Conseguenze laterali

Il lavoro di correzione delle bozze di stampa mi ha offerto l’opportunità di una nuova rilettura del mio romanzo.

L’intervallo di tempo tra la stesura definitiva e l’ultima revisione mi ha consentito di cogliervi una chiave che era rimasta implicita.

Dinanzi a situazioni critiche, le moderne discipline di scienza organizzativa suggeriscono di praticare il “pensiero laterale”.

L’onda del movente narra di una vicenda nella quale scelte e iniziative finalizzate a raggiungere determinati obiettivi originano conseguenze diverse da quelle attese. È così per le strategie dell’indagine, a scatenare comportamenti che ne complicano gli sviluppi. Si scoprirà, alla fine, che altrettanto è accaduto all’assassino seriale.

Ma, quasi per paradosso, tante “conseguenze laterali” volgeranno l’intreccio verso la soluzione del caso, anche se attraverso percorsi eccentrici, frutto, nella svolta decisiva, proprio dell’adozione di un pensiero laterale.

Anche per fortunate circostanze, che raddrizzeranno errori di prospettiva.

Insomma, più che di eterogenesi dei fini, la trama racconta come successi e insuccessi derivino dalla concatenazione tra scelte intenzionali, tentativi traversi, capacità di afferrare opportunità e capricci della fortuna.

Legge di Dunn e razionalità nutrita da una buona dose di fantasia! Perché la vita non scorre su vie lineari.

In fondo, la formula che il Questore Burnidei chiede al vicequestore Gabuzzi, nominandolo a capo della neocostituita Squadra Scientifica Investigativa, di applicare: Osservazione, Analisi, Intuito, Immaginazione.

Un invito che Diomede Gabuzzi adotta con passione, cercando di giocare le sue qualità di profiler nella caccia al serial killer che fa tremare i fiorentini e districandosi nell’inchiesta secondaria su una misteriosa organizzazione criminale che emerge sottotraccia.

Molti temi affiorano nella successione delle scene e nei rapporti tra i protagonisti.

Questo mio secondo romanzo rispecchia le mie vocazioni: nonostante le tendenze dominanti a consumare cose, idee, sensazioni nell’effimero spazio dell’attimo, credo che la ricerca della profondità e il riconoscimento della complessità siano gli antidoti contro la perdita dell’intelligenza del mondo e del sentimento dell’umano.

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Apocalypse now – Final cut: la ricerca della perfezione

Francis Ford Coppola ci ha offerto la versione per lui definitiva e migliore del suo capolavoro Apocalypse now.

Per tre ore il film scorre con il suo fluire lento, spezzato da improvvise e laceranti accelerazioni. Il cammino nell’orrore si alimenta di frasi secche, di un ambiente insieme magnifico e opprimente, di impulsi improvvisi e devastanti, di irragionevoli fughe dei ricordi del mondo ormai lontano e perduto.

Il montaggio è impeccabile, nulla pare casuale, non c’è ridondanza e l’apparente eccesso è coerente allo smarrimento di ogni vincolo morale.

Che l’opera cinematografica sia memorabile lo si comprende sin dalla prima geniale sequenza.

La musica ossessiva dei Doors avvince dietro il battito ritmico delle pale dell’elicottero per poi esplodere nell’attacco aereo, confuso nella polvere sollevata dai rotori durante l’atterraggio. La scena si dilata. The end, la fine, è l’inizio del lungo incubo. Le pale cambiano nella dissolvenza, divenendo quella del ventilatore a soffitto sulla testa del capitano Willard, nudo, sudato e già disperato nella sua stanza d’albergo a Saigon.

Un uomo segnato dalla guerra assurda nella quale vuole tornare attivo. La vigilia di un viaggio che lo porterà oltre le porte dell’inferno.

Nel cinema, l’incipit assume forza evocatrice ancor più che nei romanzi.

Dai primi minuti si coglie il capolavoro. Così è per 2001: Odissea nello spazio di Kubrick, con la clava che diviene astronave sulle note di Strauss. Altrettanto per Manhattan di Allen, con il ponte in bianco e nero sottolineato dalla musica di Gershwin

Nel film di Coppola l’avvio è travolgente, capace di comunicare immediatamente quell’inconsueto connubio tra il ritmo lento e la narrazione serrata che terrà viva la tensione per tutte le tre ore della proiezione.

La cura delle scene è magistrale.

L’alternanza tra i primi piani sui protagonisti, che dialogano senza comprendersi, e le scene in campo lungo, spesso trasformate in carrellate e zoom che esaltano la frenesia delle azioni belliche e degli scempi, mantiene alta e continua la carica drammatica.

Il regista domina la costruzione narrativa, rendendo gli attori docili strumenti della sua personale espressione. Martin Sheen, pure bravissimo nel ruolo, è ostaggio del racconto, mai avendo il permesso di prendersi la centralità delle scene.

Perfino Marlon Brando, la cui presenza è solita relegare sul fondo chi e ciò che gli sta attorno, qui è un pallido simulacro, perché nel suo personaggio contano più le parole recitate che la gestualità. Il pathos del simbolo supera, nel comandante Kurtz di Coppola, la psicologia dell’uomo.

 Notevoli sono le inquadrature dell’incarnazione del male (che tale è non per colpe proprie, ma per l’esperienza diabolica che ha attraversato). Dal basso, con giochi di ombre che quasi mai lasciano vedere tutto il viso, perché le smorfie sono meno importanti del buio ondivago che parzialmente le cela.

Pochi anni dopo, Ridley Scott giostrò in modo analogo la sequenza finale di Blade Runner.

Nei due episodi, infatti, vive tutta la tragedia dell’assenza di umanità.

Nel comandante Kurtz la perdita dell’ancoraggio alla natura umana, nell’androide Roy Batty l’impossibilità di raggiungerla.

Sofferenze di matrice diversa, che, per entrambi, spingono a cercare la fine non per redimersi ma per andarsene dal mondo e da sé.

Apocalypse now, come lo vediamo nella versione scelta dal regista, non è un film di guerra. Sfugge al confinamento in un genere, perché è un’opera che interroga sull’umano e sugli abissi che da esso possono precipitare nell’orrore.

Non è un film contro la guerra o contro l’imperialismo. Rappresenta la perdita del senso umano (e della ragione, prima o con esso) dentro quella guerra “per il nulla” (come sostiene fuggevolmente un colono francese arido e rancoroso, in un incontro con il protagonista).

Annuncia, forse neppure intenzionalmente, i traumi emotivi irrecuperabili che ogni reduce dalle giungle vietnamite porterà dentro di sé al rientro in patria.

L’inferno in cui il capitano Willard si immerge non è, come quello dantesco, formato da gironi, ma piuttosto un continuum di orrore declinato in ogni passaggio.

Ogni attore è solo nella desolazione della sua mente e nel vuoto della sua anima.

Tanto che il capitano Willard realizzerà la missione assegnata ben più per assecondare il desiderio di estrema fine del comandante Kurtz che per obbedienza al comando statunitense, cui neppure risponde alla radio.

E, di nuovo, la voce di Jim Morrison risuona a cantare The end.

L’orrore avvolge, nella circolarità del film e del senso dissennato.

Pisa – Sculture all’aperto

Pisa – Veduta di Piazza dei miracoli – La torre pendente e il Duomo

La città di Pisa ospita installazioni provvisorie della scultrice boema Anna Chromy. L’autrice si è da tempo stabilita a Pietrasanta, nei cui laboratori e fonderie ha proseguito la sua opera, trovando in terra di Versilia gli stimoli per la maturazione del senso plastico che sa conferire ai suoi bronzi.

Anna Chromy è la scultrice che può vantare il maggior numero di sculture permanenti poste in Europa e Cina.

Pisa ospita in questo periodo, nelle sue vie e piazze, una interessante rassegna di sculture della Chromy.

Già arrivando dalla stazione si viene accolti dal Susyphus. Proseguendo nella passeggiata si incontrano altre sculture, che culminano, rientrando verso la ferrovia, nell’Alcyon, nel quale i corpi dei due coniugi, con la figlia di Eolo già chimericamente mutata in uccello e Ceice lanciato a raggiungerla uscendo dagli inferi dove la collera di Zeus l’aveva sospinto.

Una scultura che vive della plastica ricerca di un’unione tra i corpi di due amanti tanto belli e sfortunati, nell’armonia tra le curve dei muscoli e dei gesti che nell’aria si inseguono.

L’arte riluce nel bronzo modellato.

Sisyphus
Don Giovanni
Ulysses
Prometheus
Chronos
Alcyon

San Diomede

Diomede – Copia romana in marmo bianco dell’originale greco


Oggi, 9 di ottobre, si festeggia, tra gli altri, San Diomede di Tarso, medico martirizzato in Nicea, proprio in quel giorno, insieme a Didimo e Diodoro.
Il principale Santo del giorno è, invece, San Dionigi.
Secondo altre agiografie, i tre martiri perirono l’11 di settembre (data che molti secoli più tardi suonò a tragedia di dimensione mondiale) e ancora ulteriori fonti fissano la celebrazione di San Diomede il 9 giugno o il 16 agosto.
Sia come sia, ognuno sceglie quando festeggiare il proprio onomastico.
Diomede Gabuzzi, già commissario in Emilia e successivamente promosso a vicequestore in Firenze, predilige il 9 di ottobre, anche perché, nella sua ormai articolata esperienza di investigatore, quello è un periodo nel quale il lavoro si presenta meno intenso. Non c’è una ragione a spiegarlo, ma la somma di coincidenze diventa rilevanza statistica. Il 16 agosto gran parte della popolazione è in ferie e un ufficiale di polizia deve stare sul chi va là, perché follia e intrighi sono in agguato. Il 9 giugno l’estate già si affaccia e l’esplodere del caldo improvviso, instabile e foriero di brusche variazioni termiche, scatena gli istinti criminali.
Il 9 di ottobre si colloca in un passaggio meno movimentato. Le inchieste in corso procedono senza scossoni, nessun efferato delitto risuona nei telefoni o precipita sulle scrivanie della Questura.
In verità, Diomede Gabuzzi non assegna grande importanza agli onomastici, anche perché suo padre lo battezzò con il nome che porta in onore di un mitico eroe greco, guerriero in patria e sotto le mura di Troia, poi esule, inseguito dalla collera di Atena, infine civilizzatore, fondatore di città sul versante italiano del Mare Adriatico.
Ma tant’è. Potendo cogliere un pretesto per festeggiare, è saggio e piacevole farlo.
Quest’anno, Diomede non può godere della presenza della sua fidanzata, impegnata in un convegno a Grosseto.
Così, ha deciso di prendersi un giorno di ferie e di accettare l’invito della sorella.  La raggiungerà ad Arceto, frazione di Scandiano dalle antiche ascendenze, dove lei vive. Ci saranno le sue due amabili gemelle, Sveva e Aida, che hanno da poco compiuto quattro anni. E ci sarà nonno Plinio, che ha promesso a Diomede di donargli un ricordo di gioventù. Una sorpresa, tanto rara nell’amorevole rapporto del padre con il figlio che entrò in Polizia, tradendo le speranze del professor Gabuzzi, che ambiva vedere Diomede affermarsi nell’insegnamento, come da tradizione di famiglia.
In attesa che il mio editore comunichi i tempi di uscita del romanzo che narra della prima impegnativa inchiesta fiorentina del vicequestore aggiunto Gabuzzi, non mi resta che augurargli un buon onomastico!

#londadelmovente presto in libreria.

Il fascino della quotidianità al femminile

IMG_20191002_180133Al Centro Matteucci di Viareggio è stata allestita la mostra “L’eterna musa”, aperta fino al 3 novembre 2019.
La scelta espositiva vuole illustrare il fascino della donna fuori dalle ricorrenze iconiche, mitiche e archetipiche con cui solitamente l’arte narra di donne in qualche modo eccezionali o simboliche.
Nei quadri, selezionati tra produzioni dell’Ottocento e del Novecento, il filo conduttore è la femminilità nella normalità.
Così si può apprezzare il valore delle donne attraverso la vita reale, senza filtri metaforici. Ne vien fuori una rassegna di volti e corpi e atteggiamenti che coinvolgono lo spettatore parlando delle donne come davvero sono, con il fascino della loro interiore forza e bellezza, consapevoli e orgogliose del loro ruolo. Donne dalla personalità stagliata, assai più autentica che ricercata.

