Transizione ecologica: le spine della rosa

La corsa alle energie rinnovabili sta tumultuosamente coinvolgendo sempre nuovi protagonisti. Gli impegni dei governi a contenere il surriscaldamento del pianeta sembrano trovare nella riconversione dai combustibili fossili al Green Power uno dei principali, se non quello fondamentale, tra gli obiettivi praticati.

È ormai convinzione generale che ciò porterà una nuova fase di sviluppo, creando posti di lavoro in misura maggiore di quelli che saranno abbandonati e profitti ancor più appetitosi di quelli declinanti. Le risorse finanziarie impiegate sono enormi, i grandi investitori mondiali sgomitano per partecipare alle industrie emergenti dell’eolico, dell’idroelettrico avanzato, del solare.

I piani di progressione del cambiamento sono studiati per bilanciare relativa rapidità e gradualità di passaggio (orizzonti 2030 e 2050).

Tutto bene? Finalmente politica ed economia pongono il progresso sui binari della sostenibilità?

Non è proprio così: luccica, ma non è oro.

Partiamo da una domanda: quanta energia occorre per produrre energia? Nel calcolo, per essere coerenti con principi di sostenibilità, bisogna metterci tutto: input di materie prime, lavorazioni, distribuzione (perché si tratta di portarla dove sarà utilizzata), gestione degli scarti.

A esempio, immettere un barile di petrolio nell’estrazione di petrolio permette la produzione di trentacinque barili dello stesso combustibile. Assai meno dei cento di un secolo fa.

Analogo calcolo per l’energia eolica deve comprendere la produzione delle pale; per quella solare la produzione dei pannelli, per entrambe quella degli accumulatori. Lo stesso per le altre fonti (idroelettrico, geotermico, ecc.). E qui il quadro si vela di nubi. I nuovi macchinari esigono rilevante impiego di minerali di difficile estrazione e sintesi: i minerali rari e le cosiddette “terre rare”. Queste ultime sono disperse e diffuse in natura e sempre legate ad altri elementi. Renderle disponibili all’uso industriale implica lavorazioni onerose e altamente inquinanti. L’input energetico delle operazioni (compreso il trasporto dai siti di estrazione a quelli di raffinazione, alle industrie di produzione degli impianti) è elevato. Se si aggiunge l’enorme problema della gestione dei rifiuti che ne derivano, il saldo ambientale rischia di essere negativo. Cioè una modesta diminuzione delle emissioni di CO2 si accompagna a distruzione di ecosistemi locali nei quali sono abbandonati i rifiuti minerari e drammaticamente (e quasi irreversibilmente) riversate le acque di scarto, spesso radioattive e sempre chimicamente letali.

Nei Paesi avanzati tutto questo non si vede, giacché i disastri ambientali sono delocalizzati nelle aree più povere e meno avanzate (e in Cina, che ha deliberatamente scelto di farsene carico, pagandone il prezzo umano e territoriale, per controllare risorse preziose, delicate e rare)

Altro caso di riconversione è quello verso le automobili elettriche. Vari studi comparativi (anch’essi comprensivi dei costi di produzione oltre a quelli di esercizio) dimostrano che una vettura a trazione elettrica, nel suo ciclo di vita, genera un impatto di CO2 pari a tre quarti di una alimentata a diesel. Questo relativo abbattimento di gas serra sconta, tuttavia, il problema dello smaltimento delle batterie, che non sono riciclabili e, per la loro composizione, sono fortemente nocive.

La riconversione ecologica necessita della diffusione delle tecnologie digitali. Esse, oltre a garantire l’industrializzazione di molti processi, stanno a base dell’esplosione dell’innovazione che ha investito anche i consumi di massa: televisori, smartphone, tablet, PC, domotica, ma anche equipaggiamento di vetture, elettrodomestici. Ormai chip e telematica sono in ogni angolo delle nostre case e segnano il ritmo delle nostre vite.

Le tecnologie digitali, per funzionare, impiegano magneti e altri particolari (sempre più miniaturizzati e leggeri) che, a loro volta, hanno quali elementi essenziali terre e minerali rari.

E, nuovamente, incrementano la domanda di materie prime ad alto costo ambientale per creare componenti con infimo grado di riciclabilità.

Ulteriore preoccupazione deriva dal largo consumo di acqua nelle produzioni che separano e sintetizzano le terre rare. Se già ora l’accesso all’acqua rischia di scatenare conflitti cruenti in Africa, lo smodato impiego di acqua nei processi industriali minaccia di rendere l’acqua potabile un bene scarso a livello globale.

Queste constatazioni fanno sorgere il dubbio che la magnificata riconversione ecologica sia una strategia volta a generare nuovi mercati e nuove occasioni di business senza davvero risolvere il degrado ambientale, contenendolo su un lato per riproporlo (magari differendone gli effetti) su altri.

Perché non esistono pasti gratis e neppure rose senza spine.

L’evidenza delle contraddizioni impone di ricalibrare le misure per una riconversione ecologica che raggiunga i suoi obiettivi in termini olistici, guadagnando risanamento su tutti i piani interessati.

Di fronte ai paventati rischi che la nuova fase di sviluppo sia strozzata dalla penuria di risorse primarie (minerali più o meno rari, acqua, sufficienza di energia), vale l’ironia di Christian Thomas, un esperto francese: Non abbiamo problemi di materia; abbiamo solo problemi di materia grigia.

Occorre cambiare visione strategica, trasformando la consapevolezza della drammatica complessità delle sfide per il futuro in comportamenti che mettano fine al consumo dissipatorio.

Per scongiurare i pericoli di una riconversione che apra nuovi fronti di degrado, le scelte tecnologiche debbono essere guidate da una visione umanistica proiettata sul lungo periodo, mettendo insieme economicità, praticabilità e autentica sostenibilità.

La progettazione delle innovazioni dovrà garantire risparmio di risorse e bassa intensità di contaminazione ambientale.

Ciò significa – ed è una decisione che spetta alla politica, contro le logiche di profitto legate allo sviluppo quantitativo – bandire l’obsolescenza programmata dei beni di consumo.

Poi è fondamentale investire in ricerca e sviluppo per prodotti e processi che privilegiano riduzione dell’impiego di risorse e riciclabilità, perché all’energia rinnovabile va abbinata la riproducibilità delle materie prime (difendendo la biodiversità: la natura, non è solo fauna e flora, ma anche oceani e fiumi, montagne, pietre, ghiacciai…).

La ricerca può non essere immediatamente capace di trovare risposte, ma è uno strumento imprescindibile per elaborarle.

Vero che bisogna agire subito, che le tecnologie ora disponibili vanno attivate. Ma uno scatto in avanti sui nuovi materiali, sull’efficientamento delle reti produttive e distributive è possibile, se le migliori intelligenze saranno sostenute da adeguati investimenti.

La pandemia ha indotto a sintetizzare efficaci vaccini in tempi più che dimezzati rispetto alla tradizione. Salvare l’ambiente, il pianeta, il futuro dei nostri figli non è meno importante.

La transizione non può essere guidata dalle logiche del profitto rapido e massimo. È in ballo la sopravvivenza del genere umano. L’attenzione e la mobilitazione dei cittadini possono e devono rendere vincenti politiche orientate all’autenticità di una montante cultura materiale della sostenibilità.

Per chiudere con una brillante massima di Albert Einstein: Non si può risolvere un problema con lo stesso modo di pensare che l’ha generato.

La scienza è arma vincente quando è governata dall’etica.

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