Matrimonio memorabile o superspot all’ennesima potenza?

È stata sotto gli occhi (e nelle orecchie) dell’Italia (e del mondo) la cerimonia matrimoniale del duo Fedez – Chiara Ferragni.

Un evento che (in termini di quantità e di visibilità) ha ampiamente sovrastato ogni altra notizia.

Viene stimato che il matrimonio (spettacolare) abbia sviluppato un valore d’impatto mediatico (traduzione italiana dell’acronimo MIV, utilizzato come metro dalle società di marketing) equivalente a 46 milioni di euro. A tanto ammonta il ritorno di ricavo atteso dagli sponsor che hanno partecipato (finanziariamente e con i loro marchi) all’evento.

Tutto questo grazie alle visualizzazioni on line, che sono ormai il maggior veicolo pubblicitario.

Confesso che mi era ignota la forza esplosiva degli eventi costruiti sulla moltiplicazione dello sponsorship.

Veicolata soprattutto dalla rete e dalle sue applicazioni più ritmate e colorate. Come Instagram, nella quale brevi filmati compaiono per essere distribuiti in rete e rimanervi non oltre 24 ore (dopodiché scompaiono, non potendo neppure essere salvati su archivi personali).

Questo evento – che costringe anche me, lontanissimo da ogni interesse al fatto in sé, a cercare di capirne la portata – mi pare una efficace metafora dei nostri tempi.

Da un lato abbiamo l’esempio di come la rinuncia consapevole e deliberata alla propria privacy si può trasformare in un guadagno (economico) direttamente proporzionale alla curiosità che si può catturare intorno a sé.

Dall’altro abbiamo la massimizzazione della velocità che travolge ogni approfondimento.

Vediamo il primo aspetto.

In un mondo sempre connesso la vita di ciascuno di noi è potenzialmente visibile all over the world.

Per quanto le norme in materia di riservatezza (codici della privacy) siano rigorose e garantiste, la pervasività della tecnologia nella quale siamo immersi rende le nostre azioni, le nostre parole, i nostri contatti prede della raccolta di informazioni, catturate in qualche applicazione o sito, facendole finire nell’universo infinito dei big data. Inutile aver negato consensi per tutto ciò che non è strettamente necessario a ottenere i servizi acquistati o a far funzionare gli aggeggi di cui ci serviamo. L’Internet delle cose, per offrire le comodità che ci semplificano molte attività, raccoglie informazioni, immagini, suoni. Le transazioni on line (non solo quelle commerciali, ma anche quelle relazionali) fanno altrettanto.

I dati sono raccolti, anche se c’è l’impegno a non diffonderli e non utilizzarli se non per la specifica finalità che li ha generati. Stanno in qualche server, conservati per un tempo difficile da stimare. Nessuno può ricavarne nulla se non in malafede.

Ma la vera debacle della privacy deriva da nostri comportamenti, spesso poco consapevoli e quasi sempre imprudenti. C’è l’esibizionismo spontaneo che alimenta i social, ci sono i consensi a condivisioni e accessi che si presentano motivati da servizi ricevuti gratuitamente.

Le nostre vite finiscono in rete o in segmenti di essa che non sappiamo immaginare.

L’elaborazione dei big data crea la profilazione delle persone, restituisce proposte di servizi – parte gratuita, parte a pagamento – seducenti per chi le riceve (che lo sono proprio grazie alla profilazione preliminare, via via più raffinata acquisendo le risposte in successione che ne riceve).

L’uso spregiudicato della propria vita da parte degli influencer monetizza la cessione di privacy. Ormai la figura del testimonial del brand s’è evoluta in quella del testimonial “di stile”. Fino a ieri il modello recitava in uno spot, ora la figura di tendenza interpreta sé stessa in ogni momento della giornata, dando risalto mediatico a tutti i servizi e prodotti (e ai relativi marchi) che la popolano.

Così l’influencer più scaltra rende un momento la cui essenza sentimentale dovrebbe essere intima preziosa tribuna per l’esposizione di tutti gli oggetti del desiderio con i quali i tanti follower potranno giocare a sentirsi protagonisti (e/o emuli) della loro beniamina. Non scandalizziamoci: la maggior parte delle cerimonie di matrimonio, nella storia e nel presente, sono realizzate come ostentazione verso gli invitati, confinando i sentimenti degli sposi nel retro. Con la differenza che le persone comuni spendono fortune per quelle cerimonie, mentre i divi ne fanno occasione di lauto profitto.

C’è dunque da imparare che in questa società dell’informazione (e dello spettacolo) un po’ tutti dovremmo sapere “vendere” l’accesso alla nostra privacy ottenendo qualcosa in cambio.

Caduta l’illusione di poter erigere barriere invalicabili alla nostra sfera privata, diventa esercizio d’intelligenza capire dove cedere e con quale contropartita. Un uso consapevole delle informazioni personali (delle quali, ricordiamolo, siamo gli unici proprietari ultimi non solo per disposizione normativa ma anche in via di fatto) significa padroneggiarne anche la dimensione economica. Per fare un esempio banale: le torrette di erogazione del wifi gratuito in alcune città (New York, tra le altre) da parte di Google esigono una registrazione e comportano che la navigazione sia tracciata dal fornitore del servizio.

Alcune associazioni di consumatori stanno ponendo la questione: invece di difendere (ahimè, invano) per principio la riservatezza a tutto tondo, pare loro più saggio definire i confini della cessione di parte dei dati personali (per tali intendendo anche comportamenti di spesa e preferenze) con un equivalente contropartita di servizi gratuiti.