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Giuseppe De Nittis: In vedetta

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Domenico Induno: Maternità

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Renato Natali: Donna con pappagalli

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Piero Nomellini: Ciociara

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Felice Casorati: Nudo con tenda rossa

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Francesco Hayez: Ritratto di Elisabetta Bassi Charlé

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Vito D’Ancona: Nudo

Andare nel vento

Ricevendo il premio
Il premio al primo, la bozza della copertina del secondo

Dovrò ancora sistemare l’editing…

Ritirato il premio, rifletto sulle ispirazioni del mio primo romanzo. Come nacque, quale viaggio mi rapì in un mondo che nasceva e trovava logiche sue, anche diverse da come inizialmente le avevo pensate e immaginate.

Quella targa che ne testimonia il valore mi sprona ad andare avanti.

Torno a casa e la metto vicino alla bozza di copertina del secondo romanzo, che scalpita per andare in libreria e che presto uscirà per Parallelo45 Edizioni.

Il commissario Gabuzzi, promosso vicequestore a Firenze, si delinea ormai con la sua personalità di profiler.

Altre avventure lo attendono e sono già pronte in bozza.

Scrivere è esprimere quel che ci nasce dentro. Per sé stessi, per liberare sentimenti e pensieri. Ma anche, quando si esce in pubblicazione, per donare ai lettori emozioni, solleticare curiosità, proporre riflessioni.

La passione diventa entusiasmo, quando ci si sente parte di una comunità di spiriti liberi che nelle parole, nel renderle poesia o narrativa, cercano la profondità dell’essere e la voglia di comunicare senza veli o infingimenti.

Quel vento che scelsi di prendere, con la mia adorata Anna, venendo a vivere a Viareggio, ora lo sento nelle vele. A spingermi sul mare della vita.

Così mi preparo per l’occasione conviviale della cena, dove l’arte e l’amicizia apriranno nuovi orizzonti.

Con gli auspici che mi offrono l’incendio del tramonto dietro le nubi sul mare e la dolce illusione di toccare la luna.

Il tramonto sul mare, Viareggio
Eh, si! Quella è la luna
Anna, l’amore della mia vita, abbraccia la bellezza della sera

Non incubo ma atto d’accusa

A volte i sogni vanno oltre ogni nostra fantasia.

Come quello che ora cerco di raccontare, raccogliendo stille di quel che rammento, giacché le produzioni oniriche al mattino svaniscono ed è immane fatica ricostruirne contenuti, flusso e senso.

Un grande scrittore, artista immenso, offre al mondo un’opera inquietante e di forte impatto estetico.

Su un palcoscenico all’aperto linee di fuoco si intrecciano e danzano, creando effetti di luce ammalianti.

Splendido e coinvolgente.

Poi crescono e si trasformano, divengono sottili rami iridescenti che vibrano, finché l’intensità li rende d’argento e si ravvivano del germogliare di foglie. Il verde candido e fresco porta serenità alla mente e pace nel cuore.

Ma all’improvviso una nuova pulsazione muta la creazione, la rattrappisce. I rami si seccano e assumono colorazione grigiastra. Il tessuto degrada, si macera e il grigio rilascia bave più scure. Perfino il cielo sembra incupirsi sopra il telaio che lentamente decade e si avvia a morire.

Guardandolo, l’anima si stringe. Piange. Si dispera.

L’installazione parla di una fine che tutti ci coinvolge.

Abbiamo visto una donna che sboccia e, nella sua bellezza infinita, chiama a un atto d’amore, che tuttavia si infrange nel declino dell’inattesa e incompresa putrefazione.

Le domande si affollano a confondere i pensieri.

Perché?

Come può la meraviglia corrompersi fino a marcire?

Alla fine, il significato dell’opera colpisce come lo schiaffo di un gigante irato.

Sul palcoscenico scorre la metafora del nostro pianeta.

Del quale abbiamo tradito l’incanto, spezzandone l’equilibrio.

Senza ritorno?

Al nostro presente, ai nostri comportamenti, la risposta.

Ricordi per Gimondi

Conservo un ricordo molto vivido del momento in cui scoprii il Gimondi campione.

Avevo 10 anni, era il 1964. Già dall’età di sei anni avevo preso a leggere avidamente Topolino, dalla prima all’ultima vignetta, dalle parole della copertina a quelle della quarta, divorando tutto ciò che vi veniva scritto.

Allora, nel volumetto settimanale due pagine centrali erano dedicate allo sport.

In un numero di luglio, venne pubblicato un servizio su un giovane atleta italiano che aveva vinto il Tour de l’Avenir, il giro di Francia riservato ai ciclisti dilettanti.

Nella memoria mi si ripresenta la foto di un giovane con la faccia lunga, cui il sorriso non riusciva a mitigare la fisionomia di un uomo già avanti negli anni. Eppure aveva 22 anni, aveva vinto una gara importante, aveva strappato un prestigioso passaggio per il professionismo, stava compiendo il Giro d’onore nello stadio parigino, in maglia gialla e con un gran mazzo di fiori in mano.

Gimondi si dimostrò un campione di rango già al successivo primo anno tra i professionisti. Partì come scudiero di Vittorio Adorni, capitano della squadra Salvarani e finì terzo al Giro d’Italia. Si schierò alla partenza del Tour de France per aiutare il caposquadra nel tentativo di realizzare la doppietta dopo il successo in patria. Invece Adorni dovette ritirarsi per una indisposizione, mentre Felice Gimondi aveva, nel frattempo, conquistato la maglia gialla, grazie a una fuga sottovalutata dagli avversari. Rimasto inaspettatamente leader, riuscì a respingere gli attacchi di Raymond Puolidor, grande favorito della corsa in assenza di Jacques Anquetil. Arrivò a Parigi in maglia gialla (come già l’anno prima tra i dilettanti), dominando le sfide a cronometro e guadagnandosi la stima dei francesi, che lo chiamavano accentando la “i” finale.

Divenne il mio idolo e lo seguii durante tutta la carriera, nella quale vinse meno di quel che ci si aspettava, perché all’orizzonte sorse la stella dell’inarrivabile Merckx.

Era un uomo schietto, onesto, mai sopra le righe. Un emblema di un ciclismo non più eroico ma ancora a misura umana.

Lo ricordo ancor oggi con la sua espressione severa e quasi triste, che nascondeva la serenità di chi si impegna con coraggio per raggiungere il massimo. Anche se davanti c’è il cannibale, anche se il cielo si oscura e vomita pioggia e vento sulla strada diventata improvvisamente viscida e infida, anche se alla fine non si arriva primi.

Perché così riuscì a vincere ogni tipo di corsa, fino a piazzare lo sprint fulminante (lui che era un passista scalatore, certo non un velocista) nella volata che concluse la fuga dei mondiali 1973, su un circuito durissimo che seppe interpretare magistralmente, lasciando dietro il giovane Maertens, il fuoriclasse Ocaña, il campionissimo Merckx. Nel 1974, con la maglia di campione del mondo vinse la Milano-Sanremo. Nel 1976 sul finire del fulgore atletico, si aggiudicò per la terza volta il Giro d’Italia.

Ciao Felice, con te seguire le gare ciclistiche assumeva ancora un sapore romantico.

Al Tour de l’Avenir 1964

Durante il giro d’onore al Parco dei Principi di Parigi, vincitore del Tour de France 1965

Contro le Bestie (che ruggiscono nel web)

Sto scrivendo un romanzo giallo incentrato sul contrasto a una organizzazione criminale che lucra nel mercato della moda low cost, sia con classici atti delittuosi che grazie a un complesso sistema di manipolazione delle menti dei potenziali clienti diffuso sui social con inserimento di messaggi di persuasione occulta infiltrati sotto falsa identità (di influencer), moltiplicazione di troll, falsi profili, falsi commenti.

L’efficacia di tali operazioni deriva dall’analisi dei comportamenti degli utenti e la successiva elaborazione di forme di messaggio plasmate per catturare i consensi.

Durante una delicata riunione del gruppo investigativo, il Procuratore Capo di Lucca si lascia andare a uno sfogo.

Il Dottor D’Archilana ha passato i 60 anni, fuma la pipa, non si vergogna della sua pancetta, veste un po’ all’antica, proviene da una famiglia di magistrati, come indica anche il nome Giusto, che suo padre gli impose alla nascita. Non fece mai carriera come le sue doti parevano meritare perché rifiutò di partecipare ai giochi di corrente o di legarsi a qualche potentato.

Gode di grande stima per le sue esternazioni sul costume e la società, sempre equilibrate e acute.

Nell’incontro, il pool deve decidere la strategia processuale, giacché l’organizzazione criminale è stata individuata e i suoi componenti identificati, sebbene non ancora catturati (e probabilmente fuggiti all’estero).

I Servizi segreti hanno comunicato che l’inchiesta sull’avvenuta e accertata manipolazione debba essere secretata.

I Magistrati accolgono l’ordine con imbarazzo e fastidio. Il caso ha grande rilievo, svolgere dibattimenti a porte chiuse e negare la pubblicità alla vicenda non sarà agevole.

Giusto D’Archilana inserisce nella discussione alcune considerazioni che ritenga valgano a orientare le scelte.

ESTRATTO dal Romanzo “Nero come la moda” (in corso di composizione)

(…)

«Viviamo tempi travagliati, strani e difficili. L’aspirazione alla notorietà si traduce in comportamenti individualisti che annullano la soggettività. Un ossimoro che descrive una pericolosa realtà. La voglia di essere riconosciuti sfocia nella assimilazione dentro gruppi a matrice imitativa. Si insegue l’illusione del successo scimmiottando le icone dello sport, dello spettacolo, della moda. Come falene attirate dalla luce, i giovani e tutti quelli che vorrebbero esserlo o fermare lo scorrere delle stagioni, cercano simboli e gesti che appaghino il bisogno di apparenza.

Ormai, per la maggior parte delle persone, la vita diviene frenetico inseguimento alla visibilità. Il senso di solitudine viene mitigato dall’affiliazione tribale, nell’inesausta ricerca di protagonismo sulle scene del villaggio globale, nel quale ciascuno sgomita nell’indistinta pletora dei concorrenti, sedicenti amici. Prevalgono i sentimenti di rancore e invidia, istinti violenti contro chi appare godere di una fortuna che si pensa di meritare e ci si vede negata. Questo sfocia nell’odio verso chi non può o non vuole salire sul medesimo palcoscenico del nulla, dove di rappresenta l’adesione ai modelli proposti dall’influencer di turno.

Così la popolazione è esposta all’imposizione dell’istante, che tutto risolve. Il tempo è una linea indistinta di presente, successione di attimi senza filo logico. La storia è abolita, non solo nella dimensione collettiva, ma anche a livello personale. Il futuro sembra troppo lontano per dedicarvi anche solo una frazione delle proprie risorse, tutte assorbite nell’adrenalinico lampo che accende il momento di esaltazione.

L’universo comunicante bombarda con l’inarrestabile cascata delle domande di presenza, da esaudire con l’adesione e il possesso: di oggetti, di eventi, di accessori, di frasi ripetute e rimbalzate, in una sarabanda che stordisce. Una marea montante di sollecitazioni, di realtà aumentata gonfia di desideri aumentati.

Una dinamica che spalanca lo spazio all’intrusione degli stregoni che virano la pubblicità in sofisticati imbrogli mediatici, arrivando a vette di circonvenzione che superano ogni malata fantasia di dominio. Fenomeni che non si combattono contrapponendo strepiti a urla. Neppure affermando illuministicamente il primato della ragione.

C’è un confine sottile tra convincimento e circonvenzione. Per dare verità giuridica alla realizzazione della seconda, agiremmo su capitoli penali assai labili e incerti. Se noi mandassimo a processo, sotto i riflettori dell’opinione pubblica, le azioni di persuasione occulta, non faremmo un buon servizio al Paese. Proprio chi subisce la manipolazione sarebbe pronto a negarlo, per non ammettere la propria debolezza.

I dibattimenti vedrebbero la feroce difesa degli imputati, pronti a porre l’accento sulla capacità di conquistare legittimamente il consenso delle masse, che cedono a richiami diffusi senza malizia e in buona fede. Ne verrebbe fuori una babele di polemiche, tali da confondere i profani. Finiremmo per alimentare stati d’animo che rafforzano i pericoli delle campagne malevole via web. Anziché far crescere la prudenza nell’accostamento ai messaggi delle sirene ammaliatrici, generemo un fastidioso rumore di fondo sul quale il canto ingannatore si alzerebbe ancora più forte«.

«Dove vuole arrivare, dottor D’Archilana?» Domandò il Procuratore Vettini, che paventava una ritirata, incompatibile con l’obbligatorietà dell’azione penale.

Il Procuratore mordicchiò il cannello della pipa, ne aspirò il profumo di tabacco che, sebbene spento da oltre due ore, gli mandava ancora il sentore dolce, che aveva l’effetto di rasserenarlo.

Capì che doveva sforzarsi di chiarire come una scelta di apparente viltà fosse, al contrario, un sussulto di coraggio.

