Ricordi per Gimondi

Conservo un ricordo molto vivido del momento in cui scoprii il Gimondi campione.

Avevo 10 anni, era il 1964. Già dall’età di sei anni avevo preso a leggere avidamente Topolino, dalla prima all’ultima vignetta, dalle parole della copertina a quelle della quarta, divorando tutto ciò che vi veniva scritto.

Allora, nel volumetto settimanale due pagine centrali erano dedicate allo sport.

In un numero di luglio, venne pubblicato un servizio su un giovane atleta italiano che aveva vinto il Tour de l’Avenir, il giro di Francia riservato ai ciclisti dilettanti.

Nella memoria mi si ripresenta la foto di un giovane con la faccia lunga, cui il sorriso non riusciva a mitigare la fisionomia di un uomo già avanti negli anni. Eppure aveva 22 anni, aveva vinto una gara importante, aveva strappato un prestigioso passaggio per il professionismo, stava compiendo il Giro d’onore nello stadio parigino, in maglia gialla e con un gran mazzo di fiori in mano.

Gimondi si dimostrò un campione di rango già al successivo primo anno tra i professionisti. Partì come scudiero di Vittorio Adorni, capitano della squadra Salvarani e finì terzo al Giro d’Italia. Si schierò alla partenza del Tour de France per aiutare il caposquadra nel tentativo di realizzare la doppietta dopo il successo in patria. Invece Adorni dovette ritirarsi per una indisposizione, mentre Felice Gimondi aveva, nel frattempo, conquistato la maglia gialla, grazie a una fuga sottovalutata dagli avversari. Rimasto inaspettatamente leader, riuscì a respingere gli attacchi di Raymond Puolidor, grande favorito della corsa in assenza di Jacques Anquetil. Arrivò a Parigi in maglia gialla (come già l’anno prima tra i dilettanti), dominando le sfide a cronometro e guadagnandosi la stima dei francesi, che lo chiamavano accentando la “i” finale.

Divenne il mio idolo e lo seguii durante tutta la carriera, nella quale vinse meno di quel che ci si aspettava, perché all’orizzonte sorse la stella dell’inarrivabile Merckx.

Era un uomo schietto, onesto, mai sopra le righe. Un emblema di un ciclismo non più eroico ma ancora a misura umana.

Lo ricordo ancor oggi con la sua espressione severa e quasi triste, che nascondeva la serenità di chi si impegna con coraggio per raggiungere il massimo. Anche se davanti c’è il cannibale, anche se il cielo si oscura e vomita pioggia e vento sulla strada diventata improvvisamente viscida e infida, anche se alla fine non si arriva primi.

Perché così riuscì a vincere ogni tipo di corsa, fino a piazzare lo sprint fulminante (lui che era un passista scalatore, certo non un velocista) nella volata che concluse la fuga dei mondiali 1973, su un circuito durissimo che seppe interpretare magistralmente, lasciando dietro il giovane Maertens, il fuoriclasse Ocaña, il campionissimo Merckx. Nel 1974, con la maglia di campione del mondo vinse la Milano-Sanremo. Nel 1976 sul finire del fulgore atletico, si aggiudicò per la terza volta il Giro d’Italia.

Ciao Felice, con te seguire le gare ciclistiche assumeva ancora un sapore romantico.

Al Tour de l’Avenir 1964

Durante il giro d’onore al Parco dei Principi di Parigi, vincitore del Tour de France 1965
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