L’effimero successo del “Me ne frego”

La citazione contenuta nel titolo di queste riflessioni vale, simbolicamente, a spiegare l’esito delle recenti elezioni europee nel nostro Paese.

Non per caso, rispolverare motti e stilemi della retorica fascista ha messo le ali alla conquista di ampie fasce di elettori da parte della Lega e del suo leader.

La vittoria del M5S dello scorso anno segnava il montare nel popolo dello spirito di rivalsa. C’è un largo settore della società che soffre la mancata realizzazione dell’aspirazione a poter raggiungere una condizione di tranquilla agiatezza e trasforma la frustrazione in rancore. La colpa viene addebitata ai politici, agli intellettuali, ai giornali, a tutti quelli che rappresentano il potere tradizionale. Il voto al M5S sembrava la migliore scelta per punire questi colpevoli.

Ma poi s’è visto che le cose non sono cambiate. Anzi: dove governano i 5 stelle le città precipitano, il ristagno economico e il disordine civile e materiale si impennano.

Allora il rancore vira su altri bersagli. Contro l’intrusione degli immigrati, visti come portatori di nuovi pericoli e concorrenti nell’accesso agli aiuti pubblici. Ma, soprattutto, esso alimenta l’illusione che a frenare l’economia siano i vincoli esterni. La disciplina fiscale dell’UE, le regole e la burocrazia, l’eccesso di pressione fiscale. Mostri da sconfiggere e cancellare! Questo è il nerbo delle promesse salviniane. Questo è il “me ne frego” che resuscita il simulacro dell’uomo d’azione, volitivo e possente, capace di vincere e distruggere i tentacoli vincolistici.

Il grosso del suo elettorato vive nella generazione dei baby boomers, quelli cresciuti senza eccessivi patemi e improvvisamente privati della bella vita, che pensavano di meritarsi per quel moto progressivo che vede i figli stare meglio dei padri, e che ora vivono l’incertezza nel lavoro e nel reddito e hanno figli alle prese con il precariato. Disabituati a misurarsi con la complessità, con una formazione infarcita di TV e consumismo, cercano e anelano soluzioni elementari, privilegiando quelle individuali a quelle collettive. In una deriva che fa riemergere egoismi e sentimenti ancor più sordidi. Così, nel linguaggio – complice la massificazione dei canali di comunicazione via Internet – ci si affranca (con un sospiro di bieco sollievo) dal politally correct. Non ci si vergogna del razzismo, si ricorre all’insulto, si sdogana il fascismo, il sessimo, l’omofobia. È la resuscitata litania dilagante del “me ne frego!”. I valori della Resistenza non sono dimenticati, ma semplicemente non fanno parte del bagaglio culturale di questo arcipelago di disordinate intolleranze.

E, tuttavia, le stagioni politiche sono ormai molto brevi.

Renzi prese più del 40% alle Europee 2014, quando sembrava impersonare una nuova primavera delle politiche economiche e sociali. Ma, portando solo la rottamazione del vecchio personale politico e non riuscendo a mantenere l’impegno di rianimare lo sviluppo, perse rapidamente il consenso.

Salvini vola quasi al 35%, ma dovrà ora confrontarsi con lo stesso scoglio.

Se il governo PD riuscì a riportare il segno positivo al PIL, ma in misura ancora inferiore al necessario, per quello gialloverde l’impresa è ben più ardua, con una congiuntura internazionale fiacca e un asset produttivo e competitivo nazionale ai minimi della storia.

La prossima legge finanziaria metterà alle corde Salvini. Non ha programmi, né risorse, per invertire la rotta dell’economia italiana.

Oltre l’espressione del rancore, i cittadini chiedono che lo sviluppo riparta e che distribuisca i suoi frutti in modo meno ineguale di come sta accadendo per le dinamiche spontanee del mercato finanziarizzato.

A parole si può fingere di recuperare “indipendenza”, ma la globalizzazione non può essere chiusa come i porti. L’autarchia non è possibile per nessuno. Non sarà l’UE a imporre il fiscal compact ma la tagliola del mercato sui tassi di interesse del debito a rendere impervio lo sforamento della spesa in deficit.

Per Salvini il dilemma sarà tra una politica avventurosa in dispregio dei vincoli, con la conseguenza di un disastro finanziario che porterà un domani di lacrime e sangue, oppure una legge di bilancio responsabile e avara. In entrambi i casi, portando la responsabilità del governo, questo dissolverà il grosso del consenso elettorale leghista al primo appuntamento successivo.

Tranne decida, da giocatore di poker, di far saltare il banco. Basterà premere per un’attuazione del contratto di governo tutta sbilanciata verso le istanze leghiste fino a provocare la crisi. Elezioni anticipate in autunno lo vedrebbero ancora vincitore, con la rendita dell’illusione che ha suscitato. A quel punto, la legge finanziaria potrebbe essere “alleggerita” delle promesse troppo costose, rinviate a un orizzonte quinquennale affidato a un governo (di destra-centro) più coeso dell’attuale.

Sull’altro versante, a conferma che gli elettori manifestano i loro sentimenti quando pensano che le elezioni poco influiscano sul quotidiano (così sono percepite quelle per il Parlamento europeo), ma prestano attenzione al buon governo per quelle più vicine alla vita di tutti i giorni, il centro-sinistra tiene a livello amministrativo. Tipico il caso di Bari, con un sindaco eletto con una maggioranza totalmente opposta al responso elettorale europeo.

Come può, in prospettiva, tornare competitiva sul piano nazionale un’alleanza alternativa al centro destra, posto che la parabola pentastellata sembra avviata a un inarrestabile declino?

Se si guarda a Milano e a Firenze, si vede che aree che mantengono un buon andamento economico e amministrazioni attente a garantire sviluppo equilibrato e modernizzazione sono quelle nelle quali il centro-sinistra resta maggioritario.

Tenere insieme politica (come mediazione positiva con funzioni regolatrici e redistributive), economia (come valorizzazione delle vocazioni sostenute da iniziativa privata, ricerca e innovazione), società civile (come espressione delle istanze collettive e territoriali) è la scommessa per un futuro nel quale lo sviluppo sia declinato in chiave di sostenibilità ambientale e sociale e di passaggio dal consumerismo all’uso etico delle risorse.

La Lega è lontana da questa sensibilità, il M5S insegue strane chimere di decrescita, il centro sinistra, a sua volta, sembra ancora legato a radici che affondano nel secolo passato.

Personalmente, sono convinto che debba nascere un soggetto nuovo, in parte recuperando e rimescolando l’attuale quadro di partiti e movimenti, ma altrettanto (e forse più) scaturendo da movimenti profondi della società, tra i quali il primo germoglio sembra la passione dei ragazzi che scendono nelle piazze con Friday for future.

Poco meno di un anno fa scrissi un racconto nel quale affidavo a un vecchio professore torinese un’analisi e una sorta di proposta profetica.

Lo ripropongo alla lettura di chi ne sarà curioso.

Chissà se fioriranno ROSE.

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