gabuzzi adotta con passione, cercando di giocare le sue qualità di profiler nella caccia al serial killer che fa tremare i fiorentini e districandosi nell’inchiesta secondaria su una misteriosa organizzazione criminale che emerge sottotraccia.

Molti temi affiorano nella successione delle scene e nei rapporti tra i protagonisti.

Questo mio secondo romanzo rispecchia le mie vocazioni: nonostante le tendenze dominanti a consumare cose, idee, sensazioni nell’effimero spazio dell’attimo, credo che la ricerca della profondità e il riconoscimento della complessità siano gli antidoti contro la perdita dell’intelligenza del mondo e del sentimento dell’umano.

#londadelmovente

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Apocalypse now – Final cut: la ricerca della perfezione

Francis Ford Coppola ci ha offerto la versione per lui definitiva e migliore del suo capolavoro Apocalypse now.

Per tre ore il film scorre con il suo fluire lento, spezzato da improvvise e laceranti accelerazioni. Il cammino nell’orrore si alimenta di frasi secche, di un ambiente insieme magnifico e opprimente, di impulsi improvvisi e devastanti, di irragionevoli fughe dei ricordi del mondo ormai lontano e perduto.

Il montaggio è impeccabile, nulla pare casuale, non c’è ridondanza e l’apparente eccesso è coerente allo smarrimento di ogni vincolo morale.

Che l’opera cinematografica sia memorabile lo si comprende sin dalla prima geniale sequenza.

La musica ossessiva dei Doors avvince dietro il battito ritmico delle pale dell’elicottero per poi esplodere nell’attacco aereo, confuso nella polvere sollevata dai rotori durante l’atterraggio. La scena si dilata. The end, la fine, è l’inizio del lungo incubo. Le pale cambiano nella dissolvenza, divenendo quella del ventilatore a soffitto sulla testa del capitano Willard, nudo, sudato e già disperato nella sua stanza d’albergo a Saigon.

Un uomo segnato dalla guerra assurda nella quale vuole tornare attivo. La vigilia di un viaggio che lo porterà oltre le porte dell’inferno.

Nel cinema, l’incipit assume forza evocatrice ancor più che nei romanzi.

Dai primi minuti si coglie il capolavoro. Così è per 2001: Odissea nello spazio di Kubrick, con la clava che diviene astronave sulle note di Strauss. Altrettanto per Manhattan di Allen, con il ponte in bianco e nero sottolineato dalla musica di Gershwin

Nel film di Coppola l’avvio è travolgente, capace di comunicare immediatamente quell’inconsueto connubio tra il ritmo lento e la narrazione serrata che terrà viva la tensione per tutte le tre ore della proiezione.

La cura delle scene è magistrale.

L’alternanza tra i primi piani sui protagonisti, che dialogano senza comprendersi, e le scene in campo lungo, spesso trasformate in carrellate e zoom che esaltano la frenesia delle azioni belliche e degli scempi, mantiene alta e continua la carica drammatica.

Il regista domina la costruzione narrativa, rendendo gli attori docili strumenti della sua personale espressione. Martin Sheen, pure bravissimo nel ruolo, è ostaggio del racconto, mai avendo il permesso di prendersi la centralità delle scene.

Perfino Marlon Brando, la cui presenza è solita relegare sul fondo chi e ciò che gli sta attorno, qui è un pallido simulacro, perché nel suo personaggio contano più le parole recitate che la gestualità. Il pathos del simbolo supera, nel comandante Kurtz di Coppola, la psicologia dell’uomo.

 Notevoli sono le inquadrature dell’incarnazione del male (che tale è non per colpe proprie, ma per l’esperienza diabolica che ha attraversato). Dal basso, con giochi di ombre che quasi mai lasciano vedere tutto il viso, perché le smorfie sono meno importanti del buio ondivago che parzialmente le cela.

Pochi anni dopo, Ridley Scott giostrò in modo analogo la sequenza finale di Blade Runner.

Nei due episodi, infatti, vive tutta la tragedia dell’assenza di umanità.

Nel comandante Kurtz la perdita dell’ancoraggio alla natura umana, nell’androide Roy Batty l’impossibilità di raggiungerla.

Sofferenze di matrice diversa, che, per entrambi, spingono a cercare la fine non per redimersi ma per andarsene dal mondo e da sé.