«Propongo di archiviare le ipotesi di reato ideologico insite nel comportamento criminale del gruppo degli imputati».

Seguì una breve e concitata disputa.

Fu nuovamente D’Archilana a illustrare l’orizzonte di approdo dell’indagine, appoggiandosi al sostegno manifestato dal suo pari grado fiorentino Brunello Boggiardi.

«Chiedo di far prevalere le ragioni della quiete sociale su quella dell’applicazione astratta e ottusa dei Codici. Ciascuno degli imputati è colpevole di altre, più definite e gravi, fattispecie di reato. Perseguiamoli per quelle. Sono sufficienti a punirli adeguatamente.

L’AISI ci assicura che le forze dell’ordine ripristineranno la legalità, chiudendo le attività di manipolazione on line. La Polizia sta distruggendo le ramificazioni criminali sul territorio. Tutto questo, cioè la cessazione del progetto e delle attività illegali, è ancor più importante della punizione dei colpevoli.

In quest’epoca di tempeste mediatiche, spetta allo Stato di proteggere la serenità dei cittadini, la correttezza e trasparenza della comunicazione, anche contro i loro istinti e a loro insaputa. Sempre che non finisca anch’esso travolto dalla deriva di rivalsa antistituzionale che smarrisce i valori del rispetto, della democrazia, della convivenza civile.

Sta a noi amministrare la Giustizia con la saggia consapevolezza della temperie storica».

Ruotò lo sguardo sui presenti.

L’autorevolezza della sua statura morale, la profondità di pensiero che aveva mostrato, conquistarono i colleghi, in un passaggio che tutti avevano compreso come drammatico e forse paradigmatico dell’affermazione della società dell’informazione, che aveva ormai sostituito la modernità industriale e ancora non riusciva a evolvere nella società della conoscenza.

La strada era tracciata.

Il colonnello Radi, che aveva recapitato la decisione dell’AISI, sorrise al Procuratore capo di Lucca. Da freddo dirigente dei Servizi, tenne le labbra serrate e rigide. Ma era pur sempre un moto di ringraziamento per aver disinnescato un possibile conflitto tra pubblici poteri.

Il vicequestore Gabuzzi scelse di non intervenire nella discussione. Non voleva interferire nelle decisioni dei Magistrati. Lo sbocco della riunione favoriva il suo impegno nella caccia agli imputati, contenendo l’attenzione dei mass media su fenomeni tipicamente delittuosi. Rimanevano nel limbo temi che potevano indurre confusione e panico, forieri di pressioni che avrebbero finito per intorbidare e intralciare le investigazioni che lui coordinava.

Attese la conclusione dell’incontro, poi, congedandosi, si permise di sussurrare al Procuratore D’Archilana la sua soddisfazione.

«Conoscevo di fama la sua lungimiranza. Lei è uomo che non si lascia sedurre dal gusto di comparire in vetrina e va alla sostanza dei suoi doveri. Sono lieto di averla conosciuta e di vederla garantire una gestione dell’inchiesta prudente ed efficace insieme. Le sono grato per aver reso meno gravoso il mio lavoro per completare lo smantellamento dell’organizzazione criminale e la cattura dei suoi membri».

D’Archilana lo fissò, socchiudendo gli occhi, con espressione furba.

«Gabuzzi, lei è giovane e so che si muove con molta disinvoltura. Continui! Anche tra noi querce già secolari il buonsenso sa accompagnarsi alla fantasia».

Si guardarono, sorridendo.

Generazioni e mestieri diversi che si scoprivano anche più che alleati.

(…)

Se siete arrivati a legger fin qui, comprenderete come lo spunto del mio romanzo echeggi fenomeni assai attuali e che mettono a rischio i valori su cui si fonda la nostra Repubblica, nata dalla Resistenza.

Ogni allusione è voluta….

E se vi incuriosisce il romanzo nella sua complessità, rivelo che contiene la quarta inchiesta del vicequestore Diomede Gabuzzi.

La prima venne pubblicata nel 2018: un giallo anomalo dedicato alla bellezza del calcio femminile, delle coste tirreniche, del coraggio di perseguire l’essere piuttosto che l’avere.

(La Venere Spezia – Ed. Scatole Parlanti, acquistabile in libreria, su richiesta oppure on line su

https://www.ibs.it/venere-spezia-libro-giorgio-peruzio/e/9788832810912

https://www.mondadoristore.it/La-venere-Spezia-Giorgio-Peruzio/eai978883281091

https://www.lafeltrinelli.it/libri/peruzio-giorgio/venere-spezia/9788832810912

La seconda inchiesta, con il titolo L’onda del movente sarà pubblicato da Parallelo45 Edizioni, in libreria prossimamente (ottobre 2019 ?) e narra della caccia a un serial killer sullo sfondo delle meraviglie di Firenze.

La terza inchiesta è scritta e attende nel mio cassetto percorsi di pubblicazione, se troverò lettori che apprezzano il personaggio del vicequestore Gabuzzi e il mio stile letterario (Delitti e ricette, ambientato a Viareggio, dove vivo).

La quarta, come già anticipato, è in via di stesura (Nero come la moda, si svolge tra Firenze e il mondo).

Se vi va di commentare lo stralcio che ho proposto, di avanzare critiche o suggerire variazioni, ve ne sarà grato. Sul sito, in calce all’articolo, c’è, per questo, un apposito form.

Ricordi di una lunga crociera

Trascorsi un po’ di giorni e tornando alla vita quotidiana, posso tentare qualche riflessione sull’esperienza della lunga crociera che, in oltre trenta giorni sul mare, mi portò in luoghi tanto diversi tra loro e mi tenne a bordo di una città galleggiante che brulicava di persone e attività.

Restano vibranti le emozioni, quelle che accesero i sensi. Di esse narrano le impressioni scritte di getto, al rientro da ogni escursione, che già pubblicai singolarmente e che ripropongo in questo raccontino.

Una crociera che muove repentinamente da una località all’altra non ti fa conoscere davvero nessuna delle località che tocchi e calchi.

Sono visioni puntuali di siti, sfiorati o percorsi nel volgere di poche ore.

Certo la natura scuote, con i suoi panorami che improvvisamente mutano.

Altrettanto le costruzioni dell’uomo, nella storia, sia essa quella remota delle antiche civiltà o quella più recente e perfino contemporanea, sanno indurre a meravigliata ammirazione.

Tutto così di seguito entusiasma, ma anche frastorna.

Passare di alba in tramonto nelle isole caraibiche è un susseguirsi di giochi di luce, colori, profumi e stimoli che fanno confondere la memoria dei vari approdi.

Difficile decidere quale isola abbia maggior fascino, perché, in fondo, di ciascuna si coglie appena un assaggio da cui si cerca di comprendere il gusto di fondo che essa sa offrire.

Le mie cartoline di viaggio, scritte “a caldo”, ogni giorno, sono un pallido tentativo in quella direzione. Molto soggettive, molto legate alla relativa casualità del sito che ci accolse, della modalità di escursione, della congiuntura climatica, della simpatia e professionalità delle guide locali.

L’accostamento alla civiltà Maya credo mi abbia consentito, con visite ripetute, di entrare con buona profondità nella storia e cultura di quel popolo. Questa parte, per quanto ancora approssimativa, posso considerarla compiuta, un’esperienza di viaggio che – non essendo io un cultore della civiltà precolombiane – non vorrò replicare.

Giudizio sospeso sulle Canarie. Terre affascinanti e particolari, non ci sono sembrate il mare adatto alle nostre inclinazioni, con le loro spiagge vulcaniche e il vento battente.

Le città dell’Europa sono contenitori di storia e arte nelle quali le scoperte non finiscono mai. Per questo tipo di turismo la crociera non è la scelta migliore. Si finisce per perdere parte dei tesori artistici e di fermarsi in località funzionali alla navigazione ma non di particolare interesse (come Savona).

Quanto dico per le crociere vale anche per i tour organizzati che corrono tra le città d’arte. I fondisti del turismo, tra macchine fotografiche mai spente e ombrellini alla giapponese, rischiano un collasso estetico da overdose.

Meglio scegliere, rinunciando ad andare dovunque e dedicare il tempo necessario per godere dei capolavori dell’arte, per soffermarsi a vivere l’incanto della bellezza e non vederla scorrere smorta davanti a uno sguardo fuggevole.

Bene l’ho imparato da quando lasciai il lavoro e iniziai una vita che non obbedisce ai rintocchi delle ore, da quando ebbi l’opportunità di dedicarmi a conoscere Firenze, ad ammirarne l’architettura passeggiando tra i suoi palazzi, a ritornare nei suoi musei senza passare lesto da una stanza alla successiva, fermandomi davanti alle opere che parlavano al mio sentire e al mio capire.

Non vorrei esser frainteso: l’occasione della crociera propone comunque scorci urbani che forse non avrei altrimenti messo nei futuri programmi di viaggio: Bari, a esempio, che mi ha piacevolmente sorpreso con la sua città vecchia.

Le mie schede giornaliere sono tutte legate a escursioni nelle località che descrivo.

Non c’è scheda per i giorni interamente dedicati alla navigazione.

Non ci si annoia, neppure in quelle giornate.

Parlerò più avanti della vita di bordo. Ora voglio narrare delle sensazioni suscitate dall’essere in mare aperto dal risveglio alla notte successiva.

Già destarsi con la visione dell’azzurro sconfinato del mare è una condizione stupenda. Se le nuvole lo permettono, si può perfino godere dell’alba, che lancia i suoi raggi dietro alle coltri lattiginose e, piano piano, spinge la luce a impadronirsi del cielo. In un momento indeterminato e improvviso, la superficie dell’oceano, all’orizzonte, si fonde con il celeste della volta che la sovrasta. Le sfumature del blu percorrono tutto lo spartito dei colori: il tenue polvere affianca una striscia di elettrico e poi, via via, è un intersecarsi di topazio, di zaffiro, intorno a una larga macchia di smeraldo e, più lontano, domina il cobalto scuro, alonato da una pellicola d’azzurro fiordaliso che quasi stinge in un bianco fantasma, lì dove incontra il celeste pallido della fine del cielo.

Uno spettacolo sublime, nel mutamento continuo creato dal flusso delle onde, dalla variabile profondità dei fondali e dall’inseguirsi delle nubi, che si gonfiano e si lacerano per poi riproporsi, simulando figure quasi mitiche sopra di noi.

Stare a lungo lontano dalla terraferma porta a fissare gli occhi sul mare, osservando particolari altrimenti trascurati.

Passeggiando sul ponte più basso (terzo piano) si ha modo di misurare l’altezza delle onde, che, pur con un mare tranquillo, si alzano di mezzo metro almeno, schiumando sicure e possenti.

Un mattino, dopo qualche giorno di navigazione, capita di scorgere uccelli in volo. Segno che terre emerse sono vicine. Vien da pensare quale sollievo l’incontro con le creature alate portasse ai marinai che solcavano l’oceano nei secoli andati, quando partivano per terre ignote senza alcuna certezza di raggiungerle.

Forte è la sensazione del vento che ti assale quando, nel pieno dell’oceano, osi camminare sul ponte alto (piano 10). Cerchi di resistere, ma alla fine cedi e rientri al coperto, scendi le scale interne e decidi di fare la tua camminata salutare al meno esposto ponte tre.

Quando la nave lascia un porto all’ora del tramonto, gli altoparlanti fanno salire nell’aria le note di “Con te partirò”, cantata da Bocelli, ed è difficile resistere alla suggestione senza che una lacrima imperli le palpebre.

Un transatlantico da crociera è una città galleggiante. Un microcosmo nel quale migliaia di persone convivono in qualche centinaio di metri elevati su una decina di piani.

Tutto funziona grazie al lavoro duro e costante di molte centinaia di addetti, dal comandante fino a quelli che badano a pulire e riordinare camere e spazi comuni.

C’è da esser loro grati, non solo per l’abnegazione con cui si dedicano ai compiti affidati, ma pure per i sorrisi e la gentilezza che dispensano in ogni occasione.

Per intrattenere gli ospiti sono programmate continue attività di animazione, ci sono piscine, spa, palestra, teatro, sale giochi (compresi quelli d’azzardo, che sono attive soltanto durante la navigazione).

E bar, ristoranti, buffet quasi sempre aperti.

La sfida alla linea è tracotante e continua.

Si potrebbe mangiare dal mattino alla sera, senza problemi di spesa, perché il vitto è sempre compreso e solo le bevande seguono regimi specifici e differenziati per tariffa e classe di appartenenza al club.

Il popolo dei crocieristi ha una composizione sociologicamente assai singolare.

