Dal romanzo non edito “Cercando una gemma sommersa”

Questo romanzo è di genere fantasy.
Lo scrissi molti anni fa e ora l’ho rivisto. Prima o poi lo proporrò a qualche editore specializzato.
Ne estraggo la prima parte di un capitolo

41.
L’imponenza architettonica del Palazzo delle Scienze si staccava nettamente nel generale grigiore delle costruzioni circostanti.
Quanto tutte le altre obbedivano a rigorosi criteri di efficienza e alternavano parallelepipedi funzionali senza alcuna concessione all’estetica, quel Palazzo possedeva forme, colori, riflessi, che gli conferivano un’alienità a un tempo solenne e briosa, come il tempio irriverente dedicato all’ingegno umano contro l’assenza totale, nella zona, di luoghi deputati alla rappresentazione di culti divini.
Era un alternarsi difficilmente definibile di corridoi sospesi, di triangolazioni piramidali che si reggevano su angoli impossibili, di colonne che si perdevano dietro pareti trapezoidali.
Le sue mura rilucevano di pietre levigate, di opalescenze multicolori e vibranti al riflesso del cielo che andava imbrunendo. Aggiungevano lusso e classe le vetrate alle finestre, trasparenze fumé che nulla lasciavano intravedere dell’interno.
Il gioco fantasmagorico delle fontane che si rincorrevano intorno al viale d’ingresso, creando immagini cangianti a ogni spruzzo, come un incessante susseguirsi di figure mitiche o geometriche esprimeva l’originalità artistica di quella meraviglia.
Lester e Deuca, costeggiandolo al piccolo trotto, rimasero senza fiato e non poterono impedirsi di volgere il capo e di forzare gli occhi a rimirarne ogni particolare, sinché non furono nuovamente inghiottiti da muri monocromi che vennero subiti quasi con angoscia, dopo quelle forme d’eccitante fantasia inverata.
«Capita a tutti, la prima volta.» Tranit colse le loro emozioni e le commentò, non si capiva se volesse confortarli o imbarazzarli. «E’ un capolavoro che rapisce e ammalia nella sua bizzarria. Pochi sanno che continua a crescere: ogni scoperta degli scienziati viene celebrata dall’aggiunta di nuove invenzioni creative, da piccoli elementi sino a intere sezioni. Forse un giorno il grande spazio che gli è riservato non basterà e per crescere dovrà divorare le costruzioni intorno o magari svettare più alto nel cielo.»
«Bello, inatteso!» Lester lo riconobbe, del tutto sincero e ammirato. L’arte, nelle sue innumerevoli manifestazioni, non poteva lasciarlo indifferente. Quando diventava sfida alle convenzioni, tentativo di creazioni del tutto originali, gli scatenava sensazioni vivissime.
Il desiderio di paragonarle alla musica, di renderle in musica. L’arte come rappresentazione metaforica della realtà, la musica ispirata da altra arte. Una mediazione della mediazione, ma anche una serie di trasfigurazioni legate da una tensione multidirezionale, una spirale che si ribaltava senz’alcuna soluzione di continuità.
C’era stato un breve periodo, in quella vita che gli si affacciava nuovamente alla memoria, “prima” – e finalmente il tempo assumeva un senso riconoscibile – di arrivare al Palazzo Che Non Esiste, in cui aveva letto avidamente i testi dei critici, aveva tentato di capire se l’estro creativo può essere compiutamente definito, se ne sia individuabile il rapporto con tutto ciò che dall’esterno ha concorso a forgiarlo e plasmarlo, riconoscerne gli elementi – perché questo, in realtà, gli interessava – per “finalizzarlo”. Una crisi d’identità (qualcuno diceva: di ruolo) che lo portava a pensare di dover costruire forme musicali nuove, mai sperimentate prima. Anzi: una musica nuova, che l’elettronica rendeva possibile, se correttamente innestata sulla ricchezza delle molte tradizioni accumulate in secoli d’esperienza. Ma rinunciò: era un compito superiore alle sue capacità, o forse un proposito pazzesco. L’arte non è scienza. L’ispirazione germoglia improvvisa come un fiore selvatico, da un seme distrattamente lasciato dal vento, ribelle ad assecondare ogni programma.
Certo: un’evoluzione successiva al rock (termine onnicomprensivo che la semantica corrente impiegava per definire tutta la musica moderna basata su sequenze ritmiche) e alle sue illusorie deviazioni “psichedeliche” s’era avuta. Accanto alla musica più facile, una serie di battiti iterativi spogliati d’ogni fraseggio melodico, erano venute strutture più complesse; l’elettronica scavava dentro la classicità, il digitale offriva sfumature inusitate, i gruppi agivano come grandi orchestre in sedicesimo del futuro.
I GENUS PASSAGE per primi, quando, ancora sconosciuti, avevano rivoluzionato il mondo pop, mantenendo le promesse dell’esordio con la stupenda maturità del loro terzo album “Fifthteenth century seen by electric music”. Poi via via tutto il resto che ne era seguito, con nuovi talenti che si cimentavano nell’opera di rinnovamento, da soli o in gruppo, componendo, scomponendo, rimescolando jam session. Musica etnica e world music, rivisitazione delle sinfonie del diciannovesimo secolo, jazz rivoltato nelle sue varie versioni.
