Il Nuovo Rinascimento

Una recente rilevazione internazionale ha posto l’Italia al primo posto per la salute dei suoi abitanti (Bloomberg Global Health Index 2017). Tutte le classifiche mondiali sono discutibili e vi sono fonti che portano a un diverso risultato. Ma questa buona constatazione merita di essere considerata per comprenderne i fondamenti e riflettere sul loro significato.
Conta la dieta mediterranea, anche se una recente ricerca di Irccs Neuromed evidenzia che la povertà conduce strati di popolazione a declinarla in modo poco salutare, scegliendo alimenti che sono nel paniere della dieta mediterranea ma, per la loro scarsa qualità, risultano ipercalorici e troppo salati, così peggiorando le condizioni di salute di tali settori di popolazione.
L’alimentazione non è il solo fattore di promozione della vita in Italia: contano anche il clima, la varietà orografica (a loro volta presupposti della ricchezza delle materie prime alimentari), il mantenimento del legame con il territorio (nonostante i disastri paesaggistici e la violazione della natura che conosciamo).
Per questo una classe dirigente all’altezza dei tempi e orientata al futuro dovrebbe porre al centro della propria elaborazione e delle proprie politiche l’obiettivo di fare del nostro Paese, il “paese della vita buona”. Una prospettiva che lavori al miglioramento progressivo e costante delle condizioni di vita di tutti i cittadini (accorciando la forbice tra i pochi che hanno molto e i molti che hanno poco) e generi prodotti e servizi nuovi, destinati a uno straordinario successo sul mercato globale, che riaprano una traiettoria di crescita economico sostenuta e sostenibile (cioè con tassi elevati e rispettosa dei vincoli ecologici e storici).
Ne sono convinto da molto tempo, ne parlai con alcuni amici, tentai anche di far pervenire le mie riflessioni a qualche decisore politico, ma tutto cadde nel vuoto.
Ritengo ancora, oggi a maggior ragione dinanzi al degrado della contesa politica e al vuoto di programmi e visioni strategiche, che il progetto di un “Nuovo Rinascimento” sia la strada da imboccare con decisione e coraggio, con l’ottimismo sull’orizzonte di arrivo possibile per il nostro Paese.
Provo a indicarne alcuni presupposti e contenuti.

Perché la proposta

L’Italia seguita a perdere competitività. La sua crescita, nell’ultimo trentennio, ha tassi minori della metà della media europea.
La crisi che dal 2008 ha investito l’economia mondiale conosce in Italia livelli inusitati e mette allo scoperto la debolezza strutturale del Paese.
Anche la debole ripresa della congiuntura internazionale non garantisce una nuova fase di sviluppo per l’Italia. Le trasformazioni dell’economia globale hanno redistribuito ruoli e posizioni. Anche se l’Italia resta una delle maggiori realtà manifatturiere d’Europa non ci si può attendere che la sua attuale base produttiva farà da volano alla crescita.
Nelle produzioni tradizionali siamo destinati a perdere quote di mercato, perché le produzioni di massa seguiteranno ad essere delocalizzate verso aree a minor costo dei fattori (lavoro, energia, pressione fiscale). L’automazione dei processi, inoltre, può riqualificare alcune produzioni, riportarle nei Paesi a economia avanzata, ma, per la stessa natura strutturale degli impianti governati dalla digitalizzazione e popolati di robot, non creerà rilevanti progressi nell’occupazione.
Per tornare a crescere in modo significativo, per ritrovare un vero profilo competitivo, l’Italia deve immaginare e realizzare nuove prospettive. Deve innovare non solo e non tanto il proprio bouquet di produzioni, ma inventare nuovi prodotti e nuovi servizi, appetibili per il mercato internazionale.
Non basta il successo delle produzioni di nicchia (moda, enogastronomia e poco altro), perché un Paese delle dimensioni (demografiche e di PIL) quale il nostro non può vivere di esse.
L’Italia non potrà più contare di fare tante delle cose che avevano fondato la sua economia in passato e ha già perso molte occasioni per primeggiare in alcune delle filiere del futuro.
L’Italia, quindi, deve trovare strade nuove e originali, valorizzando le proprie potenzialità.
Deve inventare prodotti/servizi che ancora non esistono e che abbiano appetibilità sul mercato globale.

Quale orizzonte per il futuro?