Come ovvio, in una crociera di oltre trenta giorni la prevalenza è di persone non in attività lavorativa. Pensionati con apprezzabili disponibilità economiche costituiscono, quindi, la larga maggioranza. Il livello di reddito è importante non tanto per il costo medio della crociera, il cui prezzo giornaliero è del tutto comparabile a quello di un albergo a tre stelle in una grande città (o di un cinque stelle sul Mar Rosso). Anzi, considerato che nel costo della crociera è compreso il trasporto, forse, confrontando il costo di un albergo con pensione completa e quello della nave, quest’ultimo potrebbe risultare più favorevole. Tuttavia, questo accade se il viaggio si prolunga fino oltre i 30 giorni, perché le tariffe sono via via mediamente più convenienti in proporzione alla durata della crociera. Per conseguenza, chi si imbarca su una nave transoceanica deve avere soldi da spendere. Anche perché non varrebbe la pena andare in crociera e non partecipare alle escursioni, il cui costo è salato.

Tanto precisato, torniamo al profilo dei crocieristi.

Nella maggioranza dei pensionati sono comprese persone di età decisamente avanzata e/o con non irrilevanti problemi di salute. La nave è perfettamente attrezzata per garantire la piena fruizione dei servizi anche a persone con disabilità.

Gli anziani mostrano di sapersi godere il viaggio, talora anche partecipando a escursioni e attività che, a prima vista, si direbbero loro precluse.

Rammento che lessi un servizio giornalistico nel quale si parlava di anziani che vivevano in permanenza in crociera. La tariffa dei viaggi, per loro, era inferiore a quella di una buona casa di riposo. In crociera c’è l’assistenza medica (con interventi a pagamento, ma si può rimediare con una buona assicurazione sanitaria). In crociera si può stare in compagnia, assistere a spettacoli, vedere il mondo, prendere aria buona… Insomma: se si ha denaro sufficiente è una vita certamente più allegra e varia di quella che si avrebbe anche nel più igienico e curato rifugio per anziani. Si può vendere casa e, con il ricavato, trascorrere anni in nave…

Non so se siano esagerazioni mediatiche, ma quel che ho visto mi fa pensare che l’ipotesi sia plausibile.

I pochi giovani visti in crociera ne partecipavano per frazioni (era possibile imbarcarsi in alcuni porti intermedi e altrettanto lasciare la crociera prima della méta finale).

Tra le proposte di animazione, le più gettonate erano i corsi di ballo.

E la sera, per chi voleva: teatro, discoteca, balli sui ponti.

Non posso parlarne, perché noi preferivamo riposare. Rientrare in cabina, guardare le stelle sul balcone, respirare il profumo salmastro, commentare la giornata, luoghi ed escursioni, leggere il diario di bordo e preparare le giornate successive. Poi spegnevamo la luce e ci mettevamo a dormire, dolcemente cullati dal dondolio delle onde.

In nave si perde il senso del tempo. Non ci sono urgenze, salvo le mattine in cui bisognava andare ai punti di ritrovo per la partenza di un’escursione. Anche in quel caso, tuttavia, gli orari, alla fine e tranne poche eccezioni, erano molto laschi.

Ciò rende il viaggio molto rilassante e aiuta a viver bene l’essere come “fuori dal mondo”.

Si dimentica ogni frenesia, si entra in una dimensione mentale direi “giamaicana”, accantonando crucci e orologi.

Nella mia esperienza, quando fui nel nuovo continente, smarrii il contatto con la realtà di provenienza. In nave Internet non arrivava o si prendeva – peraltro con costi elevati – con lentezza e continue cadute di linea. La TV riceveva solo stazioni locali o qualche rassegna leggera delle televisioni nazionali tedesche, inglesi, francesi. Dell’Italia si vedeva RAI 1, con una programmazione sfalsata e ridotta, nella quale non riuscivo a rintracciare notiziari.

Patii un po’ l’assenza di informazioni d’attualità.

Il servizio Intenet riservato ai social (l’unico con tariffa accettabile, peraltro anch’esso labile nella connessione) valeva proprio solamente in dimensione “social”: condividere post individuali e soggettivi. Ogni riferimento a notizie non native sui social (che so: un articolo di giornale o un blog internet) spariva nell’immancabile avvertenza: pagina non raggiungibile.

In pochi giorni ci feci il callo. Più avanti ci avvicinavamo all’Europa, dove i notiziari Tv tornavano visibili e la possibilità di rientrare nella rete telematica UE si riaffacciò.

Ritrovai e registrai la deriva politica, con il governo gialloverde che seguitava a fare propaganda, ad aizzare i rancori, del tutto lontana dal risolvere i problemi del Paese. Durante la nostra vacanza il refrain non era cambiato. M’ero solo risparmiato tristezze e rammarico.

L’ultima nota sul mio viaggio riguarda i sosia.

Anna e io ci divertiamo a notare la somiglianza tra le persone che incrociamo e altre a noi note. Un gioco che facciamo ogni volta, in vacanza.

Troviamo sempre “doppi”.

In crociera, data anche la gran quantità di imbarcati, ne abbiamo intravisti di tutti: colleghi, attori, politici. Più vecchi, un po’ più magri o più rotondi, con capigliature variabili.

Siamo rientrati a Viareggio con un angoscioso dubbio: il collega che compariva in quasi tutte le nostre vacanze, da quelle in Egitto e quelle sull’Adriatico, non s’è visto. Che sia emigrato su Marte?

A seguire, le mie impressioni sulle località visitate.

Per chi lo preferisse, sono consultabili singolarmente nelle pagine “Luoghi” del mio sito, corredate dalle più significative istantanee fotografiche che ne evidenziano ed evocano le sensazioni.

22 febbraio

Miami – Billion Dollars Legend

Miami, per come l’ho vista e mi è stata presentata, è una metafora dell’America che non posso amare.

Una città dalla storia breve e concitata.

La costruzione urbana iniziò soltanto alla fine dell’Ottocento.

Prima di allora, le coste assolate della Florida non attiravano l’insediamento dell’uomo, perché il caldo e le zanzare non ne facevano un habitat salubre.

L’evoluzione delle tecniche e della medicina e la divisione delle vocazioni commerciali donarono, decennio dopo decennio, ruoli economici e storici che portarono alla crescita esplosiva della città.

Dapprima valorizzata come ambita meta per i ricchi che sfuggivano ai freddi inverni del Nord, poi passata a paradiso per gli anziani, quindi stravolta e cambiata dalla massiccia immigrazione dei rifugiati cubani fuggiti dall’isola conquistata dal castrismo, successivamente rilanciata dalla funzione di base logistica per il commercio verso centro e sud-America, infine consacrata quale base di nuovi talenti artistici, nella moda, nella musica e nel cinema e rinvigorita l’economia del turismo, Miami, con la sua propaggine di Miami Beach, conta oggi circa 5 milioni di residenti e una ricettività turistica capace di accogliere più di 1 milione di ospiti l’anno.

La skyline cittadina è un susseguirsi di grattacieli a ridosso del mare e si caratterizza per le isole artificiali che sono divenute sedi per sfarzose abitazioni e alberghi di lusso.

La bellezza della costa affacciata sull’azzurro del golfo finisce per essere posta in secondo piano dalla gara all’esagerazione che si coglie nei profili degli edifici.

I grattacieli si arrampicano, affiancandosi e districandosi intorno a corsi intasati di traffico e, sul lato opposto, a viali pedonali stretti tra le alte facciate in vetro e metallo e le banchine che fermano le onde, in una gara disordinata a mostrarsi più slanciati, più arditi, più svettanti.

Le ville sono una successione ostensiva di grandeur e preteso pregio architettonico, in una mélange di stili che richiamano la vecchia Europa e il periodo coloniale, con gli yacht privati ancorati poco oltre i muretti d’ingresso e un irrisolto confronto tra la voglia di privacy e quella, soverchiante, di mostrarsi più ricchi dei vicini.

La vicenda di queste ville è emblematica. La loro proprietà coinvolse artisti acclamati e vincenti, che però ne fecero beni d’investimento e mai le resero loro effettiva residenza.

Il mito della ricchezza fa premio su tutto.

Le guide turistiche ci trascinano a vedere i fasti di Fisher Island per vantare i prezzi d’acquisto dell’una o altra costruzione, citando Al Capone come Ricky Martin, Sylvester Stallone come Gloria Estefan e così via, in una girandola di cifre fino a nove zeri.

Sembra che la storia locale sia quella dei miliardari che vi sono transitati, lasciando quelle ville che continuano a passare di mano.

Un’ubriacatura di “dollars” che suona vuota e, alla fine, inconcludente.

Sarà vero che noi europei non siamo capaci di fare business con la stessa disinvoltura degli statunitensi, che lo spirito selvaggio del capitalismo qui trova modo di scatenare l’accelerazione dell’economia, tuttavia in Europa le crisi sono meno crudeli e gli ammortizzatori sociali riescono ancora a lenire gli assalti delle recessioni.

Così le roboanti cifre dei valori immobiliari mi generano sconcerto e dubbi.

Un’affermazione della nostra guida mi colpisce, perché contiene una verità e un’incombente minaccia.

“L’invenzione dell’aria condizionata ha cambiato questa parte del mondo, portandola al successo residenziale ed economico”.

È così: dove prima era quasi impossibile vivere in tutte le stagioni dell’anno, quell’invenzione ha portato l’esplosione dell’afflusso turistico e ne ha fatto un centro di sviluppo.

Ma il condizionamento dell’aria – esagerato in quantità e diffusione – genera consumi energetici spaventosamente elevati.

L’altra faccia della metafora per me negativa dell’America è qui: l’uomo, per dominare la natura, consuma con insaziabile voracità i valori ambientali.

Resta vero quel che già molti anni fa si criticava della potenza economica americana e dell’american way of life. Se quel modello di sviluppo e di vita si estendesse a tutto il globo, il nostro pianeta soffocherebbe nell’inquinamento e nelle devastazioni ambientali in pochi decenni.

Un popolo che non ha radici storiche moltiplica i grattacieli non per carenza di spazio, ma per cercare sempre più in alto un’identità che gli difetta.

Non è un esempio da imitare, ma un comportamento da correggere.

Che il Presidente Trump esca dagli accordi sul cambiamento climatico e voglia costruire muri, davvero non è bene per il nostro futuro collettivo sulla Terra.

24 febbraio

Gran Cayman – Il fascino delle onde

L’isola di Gran Cayman offre una natura ricca e assai curata a far da contorno a insediamenti in gran parte di elevato livello abitativo.

Una terra per il turismo e per le residenze di lusso.

Un lusso che qui non viene ostentato, che non ha bisogno di gareggiare per il primato.

Tutto molto discreto, in un’ovattata quiete, che viene presentata tranquilla al punto da non conoscere delinquenza.

Un paradiso fiscale, com’è universalmente noto. Ma sorprende per l’assenza della volgarità che, nell’immaginario collettivo, s’accompagna all’accumulazione della ricchezza esentasse.

Le strade sono moderne e i collegamenti efficienti.

Si può godere della bellezza di una vegetazione varia, colorata, salubre e di un mare meraviglioso nei colori e nelle dolci anse che si susseguono percorrendo l’isola da costa a costa.

Non manca il richiamo alla pirateria, nei fantocci variopinti all’esterno dei locali che propongono il ruhm.

La distesa di rocce scure e appuntite chiamata Hell è un po’ deludente. Bassi e aguzzi picchi irregolari su una limitata superficie non valgono come attrazione. Ma forse l’attitudine a esaltare anche ciò che non eccelle è retaggio coloniale dalla tradizione inglese: ricordo quanto nella vecchia Albione si magnifichi Stonehenge, che vale assai meno dei ruderi nuragici della Sardegna.

Toglie il fiato, invece, la lingua di terra sulla quale le onde dell’oceano si infrangono veementi dopo essersi orgogliosamente gonfiate in flussi corti e possenti. La schiuma si alza sulle rocce e si spezza in un vortice di spruzzi finissimi, freschi, pungenti, profumati di sale. Una fitta e bassa distesa di piante grasse arriva fino a lambire la scogliera, a mostrare come la natura sappia racchiudere in spazi angusti i contrasti più arditi.

Viene voglia di fermarsi ore ad ammirare questo spettacolo: una miniatura di burrasca, una danza d’acqua e di brezza.

Certamente la parte più affascinante della gita.

Poi le coste continuano a fare capolino tra la vegetazione e le case costruite con il mare quasi all’uscio.

Il tempo di vedere, al volo, sculture lignee di animali locali, con un grande caimano grigio che occhieggia immobile sotto palme verde smeraldo.

Infine una sosta in spiaggia prima che la lancia ci riporti alla nave.

25 febbraio

Jamaica – Musica e allegria

La Giamaica è terra di contraddizioni. Qui la povertà c’è e anche in una visita turistica affrettata si percepisce nello sfilare delle bidonville a lato delle carreggiate che il nostro bus percorre.

