Diomede, il nome del commissario Gabuzzi

Durante la gita a Venezia, visitando la Galleria dell’Accademia, mi imbattei in un quadro di Vincenzo Giacomelli, intitolato Diomede fugge nascondendo il Palladio. Coincidenza inattesa! La tela è dedicata all’eroe il cui nome scelsi per il protagonista centrale dei miei romanzi. Diomede è una figura mitica. Nacque in esilio, figlio di uno dei Sette Campioni che combatterono Tebe e che sulle mura della città trovò la morte. Il giovane Diomede, insieme ai figli degli altri Epigoni, vendicò la morte del padre Tideo, ma nello scontro cadde anche suo zio Egialeo, così che a Diomede venne affidata la reggenza di Argo. Dopo vari scontri in terra greca, ormai consacrato eroe e valente guerriero, Diomede partecipò, insieme agli altri regnanti delle città elleniche, all’assedio di Troia. Egli rappresentò il modello di impavido combattente, abile e coraggioso, che non arretra neppure di fronte agli Dei (la mitologia spiega come le divinità non mancavano di immischiarsi direttamente nelle vicende umane, con risvolti cruenti e spesso boccacceschi). Quando Achille si ritirò sdegnato dal conflitto, Diomede, che non riuscì a dissuadere l’alleato dal rifiuto di assecondare Agamennone, si trovò a essere il maggiore eroe greco nel campo di battaglia. Duellò con Enea e, nello scontro, ferì Afrodite, che proteggeva il prode principe troiano. L’Iliade narra poi dell’incontro tra Diomede e il licio Glauco, e della loro decisione di rinunciare a combattersi e di scambiarsi le armi per il rispetto dei genitori che avevano condiviso l’ospitalità. In tale episodio già si intravede la profonda sensibilità e lungimiranza del re di Argo. Sul finire della guerra, insieme all’amico Ulisse, con il quale condivideva il benevolo aiuto di Atena, rubò alla città nemica la statua del Palladio, dedicata proprio alla dea della sapienza e delle arti, perché l’indovino Eleno attribuiva la vittoria della lunga guerra a chi avesse posseduto quella scultura. Terminato il conflitto in Asia minore, altre tragedie e garbugli di vendette attendevano Diomede, inseguito dalla collera di Afrodite, fino a spingerlo a lasciare la Grecia. Attraversato il Mediterraneo, giunse sulla sponda occidentale dell’Adriatico e vi portò le conoscenze e la cultura d’origine. Fondò alcune città: tra esse Brindisi e Benevento. In quella che sarebbe divenuta Italia, l’eroe greco mutò le proprie attitudini: non più guerriero, ma ormai civilizzatore, tanto da guadagnarsi rispetto e devozione tra i popoli che lo conobbero. Questa seconda natura del figlio di Tideo e Deipile determinò la scelta del nome di battesimo del futuro commissario Gabuzzi. Plinio Gabuzzi discendeva da una famiglia di insegnanti. Suo padre, Ermenegildo, aveva rotto la tradizione dell’insegnamento, finendo impiegato al catasto di Modena. Un grave errore d’incuria (rovesciò un botticino di inchiostro su originali di mappa) lo aveva retrocesso al lavoro di copia (manuale) di atti. Scontento della situazione, Ermenegildo –un impenitente irrequieto – lasciò il lavoro statale e visse di piccoli impieghi. Per questo, Plinio dovette sudarsi la laurea in lettere, che venne solo all’età di 29 anni, condannandolo, ante litteram, all’occupazione precaria nella scuola. Dopo un periodo difficile, Plinio ottenne un incarico di supplenza prolungata in un paese marsicano, Celano, a 800 metri sul livello del mare, nel cuore del parco nazionale d’Abruzzo. Plinio insegnava lettere in una scuola media. Titolare della cattedra era un’anziana zitella inabilitata da una bronchite trascurata. La supplenza, per Plinio, venne prorogata per l’intero anno, rinnovata quello successivo, e aprì la strada all’incarico fisso, quando la vecchia titolare si rassegnò alla pensione. Nel piccolo paese, Plinio conobbe una sartina, Biancadora Nunno, e presto la sposò. Quando si annunciò la prossima nascita di un maschietto, Plinio, cultore di letteratura classica, appassionato di mitologia ed epica, volle chiamarlo Diomede, come il re civilizzatore, già guerriero e poi benefattore di Ancona, dove Plinio trascorse i primi anni di insegnamento in varie scuole private. Diomede, nei suoi primi anni, conobbe il freddo rigido della Marsica. Dopo il quinto compleanno del bambino, il padre conquistò finalmente un insegnamento a Formigino e tornò a risiedere a Modena, portandovi la moglie, incinta di una bimba che, alla nascita, venne chiamata Eliodea. Diomede era uno studente modello. Frequentò il liceo scientifico, rifiutando le vocazioni classiche cui il padre voleva rivolgerlo. Nonostante quella scelta, la sua tesina pro-maturità inorgoglì Plinio. Fu