Non incubo ma atto d’accusa

A volte i sogni vanno oltre ogni nostra fantasia.

Come quello che ora cerco di raccontare, raccogliendo stille di quel che rammento, giacché le produzioni oniriche al mattino svaniscono ed è immane fatica ricostruirne contenuti, flusso e senso.

Un grande scrittore, artista immenso, offre al mondo un’opera inquietante e di forte impatto estetico.

Su un palcoscenico all’aperto linee di fuoco si intrecciano e danzano, creando effetti di luce ammalianti.

Splendido e coinvolgente.

Poi crescono e si trasformano, divengono sottili rami iridescenti che vibrano, finché l’intensità li rende d’argento e si ravvivano del germogliare di foglie. Il verde candido e fresco porta serenità alla mente e pace nel cuore.

Ma all’improvviso una nuova pulsazione muta la creazione, la rattrappisce. I rami si seccano e assumono colorazione grigiastra. Il tessuto degrada, si macera e il grigio rilascia bave più scure. Perfino il cielo sembra incupirsi sopra il telaio che lentamente decade e si avvia a morire.

Guardandolo, l’anima si stringe. Piange. Si dispera.

L’installazione parla di una fine che tutti ci coinvolge.

Abbiamo visto una donna che sboccia e, nella sua bellezza infinita, chiama a un atto d’amore, che tuttavia si infrange nel declino dell’inattesa e incompresa putrefazione.

Le domande si affollano a confondere i pensieri.

Perché?

Come può la meraviglia corrompersi fino a marcire?

Alla fine, il significato dell’opera colpisce come lo schiaffo di un gigante irato.

Sul palcoscenico scorre la metafora del nostro pianeta.

Del quale abbiamo tradito l’incanto, spezzandone l’equilibrio.

Senza ritorno?

Al nostro presente, ai nostri comportamenti, la risposta.

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