Sentimento e intelligenza: Marcorè interpreta Faber

La collina

Andare ai concerti allunga la vita. Lo sostiene uno studio scientifico, basato su rilevazioni campionarie che distinguono il gruppo dei frequentatori di spettacoli musicali.

Non so se sia vero. Certo, quando note e versi avvolgono e accendono emozioni, portando in alto, a ritrovare l’essenza di sé nella sensazione di “capire” il messaggio dell’artista, ci si sente davvero bene. Frammenti di felicità e armonia.

Se poi la qualità della rappresentazione raggiunge vette di intensa empatia collettiva, le tensioni si placano e ci si sente sollevare oltre i limiti del presente.

Così è stato nella mirabile interpretazione di Neri Marcorè alle canzoni di Fabrizio De Andrè, intitolata “Come una specie di sorriso” nella serata del 10 agosto a Villa Bertelli.

Il merito va esteso agli accompagnatori dell’esibizione: Gnu Quartet, Simone Talone alle percussioni, Domenico Mariorenzi alla chitarra (e non solo), Flavia Barbacetto e Angelica Dettori come vocalist.

Le canzoni di Faber sono uno scrigno di perle cangianti e preziose.

Marcorè ne ha offerto una lettura attenta, lieve nell’approccio e profonda nel richiamo ai contenuti. Capace di riferimenti ironici e ficcanti all’attualità, contro la pochezza di chi si fa forte cavalcando e gonfiando l’onda delle paure e dei più sordidi impulsi.

Un concerto che si è snodato come inno alla libertà, all’ascolto, al valore delle diversità.

Non ideologia, ma umanità, come quella di comprendere perfino i propri rapitori, perché è quel che Fabrizio fece, componendo Hotel Supramonte.

Poi l’eccellenza della musicalità, con Anime salve, frutto stupendo della collaborazione con l’altro grande cantautore, ligure come Faber il poeta: Ivano Fossati.

La bellezza può ancora salvare il mondo. Esco dallo spettacolo con questa convinzione, nutrita dall’ovazione, condivisa in un applauso corale del pubblico: tutti in piedi nel salutare i protagonisti sul palco.

La bellezza ch’è arte, quando la sincera e appassionata, naturale allegria del rapporto tra chi recita e chi assiste arriva a penetrarel’anima: l’invisibile centro in cui cervello e cuore si fondono e si esaltano, diventando sentimento, che, in un’evidente ermeneutica, è sinonimo di intelligenza.

L’arte, che dispensa gocce di eternità, ci fornisce la risposta, restituendo logica emotiva allo scorrere consapevole della vita. L’arte ch’è istinto e ragione, estro e puntiglio.

Riprendiamoci l’essere, il tempo della coscienza, il valore della profondità.

Fuggiamo il travolgimento dell’esaltazione istantanea, che subito si perde per inseguire quella successiva. Godiamo pienamente momenti e giorni, assaporiamone l’effetto che tocca la nostra interiore essenza. Quel piacere che l’avere e il possesso non potranno mai darci.

Un concerto: poesia cantata e musica evocatrice sanno suscitare emozioni e riflessioni.

Se non allungano la vita, certo la rendono più piena e felice.

Un giudice
Princesa
Creuza da ma’
Don Raffaè
Anime salve
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