L’80% della popolazione mondale vive nelle città, la tendenza all’inurbamento della popolazione è inarrestabile, perché le città sono fucine di sviluppo e offrono occasioni, anche se spesso illusorie. L’esplosione del movimento demografico verso l’attrazione delle città sta creando mostruose megalopoli e rende sempre più difficile vivere nelle metropoli.
Uno dei problemi centrali del XXI secolo è, e rimarrà, la vivibilità urbana.
Sapere elaborare, applicare ed evolvere un modello di vivibilità urbana è una sfida competitiva strategica. La vivibilità urbana, intesa come sistema di regole/strumenti/organizzazione, tradotto in tecnologie/cultura/amministrazione è un prodotto/servizio di cui monta una inesausta e possente domanda mondiale.
La costruzione di quel modello rappresenterà una risposta strategica alla crisi del consumerismo, alla chiusura degli spazi per buona parte delle produzioni tradizionali nei Paesi a economia avanzata, alla competizione tra gli innovatori.

La “vita buona”

Noi siamo il Paese che meglio di ogni altro può elaborare e realizzare il modello della “vita buona”.
Un modello, che può essere esportato, fondato sulla vivibilità urbana in armonico rapporto con il territorio e sulla creazione di comunità solidali. Di vivibilità urbana a misura umana c’è un gran bisogno e la crescita dei Paesi di nuova industrializzazione, l’approdo allo sviluppo di sempre nuove aree del mondo ne moltiplicheranno la domanda.
Perché l’Italia può candidarsi ad essere la prima a definirlo e proporlo?
Perché ne possiede le condizioni di base:
 la presenza di numerose città medie e piccole di antico insediamento;
 le culture e le tradizioni che in esse vivono;
 la loro collocazione in un ambiente propizio, tanto sotto il profilo territoriale che climatico;
 il patrimonio eno-gastronomico;
 la creatività e lo stile.
Mancano (o sono carenti) e vanno sviluppate altre tessere del mosaico:
 il sistema di istruzione integrato;
 la vocazione al benessere in chiave olistica
 la modernizzazione dei sistemi di sicurezza sociale e sanitari.

I percorsi di sviluppo del modello

Ci sarà molto da lavorare, ma su basi che rendono possibile vincere le sfide, affrontando le seguenti linee di sviluppo:
 creare sistemi di mobilità urbana, integrando offerta collettiva e traffico privato, in ottica di efficienza e minimo impatto ambientale;
 creare reti di assistenza (inclusa quella sanitaria) che integrano l’offerta pubblica con le iniziative del privato sociale, superando duplicazioni e allargando la protezione in un quadro di solidarietà economicamente sostenibile;
 creare una rete amministrativa adeguata alla dinamica dell’innovazione;
 rivedere il patrimonio abitativo coniugando la valorizzazione delle tradizioni con l’eco-edilizia;
 gestire il sistema di approvvigionamento energetico e idrico e quello di trattamento dei rifiuti nella prospettiva delle fonti rinnovabili e dell’adeguatezza delle forniture;
 generalizzare la copertura dell’accesso gratuito ad internet;
 evolvere l’offerta eno-gastronomica nell’esaltazione dell’alleanza gusto/salute e legarla ai circuiti del benessere;
 creare regole e condizioni di domanda, sul mercato, che spingano la finanza a sostegno della produzione, anziché avvitata su sé stessa;
 razionalizzare la rete distributiva per garantire accessibilità e adeguatezza.
Tutto questo confluisce nella creazione di quello che abbiamo chiamato: le città della “vita buona”.
Attraverso gli interventi che lo articolano e lo promuovono si può generare un rilancio selettivo dei consumi orientato alla qualità prima che alla quantità, ai servizi dinamici più che alla incessante sostituzione dei prodotti.
Un modo di evolvere la logica della smart city, trasfondendola in una nuova dimensione del vivere urbano, radicata sulla storia e proiettata nel ventunesimo secolo, a rendere effettivo lo sviluppo sostenibile, dentro la friendly good city in divenire.
Come ben si comprende, si tratta di un impegno multidimensionale, che si alimenta di innovazione tecnologica, crea investimenti, lavoro, nuova domanda: prima interna e poi, sull’onda dei successi che può conseguire, anche internazionale.
Una strada per far risalire il PIL parallelamente alla crescita della qualità sociale del Paese e per restituire all’Italia il predominio in una filiera del futuro.

