Miami – Billion dollars legend

NOTE DI VIAGGIO

A seguire pubblico sensazioni, ricordi e impressioni dalla mia crociera intercontinentale.

Giorno dopo giorno, narrerò di luoghi sempre diversi.

Ogni articolo sarà corredato delle fotografie per me più significative, perché illustrano ciò che mi colpì o evocano le emozioni che vissi. Anche in relazione alla singolarità di ogni esperienza, il corredo visivo varierà di estensione e contenuti. Voglio chiarire che l’interesse, la bellezza e l’intensità passionale dei luoghi non è proporzionale al numero delle fotografie dei vari articoli.

Questa nota aprirà ogni articolo e mi scuso con i lettori se verrà a noia. Per evitarlo, basta saltarla!

Miami, per come l’ho vista e mi è stata presentata, è una metafora dell’America che non posso amare.

Una città dalla storia breve e concitata.

La costruzione urbana iniziò soltanto alla fine dell’Ottocento.

Prima di allora, le coste assolate della Florida non attiravano l’insediamento dell’uomo, perché il caldo e le zanzare non ne facevano un habitat salubre.

L’evoluzione delle tecniche e della medicina e la divisione delle vocazioni commerciali donarono, decennio dopo decennio, ruoli economici e storici che portarono alla crescita esplosiva della città.

Dapprima valorizzata come ambita meta per i ricchi che sfuggivano ai freddi inverni del Nord, poi passata a paradiso per gli anziani, quindi stravolta e cambiata dalla massiccia immigrazione dei rifugiati cubani fuggiti dall’isola conquistata dal castrismo, successivamente rilanciata dalla funzione di base logistica per il commercio verso centro e sud-America, infine consacrata quale base di nuovi talenti artistici, nella moda, nella musica e nel cinema e rinvigorita l’economia del turismo, Miami, con la sua propaggine di Miami Beach, conta oggi circa 5 milioni di residenti e una ricettività turistica capace di accogliere più di 1 milione di ospiti l’anno.

La skyline cittadina è un susseguirsi di grattacieli a ridosso del mare e si caratterizza per le isole artificiali che sono divenute sedi per sfarzose abitazioni e alberghi di lusso.

La bellezza della costa affacciata sull’azzurro del golfo finisce per essere posta in secondo piano dalla gara all’esagerazione che si coglie nei profili degli edifici.

I grattacieli si arrampicano, affiancandosi e districandosi intorno a corsi intasati di traffico e, sul lato opposto, a viali pedonali stretti tra le alte facciate in vetro e metallo e le banchine che fermano le onde, in una gara disordinata a mostrarsi più slanciati, più arditi, più svettanti.

Le ville sono una successione ostensiva di grandeur e preteso pregio architettonico, in una mélange di stili che richiamano la vecchia Europa e il periodo coloniale, con gli yacht privati ancorati poco oltre i muretti d’ingresso e un irrisolto confronto tra la voglia di privacy e quella, soverchiante, di mostrarsi più ricchi dei vicini.

La vicenda di queste ville è emblematica. La loro proprietà coinvolse artisti acclamati e vincenti, che però ne fecero beni d’investimento e mai le resero loro effettiva residenza.

Il mito della ricchezza fa premio su tutto.

Le guide turistiche ci trascinano a vedere i fasti di Fisher Island per vantare i prezzi d’acquisto dell’una o altra costruzione, citando Al Capone come Ricky Martin, Sylvester Stallone come Gloria Estefan e così via, in una girandola di cifre fino a nove zeri.

Sembra che la storia locale sia quella dei miliardari che vi sono transitati, lasciando quelle ville che continuano a passare di mano.

Un’ubriacatura di “dollars” che suona vuota e, alla fine, inconcludente.

Sarà vero che noi europei non siamo capaci di fare business con la stessa disinvoltura degli statunitensi, che lo spirito selvaggio del capitalismo qui trova modo di scatenare l’accelerazione dell’economia, tuttavia in Europa le crisi sono meno crudeli e gli ammortizzatori sociali riescono ancora a lenire gli assalti delle recessioni.

Così le roboanti cifre dei valori immobiliari mi generano sconcerto e dubbi.

Un’affermazione della nostra guida mi colpisce, perché contiene una verità e un’incombente minaccia.

“L’invenzione dell’aria condizionata ha cambiato questa parte del mondo, portandola al successo residenziale ed economico”.

È così: dove prima era quasi impossibile vivere in tutte le stagioni dell’anno, quell’invenzione ha portato l’esplosione dell’afflusso turistico e ne ha fatto un centro di sviluppo.

Ma il condizionamento dell’aria – esagerato in quantità e diffusione – genera consumi energetici spaventosamente elevati.

L’altra faccia della metafora per me negativa dell’America è qui: l’uomo, per dominare la natura, consuma con insaziabile voracità i valori ambientali.

Resta vero quel che già molti anni fa si criticava della potenza economica americana e dell’american way of life. Se quel modello di sviluppo e di vita si estendesse a tutto il globo, il nostro pianeta soffocherebbe nell’inquinamento e nelle devastazioni ambientali in pochi decenni.

Un popolo che non ha radici storiche moltiplica i grattacieli non per carenza di spazio, ma per cercare sempre più in alto un’identità che gli difetta.

Non è un esempio da imitare, ma un comportamento da correggere.

Che il Presidente Trump esca dagli accordi sul cambiamento climatico e voglia costruire muri, davvero non è bene per il nostro futuro collettivo sulla Terra.

cof
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