dedicata a un modello di analisi delle ricorrenze dei personaggi nella mitologia greca. L’ipoteca del nome, quindi, sembrava avere qualche efficacia. Dopo la maturità, Diomede si iscrisse a Giurisprudenza, quindi fece il servizio militare, vincendo un bando di iscrizione all’Accademia Militare, dove si laureò in sociologia dell’investigazione criminale con una tesi in Profilazione probabilistica nella lotta al crimine economico. La sua strada era tracciata, come il destino avesse aperto un cono di luce al suo cammino. Superò brillantemente il concorso per ufficiale di Polizia e venne inviato al corso biennale specialistico in Metodologia delle scienze investigative. Fu parte di una classe affiatata e vivace, nella quale svettava su tutti una specie d’amazzone altoatesina: Klausa Rottenschneider. Durante la festa di diploma del secondo anno, nella classe crebbe la voglia di celebrare il successo con un viaggio all’estero. Klausa indicò Amsterdam ed ebbe il consenso di Diomede, ma i compagni optarono a larga maggioranza per Miami. Klausa andò comunque – da sola – ad Amsterdam. Diomede seguì gli amici a Miami. Lì giunto, tuttavia, non volle, come loro, vagare per spiagge e locali, ma preferì conoscere l’anima oscura della città. Lo aiutò un poliziotto italo-americano, nativo di Charleston e trasferito nella metropoli della Florida all’età di ventott’anni. Glenn Baronni, nipote di un lontano cugino di mamma Biancadora, era un tipo rude, ma buono. Accompagnò Diomede in alcuni bar nella zona del porto, ai bassifondi. La seconda sera, Diomede vi conobbe una giovane: Malisa Daqueros. Era una prostituta, come scoprì con una certa sorpresa. “Come in una canzone di De André”, pensò quando lei glielo confidò. La giovane portava sulle spalle tutte le disgrazie della famiglia da cui proveniva. Parlarle fu una nuova lezione. Superando le difficoltà della lingua, perché la donna parlava spagnolo e il suo inglese era men che elementare, comprese che dietro scelte scellerate si nasconde spesso la sfortuna o la disperazione, o entrambe. Capì come le persone che vivono ai margini della società non sono tutte anime nere, ma talora portano in sé tenerezza e valori umani, costrette a difenderli strenuamente nello squallido ambiente nel quale sono condannate a vivere. Gabuzzi divenne consapevole che l’umanità non si divide per linee nette, che è necessario cogliere le sfumature. Anche a fini investigativi ne ricavò rinnovate capacità: di profilazione, di relazione, di distinzione dei livelli di responsabilità. Non aveva la presunzione (errata) di poter giudicare, ma quella (positiva) di saper individuare autori e intenzionalità dei crimini. Fu una vacanza assai formativa. Come l’antico eroe di cui aveva preso il nome, lasciare la terra natia e immergersi in una nuova realtà lo aveva cambiato e arricchito. Tornato in patria, fu assegnato alla Questura di Forlì, con la qualifica di vicecommissario. Il suo primo maestro (in verità il suo primo capo, che non aveva gran voglia di far da precettore e neppure ne mostrava le qualità) fu il commissario Edmondo Calecchi. Aveva 58 anni e la pensione nel mirino. Lasciò spazio al giovane, che trovò un buon aiuto nell’ispettore Pieramedeo Pelpo, ufficiale con una ricca esperienza, sebbene di insufficiente cultura. Da piccoli casi Gabuzzi maturò esperienza per misurarsi con situazioni più delicate. La storia della sua maturazione, dei suoi amori, dei suoi successi e delle traversie che lo ostacolarono, è tutta nei romanzi che la mia fantasia produce. Quello che andò in stampa lo scorso anno, #LaVenereSpezia, si colloca nella fase conclusiva del suo percorso emiliano; quello prossimo a uscire, #Moventeoperniente, apre il periodo toscano, a seguito della promozione a vicequestore aggiunto in Firenze e cronologicamente segue il precedente. Altri sono in attesa, legati alla prosecuzione della carriera, ma anche, in flashback, alle indagini giovanili in terra di Romagna e d’Emilia. Spero che questo personaggio riesca a trovare lettori che ne apprezzeranno le doti professionali, umane e morali. Non un eroe mitico, ma un uomo responsabile, attento, sensibile. Presuntuoso nel senso dantesco, di chi ritiene di poter affrontare e vincere le difficoltà; cosciente dei suoi limiti, capace di circondarsi di collaboratori e amici che condividono la sua passione per l’intelligenza e l’equilibrio. Quelle doti che il Questore Ettore Burnidei gli richiede e che vedrà in lui, affidandogli la neonata Squadra Scientifica Investigativa della Polizia fiorentina: osservazione, analisi, intuito, immaginazione.

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