L’urlo del popolo non è motore della storia

Secondo l’Enciclopedia Treccani, il popolo è l’insieme delle persone che vivono nella stessa area e condividono tradizioni e culture che ne fanno una comunità omogenea. Giuridicamente, il popolo è l’insieme di individui con diritto di cittadinanza in un determinato Stato.

La Costituzione italiana attribuisce la sovranità al popolo, che la esercita attraverso le istituzioni di rappresentanza politica.

Se s’approfondisce il significato di queste definizioni, si scopre  che il termine “popolo” raccoglie in un’entità collettiva una somma di innumerevoli diversità.

La comunità “popolo”, infatti, è tutto men che omogena. Non per pignoleria l’articolo 3 della nostra Costituzione garantisce ai cittadini pari diritti “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.”

Questa disomogeneità, che è la condizione naturale delle persone e frastaglia la società, toglie valenza politica alla pretesa ideologia autodefinitasi “populista”.

Abbiamo molti esempi nel passato. I popoli non fanno la storia, la cui dinamica dipende dallo slancio vincente di élite capaci di rendersi interpreti dei movimenti profondi che agitano e rimescolano la società, nell’incrocio tra evoluzione tecnologico/produttiva e culture di massa (al plurale!).

Quando la crisi dei modelli politici ed economici cancella le élite che li avevano proposti e guidati e non emergono altre classi dirigenti, viene il tempo delle paure e dei rancori. Un tempo che può vedere il popolo (indistinto) calcare e riempire le piazze per urlare sconcerto e collera. Per distruggere quel che si odia senza ben aver chiari obiettivi e punti d’arrivo. Quello è il tempo in cui s’apre lo spazio al populismo. Perché il popolo non segue ragione e neppure sentimento (un senso affettivo che in politica può tramutarsi in ideale). Il popolo si raccoglie intorno a emozioni. Si perde, in quel momento, ogni logica di interesse collettivo (di gruppo, di mestiere, di generazione, fino a quello generale) per far prevalere il travolgimento istantaneo di un prepotente desiderio di affermazione e rivalsa. A quest’onda irrazionale parlano i leader populisti, riempiendo il vuoto di politica con la politica del proclama e l’immagine dell’uomo forte. Quando vincono, portando tragedie immani. Così furono nazismo, fascismo, l’ottobre russo e la rivoluzione culturale cinese, così furono il peronismo e le dittature personali in tante nazioni post-coloniali.

Vedo i tratti di questa fase di vuoto di identità e di prospettiva, di questa nuvola che oscura il futuro nel movimento dei gilet gialli, come già nell’elettorato che portò Trump alla Casa Bianca e nel consenso di chi applaude (e voterà) Salvini.

In Italia, il CENSIS ci spiega che il rancore s’è cristallizzato in un incattivimento diffuso, nel quale chi più sta in basso nella scala sociale, avendo diritti di cittadinanza, più protesta non tanto per avere, quanto per punire chi ha e per tenere lontano chi non solo non ha reddito ma neppure diritti.

Nel suo rapporto annuale il CENSIS sostiene che la risposta a questa implosione sta nel restituire dignità e spazio al lavoro.

Certo, la dignità e il ruolo del lavoro, come strumento di inclusione sociale oltre che di creazione di beni e servizi, è problema centrale.

Non credo, però, che basti mettere più investimenti in formazione e scuola per risolverlo.

Il lavoro che manca (non c’è per chi lo cerca, non ci sono competenze là dove ne emerge la domanda nel nuovo millennio) dipende dall’assenza di una chiara prospettiva di sviluppo.

L’élite che deve nascere giocherà il suo ruolo sul disegno di un’economia sociale orientata alla qualità, alla sostenibilità ambientale, alla circolazione, integrazione e diffusione della conoscenza. Occorre una visione del futuro che risponda all’esigenza di continuare a creare ricchezza senza esaurire le risorse e redistribuendola secondo criteri più equi.

La politica non è somma di tutte le istanze e i bisogni, ma sintesi tra esse nel segno dell’interesse della maggioranza delle persone, senza schiacciare per questo meriti e necessità degli altri.

Una politica alta che richiede il concorso non dei soli politici, ma del meglio delle intelligenze e delle risorse culturali e materiali.

Finché non ci si arriverà, il populismo, con le sue chimere e promesse ammantate dell’altro mito “sovranista”, ruggirà nelle piazze e nelle urne elettorali. Distendendo la sua ala a rubare l’alba e facendo correre la società verso il dirupo della disgregazione e della miseria.

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