Precondizioni del progetto

Come fondamento del progetto occorre costituire un “think tank” che metta insieme i migliori cervelli e le migliori competenze del Paese: imprenditori, amministratori pubblici, professionisti, politici illuminati, urbanisti, economisti, artisti, sociologi, ecc. Poiché la prospettiva disegnata apre ad una nuova leadership culturale del nostro Paese, sarebbe bello battezzarlo il “Club del Nuovo Rinascimento”.
Non un gruppo di pensatori votato alla filosofia del possibile ma una risorsa di intelligenza collettiva, scientifica e umanistica, per tracciare il progetto strategico di rilancio dell’Italia. Divenendo la fonte di ispirazione per il programma di un governo che guarda al medio periodo e supera la logica delle emergenze e del prossimo appuntamento elettorale e che seguiterà a fornire materiali per la sua attuazione ed evoluzione.
Al governo andrà chiesto di definire e gestire il percorso di progressiva realizzazione del progetto.
Ai politici che se ne faranno interpreti sarà affidato il compito di creare consenso intorno a questa moderna e credibile utopia, al fianco degli intellettuali che la animano, per rendere speranza collettiva una visione progressiva che può attrarre e mobilitare le risorse vitali del Paese, quelle che non si rassegano al declino, quelle che sono pronte a mettersi in gioco e a investire, ritrovando l’ottimismo dell’impegno per il domani.

Una politica industriale di innovazione

È chiaro che in un Paese come il nostro, con imprese deboli, frammentate e sottocapitalizzate, una buona parte degli investimenti per il decollo del progetto dovranno provenire dal settore pubblico.
Esso è chiamato a “dare il buon esempio” di sapiente coniugazione di risorse scarse, agendo per integrare le amministrazioni pubbliche, per massimizzare il ritorno delle spese, per garantire condizioni di equità e legalità alle dinamiche sociali ed economiche attivate dal progetto.
Ma al settore pubblico è anche richiesto di investire direttamente risorse finanziarie, oltre che promuovere tutti i canali di finanziamento privati mobilitabili.
Per reperire le risorse necessarie ci vuole il coraggio delle scelte.
In Italia i volumi di aiuti al sistema delle imprese non sono infimi. Essi, però, non generano sviluppo perché il sistema di sovvenzioni e fiscalizzazioni è impostato in chiave difensiva e si disperde in mille rivoli.
Vanno recuperate progressivamente risorse, oggi a bassa resa sociale ed economica, per finalizzarle al finanziamento del progetto del nuovo modello di sviluppo.
Investimenti diretti e agevolazioni vanno indirizzati ad iniziative centrali di start up del progetto, sapendo che le attività così promosse riusciranno a scatenare ulteriori protagonisti ed azioni, con effetto di filtering down e di auto alimentazione di volumi economici (anche creando indotti e canali secondari).
La strada può essere quella di destinare risorse premiali da assegnare attraverso meccanismi selettivi: concorsi internazionali cui possono accedere imprese di ogni parte del mondo. Non ci sarebbe rischio, in caso di aggiudicazione a soggetti esteri, di delocalizzazioni o di infeudamento a interessi lontani da quello nazionale, perché è la stessa natura del progetto a richiedere che esso cresca e di sviluppi in Italia.
Per accedere all’attuazione sperimentale del progetto, altrettanta concorrenza positiva, in termini di microprogettazione territoriale, va lanciata tra le città che si candideranno ad essere sedi delle prime attuazioni dei progetti e delle innovazioni materiali, organizzative e tecnologiche poste a base della “vita buona”.
La “vita buona” come mito concreto dell’immediato futuro, come stadio avanzato del vivere collettivo, nel quale l’Italia ritrova una via per crescere elevando la qualità sociale del Paese, promuovendo una nuova cultura civica diffusa in spirito comunitario e, per questa via, raggiungendo un profilo competitivo di rango globale che aveva perduto.

Una politica nuova per l’Italia del futuro

Fare politica industriale non è più considerata un’eresia.
Le illusioni del neoliberismo, la corsa sfrenata della finanza deregolamentata e svincolata dall’economia reale hanno creato egoismi e particolarismi a inaridire intelligenze e sentimenti per poi lasciare società prostrate ed insicure.
Va evitato di tradurre questa consapevolezza in chiusure nazionalistiche e nell’imposizione di barriere che bloccano gli scambi internazionali.
Alla buona politica è legittimo chiedere di elaborare progetti che restituiscono al futuro il segno della speranza ed il valore dell’utopia.
Il declino lento e inesorabile dei partiti ideologici, come il richiamo della foresta che sostiene quelli populisti chiedono di rilanciare il protagonismo di chi lancia idee e disegna un futuro che arma il sentire collettivo di un nuovo umanesimo.
Questo potrà essere il nuovo Rinascimento.
E che nasca in Italia mi sembra quasi un ineludibile ricorso della buona storia.

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