Più sale d’incisione che concerti. I dischi, i raffinati nastri che riprendevano il loro valore contro la perversione dei “video”, restituendo autonomia al suono, al valore dell’ascolto. Una spaccatura verticale tra i fautori del sincretismo spettacolare (premiati dal mercato) e quelli della “divisibilità” (come era stata definita la scelta di puntare sullo sviluppo della musica incontaminata dalla commistione e dal compromesso con altre forme di rappresentazione e spettacolo) che godevano dei propri risultati e rivaleggiavano in preziosismi, con una dedizione quasi maniacale. Qualche rara trasmigrazione tra i due campi.
Per Lester giunse la consacrazione con il FLYING CARAVAN, mentre già nuovi vertici di ricercatezza toccavano il RAIN OF FLIGHT di George Elbooz, il geniale violinista formatosi nel GENUS PASSAGE, di Jonas Weiga e altri, o gli italiani di EQUITA’, o la fredda perfezione dell’impasto tra vecchi padri e giovani emergenti del FROZEN RAFT. Ma i nomi sarebbero stati tanti, troppi per ricordarli tutti, ciascuno con proprie prerogative e contributi meritevoli di riconoscimento.
Quando il fervore pareva giunto a un punto di non ritorno, ma anche di innegabile stasi creativa, quando tutto girava un po’a vuoto, avvitandosi nel tentativo mai dichiarato eppure rincorso oltre l’orizzonte (la “Nuova Musica”), che rimaneva inafferrabile oltre un diaframma non ancora compreso, tutto sparì.
Il ricordo emergeva confuso, perfino lancinante.
Un risucchio. Non era giorno né notte, non fu un luogo preciso e non vennero sensazioni fisiche. Uno stridio come d’immani correnti d’aria che si urtassero con una consistenza al di là dell’immaginabile.
D’un tratto non ci fu più nulla. Una babele di linee e spruzzi colorati, zigzaganti. L’impressione di un grande sonno che ricomponeva l’essere, selezionando rigidamente, portando al culmine la divisibilità.
E infine un risveglio che già diede l’impressione di esser sempre stati “lì”, senza un “prima”, una storia, un passato. Sempre lì, per sempre, senza fine, senza un “dopo”, un divenire, un futuro.
Un Palazzo lussuoso e spoglio. Una successione di specchi, di cuscini, di tappeti, di quadri, di candelabri, di tende, di giardini.
E tutti gli strumenti che si potessero desiderare. E griglie d’ascolto alle pareti. E tutti i musicisti che militavano nella corrente della divisibilità (o almeno sembravano tutti. Comunque tanti e tanti).
Tutto era musica. Concerti, rielaborazioni, esperienze. Godimento totale del dare e ricevere musica, che assorbiva in sé tutte le altre sensazioni. Ricordava: mangiare e fare all’amore, passeggiare, dormire… non sognare, però, così ricordava.
Sensazioni subordinate, in qualche modo sospese sulla musica, che era in ogni cosa.
E fuori, oltre le grandi vetrate chiare del Palazzo, un cielo di freddo azzurro, la luce di un sole invernale su una sconfinata distesa di ghiaccio. Macchie più scure, così lontane da non essere distinguibili. Solo macchie, nel ghiaccio.
Azzurra Fantasia Eterna. Con tale nome l’aveva indicata il Creatore, presentandosi loro nell’unico sogno, ricorrente, che era dato avere e ripercorrere.
“Sono il Professor Bizz, il vostro Creatore, – aveva detto – grazie a me avete l’eternità e la musica. Compensatemi con la vostra musica e la vostra fedeltà.”
La sua tunica era azzurra, il volto affilato e indefinibile.
“L’arte non è scienza”, ripensò Lester. Ora l’arditezza architettonica intravista invertiva l’affermazione, trasformandola in domanda: la scienza può diventare arte? E la magia, tra l’una e l’altra?
Soprattutto, gli salì la voglia di suonare. Suonare qualcosa di nuovo evocato dall’inaspettata meraviglia.
«Cosa studiano i vostri scienziati?» Domandò Deuca, tanto per rompere la sensazione di imbarazzo che la stordiva.
«Non ci sono limiti alle loro ricerche.» Il mercante ostentò la sua soddisfazione d’essere ambasciatore dell’intelligenza applicata. «Nessuno al di fuori conosce precisamente l’oggetto e lo sviluppo delle discipline. Se ne vedono assai raramente risultati concreti. E’ alta teoria quella che vive nelle menti e negli strumenti via via più perfezionati al Palazzo delle Scienze. Vi si interrogano i misteri della vita e del cosmo. Prima o poi ci regaleranno la chiave per valicare il confine delle conoscenze tra l’uomo e gli Dei. allora saremo potenti, non ci sarà prodigio in grado di intimorirci…»
«Credevo Tarnova interamente concentrata sui problemi del presente.» Deuca lo interruppe, colpita dalla rivelazione di fatti mai usciti dalle mura della città. «Quelli del proprio sviluppo economico, commerciale, politico.»
«Così lasciamo pensare gli stranieri e pure la maggioranza dei nostri concittadini.»

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