Nonostante questo, il tratto distintivo, come per altri popoli caraibici e sudamericani di origine africana, cielo, mare e sole generano una cultura orientata a vivere con allegria.

Il tempo, come lo conosciamo nelle società industriali e postindustriali, qui non ha senso. Minuti o ore non misurano i momenti, che sono tutti vissuti in un eterno e dilatato presente.

Jamaica no problem è uno slogan per i turisti che trova radici nell’atteggiamento dei residenti locali.

Si canta, si balla, si cerca d’esser felici. Anche solo con quel che si ha.

I dieci minuti nei quali l’autista promette di portarci al catamarano che ci aspetta sono in realtà oltre un’ora, con tanto di imbottigliamento nel traffico in prossimità di un punto di gran richiamo turistico. Ma non fa nulla. Si canta e si ascolta il racconto della voce calda e lievemente roca del nostro driver e le sue esortazioni a sentirci, per questo giorno, una grande famiglia felice, in pieno spirito giamaicano.

Anche in Giamaica la natura offre incantevoli giochi di palmizi, di fiori, di vie che costeggiano strette rive affacciate sull’azzurro intenso e cangiante del mare.

Le cascate del fiume Dunn deludono per quanto l’iconografia turistica le aveva esaltate.

Di altezza esigua e profondità limitata non emozionano gran ché.

La spiaggia sottostante è amichevole e suggestiva, con le sue acque invitanti.

Il pezzo forte della gita, per noi, è il rientro sul catamarano.

Seduti sulla prua, veniamo schiaffeggiati dagli spruzzi delle onde che alzano e scuotono simpaticamente il battello.

In mano stringiamo il bicchiere con il punch al ruhm del quale ci deliziamo. La musica ci circonda e muove alla danza, nel precario equilibrio sul ponte oscillante.

Divertimento puro.

Reggae ma non solo.

Poi si deve rientrare, con nel sangue quel ritmo e la bellezza di un popolo e della sua terra assolata e ventosa.

27 febbraio

Belize – Tripudio della vegetazione

Una nazione giovane che percorriamo nella sua parte settentrionale.

Vediamo in città un’architettura post-coloniale, priva di fronzoli, poi alberghi a cinque stelle più simili ai resort del Mar Rosso che a quelli sontuosi dei più ricchi Paesi caraibici.

Le strade sono poco curate, con frequenti tratti scabri. I dossi si susseguono, a imporre velocità moderata.

Fuori dai centri abitati, baracche sparse mostrano una povertà non dissimulata e dignitosa.

In bus, ci dirigiamo al sito Maya di Altun Ha.

Sarà una visita non entusiasmante, perché si tratta di poche piramidi in rovina intorno a una spianata che si apre nella foresta.

Anche l’illustrazione di storia e architettura non riesce a catturare l’attenzione, in un inglese veloce e urlato.

La parte migliore del viaggio è lo spettacolo della foresta, che si staglia quasi fin ai margini del mare e intorno al grande fiume. Alberi di svariata foggia e colori dolci, in mille toni di verde e di giallo. Le mie infime conoscenze botaniche non mi consentono di citare le specie vegetali, ma resto incantato dall’intreccio tra tronchi robusti e rami attorcigliati con fogliame a formare siepi o chiome tra le quali balenano i raggi del sole. La foresta è rigogliosa ma non fitta, permette di camminare sotto gli alberi e apre spazio alla vista e alla curiosità.

Secondo il racconto della guida, anche la fauna locale offre varietà di specie, selvagge come meno pericolose, ma il tour odierno non ci porta a incrociarle.

Si rientra a Belize City con un giro al mercatino del porto.

Guardando le bancarelle e i negozi abbiamo la conferma che il turismo in Belize non ha ancora raggiunto le vette che questo mare dai riflessi di smeraldo può richiamare.

La costa non ha un pescaggio sufficiente per l’attracco delle grandi navi da crociera, che restano ancorate al largo.

Le lance guizzano veloci dalle banchine ai transatlantici, con i passeggeri accalcati e ormai stanchi per le escursioni.

Il vento soffia forte, le onde danzano intorno agli scafi, mentre le nubi si gonfiano, sembrano impadronirsi del cielo e negare il dominio del sole. Ma sul mare aperto tutto cambia in un attimo e nuovamente la volta celeste si apre ai raggi della sfera rovente che gli antichi indigeni adoravano come loro Dio.

Il sole si libera e le onde si tingono di barbagli luminosi.

La visione del mare è il respiro dell’infinito.

28 febbraio

Costa Maya – Mare d’incanto e vestigia Maya

Costa Maya è il nome di un attracco turistico creato appositamente per l’ancoraggio delle grandi navi da crociera.

Vi giungiamo al mattino, poco dopo il levar del sole, affiancando altri due transatlantici che navigano su rotte simili alla nostra.

Il mare inizia a tingersi d’ogni tonalità dell’azzurro. In pieno pomeriggio sarà una luminosa distesa turchese, ravvivata da sfumature più scure e sbuffi bianchi di schiuma.

Un incanto.

Lasciato il terminal, fitto di negozi per turisti (invero dai prezzi piuttosto alti), dirigiamo in bus verso il villaggio di Chacchoben, antico insediamento Maya scoperto di recente e non ancora del tutto portato alla luce.

I Maya furono un popolo debole e sfortunato. Vivevano nella giungla, di quel che nella giungla si trova.

Come era bassa la vegetazione, anche i Maya avevano bassa statura. Agricoltori e cacciatori, furono invasi da popoli guerrieri, fino all’arrivo degli spagnoli. Il loro Dio principale, identificato nel sole, veniva raffigurato bianco e barbuto; i sacerdoti e i re erano ornati di piume di serpente. Fernan Cortes, il conquistador del Messico, che allora non aveva ancora preso quel nome, era bianco e barbuto e venne accolto come personificazione del dio solare. Gli spagnoli vedevano nell’immagine del serpente il simbolo del demonio.

Volontà di dominio, brama di ricchezza e simbologia religiosa scatenarono la furia dei colonizzatori e in breve, complici le malattie importate dall’Europa, gli indigeni Maya vennero quasi totalmente sterminati.

Ne sopravvivono piccole comunità nei villaggi della costa Maya, ancora legati alla loro lingua e alle loro tradizioni, a vivere mangiando mais e frutta e gli animali della foresta, compresi iguana, scimmie e serpenti.

A Chacchoben si possono vedere le piramidi funerarie, parzialmente restaurate nella foresta. Nel sito è ben evidente l’organizzazione della vita antica, con lo spazio per il mercato e le costruzioni celebrative. Molte montagnole indicano la presenza di altri templi, ancora ricoperti di vegetazione e detriti.

Di notevole interesse è la varietà delle piante che si alzano a fecondare la giungla.

Alberi da frutta, altri velenosi le cui radici sono avvinte agli alberi della medicina, in una sorprendente simbiosi tra il male e il suo antidoto. Poi alberi da cui trarre una poltiglia che vale per creare una specie di chewing gum da unire al mais fermentato o da impiegare per legare il cemento.

Palme con le cui foglie si costruivano (e ancora lo si fa) tetti per le capanne.

Tutte queste informazioni le dobbiamo al buon Moysia, simpatico e attento nel suo ruolo di guida del nostro gruppo di gitanti.

Il gioco di sfumature verdi e gialle tra il fogliame, al perenne cambiare della luce del cielo,

I tronchi, da cui partono sciarade di radici affioranti o nascoste, sono lisci e duri o scavati e anneriti, con nidi di termiti, quando non cavi a celare l’acqua che arriva dal sottosuolo.

La visita scorre veloce, poi il bus ci riporta alla base.

E qui, risalendo sulla nave, il nostro sguardo si ferma, rapito e ammaliato dalle onde di un turchese via via più intenso, in attesa del tramonto.

1° marzo

Cozumel – Fascino e storia a Chichén Itzà

La tre giorni dedicata a visitare l’archeologia Maya si conclude, come in crescendo rossiniano, con il sito di Chichén Itzà, che ne è la massima espressione.

Nel viaggio d’avvicinamento, la nostra guida, Carlos, messicano di Merida con ascendenti indigeni, ci racconta scorci di storia e di cultura, stupendoci con le conoscenze astronomiche del popolo Maya, a fondare la loro complessa numerologia: una matematica simbolica capace di contare fino quasi all’infinito.

Ma prima, una curiosità.

“Chicle”, il nome che universalmente indica la gomma da masticare (il chewing gum degli anglofoni) è temine maya. Nella lingua di questo antico popolo “Chi” significa “bocca” e “cle” sta per “masticare”. I maya usavano una gomma ricavata da un albero, simile al caucciù, per ripulire i denti dopo i pasti. “Chicle”, appunto. Un vago richiamo onomatopeico, come altri loro termini, quali il nome del dio della pioggia, chiamato “Chaka”.

Va ricordato che, come molti popoli antichi, i Maya erano politeisti, o meglio panteisti, cioè credevano manifestazioni divine fenomeni e parti della natura: il sole, la luna, la pioggia, il fuoco, il vento, il giaguaro, il serpente, tra i principali.

Il calendario maya era sdoppiato. C’era quello civile (Haab) e quello rituale (Tzolkin). Il primo riusciva a centrare i 365 giorni della rivoluzione solare, il secondo si ispirava ai cicli lunari e si chiudeva sui 260 giorni (13 cicli) corrispondenti alla fase dalla fecondazione alla nascita.

Per l’identificazione delle date era preso a base un inizio, posto in un giorno (13 agosto 3.113 A.C.) che segnava l’inizio del loro mondo. A partire da esso, contando lo scorrere del tempo in giorni, i due calendari si affiancano, formando secoli pari a 52 dei nostri anni e riuscendo, con grande precisione, a cogliere la successione delle rivoluzioni lunare e terrestre.

Per misurare giorni, anni ed ere, la loro matematica usa simboli (punti, linee, geroglifici) che, mediante ordinate successioni di segni, sa individuare precisamente ogni giorno su un arco temporale di 190.000 anni.

Cercando di afferrare queste rivelazioni, entriamo nel sito.

Chichén Itzà fu il principale insediamento Maya, centro del commercio di quel popolo, forte, al suo apogeo, di 50.000 abitanti.

La deforestazione da loro stessi scatenata per estrarre il liquido che mutavano in gomme e poltiglie commestibili come in collante per stucco, portò al decadimento della città, che era quasi deserta all’arrivo degli invasori spagnoli.

Nel frattempo, i Maya erano stati sconfitti e dominati dai Toltechi, che scesero dall’altopiano centrale messicano.

Così la costruzione più imponente, scoperta alla fine dell’Ottocento, è una piramide dall’architettura che risente dell’impostazione tolteca, pur mantenendo l’ispirazione rituale Maya.

Una piramide che, come recentemente scoperto, venne edificata intorno ad un’altra più piccola, che, a sua volta, ne conteneva una terza, in una sorta di gigantesca matrioska.

La piramide di Kukulcan (che per i toltechi era invece dedicata al dio serpente Quetzalcoatl) evidenzia una serie di gradoni a base 52, sviluppata per nove piani fino a simboleggiare i mesi dell’anno, sovrastata da un parallelepipedo che consente di completare esattamente la numerazione dei giorni.

Lungo i suoi gradini sono scolpite incisioni stilizzate che richiamano, anche grazie a una sapiente inclinazione delle pareti diagonali che cattura i raggi del sole, la danza del dio serpente. I gradini sono stretti, tali da costringere i sacerdoti che li salivano ad alternare i piedi in un moto oscillatorio che imita quello del serpente.

La piramide è imponente e carica di fascino, eretta in posizione orientata a segnare, nel ricorrere del solstizio, l’esatta divisione tra le pareti illuminate e quelle in ombra: la vita svolta nella morte, che non ne è l’epilogo, ma l’inizio di un ciclo purificato dal passaggio nell’inframondo.

Questa credenza ancor oggi fonda il culto della “Santa Muerte”, celebrato in Messico l’ultimo giorno di ottobre con una devozione religiosa cui suona a oltraggio l’adesione al mito di Halloween, importato dai gringos nordamericani e sguaiatamente festeggiato subito dopo, ai primi di novembre.

Chichén Itzà conserva l’assetto di città, in una pianta con un ampio spazio per il mercato, tra colonne che un tempo reggevano coperture in legno e la lunga piazza rettangolare dove si svolgeva la gara rituale della pelota, che culminava con il sacrificio agli Dei del capitano della squadra vincente, massimo onore per richiedere la benevolenza celeste. Non una tenzone sportiva, come la concepisce il mondo moderno, ma un esercizio di abilità che, nei solstizi, al 21 di marzo e di settembre, voleva ingraziare i favori degli Dei alla comunità.