Apocalypse now, come lo vediamo nella versione scelta dal regista, non è un film di guerra. Sfugge al confinamento in un genere, perché è un’opera che interroga sull’umano e sugli abissi che da esso possono precipitare nell’orrore.

Non è un film contro la guerra o contro l’imperialismo. Rappresenta la perdita del senso umano (e della ragione, prima o con esso) dentro quella guerra “per il nulla” (come sostiene fuggevolmente un colono francese arido e rancoroso, in un incontro con il protagonista).

Annuncia, forse neppure intenzionalmente, i traumi emotivi irrecuperabili che ogni reduce dalle giungle vietnamite porterà dentro di sé al rientro in patria.

L’inferno in cui il capitano Willard si immerge non è, come quello dantesco, formato da gironi, ma piuttosto un continuum di orrore declinato in ogni passaggio.

Ogni attore è solo nella desolazione della sua mente e nel vuoto della sua anima.

Tanto che il capitano Willard realizzerà la missione assegnata ben più per assecondare il desiderio di estrema fine del comandante Kurtz che per obbedienza al comando statunitense, cui neppure risponde alla radio.

E, di nuovo, la voce di Jim Morrison risuona a cantare The end.

L’orrore avvolge, nella circolarità del film e del senso dissennato.

Pisa – Sculture all’aperto

Pisa – Veduta di Piazza dei miracoli – La torre pendente e il Duomo

La città di Pisa ospita installazioni provvisorie della scultrice boema Anna Chromy. L’autrice si è da tempo stabilita a Pietrasanta, nei cui laboratori e fonderie ha proseguito la sua opera, trovando in terra di Versilia gli stimoli per la maturazione del senso plastico che sa conferire ai suoi bronzi.

Anna Chromy è la scultrice che può vantare il maggior numero di sculture permanenti poste in Europa e Cina.

Pisa ospita in questo periodo, nelle sue vie e piazze, una interessante rassegna di sculture della Chromy.

Già arrivando dalla stazione si viene accolti dal Susyphus. Proseguendo nella passeggiata si incontrano altre sculture, che culminano, rientrando verso la ferrovia, nell’Alcyon, nel quale i corpi dei due coniugi, con la figlia di Eolo già chimericamente mutata in uccello e Ceice lanciato a raggiungerla uscendo dagli inferi dove la collera di Zeus l’aveva sospinto.

Una scultura che vive della plastica ricerca di un’unione tra i corpi di due amanti tanto belli e sfortunati, nell’armonia tra le curve dei muscoli e dei gesti che nell’aria si inseguono.

L’arte riluce nel bronzo modellato.

Sisyphus
Don Giovanni
Ulysses
Prometheus
Chronos
Alcyon

San Diomede

Diomede – Copia romana in marmo bianco dell’originale greco


Oggi, 9 di ottobre, si festeggia, tra gli altri, San Diomede di Tarso, medico martirizzato in Nicea, proprio in quel giorno, insieme a Didimo e Diodoro.
Il principale Santo del giorno è, invece, San Dionigi.
Secondo altre agiografie, i tre martiri perirono l’11 di settembre (data che molti secoli più tardi suonò a tragedia di dimensione mondiale) e ancora ulteriori fonti fissano la celebrazione di San Diomede il 9 giugno o il 16 agosto.
Sia come sia, ognuno sceglie quando festeggiare il proprio onomastico.
Diomede Gabuzzi, già commissario in Emilia e successivamente promosso a vicequestore in Firenze, predilige il 9 di ottobre, anche perché, nella sua ormai articolata esperienza di investigatore, quello è un periodo nel quale il lavoro si presenta meno intenso. Non c’è una ragione a spiegarlo, ma la somma di coincidenze diventa rilevanza statistica. Il 16 agosto gran parte della popolazione è in ferie e un ufficiale di polizia deve stare sul chi va là, perché follia e intrighi sono in agguato. Il 9 giugno l’estate già si affaccia e l’esplodere del caldo improvviso, instabile e foriero di brusche variazioni termiche, scatena gli istinti criminali.
Il 9 di ottobre si colloca in un passaggio meno movimentato. Le inchieste in corso procedono senza scossoni, nessun efferato delitto risuona nei telefoni o precipita sulle scrivanie della Questura.
In verità, Diomede Gabuzzi non assegna grande importanza agli onomastici, anche perché suo padre lo battezzò con il nome che porta in onore di un mitico eroe greco, guerriero in patria e sotto le mura di Troia, poi esule, inseguito dalla collera di Atena, infine civilizzatore, fondatore di città sul versante italiano del Mare Adriatico.
Ma tant’è. Potendo cogliere un pretesto per festeggiare, è saggio e piacevole farlo.
Quest’anno, Diomede non può godere della presenza della sua fidanzata, impegnata in un convegno a Grosseto.
Così, ha deciso di prendersi un giorno di ferie e di accettare l’invito della sorella.  La raggiungerà ad Arceto, frazione di Scandiano dalle antiche ascendenze, dove lei vive. Ci saranno le sue due amabili gemelle, Sveva e Aida, che hanno da poco compiuto quattro anni. E ci sarà nonno Plinio, che ha promesso a Diomede di donargli un ricordo di gioventù. Una sorpresa, tanto rara nell’amorevole rapporto del padre con il figlio che entrò in Polizia, tradendo le speranze del professor Gabuzzi, che ambiva vedere Diomede affermarsi nell’insegnamento, come da tradizione di famiglia.
In attesa che il mio editore comunichi i tempi di uscita del romanzo che narra della prima impegnativa inchiesta fiorentina del vicequestore aggiunto Gabuzzi, non mi resta che augurargli un buon onomastico!