Concludo questa parte ricordando che tutti già “recitiamo” nella nostra vita per difendere o praticare un ruolo e il confine tra ciò che siamo e ciò che rappresentiamo è labile e mobile. Spostare il palcoscenico della recita dalla ristretta cerchia delle nostre frequentazioni a quello più ampio del web può esser più impegnativo, ma potrebbe darci anche vantaggi. Sempre che si resti pienamente consapevoli delle proprie scelte.

Essere osservati non può fa paura quando si mantengono comportamenti etici. Rimanere sé stessi anche al centro di una folla sconosciuta e curiosa non è esercizio impossibile. La sfida è non farsi impaurire dalla visibilità né farsi fagocitare dalla smania di apparire.

Sull’altro versante, troviamo l’effetto del canale sul contenuto veicolato.

L’informazione (che può essere notizia, opinione, o semplicemente immagine o video senza parlato) si riduce a un lampo, che viene visto e magari perso per sempre.

Non è concesso il tempo di riflettere. Fa premio l’impressione istantanea.

Il rapporto con il mondo transita attraverso un videogame incessante.

Il pubblico è ridotto a bersaglio di luci, lustrini, urla e sensazioni da stordimento. Nella continua rincorsa dall’una a quella seguente.

Diventa facile, in questa sarabanda, consolidare tifoseria e appartenenze: nello sport, nello spettacolo, nella politica. Se non si ha tempo di valutare e confrontare si finirà sempre per ricordare soltanto le “apparizioni informative” che sostengono quel che già pensiamo: il fenomeno che la psicologia definisce ricorrenza di bias confermativi.

Il bombardamento di notizie spezzettate e strappate al contesto porta più confusione che sapere.

L’informazione diventa “dato digitale”, affidandone l’elaborazione agli automatismi, creando una nuova religione praticata prima che teorizzata: ciò che viene definito “dataismo”.

Roberto Calasso, nel suo ultimo scritto, “L’innominabile attuale” spiega con una citazione (di Yuval Noah Harari, brillante storico e pensatore israeliano) i rischi che ne derivano.

Riporto testualmente:

«Gli umanisti pensavano che le esperienze avvengono in noi e che dovremmo trovare all’interno di noi stessi il significato di tutto ciò che accade, infondendo così significato nell’universo. I dataisti credono che le esperienze sono prive di valore se non sono condivise e non occorre – anzi non si può – trovare significato all’interno di noi stessi. Occorre soltanto che registriamo e connettiamo la nostra esperienza al grande flusso di dati, e gli algoritmi scopriranno il suo significato e ci diranno cosa fare».

E poi aggiunge, colpendo un nervo scoperto dei meccanismi di formazione del consenso:

“«Nel passato la censura ha operato bloccando il flusso di informazione. Nel ventunesimo secolo, la censura opera sommergendo la gente con informazione irrilevante.» Teorema da cui discende un corollario: «Oggi avere potere significa sapere che cosa ignorare». È una glossa a un nuovo Machiavelli – e come tale va presa sul serio.”

Difficile esser più chiari e illuminanti.

Fermare questa deriva è arduo.

Perché chi detiene mezzi e potere ha l’interesse a perpetuare e rendere dominante il bombardamento delle “apparizioni informative”. Il consumo incalzante di informazioni (avere notizie sempre “nuove” che si succedono a ritmo frenetico) genera l’obsolescenza immediata dei prodotti e dei servizi, il desiderio di sostituirli con quelli di ultima uscita. Quindi, stimola la bulimia di consumo, il desiderio di “avere”, base del consumismo dissipativo.

Come si vede il filo del ragionamento riannoda il valore metaforico dell’evento che fornisce il pretesto delle mie osservazioni: le vite ridotte a flussi di dati, i dati usati come fattori scatenanti del consumo.

Il contrario dello sviluppo sostenibile, della coscienza ecologica, dell’attenzione al contenuto e alla qualità etica e umana dei beni.

L’imitazione dei modelli mediatici, siano essi Chiara Ferragni o Cristiano Ronaldo (per citare degli esempi), spinge alla perdita della soggettività, in un circuito di omologazione il cui sbocco è l’isolamento nella folla dei follower, ciascuno a inseguire un medesimo mito, ma tutti dannatamente soli.

Qualcuno penserà che le mie considerazioni derivino dall’età, che non mi consente di stare al passo con il ritmo del ventunesimo secolo. Mi vedrà fuori dal tempo e, di conseguenza, fuori gioco.

Dissento. Il ventunesimo secolo ci interroga sul futuro del pianeta e dell’umanità, le risposte non potranno venire dal tritatutto dell’informazione/spettacolo, dalla velocità che irride la complessità spacciando banalità per semplificazione.

Forse sono un illuso a credere che sia ancora possibile frenare e ritrovare poli di aggregazione fondati sulla ricerca dell’essere, sul senso di armonia tra l’uomo e l’ambiente naturale e costruito, sull’incontro con persone reali e non virtuali, in luoghi fisici e non digitali.

Certo, l’evoluzione tecnologica fornisce strumenti ed è intelligente cercare di comprenderli e usarli, a patto di mantenere autonomia di scelta, guidati da finalità soggettivamente determinate.

Non essendo illimitato il tempo a disposizione, resto convinto che sia meglio leggere un libro piuttosto che guardare filmati su Instagram, incontrare persone piuttosto che chattare con la testa china su uno smartphone.

Illuso o no, continuo a credere che l’ottimismo non sarà schiacciato del cinismo, che la voglia di sapere per decidere vincerà sulla frenesia che fa divorare dati e informazioni senza trarne vera conoscenza.

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