Peccato che la solennità e lo spirito dell’antica cultura vengano traditi e turbati dal mercatino diffuso che ha invaso il sito.

Artigiani e commercianti espongono bancarelle di fortuna e stanziali tra i monumenti e inseguono i turisti con ammiccamenti per piazzare la loro merce.

Sarebbe stato meglio tenerli all’esterno, magari ampliando l’area mercatale che circonda l’ingresso al parco, ma ormai non si riuscirà più a estrometterli. Il bisogno di lavoro è troppo, in un Paese dove ancora la maggioranza della popolazione è povera.

La nostra visita è agevolata dal rapido correre delle nubi, con un vento che amichevolmente porta momenti d’ombra e folate piacevoli e profumate di foresta a mitigare la calura delle ore centrali.

Il rientro ci vede stanchi e le seggiole del bus, rinfrescato dal condizionamento, sono un rifugio per oltre due ore lungo strade dritte e chiare.

Concludiamo l’escursione sul traghetto, tenendo il viso al vento e respirando l’aria salmastra del golfo caraibico.

3 marzo

Miami viva com’è

Miami non è solo ostentazione, sfarzo, mito della ricchezza agognata ed esaltata.

È anche il quartiere Art Déco, con le sue costruzioni basse, discrete, slanciate a imitazione delle navi che arrivavano in porto.

È una lunga spiaggia, profonda, con sabbia finissima, aperta sull’oceano e le sue onde ampie e invitanti.

È il rilancio e il ringiovanimento fondati sull’industria del godimento estetico: musica, moda, fotografia, cinema.

Il richiamo che ne alimenta la vivacità è il viale lungo l’oceano, popolato di locali dove si danza e si fa festa dalla sera fino alla mattina.

Vista di domenica, perfino il traffico sembra non pesare.

Viene da ricordare che il popolamento di queste terre non nasce con l’arrivo degli europei. Qui c’erano popolazioni indigene, in larga parte estinte per le sconosciute malattie portate dal vecchio continente.

L’unica tribù che riuscì a sopravvivere furono i Seminole, che dall’attuale Georgia scesero in Florida e resistettero alle guerre scatenate dal presidente Jackson, rifugiandosi nelle paludi, dove sapevano sopravvivere alla malaria e alla febbre gialla. Sfinirono le truppe confederali e ottennero di mantenere una loro indipendenza, non firmando mai trattati di pace (e di sottomissione) al governo statunitense. Aprirono casinò quando il gioco d’azzardo ancora era proibito e si arricchirono, arrivando a diventare proprietari e gestori del circuito degli Hard Rock Cafè, con gli spettacoli e le sale da gioco che ancora ne fanno un gruppo privilegiato.

Tornando alla città come la vediamo, resta l’esagerazione dei grattacieli, come l’insistenza sul consumo esasperato e la non superata voglia di bevande gassate e ghiacciate e di cibo ipercalorico.

Lontano dalle nostre inclinazioni.

Nel viaggio cerchiamo l’emozione della natura, che qui non vibra. O il respiro della storia, che qui è schiacciata sul presente e sulla non sopita ossessione anticastrista della comunità degli esuli cubani.

Da domani, via verso altre isole caraibiche e mari dai mille riflessi del blu.

4 marzo

Bahamas, Pearl Island – Inebriante

All’arrivo a Nassau le Bahamas ci presentano una città graziosa. Appena fuori dal porto, oltre l’area shopping, strade ordinate e basse casette.

Quando costeggiamo la riva della città, saliti su un battello che ci porterà all’odierna destinazione, possiamo ammirare il profilo delicato ed elegante delle residenze turistiche. Costruzioni dall’architettura morbida, colori tenui a combattere il caldo, tetti dalle spiovenze discrete.

Su un lato l’imponente maxi-albergo, articolato su tre grattacieli color corallo, due dei quali collegati da un corridoio sospeso, non turba il paesaggio.

Nella rada stanno ancorati vari yacht di notevole dimensione e tonnellaggio, a evidenziare la ricchezza di chi sceglie questa méta per le proprie vacanze.

Un doppio ponte, su cui corrono le auto a corsie alternate, conferma l’ordinata gestione del traffico cittadino.

Il battello solca acque stupende, in cui prevalgono toni di turchese.

Intorno all’isola principale scorgiamo altri isolotti coperti da vegetazione che arriva a lambire le rive.

Uno di essi è il sito assegnato alla nostra giornata di relax caraibico.

Pearl Island è un’isola minuta e consacrata al turismo.

Estesa per poche centinaia di metri in lunghezza e meno di cento metri in profondità, ospita sul versante rivolto a Nassau un faro che sovrasta un rustico ristorantino, dove consumeremo il pranzo caraibico, spiagge attrezzate a disposizione dei gitanti e infine un bar.

Dal faro la vista è un incanto. Su ogni lato il mare invita ad ammirare la bellezza dei colori e delle placide onde.

Dopo aver mangiato il cibo speziato e dolce, ci accomodiamo sui lettini disposti su uno spiazzo da cui si scende dolcemente a una piccola spiaggia sabbiosa. La sabbia è finissima e chiara, le acque fresche e limpide.

Il primo pomeriggio sarà ombreggiato da folte nubi che porteranno anche un po’ di pioggerella. Più tardi il sole tornerà ad affermarsi e i colori riprenderanno vigore, esplodendo la meraviglia tra cielo e mare.

Ogni angolo, tra palme e gazebo, prospettive del reef e dell’oceano, invoglia a cercare inquadrature per foto suggestive.

Inebriante è l’aggettivo più adatto per rendere le sensazioni che questo luogo sa dare.

Qui il relax è un dlizioso obbligo, baciati dal sole, dal vento, dal profumo del sale.

A testimoniare che i turisti vi arrivano da ogni angolo del mondo, un palo sostiene sottili cartelli di legno che indicano le distanze di significative località. Nassau dista appena 8 km, New York 1768, Stoccarda 7694, Miami 296, Toronto 2067, per Roma l’iscrizione è ormai scrostata.

S’è fatta l’ora del rientro.

Con un pizzico di rammarico, torniamo al battello, dove ancora godremo lo schiaffo del vento sulle onde, mentre il sole inizia a scendere.

Più tardi, mentre la nave sta salpando, il disco rosso-arancio offrirà lo spettacolo del tramonto tropicale.

Quanto son belle le Bahamas!

6 marzo

Repubblica Dominicana – Si va per mare

La Repubblica Dominicana, sul suo versante settentrionale, ci accoglie spalancando le nubi un attimo dopo l’alba e offrendo l’ascesa del disco giallo e imperioso che illumina il mare, tingendolo d’un impasto tra banana e vermiglio.

Approdiamo ad Amber Cove, piccolo porto creato da pochi anni in una località deliziosa dove il turismo è leggero e ricercato.

L’escursione di oggi sarà in mare, su un catamarano.

Il viaggio in bus verso Playa Dorada ci mostra un Paese operoso e ancora povero.

Nella Repubblica Dominicana la vegetazione è fitta e varia, colorata ed estesa dalle alture alla costa. Il bosco vi diventa subito foresta e le aree brulle sono risultato del disboscamento.

Puerto Plata, la città che attraversiamo, è viva e già un po’ caotica, con molti negozi di vicinato accanto a qualche centro commerciale, le scuole, il tribunale.

Playa Dorada è zona cui si accede tramite ingressi sorvegliati, fitta di resort e con un grande green per il golf.

Ci imbarchiamo su un vivace natante. Non c’è molo e saliamo direttamente dall’acqua, con le gambe a bagno.

L’escursione sarà divertente.

Il mare ci accoglie stupendo: limpido, seducente nei suoi riflessi turchese ed azzurro, lievemente increspato.

Non riusciremo a vedere i delfini, ma le trasparenze della superficie marina, aperte su fondali poco profondi, ci permetteranno di cogliere i guizzi di pesci dalle fogge e pigmentazioni diverse.

La traversata tra le onde e sotto il sole caraibico è avvincente e cattura la nostra attenzione sullo spettacolo dei colori che cambiano col vento e nel trascorrere delle ore.

Si mangia sul natante, ancorati in una baia di sogno.

In questo panorama da favola anche il cibo sembra più buono.

Dopo il pasto non si lesina il punch di cola e ruhm, a mettere allegria.

Si apre la vela e inizia il giro di ritorno.

I ragazzi dell’equipaggio, gentili e simpatici, improvvisano una danza sulla plancia del catamarano. Il più robusto ci stupisce con il suo travestimento da Gloria Gaynor, mentre risuonano le note di I will survive.

Si ride, si balla e si ammira l’elastica agilità di Palito e Nicole, scatenati nella Macarena a saltellare sui bordi della scaletta per la discesa.

Infine si deve correre al bus e raggiungere la nave, salendo appena in tempo per riprendere la rotta verso un’altra isola.

Siamo carichi di sale, di sole, di gioia, con gli occhi e il cuore sazi di meraviglie e pace.

Amare il mondo ed esserne felici, sapendo che queste bellezze dovranno essere difese contro la voracità del mercantilismo e il mutamento climatico che incombe.

7 marzo

Isole Vergini Britanniche – Virgin Gorda, aspra e affascinante

Virando a Sud, lasciata Hispaniola e il suo dolce paesaggio di verde affacciato sull’azzurro, le Antille diventano piccole isole di roccia con bassa vegetazione che si alzano nel mare.

Ci fermiamo poco nelle Isole Vergini Britanniche, facendo scalo a Tortola.

Qui ci salutano le sule, che volano quasi a sfiorare la nostra nave, impegnata in manovra d’attracco.

Presto ci imbarchiamo per raggiungere Virgin Gorda, più minuta e selvaggia, a racchiudere scorci di insospettabile bellezza.

Una natura aspra, poco amichevole per l’uomo, ma che offre visioni mozzafiato, con sentieri che si snodano tra pietre imponenti, cacti e altre piante grasse (agave, aloe?), fiori coloratissimi nel rosso e nel giallo, costeggiando dirupi.

La discesa si chiude a Devil’s Bay, piccola baia dalle acque cristalline che si insinuano tra scogli levigati e multiformi, subito dopo una minuscola piscina costretta in un anfratto che viene enfaticamente definito grotta. La linea irregolare e discontinua delle formazioni naturali regala viste suggestive, tra ombre e improvvise aperture alla luce del sole.

Sul vicino versante troviamo una spiaggia più tradizionale, denominata The Bath. Massi giganteschi movimentano il paesaggio e le acque color dello smeraldo chiamano ad accogliere i turisti.

Purtroppo il tempo proposto è breve e si deve rientrare. Del resto, alle quattro del pomeriggio i servizi della spiaggia chiudono e gli inservienti sono assai rigidi. L’impressione è che il turismo locale sia ricco e che chi vi lavora non sia troppo accomodante verso gli ospiti, tanto che perfino lo Shopping Center dell’area portuale chiude assai presto, come ci accorgeremo tra poco.

La gita si conclude con un punch ruhm prima di risalire sul bus. E qualche compagno di viaggio sembra non reggerlo bene, scambiando l’allegria per sguaiatezza.

Il tempo di qualche foto, poi la delusione dei mancati acquisti e di nuovo la nave salpa.

8 marzo

St. Marteen – Un gioiello abusato e forse perduto

St. Marteen è una piccola isola antillana divisa tra Olanda e Francia in base a un trattato che viene vantato come il più antico tra quelli che decisero le spartizioni delle colonie tra gli Stati europei.

Fu Colombo a scoprirla, ma gli spagnoli, per cui l’esploratore genovese conduceva le sue spedizioni, lasciarono presto l’isola, dove la maggiore ricchezza, costituita dall’industria del sale, si andava esaurendo.

Nel secolo scorso l’isola iniziò a diventare ambita meta per vacanze al sole e al mare, facendo del turismo una fiorente industria.

A dimostrare la prevalenza del turismo nordamericano, tanto nella zona olandese che in quella francese, tutti gli esercizi commerciali recano scritte e indicazioni in lingua inglese. L’orografia di St. Marteen presenta una successione di bassi monti che si alternano tra le coste. La parte olandese è ordinata e mostra costruzioni distribuite con discreta grazia lungo le colline. Al contrario, quella francese è densamente urbanizzata, con case basse e poco eleganti.

La capitale dell’area francese, Marigot, è una città che non offre particolari attrazioni, tutta proiettata intorno al porto, che si apre verso Simpson Bay, un’ampia baia fittamente popolata di imbarcazioni.

L’odierna escursione è un flop clamoroso. Si attraversa l’isola sull’unica strada centrale, intasata di traffico e soggetta a lunghe soste per consentire il transito delle maggiori imbarcazioni in uscita dalla baia che impongono l’alzata del ponte levatoio.