#londadelmovente presto in libreria.

Il fascino della quotidianità al femminile

IMG_20191002_180133Al Centro Matteucci di Viareggio è stata allestita la mostra “L’eterna musa”, aperta fino al 3 novembre 2019.
La scelta espositiva vuole illustrare il fascino della donna fuori dalle ricorrenze iconiche, mitiche e archetipiche con cui solitamente l’arte narra di donne in qualche modo eccezionali o simboliche.
Nei quadri, selezionati tra produzioni dell’Ottocento e del Novecento, il filo conduttore è la femminilità nella normalità.
Così si può apprezzare il valore delle donne attraverso la vita reale, senza filtri metaforici. Ne vien fuori una rassegna di volti e corpi e atteggiamenti che coinvolgono lo spettatore parlando delle donne come davvero sono, con il fascino della loro interiore forza e bellezza, consapevoli e orgogliose del loro ruolo. Donne dalla personalità stagliata, assai più autentica che ricercata.

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Giuseppe De Nittis: In vedetta

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Domenico Induno: Maternità

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Renato Natali: Donna con pappagalli

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Piero Nomellini: Ciociara

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Felice Casorati: Nudo con tenda rossa

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Francesco Hayez: Ritratto di Elisabetta Bassi Charlé

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Vito D’Ancona: Nudo

Andare nel vento

Ricevendo il premio
Il premio al primo, la bozza della copertina del secondo

Dovrò ancora sistemare l’editing…

Ritirato il premio, rifletto sulle ispirazioni del mio primo romanzo. Come nacque, quale viaggio mi rapì in un mondo che nasceva e trovava logiche sue, anche diverse da come inizialmente le avevo pensate e immaginate.

Quella targa che ne testimonia il valore mi sprona ad andare avanti.

Torno a casa e la metto vicino alla bozza di copertina del secondo romanzo, che scalpita per andare in libreria e che presto uscirà per Parallelo45 Edizioni.

Il commissario Gabuzzi, promosso vicequestore a Firenze, si delinea ormai con la sua personalità di profiler.

Altre avventure lo attendono e sono già pronte in bozza.

Scrivere è esprimere quel che ci nasce dentro. Per sé stessi, per liberare sentimenti e pensieri. Ma anche, quando si esce in pubblicazione, per donare ai lettori emozioni, solleticare curiosità, proporre riflessioni.

La passione diventa entusiasmo, quando ci si sente parte di una comunità di spiriti liberi che nelle parole, nel renderle poesia o narrativa, cercano la profondità dell’essere e la voglia di comunicare senza veli o infingimenti.

Quel vento che scelsi di prendere, con la mia adorata Anna, venendo a vivere a Viareggio, ora lo sento nelle vele. A spingermi sul mare della vita.

Così mi preparo per l’occasione conviviale della cena, dove l’arte e l’amicizia apriranno nuovi orizzonti.

Con gli auspici che mi offrono l’incendio del tramonto dietro le nubi sul mare e la dolce illusione di toccare la luna.

Il tramonto sul mare, Viareggio
Eh, si! Quella è la luna
Anna, l’amore della mia vita, abbraccia la bellezza della sera