Unica nota di spicco è una zona collinare nella quale grandi e colorate iguane prendono il sole sui rami di bassi alberi, mimetizzandosi tra il fogliame.

Ci conducono a Marigot, senza alcun indirizzo verso luoghi significativi (ammesso ve ne siano) e con l’unico sbocco di un mercatino disordinato, con bancarelle che espongono le stesse merci (ai medesimi prezzi) che si trovano nei duty free a ridosso del molo da crociera, spacciando per artigianato ciò che è merce standardizzata per il business dei souvenir dozzinali.

La crociera nella baia altro non è che un lento giro di quaranta minuti in una distesa di barche che non colpiscono per varietà e bellezza, anche perché, se si volesse cercare l’eccellenza nautica, abbiamo in Italia cantieri e fiere che espongono natanti ben più notevoli di quelli ancorati a St. Marteen.

L’attitudine a preferire l’ostentazione della ricchezza alle meraviglie della natura, del resto, è bene simboleggiata dal vanto della spiaggia di Maho Beach, reclamizzata per l’ebrezza di vedersi volare gli aerei in atterraggio tanto vicini che sembra di toccarli: invece del piacere del canto delle onde e del profumo del mare, si preferisce il brivido del rombo dei reattori e delle scariche del gas di propulsione! Che tristezza!

Nel noioso ritorno in bus, la caduta di stile della gita si svela senza pudicizia quando l’audioguida impiega oltre la metà dell’esposizione in una insulsa propaganda delle merci di St. Marteen, dai formaggi francesi (!) alla gioielleria venduta al netto dell’imposta, perché l’isola è porto franco.

Può darsi che l’infelice escursione sia dovuta alla cattiva scelta del tour operator locale, ma l’impressione che suscita quest’isola è quella di una delle tante meraviglie caraibiche che, anziché valorizzare e coltivare la bellezza naturalistica, ahimè, l’abbia forzata, pompando il turismo e l’inurbamento oltre i limiti della salvaguardia dell’ambiente. Non solo non credo che a St. Marteen si viva come in paradiso (contrariamente alle affermazioni trionfalistiche dell’audioguida), ma anche il godimento della vacanza non raggiunge qui le vette delle altre perle di questo incantevole mare che abbiamo incontrato nella nostra lunga vacanza.

9 marzo

Antigua – Felicità nel vento sulle onde

Spiace essere rimasti in questo splendido arcipelago per poche ore.

Abbiamo ammirato e goduto del paesaggio delle sue isole, del suo mare dai riflessi ammalianti soltanto da lontano, su un catamarano lanciato a cavalcare le onde ballerine e veementi.

Tutto s’è risolto in questa emozionante e coinvolgente esperienza. Bellissima, tonificante, ma troppo poco per Antigua, che ci pare offrire davvero molto e vorremo ritrovare in una prossima occasione.

Saliamo a bordo del catamarano di mattina presto. Torneremo alla nave giusto poco prima della partenza.

Sarà l’escursione più entusiasmante del nostro viaggio. Adrenalinica, spumeggiante, coinvolgente: difficile darne l’impressione con la valenza semantica degli aggettivi.

Viene in mente, per definirla, il titolo di un bel film di Johnatan Demme: Something wild, virato in italiano in Qualcosa di travolgente: sono adatte entrambe le versioni.

Quando si naviga con la faccia rivolta verso il vento, ci si tiene ai corrimani delle sponde per resistere all’urto del balzo contro le onde schiumanti e indomite, si è travolti dall’emozione di un rapporto vero con il mare, la sua forza, il suo profumo selvaggio e avvolgente.

L’impeto sibilante carico di sale ti percuote le nari ed entra con la sua dolce violenza direttamente nei polmoni. Gli spruzzi freschi si frangono sulla tolda e bagnano la pelle arroventata dal sole.

Un paradisiaco abbraccio di Nettuno, bonariamente infingardo ad avvertirti di non sfidare la sua collera quando monterà.

Forse per la prima volta, comprendo cosa sia vivere il mare, andando al largo e gettando a riva la paura.

Insieme a sensazioni indimenticabili di pura fisicità, l’animo si delizia di poesia scoprendo la successione delle sfumature sul mare, dal più chiaro turchese al più profondo cobalto, passando per le mille tonalità disegnate dallo zigzagare schiumante delle onde, dal passaggio veloce delle nubi, dall’alternarsi dei fondali e dell’infittirsi delle alghe.

Segue la pausa a Green Island, con la gioia di una piccola spiaggia dalla sabbia fina e morbida e dalle acque fresche e limpidissime.

Il bagno è puro piacere e il sole è sempre più caldo, ma non lo soffriamo grazie alla brezza che ne mitiga l’attacco.

Un’altra meraviglia è rimanere immobili con i piedi nell’acqua, a rimirare il lento nuotare di piccoli pesciolini: argentati, azzurri con la pinna gialla o striati in giallo e nero, mentre altri, cortissimi e neri, guizzano a nascondersi sotto le grandi pietre a pelo della superfice marina.

È l’ora di gustare il pasto caraibico preparato con cura dai nostri accompagnatori. Prelibato il pollo speziato alla maniera caraibica, buono tutto il resto. L’ambiente di sogno concilia l’appetito.

Più tardi, nuovamente navigando spediti intorno alle insenature, sorbiremo anche il ruhm, ad allietare ancor più questa gita indimenticabile.

Ci resterà nel cuore e ci farà nostalgia il mare di Antigua, con la voglia di ritrovarlo e di conoscere meglio anche le sue terre.

In conclusione, merita rimarcare la professionalità simpatica e attenta del team della compagnia Excellence, i giovani che hanno gestito il catamarano e l’intera escursione con l’allegria e la maestria che l’anno resa unica e formidabile-

Oh, si! I love Antigua!

16 marzo

Santa Cruz de Tenerife – Dal mare a centro città

Complici varie circostanze, abbiamo scelto di fare una visita non organizzata nella cittadina, senza addentrarci nell’isola di Tenerife.

L’abitato di Santa Cruz è facilmente raggiungibile dal porto con una breve passeggiata.

La città offre alcuni monumenti di interesse, specie sulla piazza rivolta al mare.

Da lì si può risalire una lunga direttrice pedonale, con prevalenza di costruzioni moderne e alcune sopravvivenze di edilizia coloniale, talora quasi barocca.

Calle Castillo è una via dedicata allo shopping, piena di negozi di abbigliamento, accessori, gioielleria, articoli sportivi e souvenir. L’IVA ribassata delle Canarie sollecita gli acquisti dei turisti e tra la folla si vedono numerosi di essi con borse che recano i marchi degli esercizi di vendita.

Questo corso urbano, per posizione, struttura e caratteristiche, ricorda la via Toledo di Napoli. Fatti salvi minor eleganza e respiro storico, il paragone regge.

L’angolo più suggestivo di Santa Cruz si incontra all’auditorium.

Un progetto di Santiago Calatrava ultimato nel nuovo secolo, che rappresenta uno dei capolavori dell’architettura contemporanea.

Il teatro si affaccia verso il mare con la sua sagoma vagamente futurista, con la grande volta aperta e lanciata verso il cielo e le scalinate che ne attraversano una galleria aperta, con vista sia verso l’oceano che verso l’interno.

Il mare è seducente come sa esserlo l’Atlantico con i suoi riflessi scuri e maestosi.

La proiezione verso l’interno introduce un piccolo parco che contiene una minuscola baia circondata da un muretto di pietre, dov’è esposto un geometrico monumento di Cesar Manrique, circondato da aiuole fiorite e ordinate.

Rientriamo nel centro storico percorrendo il viale assolato.

La giornata ci ha offerto temperature primaverili e luce stupenda, che fa brillare l’azzurro dal cielo al mare.

Festeggio il mio compleanno, per la prima volta fuori dall’Europa, pranzando con Anna in un ristorante indiano e godendo del sapore forte e intrigante delle salse.

Anche girare per conto nostro è un bel modo di scoprire parti di mondo.

17 marzo

Lanzarote – La meraviglia di fiori e piante

Lanzarote è una piccola isola delle Canarie caratterizzata dalla natura vulcanica.

Vi si trovano oltre cento vulcani, non più in attività. Il più alto tra essi ha la sommità poco oltre i 600 metri, così il nostro tour è un saliscendi tra basse elevazioni, in prevalenza ormai arrotondate e con fianchi brulli o coperti da bassa vegetazione.

La terra naturalmente concimata dai residui lavici è propizia per lo sviluppo delle specie vegetali.

Sebbene io non sia esperto né appassionato di botanica, ho ammirato sorpreso e incantato i giochi dei colori tra foglie e fiori, intorno a palmeti e altri alberi cui non so dare nome.

Le palme sono per la maggior parte basse e con foglie più scure di quelle cui siamo abituati nei Paesi tropicali, ma non mancano quelle che si lanciano verso il cielo.

L’isola presenta paesaggi aspri, il vento batte possente e freddo, facendo rimpiangere il clima caldo che abbiamo lasciato da pochi giorni.

Dall’alto del belvedere, nella mattinata battuta dal vento che scuote la foschia a pelo d’acqua, il paesaggio assume tinte e  contorni quasi lunari.

A qualificare la gita è l’arrivo a Jamos de Agua. Si tratta di una grotta che esce dalle profondità vulcaniche, famosa perché in un laghetto affiorante vivono minuscoli granchi bianchi e ciechi, il cui habitat naturale sono le profondità oceaniche e che soltanto qui si possono vedere sopra il livello del mare, nell’oscurità poco illuminata dal sole che si insinua tra le fratture delle rocce.

L’opera dell’uomo, sulla base dell’architettura progettata dal poliedrico e maggior artista di Lanzarote, ha reso Jamos de Agua un piccolo gioiello.

La grotta è suggestiva e sale verso una piscina ornamentale dalle acque celesti che brillano in contrasto al buio delle viscere terrestri e al bianco della vasca e dei bordi. Tutto intorno è un rifulgere di colori forti o delicati di ogni varietà di fiori e foglie, di tronchi nodosi o lisci, scuri e ruvidi o levigati e algidi.

Poi, a ulteriormente affascinare, c’è un auditorium scavato nell’anfratto, con le sedute a semicerchio che scendono verso il palcoscenico, sotto pareti e volta di pietra lavica che negano ogni eco, con effetto di fonoassorbenza. In alto, sotto il lucernario costituito da una breccia nella volta, sta una sospensione di linee e frecce, frutto dell’estro dell’artista.

Nuovamente all’aperto, inseguiamo scorci e prospettive che donano gli sfondi del cielo e del mare dietro aiuole e alberi.

Materiale per scatenare la fantasia alla ricerca di fotografie d’effetto.

L’alternarsi dei toni di luce nel rapido scorrere delle nuvole sotto l’impeto del vento rende il gioco ancor più seducente.

Il vento, che alle Canarie è protagonista e oggi si fa sentire, con le frecce del suo alito, che ci pare gelido.

La nave rolla e vibra. Partiamo.

Addio, Lanzarote, terra di pale eoliche e impianti di desalinizzazione.

Un’isola che non è in sintonia con le nostre corde, troppo aspra e fredda, ma di cui ricorderemo la perla che l’inventiva del suo geniale figlio ha saputo creare. Quel Cesar Manrique cui va anche riconosciuto il gran merito di aver sostenuto e vinto la battaglia per impedire che sull’isola venissero eretti cartelloni pubblicitari, al fine di preservare la purezza del paesaggio. Un esempio che sarebbe bello venisse seguito nei molti luoghi che, nel mondo, la natura e la storia rende indimenticabili.

19 marzo

Malaga – Varietà di stili

Malaga riuscirà ad affascinarsi, anche se l’approdo del mattino ci lasciò perplessi.

Il porto ci presenta la visione di aree merci e lunghi moli, che si aprono davanti a palazzi moderni, alti e massicci a fronteggiare il mare.

Forse per il cielo nuvoloso, ancora non sappiamo intuire la parte antica e artistica.

Poi le nubi si ritireranno, offrendoci una volta azzurra ad accompagnare il tour nella città storica.

Entro un raggio ristretto troveremo architetture che si sono succedute e intrecciate, di pari passo con l’evoluzione della storia.

Dapprima il bus ci porta sulla collina lungo una strada erta, che sfida la perizia del conducente.

Arriviamo a Gibralfaro, “roccia di luce”, nell’antico significato fenicio, antica fortezza che domina la città e guarda sulla baia. I folti boschi che coprono le pendici impediscono di vedere verso la zona storica e la visione dell’insieme di Malaga non esprime le bellezze che ci attendono.

Da lì scendiamo a visitare l’Alcazaba, che fu dimora dei signori arabi prima della vittoria dei cattolici che portò l’area sotto il dominio dei re spagnoli. La costruzione è ancora tipicamente moresca, nella pianta e nelle decorazioni, con cortili nei quali non può mancare lo scorrere dell’acqua, a ricordare l’attenzione e la cura che vi prestava un popolo costretto ad affrontare il deserto. Notiamo le volte, i motivi matematici degli intarsi e il delicato fluire delle greche che decorano gli archi, sagomandone il profilo.

Il giardino che circonda l’Alcazaba raccoglie alberi e fiori che carezzano di profumo, dona i colori che variano dal rosso intenso dei garofani al fioco lavanda dei gladioli, espone l’eleganza dei tronchi di eucalipto, l’austero fogliame dei pini, l’ampio ventaglio delle palme, qualche esplosione di piante grasse.

Al termine della discesa, percorriamo a piedi il centro, un’ampia zona pedonale che si snoda tra vie pulite e ancora capaci di ricordare il passato della città, con palazzi dalle facciate barocche e moresche. La Plaza de la Merced, dove nacque Pablo Picasso, con al centro un obelisco alto e squadrato, dedicato ai morti della ribellione antimonarchica, ospita vari esercizi e il modernissimo Starbuck, dove le consumazioni sono piuttosto care, allineate ai prezzi del circuito in tutto il mondo, sta proprio alle spalle della statua del poeta, seduto immobile su una panchina, disponibile a farsi fotografare con ogni turista di passaggio.

Finalmente giungiamo alla maestosa Cattedrale di Nostra Signora dell’Incarnazione, che concentra, nella sua architettura e nel suo interno, tutti gli stili che qui hanno creato arte.

I successivi interventi, peraltro, non sono giunti a conclusione, tanto che viene chiamata “la Manquita” (la Monca)

La croce davanti all’ingresso è il marchio della vittoria della cristianità nella guerra per la conquista di Malaga. Un’esplicita affermazione del primato spagnolo e castigliano per non consentire l’ambiguità nella simbologia religiosa, nonostante il campanile sia l’evidente trasformazione di una torre di impronta chiaramente araba.

L’interno è denso di arte della cristianità, dedicata a Cristo, alla Madonna e ai Santi, nella progressione delle navate.

Le colonne e le volte si alzano solenni sopra i corridoi, mentre ogni cappella mostra quadri coordinati intorno a episodi di vita e miracoli del culto cristiano.

Impressiona il grande organo, con le sue numerose e possenti canne, che sanno echeggiare in un’acustica ben ricavata negli spazi della cattedrale.

Notevole il coro, costruito a partire dalla fine del XVI secolo con stalli e statue in legni pregiati (mogano, cedro e granadillo).

C’è ancora qualche minuto per ammirare palazzi liberty sulla prospettiva che dal centro punta al viale a mare.

Quando rientriamo sulla nave, la sagoma del campanile e delle alte cupole della cattedrale ci fanno guardare verso la zona storica che abbiamo visitato.

Sarà un ricordo dolce e forte di questo pezzo di Andalusia.

21 marzo

Marsiglia – Facciate francesi e vento dal nord

Marsiglia si presenta come una lunga striscia di moli portuali. Attracchiamo al nuovo porto, dietro la zona commerciale.

La città è relativamente lontana e per raggiungerla è necessario un transfer per superare la grigia area dei magazzini.

Il cielo è terso e azzurro e si rispecchia in un mare intenso, color topazio. La giornata è fredda, perché la costa è battuta dal vento che scende da nord. Questo renderà la nostra gita più breve, perché il clima non invoglia a lunghe passeggiate.

Prendiamo il trenino turistico, che si arrampica verso Notre Dame de la Garde.

La cattedrale si presenta orgogliosa sulla cima della collina, con il campanile sovrastato dalla Madonna dorata, che risplende, là in alto.

L’architettura della chiesa è grandiosa, l’interno meno notevole, ma i mosaici sulle volte disegnano linee e colori affascinanti.

Dallo spiazzo sottostante possiamo vedere la città a 360 gradi. L’ampio golfo circonda la città e le sue appendici portuali.

Tornati in pianura, dinanzi al vecchio porto, iniziamo a percepire il respiro francese di Marsiglia.

Lo si coglie nelle facciate dei palazzi di primo Novecento, con le pareti dai colori delicati e gli stretti e lunghi balconi in ferro, sagomati come i francesi amano averli.

La sera, il sole cala lentamente, allungando la scia dei suoi raggi ormai d’arancio sulla superficie del mare, con un effetto scenico che incanta.

Quando si fa buio, il plenilunio di primavera regala l’ennesima emozione, rifulgendo dal cielo al mare, con riflessi d’argento.

Il transatlantico salpa.

Domani ci sveglieremo in Italia.

È un mese esatto da quando la lasciammo.

22 marzo

Savona – Il mare della Liguria

La città di Savona non si segnala per particolari pregi artistici o storici.

Se ci si giunge, come noi, da una crociera che ci portò ai Caraibi e, più recentemente, a Malaga, il confronto non sarà generoso.

Tuttavia, questa cittadina gode di un clima favorevole, che attrae nella sua provincia il flusso turistico in arrivo da tutto il Piemonte e, in parte, dalla Lombardia.

Fortuna vuole che Savona ci riceva nello splendore del cielo e del mare, in una giornata ventosa ma, anche per questo, carica di luce che rende più vividi i colori.

Dal porto la passeggiata verso il centro si snoda per la via Paleocapa, porticata e con palazzi che presentano graziosi mosaici e balconi sagomati. Il teatro Chiabrera e il palazzo municipale sono il fulcro di piazzette simpatiche, mentre il duomo sta a lato della via Sisto. La Cattedrale dell’Assunta contiene una serie di cappelle laterali tematiche, delle quali apprezzo particolarmente quella dedicata a Nostra Signora della Misericordia, con un altare dorato circondato da sculture marmoree. Di fianco, oltre il cortile, sta l’ingresso della cappella Sistina, così chiamata in onore di papa Sisto IV.

L’emozione più grande la troviamo nella passeggiata a mare, con il lungo viale che scende da Palazzo Priamar e si snoda fino a lato del centro cittadino.

Come in tutta la Liguria, il litorale sabbioso è stretto, così che il nastro pedonale e ciclabile si trova proprio a ridosso della distesa, dove le onde muovono candida schiuma a infrangersi lente sulla battigia e portano profumi e suoni di serenità e infinito.

Il tono dell’azzurro è meraviglioso, fino a fondere cielo e mare sulla linea dell’orizzonte.

Si può dimenticare la città, con il traffico della provinciale che la attraversa poco più in là, respirare a pieni polmoni l’aria salmastra e iodata.

Il bello della Liguria, che i suoi paesini ripropongono in mille sfaccettature, dalla riviera di ponente a quella di levante, sta in questi panorami.

23 marzo

Napoli – Passeggiando leggeri

Napoli è città di cultura antica, dove l’intelligenza vivace dei suoi figli tinge d’ironia la modernità, mantenendola umana.

Torniamo volentieri in questa città che amiamo. Forse, non la capiremo mai per davvero.

Ci conquistò, anche lontani, la melopea mediterranea che nacque nella fucina di Napoli Centrale e trovò in Pino Daniele la sua massima espressione. Ci mosse a commossa ammirazione la comicità sottile e pungente di Massimo Troisi.

Però Napoli è molto di più.

Lo si vede passeggiando per le sue vie, incontrando la fantasia delle insegne dei negozi, ammirando la disinvolta capacità dei napoletani di vestire con naturale eleganza l’accostamento di colori e accessori che altrove parrebbero stonati.

Dal porto si può salire velocemente a piedi dietro al Castel Nuovo.

La nostra breve visita, non avendo tempo per riaccostarci ai luoghi che conservano ed espongono sublimi bellezze artistiche, si dipana tra via Toledo e via Chiaia, respirando l’atmosfera del sabato pomeriggio nella passeggiata partenopea.

Caffè al Gambrinus, a lato della piazza del Plebiscito, poi un gigantesco cono da Infante, maestro della gelateria.

Soddisfatto il palato, possiamo ammirare palazzi e vie, orecchiare le simpatiche cadenze della parlata locale, guardare la folla che sciama senza fretta.

Vorremmo visitare la basilica di San Francesco, ma piazza del Plebiscito è occupata per metà, proprio sul lato del tempio, da una esposizione dell’Esercito Italiano, che ne deturpa il profilo. Spiace sia stato scelto proprio questo luogo per l’iniziativa. Come una poesia strappata. Rinunciamo, rinviando alla prossima occasione.

Anche il giardino del Molosiglio è chiuso per lavori e non possiamo rinnovare l’attraversamento tra i suoi alberi frondosi.

Neppure ci accorgiamo dei chilometri che iniziano a pesare sulle nostre gambe. Non ci si stufa mai di muoversi dentro queste contrade che evocano sole e musica.

Prima di ritornare alla nave, perché la partenza incombe, volgiamo lo sguardo al Vesuvio, simbolo del fuoco che anima queste terre, inquieto e irriverente, coraggioso e affascinante, millenario e attuale.

Dalla tolda, in attesa che i motori spingano il transatlantico verso il largo, abbiamo il tempo di godere del tramonto dietro il Maschio Angioino.

Silenziosamente, depositiamo il nostro “arrivederci” sui placidi flutti dal molo Berevello verso il cuore della città.

25 marzo

Bari – Visita alla città vecchia

Dal molo d’attracco della nave da crociera alla città vecchia è una passeggiata di pochi minuti.

Per questo, è sconsigliabile accettare le offerte di tour che sommergono gli ignari turisti in arrivo all’uscita del terminal portuale, siano esse di trenini o risciò o altro. Non fanno risparmiare tempo né energie, ma spillano denaro per un presunto avvicinamento ai luoghi di interesse e per sommarie informazioni storico-culturali.

Nella città vecchia i poli d’attenzione sono raccolti in un fazzoletto.

Per prima la cattedrale di San Nicola, di stile romanico, edificata per raccogliere il corpo mortale del santo, che è tale sia per i cattolici che per gli ortodossi. La chiesa, infatti, ospita riti di entrambe le religioni. Imponente e austera, contiene il baldacchino di marmo più antico di tutta la Puglia: un ciborio posto sull’altare centrale.

L’altra cattedrale, dedicata a San Sabino, è quasi altrettanto antica e anch’essa di stile romanico, con l’icona della Madonna dell’Odegitria, che da il nome alla piazza che ospita il tempio.

Il Castello Svevo ha il profilo squadrato e rude di una fortezza romanica, ricostruito dagli Svevi, da cui deriva la sua denominazione. Purtroppo le mura non sono in sicurezza e ne è preclusa la visita.

Comminare tra le strette vie della Bari vecchia è scoprire un microcosmo di negozi e attività tradizionali, come quella – celebrata dal turismo – delle signore che tirano a mano la pasta fatta in casa per trarne, con abili movimenti di coltellini, le famose orecchiette pugliesi. Ci colpisce in particolare una graziosa piazzetta, detta Largo Albicocca e dedicata agli innamorati. D’obbligo un selfie per le coppie che fanno rivivere ogni giorno il loro amore, come Anna e Giorgio.

Poco oltre il confine tra la Bari vecchia e la Bari nuova abbiamo le vie eleganti con i negozi delle firme luxury, sotto palazzi tra i quali sfilano belle sagome liberty. Da segnalare quelle di Palazzo Fizzarotti e di Palazzo Mincuzzi.

Poco più centrale si può ammirare l’ingresso dell’Università Aldo Moro, intitolata al tormentato leader che si interrogava e cercava nuovi equilibri politici nel dopoguerra, fino a finire nel mirino spietato delle Brigate Rosse.

La via Sparano si chiude nel piazzale Aldo Moro, di fronte alla stazione centrale delle ferrovie, linda e ordinata.

Tornando verso la città vecchia, percorriamo viale Cavour, con altre costruzioni liberty che conducono fino al Teatro Petruzzelli, alle sedi della Banca d’Italia e della Camera di Commercio, e infine al Teatro Margherita.

La nostra passeggiata si è conclusa e possiamo riattraversare la città vecchia e poi tornare verso il porto.

Nelle orecchie ci risuona il tipico dialetto locale, con le sue simpatiche cantilene.

27 marzo

S’arriva a Venezia.

Si lascia il transatlantico.

Si conclude un’avventura.

Si spediscono i bagagli a casa e si tiene solo il necessario. Perché a Venezia merita sempre trascorrere qualche giorno, specie di marzo.

Rispetto alla crociera, tutta un’altra storia.

Magia delle calli e sinfonia dei musei.

Degna e splendida conclusione di una bellissima vacanza.